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Achille
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E-book122 pagine1 ora

Achille

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Fin dal suo concepimento il mito di Achille si caratterizza per essere destinato a diventare archetipico dell’eroe: così appare nei primi versi dell’Iliade, così viene poi percepito e tramandato da gran parte della letteratura e della filosofia successiva. Tutte le storie e le vicende del più grande e famoso eroe della Grecia antica qui rivivono per la prima volta raccolte insieme in un saggio che sembra un romanzo, ma si fonda invece su una massima fedeltà alle fonti letterarie greco-romane. L’autore esperimenta un nuovo modo di raccontare il Mito tramite un linguaggio veloce, evocativo, intenso, che intreccia in una fitta foresta di rimandi il racconto di Achille. L’eroe greco appare allora come una figura giovanissima, un fanciullo mai cresciuto, un personaggio vivo, senza tempo, ricco di una selvaggia e antichissima sapienza. Un eroe paradossale, sempre inattuale, fatale, già quasi nichilista e proprio per questo a noi vicino, come fosse un amico, un parente, una forza della natura. L’intera antichità e tutto il Mito greco vengono quindi riletti da Prati alla luce di Achille, il quale assume così una posizione universale e centrale nella storia ideale e culturale di quello strano mistero chiamato “Uomo”. Dall’Achille di Omero all’Achille di Carmelo Bene, cioè fino alla nostra contemporaneità colta nei suoi aspetti lirici e tragici.

Giacomo Maria Prati  (Tortona, 1971), curatore d’arte, saggista, autore, iconologo, mitografo esordisce come scrittore nel 2013 con una nuova traduzione dell’Apocalisse di Giovanni. Tra le sue ultime opere: Essere Carmelo Bene.
LinguaItaliano
Data di uscita30 apr 2022
ISBN9788830661875
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    Anteprima del libro

    Achille - Giacomo Maria Prati

    Nuove Voci

    di Barbara Alberti

    Il prof. Robin Ian Dunbar, antropologo inglese, si è scomodato a fare una ricerca su quanti amici possa davvero contare un essere umano. Il numero è risultato molto molto limitato. Ma il professore ha dimenticato i libri, limitati solo dalla durata della vita umana.

    È lui l’unico amante, il libro. L’unico confidente che non tradisce, né abbandona. Mi disse un amico, lettore instancabile: Avrò tutte le vite che riuscirò a leggere. Sarò tutti i personaggi che vorrò essere.

    Il libro offre due beni contrastanti, che in esso si fondono: ci trovi te stesso e insieme una tregua dall’identità. Meglio di tutti l’ha detto Emily Dickinson nei suoi versi più famosi

    Non esiste un vascello come un libro

    per portarci in terre lontane

    né corsieri come una pagina

    di poesia che s’impenna.

    Questa traversata la può fare anche un povero,

    tanto è frugale il carro dell’anima

    (Trad. Ginevra Bompiani).

    A volte, in preda a sentimenti non condivisi ti chiedi se sei pazzo, trovi futili e colpevoli le tue visioni che non assurgono alla dignità di fatto, e non osi confessarle a nessuno, tanto ti sembrano assurde.

    Ma un giorno puoi ritrovarle in un romanzo. Qualcun altro si è confessato per te, magari in un tempo lontano. Solo, a tu per tu con la pagina, hai il diritto di essere totale. Il libro è il più soave grimaldello per entrare nella realtà. È la traduzione di un sogno.

    Ai miei tempi, da adolescenti eravamo costretti a leggere di nascosto, per la maggior parte i libri di casa erano severamente vietati ai ragazzi. Shakespeare per primo, perfino Fogazzaro era sospetto, Ovidio poi da punizione corporale. Erano permessi solo Collodi, Lo Struwwelpeter, il London canino e le vite dei santi.

    Una vigilia di Natale mio cugino fu beccato in soffitta, rintanato a leggere in segreto il più proibito fra i proibiti, L’amante di lady Chatterley. Con ignominia fu escluso dai regali e dal cenone. Lo incontrai in corridoio per nulla mortificato, anzi tutto spavaldo, e un po’ più grosso del solito. Aprì la giacca, dentro aveva nascosto i 4 volumi di Guerra e pace, e mi disse: Che me ne frega, a me del cenone. Io, quest’anno, faccio il Natale dai Rostov.

    Sono amici pazienti, i libri, ci aspettano in piedi, di schiena negli scaffali tutta la vita, sono capaci di aspettare all’infinito che tu li prenda in mano. Ognuno di noi ama i suoi scrittori come parenti, ma anche alcuni traduttori, o autori di prefazioni che ci iniziano al mistero di un’altra lingua, di un altro mondo.

    Certe voci ci definiscono quanto quelle con cui parliamo ogni giorno, se non di più. E non ci bastano mai. Quando se ne aggiungono altre è un dono inatteso da non lasciarsi sfuggire.

    Questo è l’animo col quale Albatros ci offre la sua collana Nuove voci, una selezione di nuovi autori italiani, punto di riferimento per il lettore navigante, un braccio legato all’albero maestro per via delle sirene, l’altro sopra gli occhi a godersi la vastità dell’orizzonte. L’editore, che è l’artefice del viaggio, vi propone la collana di scrittori emergenti più premiata dell’editoria italiana. E se non credete ai premi potete credere ai lettori, grazie ai quali la collana è fra le più vendute. Nel mare delle parole scritte per esser lette, ci incontreremo di nuovo con altri ricordi, altre rotte. Altre voci, altre stanze.

    Prefazione di Diego Fusaro

    Achille, o del coraggio che non esclude la riflessione

    L’Ippia minore di Platone, che anche la Metafisica di Aristotele menziona (VI, 5, 1140 b 22), ha per oggetto una vexata quaestio che, per quel che sappiamo, larga eco ebbe nell’antichità e anche oltre. L’oggetto del contendere riguarda, infatti, la questione circa la preferibilità di Achille o di Odisseo e, conseguentemente, il maggior valore del primo o del secondo poema omerico.

    Il sofista Ippia ha da poco concluso il suo roboante discorso, al cui centro era la figura di Omero: il pubblico è entusiasta per l’arte retorica sfoggiata da Ippia. Ma Socrate avanza alcuni dubbi, a partire dai quali prende a svilupparsi il dialogo tra il sofista e il maieuta d’Atene.

    Socrate subito domanda a Ippia chi, tra Odisseo e Achille, ritenga superiore e per quale ragione. Ippia non ha dubbio alcuno e subito prospetta la sua risposta: Omero ha rappresentato Achille come il migliore tra quanti giunsero a Troia, Nestore come il più saggio e Odisseo come il più astuto (Ippia minore, 364 c).

    A Socrate che lo incalza, Ippia spiega che Achille, a differenza di Odisseo dal multiforme ingegno (πολύτροπος), è raffigurato come semplice e sincero, giammai come un astuto mentitore. Ed è proprio questo, poi, l’oggetto principale del dialogo: chi sia il mentitore e in cosa consista dire il falso.

    Al di là dello sviluppo del dialogo, è interessante sottolineare il tema nodale del differente, per non dire opposto, carattere di Odisseo e di Achille. Si tratta, a ben vedere, di un vero e proprio τόπος letterario, che mette capo a due diversi modi di intendere e di praticare il coraggio.

    Segnatamente, Achille e Odisseo rinviano rispettivamente, in forma paradigmatica, a un coraggio concepito come mero divampare del lampo dell’inizio, della forza d’aggressione immediata e senza riflessività o, in maniera opposta, a un coraggio pensato come forza della durata e della sopportazione meditata, che dura e si rinnova come una fiamma: una fiamma il cui ardere sempre vivo si dilata nel tempo, sapendo agire e differire l’agire a seconda del tempo debito (καιρός) e delle opportunità.

    Achille, dunque, rinvia al tempo dell’istante e dell’immediatezza aprospettica, dell’azione che, senza differire, deve ottenere subito e senza dilazioni il suo obiettivo, senza timore alcuno per la morte e per il pericolo. Odisseo, dal canto suo, rimanda al tempo kairotico della meditazione e dell’attesa: di quell’attesa che si protrae per i dieci anni della perigliosa navigazione e del tormentato errare che, dalla partenza dalla rocca di Ilio, lo separano dalla patria Itaca.

    Achille è l’eroe della linearità immediata del tutto e subito, Odisseo dell’attesa e della sopportazione, che, in nome dell’agire più efficace, sa sospendere l’azione e differirla, come con il Ciclope o con il capraio Melanzio, con le ancelle traditrici e con lo svelamento della propria identità.

    Sicché Achille e Odisseo assurgono a idealtipizzazioni di due diverse figure concettuali,: il primo, l’eroe del coraggio di aggressione, che agisce in modo fulmineo e si sprigiona incontenibile come la corsa di un leone; il secondo, l’eroe del coraggio come perseveranza e sopportazione, che non si estrinseca solo, né soprattutto, sul campo di battaglia, ma che va a investire un’ampia gamma di determinazioni satellitari riguardanti la vita nei suoi aspetti più poliedrici, in riferimento a uno spazio dell’interiorità che delinea i perimetri di un coraggio non altrimenti qualificabile che come pazienza di sopportazione.

    Da queste due diverse e forse inconciliabili modalità di intendere e di praticare la virtù eroica per eccellenza, sorge allora una messe di quesiti che non possono essere elusi: è da preferirsi il coraggio di aggressione di Achille o quello odisseico di sopportazione? L’attacco immediato o la resistenza paziente? L’inizio eroico e discontinuo o la tenacia che si rinnova sempre da capo?

    Achille è, dunque, l’immagine assoluta del coraggio eroico, che si dispiega nel campo di battaglia. Nel suo complesso, l’Iliade ne rappresenta la più straordinaria testimonianza: il vero eroe del primo poema omerico resta Achille, accompagnato dall’epiteto θυμολέοντα, cuor di leone (VII, 228), a tal punto che la scaturigine dell’opera consiste nel mancato riconoscimento del suo eroismo da parte di Agamennone.

    L’ἀλκή, il coraggio guerresco, è il tratto quintessenziale di Achille. E costituisce l’attributo principale della maggior parte degli eroi che popolano il poema, sia achei sia troiani, da Ettore ad Aiace, da Patroclo a Enea.

    In assenza della voce ἀνδρεία, termine postomerico attestato per la prima volta nei Sette contro Tebe, la tragedia di Eschilo rappresentata per la prima volta nel 467 a.C – "l’animo duro come ferro brucia di coraggio guerriero (andreia), / i loro occhi di leone spirano Ares (vv. 52-53) –, l’ἀλκή dei poemi omerici, di cui Achille è campione indiscusso, è il coraggio nel suo lato più propriamente fisico e guerriero, quale si declinerà, in epoche successive, nella forma agonistica dei Giochi olimpici" cantati dalle Olimpiche di Pindaro; in essi si scolpisce l’ideale greco di una mascolinità audace, la cui gloria trionfante trascende il singolo atleta per irradiare una luce che illumina la sua famiglia e la sua città.

    Forza dell’anima che non cede davanti al pericolo e che resiste risoluta quale che sia la sorte del combattente, l’ἀλκή è sempre proprietà – oltre che della sfera maschile – del singolo guerriero, come è del resto provato dal fatto che la guerra di Troia cantata dall’Iliade non trova la sua massima espressione nelle scene corali che vedono contrapposti i due eserciti, bensì in quei duelli di cui sono protagonisti singoli eroi contrapposti (Paride contro Menelao, Achille contro Ettore, ecc.).

    A essere privi dell’ἀλκή, nei poemi omerici, non sono soltanto le donne (pur con debite eccezioni, tra cui Penelope e Atena), ma anche tutti coloro che non rientrano nella casta eroica dei migliori (ἄριστοι).

    Prova ne è che, per un verso, gli atti eroici sono compiuti esclusivamente dai guerrieri e che, per un altro verso,

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