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L’invasione degli italioti
L’invasione degli italioti
L’invasione degli italioti
E-book913 pagine12 ore

L’invasione degli italioti

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Info su questo ebook

Sono “normali” 225 morti in 10 stragi di stato – senza contare equivoche stragi di mafia, il Dc9 dell’Itavia, il Moby Prince e gli assassinii di Mattei e Moro – visto che dopo indagini infinite e ridicole sentenze quasi non si conoscono gli esecutori e nulla si sa dei mandanti? 
Sarà stato “normale” svendere la lira alla Ue e (con un altro governo) non fermare la speculazione sui prezzi? È sostenibile un’evasione fiscale di 150 miliardi?
E che dire del giustizialismo, che avrebbe liberato l’Italia dai “malfattori”? Con la “seconda repubblica” il Paese (con i suoi asset produttivi) è andato all’asta, ha perso pluralità ideale e autonomia geopolitica, il debito è salito, malaffare, inflazione e rincari ci sono ancora, con in più la trattativa stato-mafia e, studenti compresi, 3 morti sul lavoro (poi, nel penale, altrettanti errori giudiziari) al giorno. 
La novità è che i giovani avranno un futuro regressivo: disoccupazione e precariato vietano ogni scelta, ma il disagio lo esprimono con convocazioni via web per scazzottarsi o pretendendo una “maturità” senza tema. 
È vero che l’Italia si sarebbe “meridionalizzata”? L’autore affronta la questione posta da Aldo Cazzullo, ma per lui il degrado è nazionale e pianificato: incultura e maleducazione sono “valori premiali” esibiti ovunque con spavalderia, anche alla guida, con 4 milioni di non assicurati (e la distanza di sicurezza è un optional). 
C’è un malaffare sindacale mai indagato. Perché regole diverse fra pubblico e privato? Perché obbligare i pensionati ad iscriversi ai sindacati di partito? È “democratico” vietare le assemblee alle realtà di base così che non si possano presentare nei posti di lavoro durante elezioni che, senza liste nazionali, decidono di ogni diritto? 
Sarà “normale” avere avuto un ministro dell’istruzione con diploma triennale e un presidente della Commissione Cultura del Senato con la terza media? Perché, con 230 miliardi di Recovery Fund, impegnare appena 800 milioni per le scuole, quando servirebbero 13 miliardi solo per rimetterne a norma l’80% (fatiscente)?
Perché, in 20 anni, regalare 150 miliardi a banche e speculatori (anche del gioco d’azzardo)? Perché non portare oggi il gas in Sardegna e non risarcire il giusto le famiglie di medici e infermieri morti di Covid, buttando invece 25 miliardi in spese militari?
Tranne i 4 milioni che leggono (Istat), gli italioti “3.0”, per il 6% terrapiattisti (Censis), sembrano incuranti comparse di una grande “festa” effimera: adorano i centri commerciali (come profetizzò Pasolini) e null’altro.
Intanto, accanto alla falange del pensiero unico, anche gli ultimi epigoni del “post-ideologico” si sono assisi in parlamento, ma non distinguono il Cile dal Venezuela. Riusciremo a riveder le stelle?
LinguaItaliano
Data di uscita31 mar 2022
ISBN9788830660960
L’invasione degli italioti
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    Anteprima del libro

    L’invasione degli italioti - Stefano d’Errico

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    Stefano d’Errico

    L’invasione

    degli italioti

    Maleducati, impuniti, autocrati, faccendieri, prenditori, mestieranti sindacali, politicanti, dilettanti, anti-politici, reazionari(zzati), rivoluziona(t)i, (il)liberali e libert(in)ari nel paese dei balocchi

    © 2022 Gruppo Albatros Il Filo S.r.l., Roma

    www.gruppoalbatros.com - info@gruppoalbatros.com

    ISBN 978-88-306-5113-5

    I edizione marzo 2022

    Finito di stampare nel mese di marzo 2022

    presso Rotomail Italia S.p.A. - Vignate (MI)

    Distribuzione per le librerie Messaggerie Libri Spa

    L’invasione degli italioti

    Il modo più sicuro per restare ingannati è credersi più furbi degli altri

    (François de La Rochefoucauld)

    La furbizia è l’idea che lo stupido ha dell’intelligenza

    (Pino Caruso)

    L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla furbizia

    (Gary Stone)

    I disonesti hanno fatto carriera. Ora li chiamano furbi

    (Guido Rojetti)

    Facciamo più quello che è giusto, invece di quello che ci conviene. Educhiamo i figli ad essere onesti, non furbi

    (Tiziano Terzani)

    L’italietta dei mille campanili fra demerito, concorsi truccati ed emigrazione forzata

    Io sono nato a Verona, mio padre era di Napoli e mia madre di Bologna. Ho vissuto fra il capoluogo emiliano (dove risiedono tuttora i miei fratelli) e la capitale. Perciò non ho ascendenze univoche, né sono portato per vizio d’origine a soffrire di integralismi campanilistici.

    Non indulgo nell’atteggiamento di quanti, difendendo a spada tratta i propri natali e rilevando solo i peccati di chi risiede in una diversa parte del Paese, si accusano reciprocamente dello sfascio italiano.

    Nonostante sia antico come il Paese, è sempre d’attualità il "j’accuse indiscriminato contro le genti del Sud. In questi anni un noto e bravo giornalista, originario delle Langhe ma con un cognome piemontese dal suono non proprio ariano", Aldo Cazzullo, ha scritto un’opera brillante, dal titolo emblematico in proposito: L’Italia de noantri. Come siamo diventati tutti meridionali. In questo libro ne terremo conto.

    È d’altronde innegabile come il sistema di relazioni, il modo di fare invalso nella società civile e lo scadimento del livello della convivenza, siano tali da delineare un punto di criticità particolare, una realtà in qualche modo nuova, persino più compromessa rispetto a quella tradizionalmente fornita dal già pittoresco Paese italico.

    Dopo un’unificazione curata a quasi esclusivo usum del Nord, gli scossoni laici e rivoluzionari ammutoliti dalla cappa di piombo di una dittatura nazional-populista intervenuta fra due conflitti mondiali e conclusasi con la guerra civile, s’era ugualmente sedimentato un certo equilibrio che, sebbene con molti problemi e precarietà, consentiva, almeno nelle piccole cose della quotidianità (e della politica), una parvenza di vivere civile. A garantirlo avevano giocato, nelle varie fasi, prima i valori risorgimentali, poi quelli della resistenza e della ricostruzione.

    Non che le cose andassero benissimo. Erano già state denunciate le ataviche ignoranze e la persistenza del facilonismo retorico, la sifilide politica degli italiani (in sostanza, la propensione, tuttora inveterata, a schierarsi sempre col vincitore del momento). Una piaga denunciata già negli anni ’30 da Camillo Berneri¹, un intellettuale antifascista che sebbene fosse al livello di Gobetti, Carlo Rosselli e Gramsci, solo perché anarchico è stato bellamente ignorato dall’austera quanto insipida intellighentzia nostrana (sinistra ultracompresa) e dal mondo accademico, ambienti profondamente segnati dalle opportunistiche variazioni sul tema del luogo comune.

    Ma chi fu Berneri? Intanto un personaggio antipatico all’Italia del fine che (molto grossolanamente) giustifica i mezzi. I discepoli (di destra e sinistra) della vulgata attribuita al grande Niccolò Machiavelli (emerito prodotto nazionale e d’esportazione) non lo potevano sopportare: venne infatti eliminato dai togliattiani nella Spagna del 1937. Naturale! Non solo combatteva entrambi i totalitarismi, ma, anarchico, era impegnato nell’insegnare all’area libertaria a muoversi da protagonista nella storia: puntava persino a piegare la politica all’imperativo etico. Proprio lui aveva avvertito che – come puntualmente successo – se l’insurrezione contro il fascismo non fosse stata ideale, bensì mera rivolta di ventri vuoti dovuta alla (inevitabile) sconfitta militare, l’inscindibile connubio fra minculpop e totalitarismo avrebbe continuato a gravare sul Paese.

    Del resto la bassa cucina politica ha predominato anche nel Risorgimento. Interessandosi all’Italia, lo scrisse persino l’indipendentista (e guru) indiano Aurobindo, già intorno al 1915:

    Il temperamento e i metodi di Cavour erano in gran parte machiavellici. [...] faceva uso della diplomazia, del temporeggiamento e dei sotterfugi [...]. Ma il successo del Cavour prolungò nel carattere e nell’azione politica italiana alcune delle peggiori caratteristiche delle nazioni a lungo schiave, diventando responsabile di tutti i rovesci, i ritardi, le malattie profondamente radicate che ancora impediscono all’Italia il compimento della sua grandezza².

    Ricordiamoci da dove veniamo: L’Italia che Mazzini trovò era un’Italia corrotta, demoralizzata, truffaldina, immorale, egoistica, completamente divisa e incapace di unione³. Aurobindo, poi fondatore di Auroville presso Pondicherry e di un’originale via allo yoga, sostenne gli studi a Londra e, revanchista, fu un grande estimatore di Mazzini. Scrisse: Cavour era l’uomo del momento. Mazzini era il cittadino dell’eternità⁴. Secondo lui, se avesse prevalso Mazzini: la libertà dell’Italia non sarebbe stata comprata sul mercato francese con l’esca di Nizza e della Savoia⁵. Un cruccio che, come noto, arrovellava anche Garibaldi. In sostanza, siamo nati con la realpolitik.

    Più attrezzato di Berneri per sopravvivere al mondo ed a questo Paese (che infatti abbandonò), fu il suo maestro⁶ Gaetano Salvemini, padre nobile del liberalsocialismo, il quale, rivolgendosi dal suo osservatorio americano ad un altro anarchico, Armando Borghi, mentre costui era in procinto di tornare in Italia, scrisse: Purtroppo la umanità, quale la vedo intorno a me, cioè i novecentonovantanove millesimi e forse più, [...] è interessata solo a mangiare, far figli e andare a scommettere alle corse dei cani⁷. E le cose non paiono cambiate, se non in peggio, dato che i vizi di massa si sviluppano anziché regredire.

    Per quanto attiene al gioco (rivelatore efficace dell’alienazione conclamata), oggi in Italia il giro di soldi è a dir poco colossale: già nel 2009 il solo business legale registrava 80 miliardi di euro annui, sedici volte quanto fattura Las Vegas. Nel 2012, con la crisi, il fatturato è salito a 98 miliardi. Ma grazie alle allegre privatizzazioni intervenute anche in questo settore (Berlusconi docet), lo stato (quello delle manovre da cinquanta miliardi l’anno per far fronte alla crisi perpetua) introiterebbe (ufficialmente, ma non di fatto, perché i gestori non pagano) solo il 10% di questo poderoso giro d’affari. Il resto va (e senza condizionale) ai privati, divenuti gestori di lotterie, scommesse e quant’altro. Prima di questo andazzo (2002), quando l’azzardo fatturava 8 miliardi, lo stato ne introitava 4 (il 50%). In compenso, secondo la Guardia di Finanza, 650.000 minorenni sono coinvolti nel giro.

    Sempre nel 2012, su 98 miliardi (!) di multe comminate dalla Guardia di Finanza ai gestori del gioco d’azzardo, la Corte dei Conti ha ridotto il monte complessivo delle sanzioni a 2,5 mld. Siamo ai giorni di Letta, ed è stato loro concesso di rimanere esposti per solo 480 milioni di euro (riduzione del 70%). Una gentilezza per decreto del governo, ergo di Equitalia (che invece torturava i piccoli debitori), al tempo in cui Letta cercava disperatamente 4 miliardi per abolire l’Imu, poi ridotta ma non cancellata neppure per i proprietari di prima casa, ai quali infatti rimase ancora una mini imposta (che è pur sempre una tassa). Già nel 2015 rispetto al gioco d’azzardo, i rapporti sono spaventosi: una macchina ogni 143 abitanti. I terminali del gioco sono 400.000 in Italia, più 50.000 videolottery. La ludopatia, vera e propria malattia italiana, ha prodotto un giro di 102 miliardi di euro nel 2017 (nel 2004 erano 24 miliardi), la cifra più alta della Ue.

    Dal Risorgimento ad oggi, imperturbabili, le sotto-tradizioni politiche italiane, prodotto dell’arretratezza e dell’ulteriore gap culturale accumulato nel triste ventennio nero rispetto all’Europa, hanno continuato indisturbate ad imporsi invasive, a saccheggiare tutto il saccheggiabile ed oggi non deflettono certo, visto che la posta in gioco è sempre l’egemonia. Non poteva essere diversamente in una terra molto a lungo dominata da un cattolicesimo camaleontico ma integralista, aggrappato alla secolarizzazione, nonché dal permanere in larghi stati popolari della sub-cultura del fascismo. Due totalitarismi a cui, soprattutto dopo la guerra, se ne aggiunge un terzo: il catto-comunismo.

    L’ostracismo conclamato contro qualsivoglia tensione ideale mirante alla partecipazione collettiva, la lotta istintiva avverso la promozione ed il rispetto dell’individuo non intruppato (derisione e colpevolizzazione qualunquista d’ogni tipo d’impegno diretto e responsabile), infine il crollo delle ideologie del Secolo breve, non potevano che determinare e mettere a nudo la quasi assoluta assenza di valori che ha promosso il vero relativismo etico: quello della riuscita sociale a tutti i costi. Un mito che non contempla certo né rischio, né merito, una narrazione priva d’ogni senso del limite, del diritto e della solidarietà, elementi fondanti qualsiasi convivenza civile. Al di là delle analisi di routine, segnate dalla filosofia del tempo, credo sia questo che dovremmo chiamare antipolitica.

    Emblematici sono spesso i concorsi per l’accesso a qualsiasi grado della pubblica amministrazione. Basti un solo esempio per tutti, un concorso per la magistratura svoltosi nel 1992 che coinvolgeva persino Francesca Morvillo, moglie di Giovanni Falcone e uccisa con lui lo stesso giorno nel pomeriggio nell’attentato di Capaci. Quanto successo in quel concorso è assurto però all’onore delle cronache solo nel 2017 e solo grazie alla caparbietà di un candidato astigiano, Pierpaolo Berardi, oggi avvocato, la cui storia è finita su un libro. Ecco come il 28.9.2017 ne parlava il quotidiano la Stampa:

    Era vestita di bianco, Francesca Morvillo. È il 23 maggio 1992 e all’hotel Ergife di Roma è il giorno dell’abbinamento delle buste del concorso in magistratura per uditore giudiziario: mercoledì 20, diritto penale; giovedì 21, diritto amministrativo; venerdì 22, diritto privato con riferimento al diritto romano. Lei alle 16 saluta, deve prendere l’aereo per Palermo. Rimarrà uccisa insieme a suo marito, Giovanni Falcone. È il primo colpo di scena del concorso durante le stragi di mafia. Concorso tanto particolare da finire ora in un libro scritto dal professor Cosimo Lorè e pubblicato da Giuffrè. 

    Il dietro le quinte lo si deve 25 anni dopo alla caparbietà di Pierpaolo Berardi, avvocato astigiano. L’allora giovane legale è uno dei candidati. Quando legge il titolo del tema di penale si frega le mani soddisfatto: quel caso da sviluppare sulla responsabilità penale nel trattamento medico lo ha appena affrontato in tribunale; la prova di amministrativo fila liscia; quella di diritto privato e romano è stata oggetto di un seminario seguito poco prima. Un anno dopo, quando escono i risultati degli scritti, non riesce a credere ai suoi occhi: bocciato.

    Ed è lì che inizia la sua battaglia; da un lato Tar e Consiglio di Stato che gli danno ragione, dall’altra il ministero e il Csm che oppongono resistenza. L’avvocato chiede di potere vedere i suoi scritti e il verbale. Mi dissero al telefono che il verbale non c’era racconta oggi. Quando, dopo un ennesimo vittorioso ricorso al Tar, ha prove e verbali ecco cosa scopre: I miei temi e quelli di altri non vennero assolutamente corretti. Ho calcolato i tempi: tre prove giuridiche complesse per ogni candidato e grafie diverse possono essere corrette ed esaminate riportando voti e verbale per ciascuno in 3 minuti? Evidentemente no.

    Va avanti e la legge gli consente di chiedere anche le prove degli altri candidati promossi. E lì scopre altre perle: temi riconoscibili perché scritti su una sola facciata, altri in stampatello; alcuni pieni di errori giuridici, altri idonei ma senza voto. Un candidato svolge il tema con una traccia diversa da quella indicata; uno scrive con una calligrafia doppia; un altro (si potevano solo consultare i codici) è degno di Pico della Mirandola: pagine e pagine copiate da manuali di Diritto. Tra i temi casuali che Berardi chiede di visionare c’è anche quello di Francesco Filocamo, attuale magistrato al tribunale di Civitavecchia ed estratto a sorte come presidente del tribunale dei ministri. Il ministero con estremo imbarazzo risponde a Berardi: le sue prove non sono in archivio. Un giallo.

    Partono i ricorsi. A Perugia Berardi viene sentito da un pm con presente come uditrice una magistrata che aveva vinto quel concorso. Quando Tar e Csm ordinano di ricorreggere i suoi temi anziché nominare una nuova commissione è la stessa che lo aveva bocciato a farlo.

    Nel 2008 il Csm dopo aver sempre affermato che era tutto regolare riconosce all’unanimità che gli elaborati dell’avvocato Berardi non furono mai esaminati dalla Commissione. Conseguenze? Nessuna⁸.

    È vero che l’estensione abnorme dell’egida delle mafie – le quali, anziché regredire, hanno occupato tutta l’Italia – fa rilevare l’omologazione generale a parametri e comportamenti delinquenziali di origine meridionale. Altrettanto vero è che il Pil di Veneto, Lombardia e Piemonte è, in termini relativi, il più alto del mondo e che se l’Italia si fermasse a Roma ed al Centro raggiungeremmo percentualmente il Pil tedesco, scendendo ad un terzo di quello solo perché c’è il Sud. Il Pil del Veneto, per esempio, persino nel 2014, in tempo di crisi, è cresciuto del 43% (più di Germania, Cina e Giappone). La sola provincia di Vicenza esporta per 14 miliardi l’anno.

    Ma l’epifenomeno andrebbe studiato a fondo. Innegabile, tanto per cominciare, come l’arretramento del Paese agisca in controtendenza persino rispetto alla lenta evoluzione civile del disgraziato continente sud-americano. Davvero troppo per non riconoscervi scelte politico-economiche affatto casuali, cui non può certo ancora dichiararsi estranea quella che veniva definita la parte sana del Paese. Un disequilibrio tale non può che essere condiviso ed ampiamente accettato anche dalle popolazioni del Nord, perché maturato nell’indifferenza e talora nell’interessata complicità dei padani, come scrive lo stesso Cazzullo.

    Al sottosviluppo che non s’arresta, s’unisce, da almeno un trentennio, la preoccupazione per un declino parso inarrestabile ad ogni latitudine della penisola che registra equanimi corresponsabilità della classe dirigente locale e nazionale.

    Il rapporto fra Nord e Sud è segnato da prolifici scambi di vecchia data che hanno sempre trovato puntuale aggiornamento, come dimostra la vicenda dei rifiuti tossici del settentrione industriale finiti per decenni nelle discariche abusive del meridione. Ciò nonostante, la tesi di fondo del giornalista di Alba resta la stessa: saremmo tutti diventati meridionali e questo spiegherebbe anche la sempre più scarsa propensione al lavoro. Causa scatenante, l’egemonia culturale (?) e politica (!) dei nostri terroni. Figuriamoci! Quelli che ormai sono riusciti persino a votare Lega in tutto il Meridione!

    Qual è la situazione del Sud prima della pandemia, nel 2018? Eccola, anche in ordine alla nuova grande emigrazione giovanile: Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila). Ce lo dice la Svimez che denuncia: sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche. Viene definita: "preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors’. Si tratta del: lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario". Nel 2019: si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud. Sono cifre prese dalle anticipazioni del Rapporto Svimez del 2018. Nel 2017: il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa ma in un contesto di grande incertezza e senza politiche adeguate rischia di frenare, con un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo entro due anni (dal +1,4% del 2017 al +0,7% del 2019). Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati. A causa di questa fuga il peso demografico del Sud non fa che diminuire. L’associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno, denuncia anche un drammatico dualismo generazionale. Per la precisione: il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità).

    In termini sintetici: si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani⁹. Del resto, sull’intero Paese, al primo agosto 2018, avevamo un milione e novecentomila italiani di fresca emigrazione all’estero, 500.000 giovani emigrati l’anno, dei quali non ne rientra neppure il 10%. Il saldo negativo del periodo 2008-2020 raggiunge le 259mila unità di giovani dai 25 ai 34 anni. Fra questi 93mila con solo la licenza media, 91mila diplomati e ben 76mila laureati (su 335mila espatriati in totale)¹⁰. Nella stessa fase, la perdita secca verso il Regno Unito è stata pari a 66mila unità (30% laureati), poi viene la Germania, con un saldo negativo di 42mila unità (11mila laureati)¹¹.

    A ben vedere, che il gap anche con l’Europa ci fosse non è una novità: siamo da sempre (a pieno titolo) fra i meridionali d’Europa. Potremmo stupircene in un Paese dove, ad esempio, persino la conoscenza di una sola lingua straniera è di fatto quasi considerata opzionale, mentre qualsiasi pescatore greco si fa ben capire da decenni sia in inglese che in tedesco (e spesso anche in italiano)? Ma è l’analisi sulle cause che non quadra. In Europa siamo da decenni quelli che spendono meno, in percentuale rispetto al Prodotto Interno Lordo, per Scuola, Università e Ricerca. Tutti lo sanno, tutti se ne rammaricano, ma quando si tratta di fare delle scelte, i tesoretti vanno sempre a mamma Confindustria (Governo Prodi), al cosiddetto contenimento delle tasse (i vari Governi Berlusconi: condoni e regali per gli evasori in un Paese che vanta centocinquanta miliardi di euro di tasse non pagate all’anno), alle banche (Governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni). Ne sono colpevoli i meridionali? Solo ultimamente a loro è arrivata una quota consistente del reddito di cittadinanza...

    1 Su di lui vd: Stefano d’Errico, Anarchismo e politica. Nel problemismo e nella critica all’anarchismo del Ventesimo Secolo, il programma minimo dei libertari del Terzo Millennio. Rilettura antologica e biografica di Camillo Berneri, Mimesis Edizioni, Milano 2007.

    2 Aurobindo (Aravinda Ghose), L’Italia e gli italiani (estratto da Opera omnia), in Domani, Sri Aurobindo Ashram Press, Pondicherry (India) 2002.

    3 Ibid.

    4 Ibid.

    5 Ibid.

    6 Con lui Berneri si laureò in filosofia presso l’Università di Firenze.

    7 Gaetano Salvemini, Lettera ad Armando Borghi, Harvard University, Cambridge, Massachussets (USA) 13.9.1945. Concetto ripetuto anche in una lettera alla vedova di Camillo Berneri il 7.8.1946: ...‘il popolo’ non ha altre preoccupazioni che mangiare, far figli e dormire (Gaetano Salvemini a Giovanna Caleffi, Cambridge, Massachusset, riportata da Carlo De Maria in Giovanna Caleffi Berneri. Un seme sotto la neve. Carteggi e scritti. Dall’antifascismo in esilio alla sinistra eretica del dopoguerra (1937-1962), Biblioteca Panizzi – Archivio Famiglia Berneri / Aurelio Chessa, Centro stampa del Comune di Reggio Emilia, Reggio Emilia 2010, pp. 106-107).

    8 Il concorso truccato per magistrati. Un avvocato svela la truffa del 1992. Il Csm ammette: il suo scritto non è mai stato esaminato, in La Stampa/Italia, 28.9.2017.

    9 Anticipazioni del Rapporto Svimez 2018, 1.8.2018.

    10 Istat, Rapporto annuale 2021. La situazione del Paese, Istat, Roma 2021, p. 123.

    11 Ibid., p. 124.

    Un po’ di storia. Il Sud colonia e la Yalta italiana

    La meridionalizzazione delle presenze (e dei valori) nelle assemblee elettive – da ben prima della rivendicazione mafiosa di Vittorio Emanuele Orlando¹²) (giustamente citata da Cazzullo¹³) – è servita sia ai Savoia che ai vari Crispi e Giolitti (scandalo della Banca Romana, e non solo), sin dal tempo del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, perché appunto nel Sud cambiasse tutto purché nulla mutasse. E, ad essere sinceri, il doppio potere era stato messo in forse solo dal fascismo con il prefetto Mori, per riprendere subito in grande stile, complice l’arrivo degli alleati. Successivamente, la situazione venne semplicemente fotografata da De Gasperi e Togliatti, con la spartitoria Yalta italiana: ai partiti della sinistra di quel che era stato il Fronte Popolare i governi locali del triangolo industriale; a Democrazia Cristiana & C. la continuità (e la contiguità mafiosa) sul Sud e la Sicilia (con buona pace delle lotte bracciantili e dell’occupazione delle terre, abbandonate dal Pci al loro destino), come sul Veneto bianco¹⁴.

    Ci si può quindi meravigliare se oggi l’immagine dell’Italia all’estero è rappresentata da Gomorra di Roberto Saviano? Certamente no, anche perché la fiction sembra mischiarsi a tal punto alla realtà che persino alcuni attori del film ricavato dal libro sono stati coinvolti in indagini in odor di camorra. Ma il punto è: visto che la mafia ha origini arabe (mahyas), allora dovremmo archiviare il tutto come un successo arrembante dell’egemonia culturale mdio-orientale e nord-africana?

    Cosa segnalare al riguardo della (distruttiva) sotto-cultura del fascismo, regime che oltre ad aver prodotto l’orrore che la storia ricorda, ha lasciato l’Italia indietro di decenni anche nei rapporti con il mondo, segnando uno stop persino rispetto allo sviluppo delle arti e quindi non solo dei diritti civili e della partecipazione democratica? Un movimento politico con picchi di ignoranza autarchica da guinness dei primati, come dimostrano la chiusura a Roma del Cinema Eden (termine classificato come non italiano), il divieto d’ascolto della musica d’oltre oceano o le esilaranti traduzioni dei nomi dei jazzisti americani (vd. Luigi Braccioforte per Armstrong). Uno scotto che continuiamo a pagare abbondantemente, visto che il minculpop domina ancora nel Terzo Millennio, con quel Checco Zalone che, con tutto il rispetto, nel 2011 scalza La vita è bella di Benigni grazie a Che bella giornata, subito film di maggiore incasso in assoluto nella nostra storia e poi si supera nel 2013 con Sole a catinelle. Nulla di diverso sul fronte del politically correct, laddove quell’enorme sciocchezza filmica rispondente al titolo di Buon giorno notte è stata di gran lunga preferita al coevo Piazza delle cinque lune. Una pellicola osannata senza motivo alcuno solo perché diretta da Bellocchio, grande amore della Rossanda e dei suoi ultimi zeloti.

    Ma torniamo alla geografia. Il regime da operetta non nacque forse in Emilia Romagna? La novità è l’esser passati dal grigiore permanente delle uniformi, onnipresenti anche nel secondo dopo-guerra (militari in servizio di leva, postini, portinai, taxisti, frati massoni con grembiule, monache e preti), ai colori della divisa a tinte forti, stonate e contrastanti della globalizzazione dell’incultura (e dell’immoralità), che è quella del truzzo e del cafone (oltre che del consueto camaleonte legato ai medesimi, vecchi potentati, rifioriti prima con l’unità e poi con il dominio scudocrociato). Il presente prende similforma a seconda delle convenzioni locali dettate dalla professione ormai universale dell’ignoranza dichiarata, mito incarnatosi e sceso in campo senza più remore in tutte le nostre cento città, come mamma TV, quella generalista, comanda.

    Non è forse successa la stessa cosa anche nella ex Unione Sovietica? E non sarebbe stato uguale in Germania (un Paese molto orgoglioso, ma scopertosi, nell’89, a due velocità come l’Italia), se, per esempio, qualcuno avesse portato al governo i rottami neo-nazisti (i cui accenti xenofobi peraltro riprendono fiato nell’Est teutonico solo dopo quelli dei fratellini d’Italia e del buon Borghezio della nostra ormai vecchia Lega) o reduci e nostalgici staliniani dell’orwelliana Ddr?

    Di più. Di quei soli quattro milioni di cittadini che in Italia leggono (forse) uno o più libri l’anno (scarsità intellettuale ben oltre il livello di guardia che fa già dannare da decenni il connazionale colto e intelligente), quanti non sono (e furono) intruppati in consumi (tele)guidati e da caserma? Quanti, a suo tempo, non hanno conosciuto solo Stalin, Togliatti e (forse) qualcosa di Gramsci, i vati del realismo socialista ed i sottoprodotti della scuola di Francoforte? E, quando si leggeva di più, quanti altri hanno limitato i propri interessi alle (sinceramente ancor più riduttive) proposte delle Edizioni Paoline, degli Editori Riuniti o del Reader’s Digest? Completa il quadro un dato allucinante: solo l’8% della popolazione che ha completato gli studi padroneggia un livello linguistico medio-alto.

    Trattasi di un fenomeno sempre uguale a se stesso, in ogni chilometro quadrato della penisola. Ma è anche il risultato del riflusso successivo alla sconfitta storica dei valori del 1968.

    Se, come sostiene Cazzullo: Gli italiani non si vergognano più della loro atavica ignoranza. La rivendicano. [...] e in particolare le nuove generazioni, hanno gli stessi modelli di riferimento, gli stessi eroi positivi e negativi, gli stessi personaggi di culto¹⁵, allora siamo in primis dinnanzi ad una mastodontica ed assolutamente uniforme omologazione di massa. Il contrario di ciò che è stato – i detrattori se ne diano finalmente pace – appunto il ’68. Il vero movimento dei movimenti non fu certo univoco appiattimento, bensì anche risorgimento morale e nuovo rinascimento artistico e letterario. I volti erano spesso gli stessi del risorgimento italiano (con in più il socialismo e la resistenza), basti pensare a Guccini, al suo look ed alla sua Locomotiva, dedicata al macchinista ferroviere anarchico Pietro Rigosi, vissuto nell’Ottocento. E, beat a parte, ho sempre preferito tale veste estetica a quella dei campioni di cinismo: di quanti volevano somigliare ai cupi bolscevichi, in stile Lenin, Stalin, Kamenev, Trotsky o Zinoviev. Il ‘68, non certo privo di sciocchezze e cinismo, ridiede però slancio al confronto (pure estremo) fra onorevoli differenze ideali: oggi lo riconoscono persino i fascisti. Il diktat vergognoso che ha gettato politica e cultura, insieme, fuori dalla vita, lo hanno invece veicolato ad arte quanti reagirono in preda al sacro terrore della partecipazione. Risposta della pancia reazionaria e illiberale del Paese al grande fermento di contestazione creativa durato dalla fine degli anni ‘60 ai primi (e forse anche agli ultimi) anni ‘80.

    12 Vittorio Emanuele Orlando, durante la campagna elettorale del 1925, dichiarò pubblicamente: Ora io vi dico che se per Mafia si intende il senso dell’onore [...] la fedeltà alle amicizie, più forte [...] anche della morte, [...] sia pure con i loro eccessi, allora [...] si tratta di contrassegni individuali dell’anima siciliana e mafioso mi dichiaro e sono lieto di esserlo!.

    13 Aldo Cazzullo, L’Italia de noantri, Mondadori, Milano 2009, p. 50.

    14 Emblematico il trattamento riservato nell’immediato dopoguerra alla rivolta di Ragusa, animata da comunisti e libertari, sulla quale il quotidiano l’Unità titolava: Rigurgiti fascisti al Sud. Popolo abbandonato, del quale il Pci non denunciò certo la liquidazione manu militari dell’efferata divisione Sabauda. Si veda in proposito il mio: (Stefano Fabbri), La rivolta di Ragusa (intervista a Franco Leggio), su A Rivista Anarchica, n.° 140, Milano ottobre 1986.

    15 Aldo Cazzullo, L’Italia de noantri, cit., p. 44.

    Post-68 e minus habens

    Il ‘68 ha avuto gravi lacune ed anche grandi demeriti, ma di certo non gli si potrà mai imputare un’ignoranza tanto becera, autoincensatoria e stupida come quella odierna! Quando mai, al tempo del movimento (e purtroppo anche del terrorismo statuale e, solo a seguire, di quello rivoluzionario), laureandi de La Sapienza di Roma, intervistati dalle Iene in piazzale Aldo Moro, sotto la Minerva, nella zona centrale della prima Università, alla precisa domanda su chi mai fosse stato quell’uomo e perché la toponomastica lo ricordasse, avrebbero (letteralmente) risposto che trattavasi di uno stagista assassinato dalla mafia? Ciò forse accade perché la parola statista risulta oggi completamente inusuale, mentre molto usuale è il termine più simile in commercio: quello che suggerisce la risposta. Per qual motivo, poi, un qualsiasi Lele Mora dovrebbe venire eliminato dalla mafia, lo sanno solo questi nuovi studenti universitari. Ben oltre la grassa ignoranza sostanziale, indubitabilmente la cosa rivela innanzitutto un terribile vuoto d’intelligenza.

    Così, ai tempi, solo un minus habens, avrebbe pensato che le bombe sui treni, nonché a Brescia ed alla stazione di Bologna, le avessero messe le Brigate Rosse, Prima Linea o i Nuclei Armati Proletari. Eppure è la risposta fornita in questi anni da decine di giovani (Sic!) in indagini ad hoc! Quegli stessi che sanno tutto di Fabrizio Corona, ma devono venire imbeccati per ricordare il nome del Presidente della Repubblica in carica.

    Eppure saranno (ed in buona misura sono già) loro ad amministrare la legge, s’occuperanno di scuola, medicina e costruzioni. Parliamo di quelli che sostengono, ma molto spesso ormai guidano, esami negli atenei, dell’ "élite", dei nuovi professionisti: giornalisti, avvocati e magistrati, medici, ingegneri, architetti e insegnanti (questi ultimi, peraltro, retribuiti e trattati da travet o baby-sitter anche quando conoscevano Dante a memoria). Con buona pace dello stato delle corporazioni, lobbies sempre più chiuse, nepotiste e servo-assistite additate al pubblico ludibrio anche da Cazzullo (eredi comunque di quell’Italia dei Comuni che poteva permettersi il lusso di inventare le banche e tenere per il collo i re di Francia).

    Ma estendiamo lo sguardo su questa generazione, solo anagraficamente giovane (e null’altro). Andiamo da quelli che oggi partecipano ai normali concorsi. A Manfredonia, ad esempio, già nel novembre 2010 non sono riusciti in blocco a superare volgarissimi quiz da trasmissione per analfabeti. È il noto caso di una prova collettiva con 1.574 candidati per 24 posti da guardia municipale: promossi zero! Cosa avevano mai chiesto loro? Ad esempio: chi nomina la giunta comunale? Come si chiama la capitale della Mauritania? Non importa quale fosse più difficile: alle domande di cui sopra nessuno è riuscito a fornire risposta adeguata.

    Siamo in tempi di revisionismo storico e, se prima s’era esagerato in un senso, arrivando persino a negare le foibe, oggi abbiamo di lunga superato il rischio inverso. Quella che, a ben vedere, fu solo una superficiale e conformistica egemonia culturale di sinistra (purtroppo segnata dallo stalinismo di casa nostra) viene oggi travisata a tal punto che almeno un giovane italiano su due, dando retta a Bruno Vespa, s’è ormai convinto che i comunisti abbiano governato l’Italia al posto dei democristiani.

    Nel suo secondo libro¹⁶, Aldo Cazzullo, parlando della resistenza con riferimento alla storia del Paese, tratta con intelligenza il dibattito suscitato ad esempio dai libri di Giampaolo Pansa. Scrive:

    Poi arrivò la vendetta. Il Sangue dei vinti. E, sessant’anni dopo, lo straordinario successo dei libri in cui Giampaolo Pansa racconta le uccisioni seguite al 25 aprile. Si tratta di libri di sicura attendibilità, visto che l’autore non è soltanto uno dei più importanti giornalisti ma è – come mi ha detto uno dei suoi critici – l’italiano che sa più cose sulla guerra civile. Né è sostenibile la critica di chi dice: sono cose che si sapevano già. [...] Chi, anche tra gli studenti dei licei e delle università, padroneggia davvero vicende anche più note [...] a cominciare dalla più atroce strage nazifascista, Marzabotto? Il problema non è che escano libri come quelli di Pansa, e che vendano. Il problema è che gli italiani faticano a inquadrare le vicende inquadrate da Pansa nel loro contesto, perché molti non sanno e non sono interessati a sapere cos’è accaduto prima. E la memoria della Resistenza è familiare e locale più che nazionale, non appartiene al patrimonio del paese nel suo complesso, è frammentata, legata ai campanili, ai territori di provincia, alle valli alpine¹⁷.

    Naturalmente la solarità del ragionamento non deve segnare un capovolgimento di fronte negazionista ancora sulla scorta del tifo sportivo. Fa bene Cazzullo a sottolinearne il rischio:

    Sconosciuto 1945, il libro che segue Il sangue dei vinti, si apre con il racconto di Franca Solaro, la figlia del federale impiccato all’albero dov’era stato appeso Ignazio Vian. È un racconto drammatico, a tratti struggente, di una donna che al tempo era una bambina ed ebbe il suo papà ucciso. Ma è impossibile non inquadrare la morte di Solaro nel contesto della guerra civile e delle sue efferatezze, le sevizie, le esecuzioni sommarie, e anche la fucilazione di eroi oggi sconosciuti come il generale Perotti. L’Italia usciva da vent’anni di un regime cominciato e proseguito a bastonate, che in alcune regioni e città si era imposto nel sangue, e da venti mesi di guerra civile. Non sono tragedie che si concludono in un giorno, magari il simbolico 25 aprile, senza strascichi né conseguenze. Sarà il leader comunista Togliatti a volere un’amnistia che a molti democristiani – compreso Andreotti – sembrava sin troppo generosa, visto che salverà persino i torturatori, punendo solo le torture efferate e continuate. Nei tribunali che mandarono liberi i criminali si arrivò a sostenere che strappare unghie, denti e testicoli non fossero torture continuate, ma limitate nel tempo¹⁸.

    Il ‘68 italiano s’è certo tradito, facendosi presto e quasi completamente fagocitare dalla cultura togliattiana e dal totalitarismo marxista-leninista. Ricordiamo bene i ridicoli gruppi di mao-boys che, sclerotizzati anzitempo (ed ante litteram), s’imponevano rigorosi matrimoni proletari benedetti dal partito, nelle sezioni, sotto il ritratto del locale capo pro-tempore. Esterofili anche loro, pretendevano, come in Cina, dove oggi muoiono 1.000 minatori l’anno, di elevare a rivoluzione culturale i rigidi diktat di un fascismo rosso che prescriveva al popolo persino il numero ed i gesti degli atti sessuali¹⁹. Andandoci, in Cina, ai tempi del grande timoniere, avrebbero scoperto cosa successe per dar retta alle brillanti idee di Mao, che pensava di poter raddoppiare i raccolti uccidendo tutti i passerotti, ovvero che la natura ha delle regole molto più sensate di quelle del socialismo scientifico: una volta eliminati gli uccellini, con 20 milioni di morti per fame in più, il partito scoprì che la grande mobilitazione popolare aveva fatto solo proliferare vermi ed insetti. Andandoci oggi scoprirebbero che la Cina copia (in peggio) gli Usa: è il Paese con le maggiori diseguaglianze sociali del pianeta: non di meno negli Usa per avere una copertura sanitaria bisogna pagarsi un’assicurazione.

    Ma non vi furono solo aberrazioni. Il ‘68 fu equanime: incendiò anche l’Est con la Primavera di Praga e le prime rivolte degli operai di Danzica, bruciò le piazze del Messico come quelle degli Usa e del Giappone, scosse il regime di Franco ed i colonnelli greci e sud-americani. In Francia e Germania ha visto a tratti un’egemonia libertaria, in Inghilterra e in America ha cambiato arte e cultura. Ha imposto ciò che i paesi liberali si sono poi rimangiati: il "welfare e la fine delle discriminazioni razziali, di genere e d’età (al tempo apertamente dichiarate senza pudore alcuno). Fatto sparire in molti paesi la pena di morte, portato il garantismo nei codici e l’assistenza sanitaria sin nei ghetti urbani, ha cambiato educazione, qualità della vita, psicologia e psichiatria. Ha posto ovunque all’ordine del giorno la libertà sessuale e la critica serrata del sessismo, della famiglia autoritaria, dell’omofobia. E l’Italia, grazie alla generazione del ‘68 (e limitrofi") ha comunque chiuso i manicomi e le centrali nucleari (entrambi altrove ancora presenti). Una generazione che ci ha regalato il divorzio ed ha tolto l’Italia dal novero dei Paesi succubi dell’integralismo cattolico, come Cile ed Argentina, ancora in attesa della legalizzazione dell’aborto.

    L’Italia, anche in questo, ha fatto molti passi indietro. Basta ricordare che oggi, come noto, il 96% dei maltrattamenti in famiglia (il numero più cospicuo delle violenze di genere) non viene denunciato. Eppure l’allarme sociale avrebbe dovuto essere alto da molto tempo, visto che dal 2000 al 2018 sono state ben tremilacento le donne uccise in questo Paese all’interno di dinamiche di questo tipo (più di tre a settimana). Il 37,1% degli omicidi è un femminicidio. Nel 44,6% dei casi la vittima aveva già denunciato l’assassino senza ottenere adeguata protezione. Eppure solo nell’Aprile 2019 (Governo giallo-verde) è stata approvata la legge sul codice rosso (a volte già mal interpretata), che imporrebbe un intervento tempestivo ed adeguato da parte di polizia e magistratura. Nel 50% dei casi l’aggressore è il partner o l’ex partner. Nel 77% ad uccidere è stato un familiare. Il 2013 è stato un anno nero per i femminicidi, con 179 donne uccise, in pratica una vittima ogni due giorni. Nel 2017 i femminicidi sono stati 68, ma da Gennaio a Dicembre 2018 i casi sono saliti a 133, con più di 90.000 donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza. Secondo il rapporto Eures, aggiornato al 2017, i femminicidi erano in aumento al Nord (+ 30%) e in forte calo al Sud (- 42.7%). Nel 2019 siamo scesi a 111, ma siamo risaliti a 112 nel 2020 con un forte incremento percentuale. I femminicidi sono stati 305 dal gennaio 2020 all’agosto 2021, effetti della segregazione casalinga dovuta al Covid 19.

    Poi ci sono le violenze e gli abusi sui minori. Nel 2013 le denunce per violazione dei diritti dei minori sono raddoppiate rispetto agli anni precedenti. A fine 2017 risultavano essere un milione e duecentomila bambini e adolescenti che crescono in maniera ed in contesti molto difficili. Sono state 5.788 le vittime del 2017, il 60% bambine. Il materiale pedopornografico è cresciuto del 57%.

    Se siamo quindi arrivati (o tornati) alla diseducazione quasi assoluta, imputare il tutto alla meridionalizzazione vuol dire andare fuori tema, allo stesso modo di quanti hanno (il più delle volte in mala fede) accusato (di tutto e del suo contrario) proprio il ‘68. Va invece stigmatizzato l’uso generale che (spesso artatamente) s’è fatto di valori (e sub-valori). Scrive Cazzullo: Il male era oggetto di severa riprovazione e conseguenti punizioni; non veniva giustificato da genitori che si schierano sempre con i figli e mai con gli insegnanti e i compagni²⁰. E che dire della maleducazione sportiva? Solo nei primi 11 mesi del 2018 sono circa 300 gli arbitri malmenati sui campi di calcio minori, ma anche gli allenatori vengono picchiati allegramente, se sono del team ospite avversario (o persino della propria squadra, qualora abbiano lasciato in panchina il pupo di casa). Questo è l’esempio che i padri di famiglia italioti danno quotidianamente ai loro figli.

    In quanto ai sessantottini, valori a parte, non erano certo obbligati a dar sempre ragione ai propri marmocchi. Se, crescendo, lo hanno fatto è perché, fuorviati dal "common sense" del catto-comunismo, non hanno conosciuto o voluto capire, ad esempio, la ratio stessa della pedagogia, confondendo la diseducazione con (l’inesistente) cultutra proletaria, fra lassismo e pedagogia libertaria. L’educazione antiautoritaria non è tana libera tutti, bensì richiamo ad un’autonomia che si dà come prezzo l’assunzione di precise responsabilità, nonché la fatica dello studio e della conoscenza, rischio del fallimento e della disapprovazione compresi. Non bambini tiranni, onnipotenti ed ultra-invadenti che rispondono al cellulare del padre e ti chiedono scocciati cosa vuoi, invitandoti a toglierti di mezzo (come peraltro vorrebbe quella femminista di mammà). Non iperprotezione o assistenzialismo di lungo corso, bensì spinta a mettersi in gioco. Non abbandono alle viete pulsioni del piccolo buon selvaggio autoreferenziale e super-egoista.

    Un percorso formativo volto alla libertà pretende, al contrario, molto impegno ed ha necessità di fonti culturali e guide autorevoli (anche se non autoritarie). L’aberrazione dell’egoismo inveterato (che naturalmente si ribalta nel permissivismo e nel giustificazionismo assoluto) ha origini molto precedenti, in Nietzsche e nel romanticismo (statuaria della letteratura)²¹, nell’idea del superuomo di stampo elitario, razzista, classista e dittatoriale sì, ma anche delle sue varianti politicamente corrette.

    Ma se tali aberrazioni hanno accompagnato la coda del ‘68, occorre dire che sono state molto ben accolte anche dai nemici del ‘68, da chi (barando) ha sconfitto la (ormai stravecchia) contestazione giovanile. Molto più che dei nostalgici di quel movimento, l’egotismo e l’irrazionalità assoluta della confusione costante fra giudizi di fatto e giudizi di valore, rappresentano oggi la Bibbia di chi invece ha apertamente rinnegato la rivoluzione, non l’ha proprio conosciuta o l’ha sempre combattuta: i brands, alfieri di quella società fra coriandoli e mucillagini, distintiva per Giuseppe De Rita e l’annuale indagine Censis dell’Italia (ante-crisi) del 2008. La società per azioni degli imprenditori di se stessi – aggiungiamo noi –, degli opportunismi l’un contro l’altro armati. Aberrazioni tanto ben recepite da spadroneggiare senza problemi, costituendo la base dottrinaria del Circolo Picwick di quel pensiero unico che ha dominato (almeno) l’ultimo trentennio. I vati (anticonciliari) della tolleranza zero e del menefreghismo, della povertà come condanna divina, dei respingimenti, del neo-colonialismo e della legge del taglione. Codini, venivano chiamati nel Risorgimento. Ancora oggi non sono che i profittatori, i contorsionisti ed i conformisti di sempre.

    16 Aldo Cazzullo, Viva l’Italia! Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra nazione, Mondadori, Milano 2010.

    17 Ibid. pp. 124-125.

    18 Ibid., pp. 124-125.

    19 Prendere una donna da dietro è come arare la terra alla rovescia, scriveva Mao, e le Guardie rosse eseguivano (e controllavano che l’ordine venisse rispettato).

    20 Aldo Cazzullo, L’Italia de noantri, cit., p. 95.

    21 Come scrisse Berneri.

    Il meridionalismo di Sua Maestà e l’effetto-Zelig

    Inoltre, ritornando alla meridionalizzazione, siamo sicuri che quella odierna sia la vera anima del mezzogiorno: è esistito solo questo Sud?

    L’illuminismo napoletano, e poi i Croce, gli Eduardo De Filippo e gli Sciascia, ed anche Malaparte, Verga e Pirandello, non rappresentano forse il (buon) costume del Sud più dei Salvatore Giuliano, degli Achille Lauro, dei Salvo Lima, Vito Ciancimino e Totò Riina (in maggioranza analfabeti), che ne sono invece la caricatura? Ma trattasi di un Sud altro, scomodo e che non fa folklore, volutamente inascoltato e mai portato a modello.

    Capitolo a parte è invece quello relativo ai meridionalisti, spesso più razzisti verso le proprie genti dei più chiusi fra i nordisti. Infatti un Parlamento ed una pubblica amministrazione pur pieni di presunti rappresentanti del Sud, eletti a furor di promesse mai mantenute, hanno nei decenni garantito solo un peggioramento costante della situazione. È proprio Cazzullo a riportare esempi illuminanti di contraddizioni esemplari:

    Chi oggi oserebbe scrivere che la nuova nazione italiana è formata da due stirpi originariamente dissimili, l’una prevalente al Nord, l’altra a Sud del parallelo di Roma, bionda e di statura alta la prima, bruna e di viso ovale la seconda, sottoposte a ineguale vicenda di nascita, di vita e di morte, a un diverso atteggiamento dello spirito e dell’intelletto?. Sono parole che suonano odiose alla sensibilità moderna. Neppure Matteo Salvini, il leghista del coro sguaiato contro i napoletani, si sognerebbe di pronunciarle. Eppure sono parole del principe dei meridionalisti, Giustino Fortunato, scritte nel 1904, nel pieno dell’età positivista, sotto l’influsso di lombrosiani come Giuseppe Sergi, che arrivava alla distinzione fra brachicefali e dolicocefali, tra la razza superiore, evoluta, nordica e quelli dal cranio lungo, la razza inferiore, degenerata, mediterranea. Sciocchezze. Che per decenni sono state teorizzate da insigni professori, per giunta meridionali, come Alfredo Niceforo²².

    Stessa cosa potremmo dire di tanti leaders politici del centro-destra meridionale. A lungo alleati di Bossi per il tramite di Berlusconi, si sono caratterizzati nel succhiare risorse fino a che dura, credendo che la Lega fosse come la vecchia Dc. Pensavano che in quanto a federalismo fiscale e processo di separazione della gestione delle risorse, alla fine sarebbero rimaste solo le chiacchiere. Persino nel Consiglio regionale della Sicilia parevano convinti di poter continuare ad avere compensi mensili più alti di quelli di qualsiasi parlamentare europeo (e gli italiani ne detenevano comunque il record). Talmente convinti che, con i colleghi del Trentino Alto Adige, hanno opposto una strenua resistenza persino al taglio dei vitalizi, lasciandoli intonsi oltre il Maggio 2019, scadenza massima prevista dalla legge che li ha ridotti. La Sicilia è una regione per la quale lo statuto speciale ha significato per lunghissimo tempo di poter godere del privilegio di esser l’unica che di fatto non versa nulla nelle casse centrali dello stato, dal momento che il saldo storico fra prelievo locale ed aiuti nazionali vede la Sicilia assolutamente in attivo (se non fosse che poi il tutto viene aspirato in un imperscrutabile buco nero). Di fatto, costoro avrebbero anche dei validi motivi per credere nell’estensione ad libitum del carnevale, visto come la Lega (quand’era ancora Lega Nord) ha taciuto sulla copertura nazionale del disavanzo creato a Catania dalla giunta presieduta da Scapagnini, medico personale di Berlusconi (che ha portato il comune al fallimento). Ma questo aiuto faceva parte del do ut des di governo, ed è stato possibile solo perché anche la Lega aveva da soddisfare le proprie clientele. Emblematica la vicenda delle quote latte. Per coprire il 5% degli allevatori (appunto in quota Lega) che, veri furbetti, non hanno regolarizzato i (volutamente onerosi) pagamenti imposti dall’Europa, i contribuenti italiani hanno già dovuto sostenere multe Ue per più di 4 miliardi di euro e col decreto mille proroghe varato dal governo nel 2011 i tempi del saldo del dovuto sono slittati ulteriormente (dando origine a nuove sanzioni). Nel 2015 lo stato non ha prelevato 1,752mld di sanzioni Ue comminate ancora dal 1995 al 2009. Multe, sia detto per inciso, dovute persino a calcoli marchiani sulla popolazione bovina, sovrastimata del 30% e grazie all’utile ignoranza di chi, a Nord, ha dichiarato la capacità per una mucca di produrre latte sino ad 82 anni! Tanto per gradire, ricordiamo infine, che per garantire i fondi necessari a coprire gli interessi maturati in sede Ue con la brillante operazione-rinvio, Tremonti e la Lega tolsero ai malati oncologici più di 5 milioni di euro. Ricorderemo in proposito la massima di Francis Bacon (Saggi 1597 / 1625): Niente provoca più danno in uno Stato del fatto che i furbi passino per saggi.

    Eppure, nonostante i giochi delle clientele leghiste, la bassa cucina politica sicula ha inteso male la strategia. Oggi Salvini, appena potrà, non si limiterà al controllo (che può essere sempre eluso), bensì prosciugherà drasticamente il tradizionale fiume di aiuti. Allora la Sicilia e tutte le altre regioni del Sud (eccezion fatta forse per la Basilicata) diverrebbero la Grecia italiana. Già nell’isola se ne sono visti i primi sintomi. Ad esempio, la formazione professionale siciliana, pompata a tal punto da impegnare più d’un terzo degli addetti nazionali, è rimasta a lungo senza stipendio dalla fine del 2009, e dopo il 2013 ha rischiato di rimanere a secco anche per quanto riguarda i contributi europei.

    La strategia s’impone per gradi. Con la regionalizzazione in salsa pentalegata prima, e pentapiddina poi, la situazione che si prospetta non è certo delle migliori: zero euro dal centro e blocco (anche regionale) delle (residue) assunzioni nello stato e nel parastato. La prassi di pizzi e pizzini (che tanto ha tradizionalmente prodotto in termini di voti e consenso sociale), crea il resto del disastro, allontanando gli investimenti di capitale. Se persino la valvola di sfogo dell’emigrazione interna venisse bloccata, i ras locali dovrebbero (finalmente) rendere conto alle masse – che (esclusa forse, e solo in parte, la peraltro vacua esperienza di Palermo nel periodo di Leoluca Orlando e la sua riedizione postuma) da sempre li votano –, di aver costruito una realtà senza sbocchi. Se il federalismo fiscale fosse stato applicato già ai tempi dei governi forza-leghisti non sarebbero nemmeno più stati in grado di onorare gli stipendi pubblici nei rispettivi feudi di pertinenza. Succederà probabilmente con la regionalizzazione (autonomia differenziata) prossima-ventura. Intanto occorre molta attenzione nel valutare le modificazioni leghiste (e dragoniste) introdotte nel meccanismo del reddito di cittadinanza. Al netto di quanti potranno appellarsi a problemi seri come la diversa abilità, a lungo andare i posti di lavoro verranno comunque offerti a Nord e sarà gioco-forza superare i 250 chilometri, scavalcati ad libitum dal secondo ciclo di percezione del reddito. I giovani dovranno emigrare sempre più nel settentrione per sostituire gli extracomunitari non ben accetti da Salvini. Di contro il Sud verrà invaso dagli anziani pensionati fiscalmente avvantaggiati, con un ulteriore invecchiamento della popolazione. Ma sanità e servizi non saranno all’altezza e quegli stessi anziani, in parte provenienti dal Nord, continueranno a far riferimento alle strutture settentrionali, però i costi saranno a carico delle regioni del Sud che gli avranno fornito la nuova, auspicata, cittadinanza.

    Bisogna comunque ricordare che i siciliani sono accorti. Così, quando era in auge, il leader dell’Mpa, Raffaele Lombardo, corse ai ripari e con un ribaltone in piena regola passò dall’abbraccio con il Pdl ad una nuova intesa con il Pd, muovendosi per fasi intermedie. Nell’aprile 2008, grazie all’alleanza con Pdl ed Udc, ottenuto il 65% delle preferenze (un record internazionale per un governatore regionale), formò la sua prima giunta. Ma già nel giugno 2009 dovette registrare l’uscita dell’Udc. Nel dicembre dello stesso anno rimpiazzò Casini con i rutelliani dell’Api, per dare finalmente vita nel settembre 2010 ad un governo regionale con i dalemiani, i finiani di Fli, la stessa Api, godendo poi del ritorno di Casini (che nel frattempo aveva perso l’ex governatore Cuffaro condannato in secondo grado a 7 anni di reclusione per favoreggiamento aggravato). Ma Casini aveva perso la destra del partito, fedele al buon Calogero Mannino ed ai vecchi padrini, ovviamente (a tratti) di nuovo indipendentisti.

    Alcuni anni fa, l’ultimo sfortunato target ha visto Lombardo col terzo polo, il figlio in campo al suo posto, dopo che anche l’ex governatore è stato colpito dalla giustizia anti-mafia. Berlusconi ne è rimasto piccato ed invece che ai quotidiani Libero ed Il Giornale (vd. metodo Boffo e trattamento Fini) ha affidato il caso al settimanale di famiglia. Su Lombardo, Panorama ha titolato: È l’unico politico indagato per mafia che vuole salvarsi governando con l’antimafia²³. Il tipico caso (italiano) nel quale tutti hanno ragione e torto al tempo stesso.

    E i forconi? Il loro capo, Mariano Ferro, s’è presentato nel 2018 con la lista Lombardo, al grido di: Bloccai il Paese, ma ora per contare corro io con la casta. Lo aveva già fatto scegliendo anche lui Berlusconi, ma quando venne trombato dichiarò che il Parlamento era delegittimato a causa del porcellum, fatto approvare proprio dal partito per il quale s’era candidato. Non c’è che dire: un vero esempio di coerenza italica!

    Intanto l’ex fedelissimo di Lombardo, Miccichè, per un periodo ha costituito una sorta di Lega Sud, la quale sostenne di volersi alleare con Bossi per fare come fa Bossi. Povera Sicilia! Che ne dice Cazzullo? Vediamo:

    Nasceranno altre leghe. La frammentazione del paese sarà tradotta in politica da tanti partitini che faranno i sindacalisti del territorio. [...] Gianfranco Micciché ha fondato a sua volta il Partito del popolo siciliano e vagheggia quello del popolo calabrese, campano, lucano, abruzzese. Seguiranno la Lega del Salento e quella del Cilento, e magari il ducato di Benevento e il principato di Salerno²⁴.

    Ma in realtà è la Lega stessa che, ben prima del boom delle elezioni 2018, già da anni s’insinua a Sud:

    Eppure la Lega Nord, con lo spadone, Alberto da Giussano e tutto, è sbarcata anche al Sud. È il secondo partito a Castelvolturno, dove i Borboni furono sconfitti dai garibaldini e oggi il problema sono i nigeriani. I neoborbonici, nostalgici di festa, farina e forca, e i sanfedisti, che rimpiangono l’Inquisizione e le insorgenze antimoderne con i forconi, sono in grande sintonia con il Carroccio: a Napoli, nei giorni delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità, i contestatori del gruppo Insurgencia hanno imbandierato le statue di Garibaldi e Vittorio Emanuele con i vessilli leghisti²⁵.

    Nel 2018, quindi, come molto spesso nella storia italiana, è prevalsa la pigrizia: perché fare tante leghe quando c’è quella di Salvini che finalmente s’accredita come lega delle leghe? In fondo nessuna lega recente ha mai realmente espresso un impianto federalista. Piuttosto tutte s’assomigliano nella rincorsa a destra per sollecitare le paure, l’egoismo spicciolo e l’autoreferenzialità cieca e localista.

    È sufficiente una sola matrice affinché l’effetto domino si realizzi d’emblée: ed ecco che, tolto il Nord dal simbolo, quella stessa Lega che un tempo incarnava (anche con lo stesso Salvini) il fastidio politico verso il meridione e Roma ladrona, grazie alla innata propensione italiota alla memoria corta, sfonda anche al Sud (che infine, con le europee 2019, ha finalmente votato leghista).

    Come non parlare quindi di effetto Zelig. Quanti leghisti del Nord, quanti dirigenti, hanno ascendenze meridionali? Di terroni fra i quadri intermedi ce ne sono poi a iosa e mantengono l’ossatura del partito. Storicamente, si va dalla moglie di Bossi a Gianluigi Paragone, già direttore de La Padania, avvistato nella città partenopea ancora nel maggio 2008 a presiedere l’evento di lancio del cd Le classiche napoletane e la loro storia. Nulla di ché, la solita questione di famiglia: si trattava infatti del primo disco del padre, Luigi Paragone, napoletano doc, che fu direttore del mensile Mondo Sociale e del cinegiornale Ciak.

    22 Aldo Cazzullo, L’Italia de noantri, cit., pp. 57-58.

    23 Vittorio Del Basto, L’arcangelo di grammichele ha fatto il miracolo, in Panorama, Milano 14.10.2010.

    24 Aldo Cazzullo, Viva l’Italia!, cit., p. 137.

    25 Ibid., pp. 136-137.

    Valori pochi e ben confusi

    Su che si basa la Lega? Chiunque sappia leggere e far di conto ne conosce bene le incongruenze. Tutti sanno ciò che scrive anche Cazzullo:

    La prima Lega fu un’associazione di Comuni lombardi e veneti, che non si opponevano a Roma ma all’imperatore tedesco (e ad altri lombardi e veneti fedeli al Barbarossa); e, come ha scritto Sergio Romano, ‘per coloro che sono andati a scuola quando il Risorgimento era ancora una storia di cui andare orgogliosi, Alberto da Giussano era un eroe italiano’ celebrato dal Carducci: ‘Or si fa innanzi Alberto di Giussano / di ben tutta spalla egli soverchia / gli accolti in piedi al console d’intorno...’. Poi la Lega se n’è impadronita, proprio come del Và pensiero di Verdi²⁶.

    E quanto sono plausibili i suoi programmi?

    Se il federalismo ha un senso ben preciso, poiché si tratta (nella migliore accezione) di uno strumento d’autogoverno più vicino alla gente, alle identità socio-culturali ed alla democrazia diretta, viceversa, l’enfasi regionalista è in questo Paese molto meno plausibile di quanto sembri:

    La Lega ha torto anche quando pretende di costruire il federalismo su base regionale. Perché l’identità locale degli italiani non è definita dalla regione. Tranne le isole, si può dire anzi che le regioni non esistono. Il Veneto è molto più grande dei confini della regione che ne porta il nome, come la Campania, che fa sentire la sua influenza sino a Terracina nel Lazio, a Potenza in Basilicata, a Foggia in Puglia, a Cosenza in Calabria. In Toscana i pisani odiano i livornesi, ricambiatissimi, i pistoiesi sono rivali dei pratesi, e tutti insieme da Arezzo a Siena detestano i fiorentini. Un lombardo di Sondrio ha ben poco in comune con un lombardo di Mantova, un pavese con un bresciano: non l’accento, non la cucina, non l’orientamento politico. A Imperia i liguri sono commercianti e albergatori e votano a destra, a La Spezia sono portuali e marinai e votano a sinistra. Persino il Piemonte, che è uno Stato da mille anni, ha grandi differenze tra la capitale – città di militari, operai, cattolici di sinistra – e la provincia, terra di irregolari, vignaioli, cattolici conservatori. Si pensi a quante regioni hanno un nome al plurale. Le Puglie non sono certo una sola: la Capitanata, la Terra di Bari, il Salento sono altrettante piccole patrie. Gli Abruzzi hanno le montagne più alte del Mezzogiorno e la costa più piatta. Le Marche a Pesaro sono Nord e ad Ascoli sono Sud. Nella Venezia Giulia hanno inventato il ciao, in Friuli si salutano dicendo mandi. L’Emilia-Romagna va da Piacenza, dove c’è la nebbia, si coltiva il mais per la polenta, si condisce con il burro e alle sei di sera in giro non c’è nessuno, a Rimini, dove c’è il mare, si coltivano le vongole, si condisce con l’olio e d’estate pare di stare a Napoli. Le regioni sono una sovrastruttura. La vera identità locale in Italia è legata al campanile²⁷.

    Non parliamo poi del profondo Sud, visto che in Sicilia si dividono ancora fra greci, sicani e fenici: pupi e pupari versus regnicoli.

    Inoltre, cosa sarebbe il Nord, quale identità avrebbe (ed avrebbe avuto) senza il resto della penisola? Ma il discorso può essere fatto anche a parti inverse.

    Le identità s’esaltano e maturano la propria fisionomia nella considerazione delle differenze e nello scambio dato da un’unità culturale più forte dei particolarismi:

    Che cosa sarebbe il Nord senza la Toscana, senza la lingua comune e il Rinascimento, senza Dante e Brunelleschi? E senza Roma, senza la classicità e il cattolicesimo, senza i cesari e i papi? Che cosa sarebbe la letteratura italiana senza i siciliani, senza Verga, De Roberto, Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Bufalino, Consolo, giù sino a Camilleri? Che cosa saremmo tutti noi senza quella straordinaria fucina di miti e simboli che è Napoli, talmente vitale che all’estero la confondono con l’Italia stessa, il sole, il mare, la pizza, la smorfia, Pulcinella, ma anche la musica e l’arte, il cinema di Totò e il teatro di Eduardo?

    Il Sud è spesso sentito al Nord, e non solo dai leghisti, come una palla al piede; e in effetti di risorse ne ha inghiottite parecchie. Il Sud spesso si sente impoverito e sfruttato dal Nord; e in effetti senza il lavoro degli operai meridionali l’industria padana non sarebbe la stessa. La verità è che il Nord, senza il Sud sarebbe deprivato di senso (e viceversa, si intende). Gli italiani cinefili amano tirarsi su il morale citando una celebre battuta del film Il terzo uomo di Carol Reed, sceneggiato da Orson Welles e Graham Greene: In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto assassini, guerre terrore e massacri e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e di democrazia e cosa hanno prodotto? L’orologio a cucù. Ecco, la Padania sarebbe, appena un po’ più grande, il paese degli orologi a cucù²⁸.

    Non di meno, se il Sud fosse solo sinonimo di malaffare ed opportunismo, chi sarebbero mai stati allora i Peppino Impastato, i suoi compagni, sua madre e suo fratello, o la Comune di Mauro Rostagno e i cinque giovani anarchici calabresi con prove a carico degli stragisti neri, schiacciati casualmente nel 1970 sull’autostrada da un tir guidato da due dipendenti del principe nero Junio Valerio Borghese²⁹?

    Chi furono mai i Don Pino Puglisi, o le decine fra magistrati, poliziotti, carabinieri (e qualche politico ufficiale non colluso), tutti cittadini del Sud, massacrati nelle stragi di mafia? Chi guidava le avanguardie di fabbrica a Torino durante l’autunno caldo del 1969, quelle che crearono le condizioni ed i rapporti di forza per la nascita dello Statuto dei Lavoratori?

    Dove ha origine tangentopoli se non a Milano, nella capitale morale d’Italia e da dove è ripresa nel 2011 la partita di affittopoli se non sempre dal Pio albergo Trivulzio (tristemente famoso anche con il Covid) e quella delle nuove tangenti se non dal San Raffaele o da Sesto San Giovanni... per non parlare di Expò e della generale gestione della pandemia? Che dire a proposito di Penati e Formigoni? Chi ricorda ormai che il primo processo di rilievo che implicava i partiti in ruberie sulla cosa pubblica si ebbe a Torino nel 1983, per una denuncia partita dal sindaco Diego Novelli, con l’incriminazione del generale Raffaele Giudice della guardia di finanza (prima condannato e poi derubricato dal processo sullo scandalo petroli) e, soprattutto, con l’assassinio del Giudice inquirente Bruno Caccia (ucciso dalla ndrangheta)?

    Chi è più terrone (nel senso deteriore del termine), uno scrittore di fama internazionale come Camilleri o uno dei nostri più significativi premier, di pura ascendenza lombarda?

    Lasciamo parlare lo stesso Cazzullo:

    In particolare è la fatale Napoli ad attrarre le sue energie. L’emergenza rifiuti, i consigli dei ministri spostati nel Palazzo Reale, i viaggi a cadenza settimanale, l’inaugurazione solenne del termovalorizzatore di Acerra. Ma anche Mariano Apicella, l’ex posteggiatore divenuto un simbolo del berlusconismo. Elena Russo, una delle attrici segnalate a Saccà nell’ormai celebre telefonata, protagonista dello spot – stile Sophia Loren giovane – per celebrare la vittoria sui rifiuti. Le gemelline De Vivo, quelle dell’edizione 2008 dell’ Isola dei famosi, che il cavaliere conosce già nel luglio 2007, all’hotel Vesuvio: arriva Gigi D’Alessio con le gemelline, lui le imbarca a Capodichino sul suo aereo in partenza per Roma, offre a bordo la cena preparata da uno dei migliori ristoranti di Napoli, Mimì alla Ferrovia, e alla fine telefona a Emilio Fede segnalandogli le De Vivo come meteorine.

    La hall dell’hotel Vesuvio, quando Berlusconi scende a Napoli, è uno spettacolo da non perdere. [...] Quando arriva, c’è sempre qualcuno che dalla folla grida: Viva Silvie! Viva Perluscone!. Schierato al completo, il comitato Silvio ci manchi, animato dalle tre fanciulle – Virna Bello, Emanuela Romano, Francesca Pascale – celebri per aver portato a Villa Certosa un barattolo con l’aria di Napoli, un regalo alla Duchamp che a Berlusconi piacque molto, e da matrone come la signora Vittoria di Sant’Antonio Abate, che ai comizi si presenta avvolta nella bandiera del Pdl: Songo ‘na donna fedele, ma se Silvie me lo chiede sono disposta a tradire ‘o marito mio. Scene che ricordano i resoconti di Giorgio Bocca delle passeggiate di Achille Lauro nei bassi, accolto da grida tipo Cummannà, s’i ricco!, "Cummannà, vuie nun avita murì

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