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Amici Gatti
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E-book153 pagine2 ore

Amici Gatti

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Info su questo ebook

Una dottoressa viaggiatrice con una passione sfrenata per i felini in un quartiere di una Bologna ancora autentica dove la gente si parla dalle finestre e si impiccia bonariamente degli affari degli altri.
Così è nato Amici gatti, una passeggiata lunga quindici anni, storie di gatti indissolubilmente legate alle vite degli umani, un viaggio fantastico dove le risate sfumano nella commozione per chi è venuto a mancare lungo il cammino.
Ida Rubino osserva la realtà al di là delle sue finestre, rendendo libera la sua fantasia. I suoi racconti sui gatti ci faranno emozionare e divertire, come è stato per lei mentre le scriveva, e scopriremo come un gatto può cambiarci la vita, amico silenzioso e discreto che ci porterà nelle storie delle vite di altre persone, nelle loro sofferenze, nelle loro gioie, nei loro segreti. Un viaggio emozionante, dove allegria e tristezza ci faranno in fondo amare la vita in tutte le sue sfaccettature, rendendoci persone ogni giorno migliori.

Ida Rubino è nata a Finale Emilia (MO), ha iniziato la sua storia d’amore con le parole scritte guardando “Non è mai troppo tardi” in TV, sul banco costruito dal nonno alla tenera età di tre anni. Ha svolto la professione di medico cardiologo all’ospedale di Lugo di Romagna fino al 2022. Poliglotta, viaggiatrice solitaria e in ultimo appassionata giocatrice di ping pong. Coautrice in Voci dalla Pandemia (Edizioni Medstage, 2021), vive a Bologna in compagnia di tre gatti.
 
LinguaItaliano
Data di uscita30 apr 2022
ISBN9788830661967
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    Anteprima del libro

    Amici Gatti - Ida Rubino

    Nuove Voci

    Prefazione di Barbara Alberti

    Il prof. Robin Ian Dunbar, antropologo inglese, si è scomodato a fare una ricerca su quanti amici possa davvero contare un essere umano. Il numero è risultato molto molto limitato. Ma il professore ha dimenticato i libri, limitati solo dalla durata della vita umana.

    È lui l’unico amante, il libro. L’unico confidente che non tradisce, né abbandona. Mi disse un amico, lettore instancabile: Avrò tutte le vite che riuscirò a leggere. Sarò tutti i personaggi che vorrò essere.

    Il libro offre due beni contrastanti, che in esso si fondono: ci trovi te stesso e insieme una tregua dall’identità. Meglio di tutti l’ha detto Emily Dickinson nei suoi versi più famosi

    Non esiste un vascello come un libro

    per portarci in terre lontane

    né corsieri come una pagina

    di poesia che s’impenna.

    Questa traversata la può fare anche un povero,

    tanto è frugale il carro dell’anima

    (Trad. Ginevra Bompiani).

    A volte, in preda a sentimenti non condivisi ti chiedi se sei pazzo, trovi futili e colpevoli le tue visioni che non assurgono alla dignità di fatto, e non osi confessarle a nessuno, tanto ti sembrano assurde.

    Ma un giorno puoi ritrovarle in un romanzo. Qualcun altro si è confessato per te, magari in un tempo lontano. Solo, a tu per tu con la pagina, hai il diritto di essere totale. Il libro è il più soave grimaldello per entrare nella realtà. È la traduzione di un sogno.

    Ai miei tempi, da adolescenti eravamo costretti a leggere di nascosto, per la maggior parte i libri di casa erano severamente vietati ai ragazzi. Shakespeare per primo, perfino Fogazzaro era sospetto, Ovidio poi da punizione corporale. Erano permessi solo Collodi, Lo Struwwelpeter, il London canino e le vite dei santi.

    Una vigilia di Natale mio cugino fu beccato in soffitta, rintanato a leggere in segreto il più proibito fra i proibiti, L’amante di lady Chatterley. Con ignominia fu escluso dai regali e dal cenone. Lo incontrai in corridoio per nulla mortificato, anzi tutto spavaldo, e un po’ più grosso del solito. Aprì la giacca, dentro aveva nascosto i 4 volumi di Guerra e pace, e mi disse: Che me ne frega, a me del cenone. Io, quest’anno, faccio il Natale dai Rostov.

    Sono amici pazienti, i libri, ci aspettano in piedi, di schiena negli scaffali tutta la vita, sono capaci di aspettare all’infinito che tu li prenda in mano. Ognuno di noi ama i suoi scrittori come parenti, ma anche alcuni traduttori, o autori di prefazioni che ci iniziano al mistero di un’altra lingua, di un altro mondo.

    Certe voci ci definiscono quanto quelle con cui parliamo ogni giorno, se non di più. E non ci bastano mai. Quando se ne aggiungono altre è un dono inatteso da non lasciarsi sfuggire.

    Questo è l’animo col quale Albatros ci offre la sua collana Nuove voci, una selezione di nuovi autori italiani, punto di riferimento per il lettore navigante, un braccio legato all’albero maestro per via delle sirene, l’altro sopra gli occhi a godersi la vastità dell’orizzonte. L’editore, che è l’artefice del viaggio, vi propone la collana di scrittori emergenti più premiata dell’editoria italiana. E se non credete ai premi potete credere ai lettori, grazie ai quali la collana è fra le più vendute. Nel mare delle parole scritte per esser lette, ci incontreremo di nuovo con altri ricordi, altre rotte. Altre voci, altre stanze.

    A Cinzia ,

    che mi regalava libri e sorrisi.

    "A cat’s eyes are windows enabling us

    to see into another world."

    (Proverbio irlandese)

    Premessa

    Credetemi, un gatto affamato può cambiarvi la vita.

    È sufficiente scendere venti gradini, aprire il portone di casa e lasciare che un quattrozampe peloso entri nel vostro quotidiano.

    Vi troverete improvvisamente e sorprendentemente catapultati da un’isola deserta ad un villaggio turistico dove non si dorme mai.

    Così, senza che nemmeno ve ne rendiate conto, questi amici silenziosi e discreti vi prenderanno per mano e vi porteranno in un mondo nascosto ma reale di donne maltrattate che combattono per i propri figli, di anziani soli affamati di compagnia, di ammalati che vogliono restare attaccati alla vita. Troverete tristezza ed allegria.

    Se vi lascerete guidare da loro, sarà il viaggio più bello ed emozionante di tutti, quello dove la generosità può mitigare il dolore.

    Alla fine per questo sarete persone migliori.

    Un grazie a tutti i gatti che, inconsapevoli attori della saga di quartiere dedicata a loro, mi hanno aperto le porte di un mondo pieno di gente e di storie. Senza di loro sarei ancora a vagare nella solitudine e nel silenzio dell’isola deserta.

    Grazie agli amici gatti oggi ho anche amici umani e per questo sono diventata una persona migliore.

    Amici gatti

    Era l’estate del 2001. Le Twin Towers non erano ancora cadute e la routine del mondo procedeva indisturbata. Per un mese si sarebbe riusciti a non parlare di calcio e le cronache sarebbero state occupate da un giallo ben condito.

    Appena calato il sole cocente, il cemento della città iniziava a restituire con gli interessi il calore accumulato nel pomeriggio senza nubi.

    I soliti pensionati seduti nel centro commerciale all’ingresso della Coop a parlare di morti e malattie, i soliti anticonformisti a godersi le strade vuote, perché in vacanza è meglio andarci quando sono rientrati tutti, anche a costo di passare quindici giorni all’hotel Miramonti a farsi solitari con le carte, cruciverba e grappini alla pera, mentre Giove pluvio rimette a posto le statistiche dopo mesi senza una goccia d’acqua.

    Come dicevo, era l’estate del 2001 e a Bologna, puntuali come il TG1 dell’ora di cena, da un balcone di una palazzina di via Onofrio Mamini arrivavano le urla di un uomo e di una donna che evidentemente avevano buoni motivi per litigare tutte le sere. Noi pubblico involontario della porta accanto sapevamo di chi si trattava, due quasi cinquantenni ex sessantottini con la testa ancora a vagare confusa nell’utopia di una rivoluzione che mai fu.

    Le urla si alternavano a sordi colpi, forse botte o lanci di stoviglie, e non era tanto il teatrino a puntate di due adulti ai ferri corti, talvolta con arrivo finale della volante della Polizia, a darci pena, quanto la consapevolezza di sapere che in mezzo c’era un bambino di sì e no tre anni. E, lasciatemi aggiungere, anche un gatto. Anzi, una gatta tigrata di nome Smilla.

    La storia inizia proprio lì.

    Abitavo già da alcuni anni in un piccolo grazioso appartamento della prima periferia, stradine dove un tempo avevano vissuto le donne che scendevano al fiume a lavare i panni, case basse color ocra, tetti di tegole e grossi scuri verdi alle finestre.

    Gli edifici erano stati ristrutturati ed il quartiere ospitava una variegata popolazione di bolognesi con pedigree nati all’ombra del Dall’Ara, single rampanti e comunità di studenti universitari e di alternativi stile anni ’60.

    Sarà stato in parte per il mio carattere schivo, in parte per il lavoro che mi portava fuori mentre il resto del quartiere dormiva, dopo sei anni conoscevo a malapena il mio rumoroso vicino di casa e solo per i decibel che trapassavano i muri le sere in cui intratteneva ospiti a cena. Quando morì prematuramente dopo poco, mi sembrò che si fossero spenti tutti i rumori della città, tanto circoscritta era rimasta la mia sfera sensoriale.

    Così, mentre la sigla del TG1 dei miei dirimpettai duri d’orecchio faceva rimbombare tutta la via fino all’insegna della Mesticheria Righetti, Smilla sgattaiolava dal balcone quando a casa minacciava temporale e con pochi balzi era sotto le mie finestre a miagolare per farsi aprire la porta.

    Era magra la micia quell’estate, aveva otto anni e il piglio della padrona del quartiere, dolce ma autoritaria, la pelliccetta tigrata le cadeva larga sullo scheletro, per una ciotola troppo spesso vuota. Saliva i venti gradini verso casa mia con la coda eretta, sfregava il muso contro i mobili e subito dopo iniziava un balletto in punta di zampe vicino allo sportello della dispensa dove avevo iniziato a immagazzinare cibo per gatti.

    A volte era contenta di una sola bustina di bocconcini, altre volte continuava a mangiare fin quasi a stramazzare sfinita con i baffi ancora imperlati di sugo di coniglio. Poi, sazia e soddisfatta, si accomodava sul divano, si stirava e si allungava come sa fare solo un gatto, e dava il via a pennichelle che in alcune occasioni arrivarono a durare quasi dodici ore.

    Mi resi presto conto che, nonostante le baruffe, la famiglia di Smilla avrebbe potuto accorgersi della sua assenza prolungata ed accusarmi di sequestro di animale, per cui quando lei si risvegliava, presi ad avvicinarmi timorosamente al balcone di via Onofrio Mamini per restituirla. In questo modo conobbi Antonietta e la sua gatta diventò per me il trait-d’union con la sua vicenda tormentata.

    Mi fermavo nel suo cortiletto sotto il balcone e allungavo Smilla sul tetto del capanno da dove spiccava il salto per rientrare. Rassicuravo Antonietta che la micia aveva mangiato a sufficienza e me ne andavo prima che iniziassero le urla.

    Essendo diventata ormai una quasi mamma affidataria della gatta, qualche volta Antonietta, approfittando dell’assenza del padre di suo figlio, mi fece salire e mi raccontò come stavano le cose. Aveva una tremenda paura di essere mal giudicata dai vicini, come capita a molte donne sulle cui spalle pesa la responsabilità di un figlio da allevare da sole e di una storia d’amore sbagliata. Stava cercando di mandare via definitivamente da casa sua il padre di quel figlio tanto amato e l’impresa non sembrava per niente semplice. Lui era uno strambo abbastanza violento, rimasto fossilizzato agli anni della contestazione fine a se stessa. Non aveva un lavoro fisso, suonava le tastiere per un coro gospel, puliva i campi di bocce dei circoli ARCI e l’essere diventato padre non sembrava aver catalizzato in lui nessun processo di maturazione accelerata.

    Adesso che Antonietta mi aveva raccontato le sue vicende, quando lo incrociavo per strada provavo un senso di preoccupazione, quasi immaginassi che potesse intravedere nelle mie attenzioni per la gatta una cospirazione contro di lui. Aveva occhi strani quasi da pazzo, anche se quando prendeva per mano Lorenzo sembrava il papà più dolce del mondo.

    Come

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