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Il triangolo e la conchiglia
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E-book493 pagine7 ore

Il triangolo e la conchiglia

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Info su questo ebook

15 storie ambientate tra la fine degli anni 40 e i giorni nostri viste a volte con ironia e umorismo, altre con nostalgia, a volte con sarcasmo e gusto della provocazione e che cercano di essere lo specchio dell'epoca in cui i racconti sono ambientati, sottolineando pregi e difetti che accompagnano la vita di ciascuno di noi. Tra le varie storie e personaggi : la panterona che spolpa il giovane dotato, il timido ometto circuito dalla bellona provocante che alla fine ne apprezzerà le doti umane, il casuale incontro con la comapgna di liceo di cui il protagonista era innamorato e il tragicomico finale, la villa a Forte dei Marmi , epicentro della vita di alcune generazioni della famiglia proprietaria, il compagno di liceo reincontrato negli anni della maturià: una prima voltya sacerdote e successivamente marito e padre ...
LinguaItaliano
Data di uscita31 ago 2022
ISBN9791221427950
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    Anteprima del libro

    Il triangolo e la conchiglia - Dario Leoni

    DRINDL

    Era il gennaio del 46 e finalmente anche la guerra e i suoi orrori erano finiti.

    Era durata talmente tanto ed era stata talmente dura e luttuosa, che ormai la gente ragionava come se la guerra fosse qualche cosa di inevitabile e che sarebbe durata in eterno.

    Soprattutto per chi viveva in città, e a Milano in particolare, era stata un’esperienza devastante: difficoltà di reperire generi alimentari, una fame che ti accompagnava da mattina a sera e poi, negli ultimi anni, l’incubo dei bombardamenti che, quasi ogni notte o così almeno pareva, costringevano ad infilarsi un golf e un paio di pantaloni sopra al pigiama e a rifugiarsi in cantina, con una coperta buttata sulle spalle, nelle notti di gelo, ad attendere la sirena del cessato allarme, felici se le bombe avevano risparmiato la propria abitazione.

    Un po’ meglio se l’erano passata quelli che vivevano in campagna, infatti chi possedeva un campicello o solo un piccolo orto, riusciva a procurarsi quel po’ di verdura, qualche uovo e qualche pollo che permetteva di nutrirsi a sufficienza. E poi il rischio di bombardamenti, a meno che non ci trovasse nelle vicinanze di qualche fabbrica di interesse strategico, era pressoché nullo.

    Comunque, ben poche famiglie, cittadine o campagnole che fossero, erano state risparmiate da qualche lutto e quasi in ogni famiglia si piangeva qualche congiunto rimasto sotto i bombardamenti o ucciso in Grecia o Albania o disperso in Russia.

    Anche Ambrogio non faceva eccezione, e dopo aver perso il fratello maggiore sul fronte russo, che lui aveva evitato solo a causa di una ad una leggerissima zoppia dovuta ad incidente di calcio, aveva perso anche Jenny sua moglie in uno degli ultimi bombardamenti che Milano aveva subito, lasciandolo vedovo con un figlio di 12 anni.

    Spesso si parla di destino, più o meno a vanvera, ma nel caso di Jenny cos’altro si può si può dire se non uno scherzo del destino particolarmente crudele.

    Ambrogio era un uomo alto e strutturato, malgrado, soprattutto durante la guerra, non è che si fosse dedicato allo sport, mentre Jenny era una graziosa giovane, non molto alta,

    con capelli castano chiaro. Graziosa, ma certo non appariscente con lineamenti delicati e poco marcati.

    Ambrogio, Jenny e Roberto, il loro figlio, erano già in cantina ad aspettare la sirena del cessato allarme, quando Jenny si era ricordata di aver dimenticato nell’appartamento la scatoletta con i suoi pochi gioielli e, incurante del fatto che già si sentissero i motori degli aerei dei suoi connazionali ( Jenny era di Dover), era corsa di sopra per prenderli, malgrado le preghiere del marito e il tassativo divieto del capo casa.

    La sua preoccupazione non era infondata, infatti era capitato più di una volta che, approfittando dell’assoluta mancanza di controllo, alcuni sciacalli, e il termine mi sembra eccessivamente benevolo, approfittavano del fatto che gli appartamenti fossero deserti per derubare le persone scese nei rifugi dei pochi beni lasciati incustoditi.

    Una leggenda metropolitana del dopoguerra dice che a Milano, in zona Sempione, uno di questi sciacalli sia stato sorpreso durante una di queste scorrerie e che sia stato linciato dalla folla inferocita. Non so se sia vero, ma, anche se sono assolutamente contrario alla giustizia sommaria, mi piace pensare che sia vero e che almeno uno di quegli esseri infami, abbia avuto quello che si meritava.

    Comunque, prescindendo dalle mie divagazioni, il legittimo tentativo di salvare i suoi averi, fu fatale alla povera Jenny, infatti la casa fu colpita da una bomba, sganciata proprio da un aereo inglese, nel momento in cui lei, con la preziosa scatoletta stretta al petto, era sulle scale per tornare in cantina mettendo fine alla sua breve esistenza.

    Scavando tra le macerie fu ritrovata il mattino seguente, schiacciata dal crollo di un muro portante, quasi irriconoscibile, ma che ancora stringeva tra le braccia il suo piccolo tesoro e come sempre nei momenti di concentrazione o stress, stretto tra le labbra il ciondolo che portava la collo con una catenina d’oro che rappresentava una triangolo e una conchiglia.

    Per Ambrogio fu uno shock da cui non fu facile riprendersi, anche se si diceva che dopo 5 anni di guerra, di fame e di bombardamenti, la gente fosse quasi vaccinata e meno sensibile al dolore per la perdita di un congiunto o di un amico; ma per lui non era così, infatti, oltre al dolore per la perdita della moglie, si sentiva responsabile della sua morte per non averle impedito di salire nell’appartamento e, nella disgrazia, ebbe almeno la fortuna di potersi trasferire in un magazzino nel cortile nello stesso stabile, che aveva affittato un anno prima, per accumulare mobili e cianfrusaglie varie che provenivano dallo smantellamento della casa di sua mamma mancata un anno e mezzo prima, così, pur essendo una sistemazione sui generis, riuscì ad adattare il magazzino ad abitazione.

    In fondo il bagno c’era, per il riscaldamento si arrangiò con una stufa a carbone e una a gas e almeno un tetto ce l’aveva ed il locale era abbastanza luminoso.

    Prescindendo dal suo dolore, quando la guerra finì, i problemi per Ambrogio non erano certo finiti: doveva allevare da solo un ragazzino di dodici anni senza più la mamma, senza nonni a cui poterlo affidare, i suoi genitori erano morti e la mamma di Jenny viveva in Inghilterra, del padre di lei si erano perse le tracce da tantissimi anni e comunque, anche la nonna superstite, da troppo tempo adepta devota del Dio Bacco sotto la forma del distillato delle Highlands, non sarebbe stata in grado di gestire il bimbo.

    Probabilmente il fatto di vivere in Inghilterra non sarebbe stato eccessivamente traumatico per Roberto, quantomeno dal punto di vista linguistico, infatti la mamma, sin da piccolo gli

    parlava in inglese ed il piccolo era perfettamente bilingue, ma il problema era la nonna affetta da etilismo.

    Durante il periodo scolare, ancora riusciva a cavarsela, al mattino la scuola e al pomeriggio da un’anziana maestra in pensione che aveva organizzato una specie di doposcuola per Roberto e altri cinque ragazzini i cui genitori o il genitore superstite, lavoravano. Era una soluzione ragionevole, non troppo cara e che permetteva ai ragazzi di avere qualcuno che li seguiva nei compiti ma che, soprattutto, evitava che passassero i pomeriggi per strada.

    I problemi cominciavano con l’estate e con le vacanze scolastica. Da giugno a settembre la signora Maria, l’anziana maestra tornava in Cadore al suo paese natale e Ambrogio non se la sentiva di lasciare Roberto tutta la giornata da solo, anche se era un ragazzino con la testa sulle spalle .

    Abitavano in zona Ticinese e la ditta di sanitari di cui era capo contabile era a Bruzzano che da raggiungere, coi i mezzi pubblici ancora da organizzare, costituiva un viaggio. Ambrogio usciva di casa alle sette del mattino e non era di ritorno se non verso le 8 di sera e inoltre in quegli anni,si lavorava anche il sabato mattina.

    Amici, colleghi, conoscenti, continuavano a ripetergli che per il bene suo e quello di Roberto doveva risposarsi. Facile a dirsi e in linea di principio poteva anche essere d’accordo, ma una moglie non è che la si trovi dietro l’angolo. Pur ammettendo che probabilmente l’amore della sua vita era stata e sarebbe stata solo Jenny, intendeva trovare una donna con qualche cosa in comune, con cui condividere interessi e che soprattutto avrebbe dovuto essere una buona seconda mamma per suo figlio, ma non era detto che avrebbe incontrato la persona giusta il giorno dopo e forse neanche il mese o l’anno.

    L’unica persona che avrebbe potuto dargli una mano era sua cognata, la vedova di suo fratello Giorgio che, dopo la morte del marito, era tornata ad abitare dove era nata, un maso in un minuscolo villaggio dell’Alto Adige. Effettivamente non è che si conoscessero troppo, infatti Giorgio aveva conosciuto Karen, quando lavorava a Bolzano, dopo il matrimonio con Jenny si erano trasferiti a Milano, praticamente all’inizio della guerra e quelli non erano certo i momenti di visite di cortesia, successivamente Giorgio era partito per il fronte russo, da cui non sarebbe più tornato, e Karen era tornata al suo maso. Anche se non si conoscevano molto profondamente, Ambrogio pensava che Karen fosse una brava ragazza e che gli avrebbe dato una mano volentieri, non aveva figli e forse le avrebbe anche fatto piacere avere il nipotino per l’estate. Era forse un tipo un po’ serio e severo per il suo bambino, che, dopo tutto quello che aveva passato, aveva sicuramente più bisogno di coccole, affetto e serenità che di disciplina, ma all’infuori di lei non avrebbe saputo proprio a chi rivolgersi…

    A lui non piaceva chiedere favori e se poteva cercava di farsi in quattro pur di non dover dipendere dagli altri, mentre era sempre disponibile a dare una mano a chi ne aveva bisogno, per cui rimandò di qualche giorno il momento della telefonata. Non si sentivano molto spesso, ma si scrivevano regolarmente, anche perché nessuno dei due aveva un telefono in casa e, per chiamare la cognata, Ambrogio doveva chiamare il posto pubblico di Campo Tures, distante un paio di chilometri dal maso di Karen e fissare un appuntamento telefonico per il giorno successivo.

    Così fece, e com’era nel suo stile, sempre molto diretto, quasi ancor prima di chiedere come stava, per non sembrare che volesse prima addolcirle la pillola con i convenevoli, le chiese se sarebbe stata disposta a tenere Roberto per 3 mesi. Ad agosto, lui aveva una quindicina di giorni e avrebbe portato suo figlio a fare un giro sempre che, ovviamente, lei non avesse altri programmi o impegni.

    La risposta, malgrado il tono della voce fosse sempre un po’ teutonico, non lasciava dubbi:

    - Ma sai che sono felice che tu me l’abbia chiesto. Tu non ci crederai, ma pensa che proprio ieri dicevo a Dietlinde, la figlia di una mia cugina che viene a stare con me per qualche mese, Devo dire ad Ambrogio se vuole che Roberto passi l’estate con noi . Guarda, mi fai proprio un regalo! E ad agosto se vuoi vieni anche tu, qui c’è sempre da lavorare e se non hai paura di alzarti presto e di andare nei campi o di mungere le mucche, due braccia in più fanno sempre comodo. Tra l’altro c’è anche Dietlinde, per cui non c’è problema, qualcuno che da’ un occhio a Roberto ci sarà sempre e poi qui non c’è pericolo di cattive compagnie: solo mucche, maiali, galline.

    Dopo quella telefonata, Ambrogio si sentiva decisamente tranquillizzato. Karen sembrava effettivamente felice di tenere il nipote per l’estate e in quanto a Roberto, piccolo, mingherlino, che dimostrava sì e no una decina d’anni , un po’ di vita sana all’aria aperta avrebbe potuto fargli soltanto bene .

    Finite le scuole, il primo fine settimana, a mezzogiorno, infatti Ambrogio aveva preso un paio d’ore di permesso. Con Roberto per mano e con la loro valigina di materiale ignoto (forse cartone compresso o ecopelle ante litteram) presero il treno per il viaggio che sarebbe durato parecchie ore: Milano-Verona, Verona- Bolzano, poi un locale sino a Brunico e una corriera per Campo Tures. Se i treni erano in orario, probabilità alquanto remota, e riuscivano ad azzeccare le coincidenze, sarebbero arrivati non prima delle otto, otto e mezzo di sera. Karen era stata avvertita e li avrebbe aspettati per cenare.

    Roberto, che in condizioni normali sarebbe stato felice ed emozionato per un viaggio del genere, durante la notte non aveva quasi chiuso occhio e adesso era silenzioso: suo papà , che lo conosceva molto bene sapeva che era preoccupato per dover stare un periodo così lungo senza di lui e in più con una zia che non conosceva tanto bene e che, seppure le poche volte che si erano visti era stata sempre gentile e gli aveva sempre portato dei regalini, gli incuteva soggezione parlando sempre con quell’accento così duro. Anche solo a guardarla si sentiva a disagio: alta, castana, occhi azzurri, dritta come un fuso, aveva una trentina di anni, ma forse anche per il modo di vestire sempre così severo e castigato, ne dimostrava qualcuno di più o almeno così ai suoi occhi di bambino e poi aveva quello sguardo sempre così freddo e quegli occhi così azzurri, così belli, ma così gelidi.

    - Papà, la zia mi farà leggere i giornalini?

    Ad Ambrogio facevano tenerezza le piccole preoccupazioni di suo figlio, ma non doveva ridere, anzi doveva tranquillizzarlo, povero piccolo! Ne aveva già viste tante e la sua vita, senza la mamma sarebbe stata comunque non facile e più ingrata che per la maggior parte dei suoi coetanei.

    Poi la stanchezza ebbe il sopravvento e Roberto si addormentò, malgrado lo scarsissimo comfort della carrozza di terza classe e delle panche di legno.

    Si svegliò a Verona e durante una sosta piuttosto lunga, per consolarlo, Ambrogio gli comperò un’aranciata che, se ora sembra la cosa più normale e scontata, allora era quasi una rarità generalmente riservata alle grandi occasioni. Roberto era tanto contento e fiero della sua aranciata che riuscì a farla durare fino quasi a Brunico.

    Arrivarono a Tures che erano le nove passate, ma malgrado ciò, Karen e Dietlinde li avevano aspettati per cenare, loro che di solito erano a tavola alle 7 in punto e, un po’ in ansia per il ritardo, erano tutte e due in piedi dietro alla finestra in attesa di vederli comparire nel viale sterrato che portava alla casa . Quando videro le due figure che apparivano dal buio, corsero fuori ad accoglierli. Oddio, le manifestazioni di affetto e simpatia di Karen erano sempre molto contenute, ma era evidente che era effettivamente contenta e che non si trattava di una forzatura.

    Sua cognata era sempre una bella donna, dotata di di quella classe innata che fa la differenza e si sa, la classe non è polenta. Ma fu Dietlinde, che Karen chiamava Linde, a colpirlo per la sua bellezza: aveva forse 17 anni, ma era un vero spettacolo, alta, formosa, ma assolutamente non grassa… opulenta è forse il termine più azzeccato, capelli biondissimi, di quel biondo spiga di grano che solo tedesche o scandinave possono avere, raccolti in due trecce, a loro volta arrotolate dietro la testa, la tipica pettinatura tirolese o bavarese, di cui sua mamma era originaria, una carnagione chiara a cui, la vita all’aria aperta aveva fatto comparire sulle gote una spruzzata di efelidi quasi sottopelle, occhi azzurri che più azzurri non si può, un bellissimo sorriso che spessissimo illuminava quel viso già bello di suo e che si apriva su una chiostra di denti candidi e perfetti.

    Peccato fosse così giovane perché sarebbe stato facile innamorarsene. E poi sembrava anche molto simpatica e il forte accento altoatesino, uscendo da quella bocca , aveva un

    suono dolcissimo.

    Quella sera indossava ( ma successivamente Ambrogio avrebbe scoperto che era il suo abbigliamento abituale ) il drindl, il tipico costume bavarese e tirolese, composto da una gonna ampia, una specie di bustino e una camicetta di cotone con le maniche a sbuffo e piuttosto scollata che evidenziava il generoso decolleté Nel complesso molto semplice ma molto appetitosa.

    Dopo un po’ di convenevoli, si misero subito a tavola, ma dopo la zuppa, immancabile sulla tavola di Karen ogni sera come il palingenetico ripetersi di giorno e notte, Roberto crollò e Ambrogio dovette portarlo a letto in braccio già addormentato. Ebbe il suo daffare per svestirlo e infilargli il pigiama di flanella a righe che, andando in montagna, Ambrogio riteneva più adatto di quello di popeline. E non fu impresa semplice perché svestire e rivestire qualcuno che non collabora assolutamente, non è cosa agevole e solo chi ci ha provato lo può sapere. Comunque, dopo un po’ di maneggi, riuscì a mettere Roberto sotto il piumino mentre il bimbo continuava il suo sonno, senza quasi aver realizzato di essere stato messo a letto.

    Ridisceso, si sedette con Karen davanti al fuoco spento, mentre Linde sparecchiava e lavava i piatti.

    Vedendo che Karen stava fumando, anche lui si sentì autorizzato ad accendere una sigaretta con il suo accendino di latta austriaco, tipico di quegli anni, che faceva un fumo come un motore diesel.

    - Roberto è un bravo bambino e, anche se non dovrei dirlo io, molto educato: il solo problema, è che dopo tante notti passate sotto i bombardamenti e soprattutto dopo la perdita della mamma, spesso si sveglia di notte con degli incubi e urla come un ossesso. Io di solito vado in camera sua e cerco di calmarlo; ultimamente sembra che stia migliorando, ma ti avverto che è una cosa che potrà capitare ancora.

    Senti, non vorrei offenderti, ma non mi sembra giusto che tu debba mantenere mio figlio per 3 mesi e avrei pensato…. Pensi che 10.000 lire possano andare bene?

    Karen guardò la busta che Ambrogio le porgeva, come se contenesse antrace e allungando il braccio con il palmo aperto per sottolineare il rifiuto:

    - Spero che stai scherzando!

    Il suo italiano era quasi perfetto, ma ogni tanto incespicava sui congiuntivi

    - Visto il fisico di Roberto, credo che con 10.000 lire ci possa campare un anno e poi, non credere, ho intenzione di farlo lavorare, qui in campagna ci sono tanti lavoretti: dare da mangiare alle galline, andare a raccogliere le uova, la frutta….

    No, no, sono convinta che lui si divertirà, ma si guadagnerà la pagnotta, come diceva Giorgio… Piuttosto, questa notte è già a letto e stanco com’è credo che difficilmente si sveglierà, ma da domani lo faccio dormire in camera con Linde, la camera è grande e un altro letto ci sta comodo, così se Roberto si sveglia c’è subito Linde che può tranquillizzarlo. Lo farei dormire con me, ma già soffro d’insonnia e spesso capita anche a me di svegliarmi con gli incubi,quindi se capitasse che li avessimo insieme, rischieremmo di trovarci abbracciati a urlare tutti e due.

    Ambrogio restò qualche attimo con la sua busta in mano senza sapere cosa fare, poi sorrise all’idea di suo figlio in pigiama e sua cognata in camicia da notte che urlavano abbracciati in piena notte e se la rinfilò in tasca.

    -Anzi, una bella notizia! Ho già chiesto l’allacciamento e forse la settimana prossima mi mettono il telefono, così potrai sentire Roberto quando vuoi. Sai, qui siamo un po’ isolate, adesso è estate e c’è Linde con me, ma d’inverno, se dovessi avere bisogno di qualche cosa, con il telefono mi sento più sicura.

    Era effettivamente un’ottima notizia, infatti le difficoltà di comunicazione lo preoccupavano non poco e si ripromise di dire a suo figlio, l’indomani di telefonargli solo se fosse stato indispensabile, altrimenti avrebbe chiamato lui una volta alla settimana. M adesso anche lui era un po’ stanco e andò a dormire subito .

    Dormì d’incanto, come non gli succedeva da lungo tempo, malgrado la desuetudine al cuscino di piume e al piumino invece della coperta.

    L’indomani, domenica mattina, era una splendida mattina di giugno dopo una colazione alla tedesca a cui non era certo avvezzo, ma a cui fece gli onori del caso, dopo aver rimesso le quattro cose nel suo valigino, si preparò a partire. Ad Ambrogio sarebbe piaciuto potersi fermare un paio di giorni, ma il lunedì doveva essere al lavoro e alle 11 c’era la corriera che portava a Brunico. Se ne andò con un groppo in gola, visto prima il magone e poi le lacrime che Roberto, malgrado gli sforzi, non riusciva a trattenere quando, per mano a Karen, gli faceva ciao ciao con l’altra mano mentre la corriera si allontanava dalla piazza di Campo, assolata e piena di gente che usciva da Messa e che si domandava curiosa chi potesse essere quel bambino soprattutto l’uomo che partiva perché, benché si fosse in un’assolata piazza dell’Alto Adige e non del profondo sud, la gente, nei piccoli paesi, è sempre incuriosita dalla presenza di un forestiero.

    Tornati al maso, essendo la domenica la giornata di riposo, dopo aver fatto i lavori non procrastinabili, quali la mungitura delle mucche e aver dato da mangiare a tutti gli animali,Linde fece fare a Roberto il giro del maso per farlo ambientare e per distrarlo un po’ dal fatto di essere separato dal suo papà. Il quale papà, a causa di una foratura della corriera, perse la coincidenza dei treni, sia del locale Brunico-Bolzano, ma anche del Bolzano- Milano e così fu costretto a servirsi di un altro locale sino a Trento, poi un altro accelerato Tento-Verona e finalmente Verona- Milano, dove arrivò alla una di notte, con l’allegra prospettiva di farsi il tragitto Stazione Centrale-Via Cermenate a piedi: morale, riuscì ad infilarsi a letto alle 2 e mezza, per cui il giorno successivo, malgrado il caffè triplo a colazione, faceva fatica a tenere gli occhi aperti e nell’intervallo, approfittando della bella giornata, invece di mangiare, andò ai giardinetti vicino alla ditta e si sedette su una panchina concedendosi una pennica di una mezz’ora altamente ristoratrice.

    I primi giorni di vita al maso furono per Roberto una scoperta continua, lui che era sempre vissuto in città e che da vicino aveva forse visto le galline nella casa sul Lago di Como di una vecchia zia di suo papà, vivere a contatto e poter accarezzare conigli, pulcini, anatroccoli e anche il vitellino o le caprette e l’amicizia, sbocciata con il grosso Riesen Schnauzer, che chiamavano Schnur, abbreviazione di Schnurbart, in italiano Baffone, per i grossi mustacchi che aveva sul muso. Schnur era generalmente conosciuto come un carattere non facile e poco incline alle amicizie, ma con Roberto fu amore a prima vista, lo seguiva come un’ombra dovunque andasse, diventando la sua guardia del corpo e l'avrebbe fatto anche di notte se solo Karen gli avesse permesso di entrare in casa, avrebbe di sicuro dormito ai piedi del letto del nuovo amico. E per Roberto l’amore, oltre che per lo schnauzer, cominciava a nascere anche per Linde così bella e così gentile con lui.

    Le prime tre notti, passarono senza che Roberto si svegliasse ma il mercoledì verso le due di notte, l’incubo ricorrente delle bombe e della mamma che non rientrava al rifugio, lo fece svegliare, madido di sudore e come sempre al risveglio, lanciò un urlo agghiacciante.

    Linde, che dormiva nella stessa stanza, ma che aveva un sano sonno adolescenziale, ci mise qualche attimo a realizzare cosa stava succedendo e in primo tempo si spaventò, pensando che fosse successo qualche cosa di grave, tipo un incendio in casa, ma poi realizzò la situazione e si ricordò degli incubi del ragazzo e non sapendo cosa fare, andò a prenderlo e lo portò nel suo letto, tenendolo abbracciato. Roberto si sentì tranquillizzato, coccolato dal calore di Linde e dalle sue morbide rotondità si riaddormentò quasi subito.

    Il giorno successivo, Karen passò l’intero pomeriggio in casa, perché erano arrivati gli operai dell’azienda telefonica per fare l’allacciamento e terminarono solo dopo che era finita la giornata di lavoro nei campi, e quando Roberto e Linde erano rientrati, zia Karen lo chiamò :

    - Roberto! Roby, vieni che facciamo il bagno! L’altro giorno ho dimenticato di fartelo, ma qui in campagna ci si sporca e bisogna farlo almeno tre volte alla settimana. Roberto non disse nulla, ma a lui sembrava una cosa molto strana: a casa sua il bagno lo faceva il sabato e non aveva mai sentito la necessità di farlo più spesso, comunque se la zia voleva….

    Così salì al primo piano dove Karen aveva già riempito la vasca.

    Mentre saliva le scale di legno, sentì Linde che diceva, in italiano, come aveva imposto Karen, da quando lui era da loro:

    - Adesso vengo a darti una mano.

    Karen era già pronta.

    - Su spogliati e entra!

    Aveva già tolto camicia, maglietta e pantaloni e stava sfilandosi le mutande quando entrò Linde.

    Zia Karen passi, ma che anche Linde lo vedesse nudo, lo disturbava un pochino e cercò di saltare in acqua, prima che la ragazza lo vedesse, ma evidentemente non era stato abbastanza rapido, infatti Linde commentò

    - Mamma mia Roberto, come sei magrolino, ti si vedono tutte le costole, hai proprio bisogno di un po’ di campagna e vedrai come torni robusto a Milano.

    Ritenendo che l’ammollo fosse stato sufficiente, Karen gli disse di alzarsi che doveva lavarlo.

    Sempre imbarazzato, si alzò cercando di stare di fianco per non mostrare né il sedere né il pisello a Linde.

    Quando finì di lavarlo e dopo averlo risciacquato, visto il suo peso piuma, la zia lo sollevò a braccia dalla vasca, mettendolo in piedi sul tappetino proprio davanti a Linde e qui non poté fare a meno di mostrare tutte le sue nudità diventando rosso come un peperone, ma subito Linde lo avvolse in un grande asciugamano di spugna, togliendogli sia il lieve fastidio dell’acqua sulla pelle, sia l’imbarazzo di essere nudo. Poi Linde cominciò a frizionarlo vigorosamente e tutto finì lì.

    Quella notte, l’incubo ricorrente tornò a turbare il sonno di Roberto, ma più realistico e terrificante del solito: vedeva sé stesso e la mamma schiacciati sotto le macerie di una casa, ancora vivi, ma nell’impossibilità di liberarsi e salvarsi.

    Come la volta precedente Linde lo portò nel suo letto tenendolo stretto ma, malgrado il calore umano e la rassicurante vicinanze della ragazza, continuava a essere scosso da singhiozzi, e non riusciva a riaddormentarsi. Linde, la cui preoccupazione più grande era quella che lui si calmasse per poter tornare a dormire, meccanicamente cominciò ad accarezzarlo, sperando che si calmasse.

    Ma i singhiozzi continuavano e lei continuava ad accarezzarlo e scendendo lungo il corpo arrivò all’apertura dei pantaloni, che con il movimento si era piuttosto aperta, per cui finì ad accarezzargli il pisello anche se non volontariamente.

    Roberto interruppe immediatamente i singhiozzi non, come credeva lei, perché la cosa lo tranquillizzasse, piuttosto era scioccato e non osava né muoversi né lamentarsi. Non che fosse stato sgradevole…. Anzi, sentiva un piacevole formicolio al basso ventre. Comunque, per un motivo o per l’altro, il massaggio ottenne l’effetto desiderato e qualche minuto dopo tutti e due si addormentarono profondamente.

    Il mattino successivo, mentre Linde non ricordava nemmeno cosa fosse successo durante la notte, Roberto lo ricordava benissimo ed era a suo modo turbato, poi le incombenze della giornata misero in secondo piano la cosa, anche perché al mattino, una volta che la linea telefonica fu operativa, Karen chiamò Ambrogio, sia per fargli salutare suo figlio, sia per provare l’emozione della prima telefonata da casa.

    Allora una telefonata interurbana non era cosa semplice, o almeno non lo è come lo è oggi: non esistendo la teleselezione, bisognava chiamare l’operatore, che a sua volta chiamava il destinatario della telefonata, ma sia per gli impegni dei centralinisti che per l’insufficienza delle linee, tra la chiamata all’operatore e la conversazione con la persona a cui si era telefonato, spesso passava più di mezz’ora e soprattutto di sera, ora di punta, l’attesa poteva anche essere molto più lunga. Quel giorno andò abbastanza bene, forse perché telefonarono verso le dieci del mattino, subito dopo aver accudito gli animali e ovviamente chiamarono Ambrogio al posto di lavoro, visto che non aveva telefono a casa.

    Roberto era felicissimo di parlare col suo papà, ma Ambrogio cercò di tagliare corto perché la chiamata era stata effettuata da Karen, la quale lo invitò per un fine settimana, prima delle ferie, anche se effettivamente il viaggio sarebbe stato troppo impegnativo in rapporto al poco tempo che avrebbe passato con loro.

    Alla domenica, Linde aveva programmato una passeggiata in montagna con alcuni amici e aveva proposto a Roberto di andare con loro. Lui non è che ne avesse una voglia pazza, ma pur di stare con quella che ormai considerava una specie di fidanzata, sarebbe stato disposto ad andare anche in capo al mondo. Così di buon’ora, la domenica mattina, con lo zainetto in spalla e Schnur al seguito, si trovarono con gli altri 7 ragazzi all’inizio del sentiero che avrebbero percorso.

    Che avesse fatto un errore ad unirsi a loro fu subito chiaro a Roberto. Infatti dei sette, 5 erano di etnia germanica e solo due italica, per cui, non essendoci zia Karen ad imporre le regole, tutti parlavano tedesco e lui si sentiva assolutamente tagliato fuori, essendo la sola Linde che gli si rivolgeva in italiano. Inoltre erano tutti ragazzi di 16, 18 anni , per loro lui era solo un mocciosetto e, malgrado non capisse una parola di quello che dicevano, era chiaro che Peter, uno dei ragazzi faceva il filo a Linde e anche se lei non pareva farci caso o essere interessata più di tanto, a Roberto la cosa dava parecchio fastidio e avrebbe desiderato che Schnur, che lo seguiva come un’ombra, gli azzannasse le chiappe. Ma probabilmente lo schnauzer l'avrebbe fatto solo se qualcuno avesse messo le mani addosso a Roberto

    Alla sera Roberto era stanchissimo per la camminata e nero come un fico per come aveva passato la giornata. Subito dopo cena se ne andò a letto a leggere i suoi giornalini. Più tardi salì anche Linde, che si era accorta della brutta giornata che gli aveva fatto passare e per farsi perdonare si sedette sul suo letto cominciando prima a scompigliargli i capelli, poi a fargli il solletico, cosa che lo faceva impazzire e che gli fece dimenticare la passeggiata.

    Roberto era sempre più innamorato della bella Linde, ovviamente come può essere innamorato un bimbo di 12 anni, e più di una volta aveva tentato di non addormentarsi per poter urlare, fingendosi in preda agli incubi e farsi portare nel letto con lei, ma il sonno aveva sempre avuto la meglio e dopo qualche attimo passato al buio con gli occhi sbarrati, era crollato. Anzi sembrava che gli incubi si facessero vivi meno spesso e, se da un lato era molto meglio non svegliarsi più nella notte, madido di sudore, vedendo sé e la sua mamma schiacciati sotto le macerie, da un altro lato non aveva spesso l’occasione di farsi coccolare dalle calde e morbide rotondità della sua Linde.

    Il giorno successivo era giorno di bagno e Linde era presente, cosa che non capitava sempre, ma questa volta non fece niente per nascondere le sue nudità, tanto ormai aveva visto tutto quanto c’era da vedere.

    Più o meno volontariamente, lo sguardo della ragazza, più di una volta cadde proprio lì e ogni volta che lo guardava, Roberto sentiva il famoso formicolio. Quel giorno , proprio mentre Karen lo stava lavando, suonò il telefono, forse per la prima, vera telefonata che riceveva.

    - Vai a rispondere Karen , che finisco io di lavarlo.

    Asciugandosi le mani, scese le scale e corse a rispondere al telefono. Linde allora si rimboccò le maniche, prese la spugna e continuò a lavare Roberto, ma quando arrivò proprio lì, al fatidico pisello, forse insistendo un attimo di troppo, il suddetto quasi di propria iniziativa, cominciò a prendere vita e ad inturgidirsi come mosso da volontà propria.

    Il ragazzino era piuttosto mingherlino e la sua propaggine proporzionata al resto del corpo, per cui, quando l’erezione fu completata, aveva raggiunto le dimensioni del suo dito indice, ma malgrado le dimensioni non fossero gigantesche entrambi si resero conto di cos’era successo. Roberto non si rendeva bene conto del perché, ma lo mise giustamente in relazione con il formicolio provato provava quando Linde glielo aveva maneggiato. Anche Linde era rimasta spiazzata e vagamente imbarazzata e non sapendo bene cosa fare, pensò bene di intonare una delle sue filastrocche, che cantate con il suo forte accento germanico, risultavano abbastanza comiche.

    - Porcellino, porcellino, ti vien duro il pistolino!

    E qui, permettetemi una divagazione semantica a proposito della parola pistolino. Praticamente in ogni famiglia il membro virile, viene chiamato in modo differente, con un termine, quasi sempre diminutivo o vezzeggiativo, come, appunto pistolino, pisellino, pimpinella, drin drin e 1.000 altri nomi. Francamente non se ne capisce la ragione: se il piede viene chiamato piede o piedino nel caso di un bambino, visto che la suddetta parte anatomica possiede un nome italiano, corretto e non volgare, ovvero pene, non si capisce perché nessuno, nel lessico colloquiale familiare non lo chiami pene o al limite penuccio.

    Comunque, per evitare che Karen salendo si ponesse delle domande sul perché di quell’erezione, Linde finì in fretta di lavarlo lo fece uscire dalla vasca coprendolo con l’asciugamano.

    Qualche minuto dopo, risalì Karen, quasi emozionata per la prima telefonata che aveva ricevuta: era sua sorella da Roma, dove si era trasferita sposandosi, qualche anno prima.

    Ormai la situazione di Roberto era tornata alla normalità,ma per tutta la cena, il ragazzino si mostrò svagato, più di una volta la zia gli chiese se avesse qualche cosa, ma alla fine pensò che fosse dovuto alla mancanza del papà o al pensiero della mamma.

    Pochi minuti dopo aver terminato di cenare disse che sarebbe andato a letto, invece di fermarsi come d’abitudine a leggere o rileggere, qualche giornalino sia italiano che inglese, poichè Ambrogio, quando li trovava, comprava anche dei Micky Mouse in lingua originale, affinché Roby non perdesse l’abitudine a quella lingua. Ogni tanto anche lui cercava di parlargli in inglese, ma per la sua limitata conoscenza, andava a finire che Roberto lo doveva continuamente correggere e ogni tanto lo prendeva anche in giro per qualche errore .

    Il giorno successivo Karen doveva andare in posta per pagare delle bollette e aveva chiesto a Roberto di andare con lei. Roberto cominciava ad affezionarsi alla zia, non molto affettuosa, ma sempre gentile e anche lei stava considerando il nipote quasi come il figlio che non aveva avuto ed effettivamente era facile volergli bene, sempre così educato e

    ubbidiente.

    Linde era rimasta al maso e Karen, Roby e l’immancabile Schnur erano andati in paese che distava una ventina di minuti a piedi.

    Arrivati in posta avevano trovato una coppia di signori inglesi di mezza età, disperati, avendo perso o essendo stata rubata la borsa con i documenti e stavano cercando, senza riuscirci, di essere messi in contatto con il consolato inglese per vedere cosa si sarebbe potuto fare. Il problema era che nessuno spiccicava una mezza parola di inglese, nemmeno Karen, ma sapendo che il nipote era praticamente madrelingua, gli aveva chiesto se era in grado di tradurre ed aiutare i poveretti.

    Molto educatamente si era avvicinato e aveva chiesto quale fosse il problema. I due avendo trovato qualcuno che capiva cosa dicevano, sembravano rinati a nuova vita.

    Chiarito il loro problema , l’ufficiale di posta aveva mandato un telegramma al consolato inglese di Roma spiegando cosa fosse successo e dando le generalità dei 2.

    Karen e Roby erano andati a fare le commissioni e quando dopo circa un’ora erano tornati in posta, era arrivata la risposta dal consolato, in cui si diceva che entro il giorno successivo avrebbero mandato dei documenti provvisori utili almeno a poter rientrare in Inghilterra.

    I coniugi Brankett avrebbero passato un paio di giorni alla locanda di Tures, ma prima di tutto volevano offrire un gelato gigante al bambino che li aveva tratti d’impaccio da una situazione così complicata. Trovare gelati a Tures nell’estate del 1946 non era semplice e allora erano entrati in una panetteria e avevano comprato e regalato a Roby un enorme Strudel.

    Roby era diventato il personaggio del giorno di Tures!

    I giorni passavano e Roberto si dava da fare per dare una mano : aveva imparato a mungere la vacca e le 3 caprette e forse per la sana vita all’aria aperta e il lavoro fatto durante la giornata, non capitava quasi più che di notte si svegliasse con gli incubi, si era abbronzato e si stava decisamente irrobustendo.

    Linde, aveva iniziato a insegnargli il tedesco e Karen l’aveva incoraggiata. Pur parlando con lui abitualmente italiano, ogni giorno gli insegnavano qualche nuova parola di tedesco e soprattutto la differente costruzione della frase così diversa dall’italiano. Karen, anni prima era stata insegnante, non di lingue, ma di matematica alle scuole medie e aveva comunque una certa preparazione didattica, che poteva sicuramente aiutarla a trasmettere al nipote i rudimenti di una lingua certamente non facile per un italiano. Roberto, già di suo portato per le lingue, assorbiva come una spugna e alla fine di luglio, prima che arrivasse papà per le ferie, era in grado di capire buona parte di quanto si diceva e ad esprimersi in un basico, ma comprensibile tedesco: era la sorpresa che tutti e tre orgogliosamente avrebbero fatto ad Ambrogio.

    E la decisione di insegnargli un po’ di tedesco si sarebbe rivelata quasi indispensabile.

    Infatti proprio alla fine di luglio era arrivata una telefonata, forse la seconda o la terza che ricevevano, a parte quelle di Ambrogio.

    La mamma di Linde era stata ricoverata d’urgenza in ospedale per una peritonite perforante e solo per un vero miracolo erano riusciti a salvarla, operandola d’urgenza, per cui Linde era dovuta rientrare a Bolzano immediatamente e non sarebbe rientrata.

    Il giorno della partenza, sembrava di essere a un funerale: Karen, malgrado cercasse di trattenersi, aveva i lucciconi, fino a che Roby l’aveva abbracciata e,. abbracciati e tutti e due, piangevano come fontane. Persino Schnur, aveva capito che stava succedendo qualche cosa di spiacevole e se ne stava disteso con le zampe in avanti e il muso per terra uggiolando tristemente.

    Karen era preoccupata per come avrebbe reagito il nipote. Già fragile per la devastante esperienza che aveva vissuto, temeva che potesse ricadere negli incubi notturni che sembravano passati probabilmente grazie al rapporto che aveva con Linde.

    Ma la cosa più urgente era che Karen aveva bisogno di un aiuto, per mandare avanti i lavori necessari per la gestione degli animali e delle pur limitate coltivazioni del maso.

    Aveva fatto un tentativo con il figlio di una coppia di conoscenti della zona, ma si era rivelato un vero fallimento: dimenticava di dar da mangiare agli animali, raccoglieva la frutta ancora acerba o lasciava che le zucchine diventassero lunghe un metro, per cui immangiabili e così aveva dovuto lasciarlo a casa e cercare qualcun altro. Alla fine aveva trovato Gudrum una ragazza sui 20 anni, grande e grossa, brutta, ma una lavoratrice instancabile e che abitava a mezz’ora di cammino. Solo che parlava unicamente tedesco, o meglio un dialetto sud tirolese difficilmente intelligibile per chi non parlava almeno la lingua.

    Malgrado tra lei e Roberto non fosse certamente scattato il feeling che c’era con Linde, almeno grazie alla pur se limitata conoscenza del tedesco che aveva appreso, c’era per lo meno la possibilità di comunicare con Gudrum.

    Fortunatamente due giorni dopo la partenza di Linde era arrivato papà Ambrogio per le ferie e aveva contribuito non poco a sollevare il morale e l’umore di Roberto, anche se era

    evidente la mancanza della ragazza, infatti in ogni discorso, trovava sempre il modo di fare qualche riferimento alla sua Linde.

    Karen era riuscita a convincere Ambrogio a passare le ferie con lei, rimarcando che due braccia maschili, sarebbero state la manna del cielo e che il favore l’avrebbe fatto lui rimanendo.

    Per cui dal giorno successivo, sveglia alle 6 del mattino e, con dei pantaloni e una camicia scozzese che erano stati di suo fratello, Ambrogio era nei campi a tagliare erba che sarebbe diventata fieno per l’inverno, a mieter la segale che era arrivata a maturazione o a cavare patate dall’orto.

    Per lui erano tutte cose nuove, ma pieno di buona volontà com’era e aiutato da un fisico notevole, faceva il lavoro di due persone. Certo che alla sera crollava dalla stanchezza e dopo la cena e la sigaretta che si fumava con Karen, seduti nel porticato davanti a casa, andava a dormire distrutto. Quelli erano forse i soli momenti in cui potevano chiacchierare tranquillamente, altrimenti durante la giornata i lavori per la gestione del maso li tenevano quasi sempre distanti. E

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