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Pastore Digitale 3.0
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E-book271 pagine2 ore

Pastore Digitale 3.0

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Info su questo ebook

Il modo in cui si comunica certamente influenza l’efficacia di quello che si intende comunicare. Le trasformazioni digitali, informatiche e tecnologiche hanno rappresentato una grande rivoluzione in ogni ambito della vita umana e, come viene evidenziato in queste pagine, anche l’attività pastorale non può rimanere esclusa dai nuovi processi di comunicazione, specie se si intende rivolgersi anche ai ragazzi e ai giovani delle nuove generazioni che, tra l’altro, sono chiamati appunto “nativi digitali”. Il titolo Pastorale Digitale 3.0 a prima vista potrebbe apparire come un’espressione provocatoria e contradditoria, in realtà in questa pubblicazione, molto curata e approfondita, ci vengono forniti tutti gli strumenti e le informazioni utili per un nuovo approccio all’educazione religiosa. “La Pastorale Digitale” sottolinea Riccardo Petricca “non è affatto una nuova pastorale. La Pastorale Digitale cerca, cambiando modo di comunicare e mezzo di comunicazione, come fece anche San Paolo a Corinto, di trasmettere lo stesso identico messaggio di fede ed evangelizzazione che predicò Gesù e che la Chiesa trasmette da duemila anni”. 


Riccardo Petricca è Ingegnere delle Telecomunicazioni, Project Ma­nager, professore incaricato all’Istituto Teologico Leoniano di Anagni e professore invitato alla Ponti­ficia Università Urbaniana di Roma, dove tiene corsi di comunicazione, informatica e web. È impegnato in numerosi ambiti di ricerca tra i quali Integrazione digitale e Sostenibilità, Cybersecurity, Intelligenza Artificiale e Etica, Pastorale Digitale. Inoltre è responsabile della Sicurezza dei dati della Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo e coordinatore della Commissione Cybersecurity presso l’Ordine degli Ingegneri di Frosinone. Già autore del volume Pastorale Digitale 2.0 (Gruppo Albatros, 2015).
LinguaItaliano
Data di uscita30 giu 2022
ISBN9788830666146
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    Anteprima del libro

    Pastore Digitale 3.0 - Riccardo Petricca

    Prefazione di Barbara Alberti

    Il prof. Robin Ian Dunbar, antropologo inglese, si è scomodato a fare una ricerca su quanti amici possa davvero contare un essere umano. Il numero è risultato molto molto limitato. Ma il professore ha dimenticato i libri, limitati solo dalla durata della vita umana.

    È lui l’unico amante, il libro. L’unico confidente che non tradisce, né abbandona. Mi disse un amico, lettore instancabile: Avrò tutte le vite che riuscirò a leggere. Sarò tutti i personaggi che vorrò essere.

    Il libro offre due beni contrastanti, che in esso si fondono: ci trovi te stesso e insieme una tregua dall’identità. Meglio di tutti l’ha detto Emily Dickinson nei suoi versi più famosi

    Non esiste un vascello come un libro

    per portarci in terre lontane

    né corsieri come una pagina

    di poesia che s’impenna.

    Questa traversata la può fare anche un povero,

    tanto è frugale il carro dell’anima.

    (Trad. Ginevra Bompiani)

    A volte, in preda a sentimenti non condivisi ti chiedi se sei pazzo, trovi futili e colpevoli le tue visioni che non assurgono alla dignità di fatto, e non osi confessarle a nessuno, tanto ti sembrano assurde.

    Ma un giorno puoi ritrovarle in un romanzo. Qualcun altro si è confessato per te, magari in un tempo lontano. Solo, a tu per tu con la pagina, hai il diritto di essere totale. Il libro è il più soave grimaldello per entrare nella realtà. È la traduzione di un sogno.

    Ai miei tempi, da adolescenti eravamo costretti a leggere di nascosto, per la maggior parte i libri di casa erano severamente vietati ai ragazzi. Shakespeare per primo, perfino Fogazzaro era sospetto, Ovidio poi da punizione corporale. Erano permessi solo Collodi, Lo Struwwelpeter, il London canino e le vite dei santi.

    Una vigilia di Natale mio cugino fu beccato in soffitta, rintanato a leggere in segreto il più proibito fra i proibiti, L’amante di lady Chatterly. Con ignominia fu escluso dai regali e dal cenone. Lo incontrai in corridoio per nulla mortificato, anzi tutto spavaldo, e un po’ più grosso del solito. Aprì la giacca, dentro aveva nascosto i 4 volumi di Guerra e pace, e mi disse: Che me ne frega, a me del cenone. Io, quest’anno, faccio il Natale dai Rostov.

    Sono amici pazienti, i libri, ci aspettano in piedi, di schiena negli scaffali tutta la vita, sono capaci di aspettare all’infinito che tu li prenda in mano. Ognuno di noi ama i suoi scrittori come parenti, ma anche alcuni traduttori, o autori di prefazioni che ci iniziano al mistero di un’altra lingua, di un altro mondo.

    Certe voci ci definiscono quanto quelle con cui parliamo ogni giorno, se non di più. E non ci bastano mai. Quando se ne aggiungono altre è un dono inatteso da non lasciarsi sfuggire.

    Questo è l’animo col quale Albatros ci offre la sua collana Nuove voci, una selezione di nuovi autori italiani, punto di riferimento per il lettore navigante, un braccio legato all’albero maestro per via delle sirene, l’altro sopra gli occhi a godersi la vastità dell’orizzonte. L’editore, che è l’artefice del viaggio, vi propone la collana di scrittori emergenti più premiata dell’editoria italiana. E se non credete ai premi potete credere ai lettori, grazie ai quali la collana è fra le più vendute. Nel mare delle parole scritte per esser lette, ci incontreremo di nuovo con altri ricordi, altre rotte. Altre voci, altre stanze.

    Prefazione di Adriana Letta

    Questo libro, Pastorale Digitale 3.0, tratta dell’utilizzo a fini pastorali dei media più avanzati, ma non è un saggio di sociologia, né un manuale tecnico e neppure un sussidio pastorale. È un racconto, in cui un protagonista parla di sé, del suo personale viaggio alla riscoperta della fede e pare che si avvicini al genere autobiografico con le tinte avvincenti del romanzo, ma presto la sua storia si intesse con quella di altri e la sua voce di narratore si intreccia con altre voci che testimoniano una storia comune, una storia di comunione.

    Una storia iniziata un po’ di anni fa, poco prima dell’unificazione delle due Diocesi, di Sora-Aquino-Pontecorvo e Diocesi di Montecassino in quella che è diventata la Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo e dopo un periodo di conoscenza reciproca e integrazione, la Pastorale Digitale, generata, come capirà bene ogni lettore, da motivazioni profonde, ha indubbiamente indotto percorsi di crescita umana e spirituale di persone e comunità. La convinzione di Riccardo che vedeva fin dall’inizio la Pastorale Digitale come una grande opportunità per la nostra Diocesi ma anche per tutta la Chiesa è presto diventata la convinzione di tutti.

    La Chiesa, da ben 56 anni, dedica speciale attenzione alla comunicazione aggiornandosi e riflettendo su opportunità e rischi dei nuovi media e pubblicando ogni anno un Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Inoltre promuove convegni e studi con la volontà di capire i mutamenti operati dalle nuove tecnologie nei modelli di comunicazione e nelle relazioni umane, per essere testimoni della vivacità della fede cristiana anche in questa nuova cultura, anche nel continente digitale, come lo definì Benedetto XVI. Il libro, sia nella prima che in questa seconda edizione, si presenta come un frutto di tale ricerca e riflessione. Il leitmotiv del testo è la frase del Vescovo "non bisogna solo mettere in rete, bisogna mettere in comunione", perché lo sforzo della Pastorale Digitale è proprio quello di dare un’anima al web, interagire per comunicare valori e stili di vita, nel profondo.

    Occorre continuare a riflettere, a studiare e a mettersi in discussione, perché con l’evoluzione travolgente delle tecnologie cambia inavvertitamente e inevitabilmente anche la vita, il modo di comunicare e di rapportarsi di tutti noi, con possibili derive spesso ben poco evangeliche. Pastorale Digitale è un binomio: le due parole che lo formano sono sullo stesso livello, importanti ambedue, dunque è giusto e necessario aggiornarsi sulla tecnologia, ma non è possibile mettere da parte la Pastorale. Perciò tutti coloro – laici o religiosi – che si impegnano nel lavoro di gestire un sito, un giornale online, un profilo social di una diocesi, di una parrocchia, di un’associazione cristiana, non possono limitarsi a dare, in tempo reale, informazioni, per quanto verificate, corrette, ben scritte e corredate di buone immagini. Questo è compito di chiunque faccia informazione con professionalità. Chi lo fa dando voce alla Chiesa deve farlo in modo serio e professionale e in più con voce non asettica e neutra ma calda, con cuore sensibile, con attenzione e rispetto agli altri, a tutti gli altri, anche a chi la pensa diversamente, non per fagocitarli ma per comunicare valori, esempi e modi di affrontare le difficoltà e le problematiche di una vita oggi sempre più complessa e difficile per tutti. Insomma, in modo pastorale, per attirare alla bellezza dell’essere cristiani e alla perenne novità del Vangelo che dà senso alla vita. Non basta fare un resoconto di avvenimenti, celebrazioni, convegni o di qualsiasi altra iniziativa. Se lo si fa solo per informare, presto il numero delle visualizzazioni diminuirà, perché gli eventi sembrerebbero tutti uguali, le solite cose, e i visitatori andrebbero tutt’al più a guardare le foto, o brandelli di video, se conoscono le persone (nel qual caso avremmo solo indotto un uso voyeristico e di gossip), e poi si allontanerebbero subito, per cercare altro nel web.

    Il comunicatore di Pastorale Digitale – non solo l’Animatore della Comunicazione e della Cultura, figura ormai istituzionalizzata nella chiesa, di cui si parla nel volume – deve avere maturità umana e cristiana per non cadere nelle trappole del web, e soprattutto deve saper raccontare. Nel 2020 Papa Francesco, per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali intitolò il suo Messaggio «Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria» (Es 10,2), dedicandolo al tema della narrazione e scrisse: «Credo che per non smarrirci abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme. Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita». Narrare quindi da testimoni che hanno vissuto una grande Storia di salvezza, grazie alla quale hanno ritrovato il senso della vita, e la trasmettono agli altri con verità, con emozione, con un racconto convincente che veicola un importante messaggio di vita. Chi racconta eventi di chiesa vivendoli in prima persona, saprà farlo in questo modo. È lo storytelling, il racconto persuasivo, un modo di raccontare che attrae e convince, non per niente è diventato una tecnica largamente utilizzata da persone e aziende per obiettivi commerciali, di marketing, politici, pubblicitari, di personal branding. Obiettivi, come si vede, molto materiali, per vendere, avere successo… E noi cristiani non possiamo ottenere anche noi maggior efficacia con lo storytelling, non per far conoscere un prodotto, bensì il messaggio entusiasmante di vita e di amore di Gesù, che è quello che veramente fa nuove tutte le cose?

    Dunque, Pastorale Digitale 3.0 racconta un’esperienza concreta di annuncio e di evangelizzazione vissuta sul campo, replicabile e migliorabile, che testimonia la vivacità della fede cristiana anche in questo nuovo modo di fare pastorale, incarnato nella contemporaneità, che parte dal cuore di una comunità credente e motivata, cammina nella rete potendo arrivare a tutti, indistintamente, coinvolge, sa creare comunione ed è aperto al futuro.

    Premessa

    Era il freddo inverno del 1996 quando tre giovani studenti al secondo anno di Ingegneria, appassionati di nuove tecnologie informatiche, iniziavano a scoprire e a studiare, nei bui laboratori e nelle piccolissime aule informatiche degli atenei laziali che frequentavano, di una nuova tecnologia che avrebbe di lì a poco cambiato il mondo: Internet ed il Web.

    Era il Mesozoico Informatico: si iniziavano a diffondere i primi Personal Computer con Windows, Google non era stata ancora fondata e Facebook non esisteva nemmeno nella mente di un bambino di nome Mark Zuckerberg.

    In un tiepido sabato pomeriggio della primavera di qualche anno dopo... i tre organizzarono un incontro dal titolo: Utilizzo di Internet nella Chiesa.

    Dopo una breve spiegazione dal punto di vista tecnico/informatico di cosa fosse Internet e di come si utilizzasse, si iniziò a parlare anche delle sue possibili applicazioni in ambito ecclesiale. Ovviamente, ancora non esistevano i social network, come oggi li conosciamo, ma già c’erano le chat ed alcuni sistemi di messaggistica istantanea. Il più popolare ed utilizzato era IRC che, ironia della sorte!, aveva lo stesso identico acronimo del Servizio Nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica. Si iniziò a parlare di Netiquette e soprattutto della creazione di stanze virtuali in cui discutere di religione, di fare pastorale ed in particolare coinvolgere i giovani che erano gli abitanti di questo nuovo mondo virtuale chiamato cyberspazio.

    Fu quello probabilmente il peggiore degli incontri mai visti ed organizzati. Molti andarono via dopo pochi minuti non comprendendo nemmeno lontanamente di cosa si stesse o volesse parlare. Qualcuno che intuì l’argomento rimase scandalizzato da quei pazzi visionari...

    Correva l’anno 1998.

    Capitolo 1

    Francesco vai, ripara la mia casa

    Erano ormai passati quasi cinque anni da quando avevo abbandonato l’Azione Cattolica e la Pastorale Giovanile. I miei sogni ed i miei ideali di ragazzo si erano infranti e, come il quadro di Novecento, si erano frantumati a terra in mille pezzi. Da qualche anno, per provare a riempire i tanti spazi vuoti che come crepe riempivano il mio animo, ma anche le mie serate e i miei weekend, avevo iniziato a frequentare la scuola di Salsa.

    Le mie serate al rientro da lavoro erano quindi così strutturate:

    martedì: Lezione di Salsa;

    mercoledì: Lezione di Bachata;

    giovedì: Lezione di Salsa e a seguire lezione di Bachata;

    venerdì: Lezione di Salsa e poi a ballare al mare;

    sabato: a Roma a ballare;

    domenica: pomeriggio lezione di Guaperia e poi la sera (tanto per fare una cosa diversa!)… a ballare.

    La settimana era molto variegata, per fortuna il lunedì per i salseri era come per i barbieri: riposo settimanale.

    Con grande stupore di molti che credevano frequentassi una scuola di Lap Dance dato che il mio stile era molto simile a quello del palo, dopo alcuni mesi anch’io riuscivo a farmi valere in pista appassionandomi al ballo ed ai ritmi caraibici.

    Quella sera, in un noto locale del litorale pontino, il Tempio di Giove, notai una ragazza che mi guardava. La invitai a ballare. A volte con ragazze con cui balli a lezione per anni, non riesci ad instaurare quei legami che invece si creano con altre con cui balli per la prima volta. La danza è soprattutto un linguaggio: entrare in simbiosi con l’altra persona e con il suo corpo. Con la danza parli con il partner; l’uomo deve comunicare alla donna i movimenti e le figure non con le parole e la voce ma solo con un semplice, impercettibile movimento del corpo. La Salsa, la Bachata e la Rumba rappresentano momenti e fasi diversi del corteggiamento. Qualche mese dopo ritornai in quel locale con due amici salseri. Anche con gli altri ballerini spesso si creano rapporti a volte dettati dalla passione per il ballo, altre volte dalla solitudine, a volte, invece, dalla semplice necessità di un passaggio. Di nuovo lei, di nuovo il suo sguardo triste e malinconico fisso su di me, come se cercasse qualcosa, come se mi conoscesse da tempo anche se era solo la seconda volta che la vedevo. Mi avvicinai e la invitai a ballare, lei tese semplicemente la mano verso la mia per dire ‘andiamo’. Le chiesi il nome e con voce fioca rispose: «Sara». «Piacere Sara, Riccardo». Annuì come se già lo sapesse. Mentre parlavo lei mi guardava, come una bambina fissa affascinata il padre che le racconta una sto ria. La salutai convinto che ci saremmo rivisti in quello stesso locale il venerdì successivo. La settimana a lavoro, tra programmi software e sistemi gestionali aziendali, non passava mai ma finalmente giunse il venerdì. Come ormai consuetudine e con la meticolosità del ballerino mi preparai con il vestito lucido e le scarpe nere a punta del salsero pronto per una nuova serata, ma quella sera come per tutte le successive non la incontrai più. Il tempo passava lento e si moltiplicavano i progetti, le incombenze e tanti nuovi ed importanti incarichi al lavoro presso clienti internazionali. Anche nel ballo lezione dopo lezione ero diventato un esperto salsero tanto che aiutavo anche il maestro con i nuovi allievi. Parimenti al lavoro ed al ballo la cosa che aumentava di più era il vuoto dentro di me. Spesso ero in viaggio tra aeroporti e stazioni, proprio in quei momenti, tra migliaia e migliaia di persone che freneticamente si muovevano intorno a me mi sentivo più solo. Molti mesi dopo, in un famoso locale romano, tra gli strobo, i colori e la musica caraibica, mi parve di nuovo di scorgerla. Mi accertai che fosse proprio lei prima di invitarla a ballare. Una Salsa, poi una Bachata e di nuovo un’altra Salsa. La invitai a prendere qualcosa da bere e le

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