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Non l’abbiamo fatto apposta: Un arcobaleno di emozioni
Non l’abbiamo fatto apposta: Un arcobaleno di emozioni
Non l’abbiamo fatto apposta: Un arcobaleno di emozioni
E-book156 pagine2 ore

Non l’abbiamo fatto apposta: Un arcobaleno di emozioni

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Info su questo ebook

Scrivo questo libro per raccontarvi le sensazioni, le emozioni, gli attimi e i ricordi che, tutti assieme, compongono quella che è la storia della mia vita. E lo faccio per un motivo ben preciso: perché sono certa che, attraverso questo racconto, avrò l’opportunità di farvi leggere e conoscere tante altre storie. Storie di parenti, amici e tanti altri vissuti che, nel tempo, si sono indissolubilmente intrecciati al mio. Senza dubbio alcuno, queste mie pagine non riguardano solo la mia persona, ma anche e soprattutto i miei figli, tutti i miei figli: le loro storie, le loro scelte, i loro singoli percorsi, a partire da quel primo incontro che ha cambiato tanto il mio, quanto il loro futuro. Dietro ognuno di loro c’è una storia precisa, innumerevoli momenti di un vissuto che, fra le gioie e i dolori della vita, hanno visto coinvolta la nostra famiglia allargata; e tutti, senza esclusione, meritano di esser messi nero su bianco.
A loro, alle loro vittorie, alle loro amarezze, è dedicato questo libro, nella convinzione che la disabilità, l’handicap in generale, non debba rappresentare sempre ed esclusivamente un limite, quanto piuttosto un punto di partenza: da questo limite apparente, infatti, possono svilupparsi innumerevoli ed incredibili possibilità che a nessuno dovrebbero mai essere precluse.
LinguaItaliano
Data di uscita30 apr 2022
ISBN9791220125819
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    Non l’abbiamo fatto apposta - Fulvia Antola

    cover01.png

    Fulvia Antola

    Non l’abbiamo fatto apposta

    Un arcobaleno di emozioni

    © 2022 Europa Edizioni s.r.l. | Roma

    www.europaedizioni.it - info@europaedizioni.it

    ISBN 979-12-201-1551-3

    I edizione aprile 2022

    Finito di stampare nel mese di aprile 2022

    presso Rotomail Italia S.p.A. - Vignate (MI)

    Distributore per le librerie Messaggerie Libri S.p.A.

    Non l’abbiamo fatto apposta

    Un arcobaleno di emozioni

    Scrivo questo libro per raccontarvi le sensazioni, le emozioni, gli attimi e i ricordi che, tutti assieme, compongono quella che è la storia della mia vita. E lo faccio per un motivo ben preciso: perché sono certa che, attraverso questo racconto, avrò l’opportunità di farvi leggere e conoscere tante altre storie. Storie di parenti, amici e tanti altri vissuti che, nel tempo, si sono indissolubilmente intrecciati al mio.

    Senza dubbio alcuno, queste mie pagine non riguardano solo la mia persona, ma anche e soprattutto i miei figli, tutti i miei figli: le loro storie, le loro scelte, i loro singoli percorsi, a partire da quel primo incontro che ha cambiato tanto il mio, quanto il loro futuro. Dietro ognuno di loro c’è una storia precisa, innumerevoli momenti di un vissuto che, fra le gioie e i dolori della vita, hanno visto coinvolta la nostra famiglia allargata; e tutti, senza esclusione, meritano di esser messi nero su bianco.

    A loro, alle loro vittorie, alle loro amarezze, è dedicato questo libro, nella convinzione che la disabilità, l’handicap in generale, non debba rappresentare sempre ed esclusivamente un limite, quanto piuttosto un punto di partenza: da questo limite apparente, infatti, possono svilupparsi innumerevoli ed incredibili possibilità che a nessuno dovrebbero mai essere precluse.

    Fulvia

    Capitolo 1

    Sono nata in una delle grandi città del Nord Italia: Genova, per la precisione… una di quelle città in cui tutte le donne, ormai, partorivano direttamente in ospedale. Nacqui d’inverno, come terza di tre figli. Non fui cercata, questo lo seppi poi, ma fui sempre accettata e sinceramente amata, fin dai miei primissimi istanti.

    Nacqui in una famiglia semplice e tranquilla, in una famiglia di operai, la quale non mi fece mai mancare nulla. Il mio nonno materno Carlo era un postino in pensione: di lui ho un ricordo sorprendentemente vivido, praticamente indelebile, nonostante sia venuto a mancare quando avevo circa due anni e mezzo. Sua figlia, cioè mia madre, si chiamava Mirella: terza di quattro figli, era nata nel 1935 e a soli quattordici anni era rimasta orfana di madre, la nonna Mina. La sorella maggiore Fulvia si sposò appena finita la guerra nel 1945 ed andò a vivere con il marito, lo zio Giovanni. Perciò, unica ragazza in casa, si era dovuta trasformare in massaia e farsi carico della responsabilità di amministrare tutta la casa, occupandosi anche della sua sorellina Anna di nove anni, di suo fratello Gino già adulto e chiaramente di suo padre, nonno Carlo. La sua giovinezza, in qualche modo, venne ipotecata da una serie di responsabilità decisamente più grandi di lei, le quali richiedevano indubbiamente un grado di accortezza, fatica e responsabilità ben diverso rispetto a quello che, solitamente, si sarebbe potuto richiedere ad un’adolescente anche a quei tempi.

    Mia mamma mi raccontava che d’estate, alle 5 di mattina, stendeva le lenzuola dopo averle lavate a mano, e poi si occupava delle faccende di casa. Appena finite le faccende, alle 9 usciva con la sorellina per andare al mare e rientrava in tempo per fare la spesa e metterla in tavola. Altri giorni non poteva svagarsi, perché c’erano i pavimenti, le cose da stirare, ma soprattutto l’esile sorellina che sovente era malata.

    Questa era la sua vita e la accettava… ma non poteva certo accettare la malattia e la morte precoce di sua madre: un nostalgico dolore che non le dette mai pace, tanto da portare con sé quella perdita come un grande fardello, come un nodo in gola che mai riuscì a sciogliere.

    Mio padre, invece, era nato nel 1930 in una famiglia che potremmo definire un po’ traballante, da un punto di vista più strettamente economico: a periodi, era difficile sbarcare il lunario e così, spesse volte, la famiglia veniva cacciata di casa per morosità e mio padre, ancora bambino, arrivò anche a pensare che quella fosse una regola che valeva per tutti, cioè che fosse normale cambiare spesso casa e quartiere. Mio nonno paterno Giovanni faceva il venditore ambulante, quindi, lasciando la famiglia a Genova, era solito migrare tra le terre liguri e piemontesi. Ad essere onesti, a mio padre, secondogenito di quattro fratelli, non piaceva proprio quel genere di lavoro, quel vivere un po’ randagio, anche in virtù della sua attitudine generalmente indisciplinata – qualcuno avrebbe anche potuto dire che fosse una testa calda, alla quale ci voleva davvero poco per prender fuoco.

    Entrambi i miei genitori, fin da bambini, furono accomunati dall’aver subito alcune delle gravi conseguenze della Seconda Guerra Mondiale: poiché, seppur fossero ancora distanti, negli stessi anni vennero entrambi sfollati – mia madre a La Spezia, mio padre in Piemonte. In particolar modo, mia madre, prima dello sfollamento, subì molto i traumi legati a quei catastrofici eventi: ricordava nitidamente le corse notturne nella galleria del treno, la paura che riempiva quegli attimi e lo stagliarsi dei fasci di luce dei bengala nel cielo della città che precedevano le esplosioni. Proprio per questi motivi, non era affatto casuale che, in età adulta, i temporali e soprattutto i lampi le creassero un’ansia terribile – ma questo, ovviamente, l’avrei capito solo una volta diventata adulta.

    Della guerra mio padre racconta molti episodi: lui aveva dieci anni quando cominciò il conflitto e ricorda molte cose, ma sopra a tutte il bombardamento navale degli inglesi, che avvenne in pieno giorno e colpì anche il quartiere nel quale viveva. Questo il suo racconto: «Era domenica mattina, il 9 febbraio del 1941, mio padre (il nonno Giovanni) si stava facendo la barba, quando all’improvviso sentimmo fischi acuti di proiettili ed esplosioni sparse per tutta la zona. L’obiettivo dei bombardamenti erano i cantieri navali e le industrie, ma seminarono morte e distruzione fra la popolazione. Venne anche bombardato un ospedale dove morirono tante donne ricoverate. Tutto tremava e sembrava non dovesse finire mai. Gli aerei di ricognizione sorvolavano la città e la gente scappava per le strade in cerca di un rifugio. Molti proiettili rimasero inesplosi: uno colpì anche il nostro duomo attraversando il tetto, posandosi inesploso a terra – quel proiettile non lasciò mai la chiesa, perché venne disinnescato e alloggiato vicino all’entrata. Quando uscimmo all’aperto, la prima cosa che facemmo io e mia sorella più grande fu quella di correre a fermare il nostro fratellino piccolo, che tra lo stupore e l’innocenza correva verso i proiettili inesplosi, affascinato dal fatto che gli sembravano pesci rossi». Di questo racconto, come di altri, ho la registrazione in genovese stretto, dialetto che abitualmente parliamo in casa e fra parenti.

    I miei genitori si erano conosciuti da giovanissimi, quando avevano rispettivamente diciotto anni lei e ventitré lui. Dovettero sposarsi un po’ di fretta, nel 1954, perché mia madre era rimasta incinta… ma, alla fine, non fu un grande scandalo per le due famiglie: a quei tempi, era quasi una tradizione avere dei primogeniti settimini del peso superiore ai tre chili! A dirla tutta, visto che non avevano alle spalle un lungo fidanzamento e, a detta loro, fossero anche parecchio litigiosi a causa della gelosia di mio padre, praticamente nessuno avrebbe scommesso sulla buona riuscita della loro unione – ma, per fortuna, il tempo gli avrebbe dato torto! Al tempo, poi, entrambi lavoravano assieme a mio nonno paterno, sempre come ambulanti nei vari mercati: al contrario di mio padre, però, a mia madre piaceva molto quel lavoro, tanto da continuare a dedicarvisi anche nel pieno del suo periodo di gravidanza.

    E così, in quello stesso 1954, nacque mia sorella Mina. Forse potrà sorprendere, almeno all’apparenza, la decisione che mia madre prese dopo qualche mese dalla sua nascita: quella, cioè, di affidare la sua prima figlia alle cure dei suoi suoceri, alle cure dei miei nonni paterni – che, in ogni caso, vedeva e frequentava tutti i giorni perché vivevano nelle vicinanze della sua casa. Dico all’apparenza perché, ragionando sulla situazione nella quale si ritrovava, le ragioni di quella scelta diventano più che evidenti. Anzitutto perché, oltre ad essere giovanissima, le piaceva lavorare e il suo contributo lavorativo era necessario quanto quello di mio padre, almeno in quel periodo. Ma anche il fatto che i miei genitori, dopo il matrimonio, andarono a vivere nella casa paterna di madre: dopotutto, per lei non era cambiato nulla, ed oltre al lavoro adesso aveva un marito e una nuova gravidanza, la sorellina, il vecchio padre e il fratello adulto di cui occuparsi. Insomma, ancora doveva occuparsi della sua famiglia, ora aumentata, continuando ad amministrare la casa e a svolgere tutte le faccende del caso – senza alcuna lavatrice o lavastoviglie, poi! E, infine, i miei nonni, solo due anni prima, avevano perso uno dei loro figli: Angelo, detto Lino, era il terzo di quattro fratelli e aveva solo diciassette anni, ma una nefrite se l’era portato via nell’immenso dolore di tutta la sua famiglia. Così, in qualche modo, mia sorella Mina avrebbe portato loro una ventata di nuova vita dopo l’atroce lutto che li aveva vessati, restando in quella casa fino ai suoi sei anni.

    Nel 1955, un anno dopo, sarebbe nato mio fratello Gianni, che stavolta sarebbe cresciuto assieme ai nostri genitori, mettendo fine al lavoro extra domestico di mia madre ed al lavoro di ambulante per mio padre, che in quegli anni si impegnò moltissimo nel trovare lavori sempre meglio retribuiti, a vantaggio di tutta la famiglia, ma soprattutto per mia madre, che poté finalmente avere, uno dopo l’altro, tutti gli elettrodomestici necessari a semplificarle la vita.

    Però, sarebbe passato ancora qualche anno prima che la nostra famiglia si ricomponesse e, quando ciò avvenne, generò un bel po’ di confusione e sofferenza in Mina, che ormai era abituata a vedere le nostre zie paterne come sorelle e nostra nonna come madre. A mio avviso, questo fu tutto un pasticcio figlio di ingenuità, ignoranza e mancanza di rispetto verso una piccola creatura inconsapevole e, nonostante nessuno fosse intenzionato a danneggiarla psicologicamente, di fatto lo fu: forse, se la mia mamma avesse avuto sua madre a consigliarla, le cose sarebbero andate diversamente. Per mia sorella fu un brutto colpo doversi adattare a vivere con la sua famiglia, dover convivere con un fratello, probabilmente ingelosito dalla situazione: non riesco ad immaginare come una bimba di sei anni potesse sentirsi, ma di certo non bene.

    Fu negli ultimi anni ’50 che mio zio Gino fu trasferito dall’azienda in cui lavorava a Novara: alloggiava abitualmente in un albergo ad Omegna, e lì conobbe la figlia dei gestori, Olga, con la quale convolò a nozze il 26 giugno 1960.

    Il mio arrivo, tre anni dopo, come già accennato, fu una vera e propria sorpresa: nascevo nel 1963, ad una distanza di otto e nove anni rispetto ai miei fratelli e, ormai, mia madre temeva di essere troppo in là con gli anni per poter concepire un terzo figlio – non perché fosse oggettivamente anziana, avendo ancora solo ventinove anni, ma perché in cuor suo aveva il forte timore di poter morire prima che tutti i suoi figli avessero raggiunto l’età adulta, come era capitato a lei e alla sua sorellina. Alla fine, come avrebbe scoperto col tempo, questo suo timore sarebbe stato sostanzialmente infondato. Avevo pochi mesi, quando anche la zia Anna, divenuta una giovane donna, sposò il suo Agostino. Era il 10 maggio 1964 e la nostra diventò, a tutti gli effetti, una famiglia moderna, quella definita unicellulare e cioè composta solo dai genitori e i figli… una bella catastrofe sociale, ma questo è tutto un altro discorso.

    Da bambina, ero davvero molto curiosa, ma sapevo comunque essere buona e calma: non ho mai dato grossi problemi ai miei genitori e, sinceramente, non ricordo neanche una singola volta in cui ai miei capitò di alzare le mani contro di me. Mia madre mi diceva spesso che con me si era sentita davvero realizzata nel suo ruolo di madre, perché era ormai più matura e consapevole. Però, ecco, a detta di molti ero una bambina strana: tralasciamo il fatto che, fra le altre cose,

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