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Dacci oggi il nostro pane

Dacci oggi il nostro pane

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Dacci oggi il nostro pane

Lunghezza:
169 pagine
1 ora
Editore:
Pubblicato:
24 mag 2022
ISBN:
9791221408515
Formato:
Libro

Descrizione

La quarta invocazione del Padre nostro - «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» (seguendo Matteo) o «Dacci ogni giorno il pane quotidiano» (seguendo Luca) - ci appare come una richiesta molto semplice fatta a Dio perché provveda all'alimentazione nostra e di tutto il mondo. Il suo significato ci sembra talmente evidente che, forse, non è stata oggetto di particolare riflessione. E se invece questa invocazione non fosse così semplice quanto appare? Innanzitutto l'invocazione si può interpretare in due modi diversi, considerando la parola pane riferita al cibo materiale - e noi faremo così - oppure a un alimento spirituale. Ma è proprio interpretando la parola pane nel suo significato letterale che essa ci riserva molte sorprese.Vi propongo quindi un percorso biblico per esaminarla insieme soffermandoci in modo particolare su alcune parole: principalmente poveri, pane e provvidenza.
Editore:
Pubblicato:
24 mag 2022
ISBN:
9791221408515
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Dacci oggi il nostro pane - Giovanni Maglioni

I.

Il Dio della storia

dell’Antico Testamento

Ricchezza e povertà. I poveri nel mondo antico

Cominciamo la nostra riflessione, con l’aiuto dei libri di storia sociale¹, con alcune informazioni essenziali su poveri e povertà nel mondo antico; queste ci servono per capire meglio

- in quali condizioni e ambienti si vivesse dai tempi dell’AnticoTestamento sino ai tempi di Gesù;

- quale sia il significato dei termini poveri e povertà, in contrapposizione a ricchi e ricchezza, quando ricorrono nella Bibbia;

- quale valore assuma il pane per le varie categorie sociali.

Occorre innanzitutto fare una premessa: quando noi leggiamo poveri nelle traduzioni italiane della Bibbia, questo termine può riferirsi a due classi di persone sostanzialmente diverse, indicate all’origine con parole differenti. Sia il testo ebraico sia la traduzione greca usano infatti due termini diversi per indicare due categorie di persone accomunate nella povertà, ma non certo ad un eguale livello. Nella traduzione italiana queste vengono impropriamente unificate sotto la parola poveri, benché l’italiano, come già il latino, abbia una moltitudine di termini differenti per indicare la povertà. Se anche la notra lingua non ha una distinzione netta tra queste due classi di poveri, come invece l’ebraico e il greco, penso sarebbe bene cercare perlomeno di differenziarle utilizzando parole differenti, come ad esempio indigenti per la povertà assoluta e poveri per quella relativa.

Due termini quindi in ebraico e in greco. Il primo è ani in ebraico, penetes in greco (al plurale), e indica la categoria dei relativamente poveri, che non hanno l’assillo di come saziare la fame quotidiana, sia pure con solo pane, e possono permettersi uno o due vestiti, sia pure miseri, e una abitazione, anche se certamente nè spaziosa nè confortevole.

L’altro termine è ebjon in ebraico, ptochoi in greco (anche qui uso il plurale), e si riferisce agli assolutamente poveri, quelli che debbono lottare ogni giorno per trovare qualcosa da mettersi nello stomaco e, nelle città, anche un po’ d’acqua da bere, sono coperti da un abito non lontano dagli stracci, non si possono permettere una abitazione decente o, come i nostri barboni, sono addirittura senza tetto e disperati. Forse proprio pensando a loro Gesù ha detto: «Ero nudo e non mi avete vestito» (Mt 25,36).

Gli ptochoi vivevano quindi in condizioni da odierno terzo mondo e, per questo motivo, verrebbe da pensare che costituissero una infima minoranza, come appunto sono i barboni presso di noi, ma non è così: formavano una classe discretamente numerosa, che comprendeva mendicanti - quante volte nei Vangeli troviamo dei mendicanti! - malati cronici e disabili, come ad esempio ciechi, storpi e paralitici, le vedove e gli orfani, molte tra le prostitute - che erano tantissime - molti pastori e banditi. Ricordo che era inoltre proverbiale la povertà dei pescatori, anche se non è detto che appartenessero agli ptochoi.

Galeno - nato nel 129 d.C. - afferma che durante l’inverno gli abitanti delle campagne consumavano tutte le derrate alimentari disponibili, per cui in primavera mangiavano rami, germogli di piante e cespugli, tuberi e radici di piante indigeste, finendo di riempirsi lo stomaco con vegetali vari, compresa l’erba verde.

Vi erano poi, ovviamente, tante condizioni intermedie tra la categoria più elevata degli appartenenti ai penetes e quella degli assolutamente ptochoi.

Perché questa distinzione è importante? Anche solo per capire i discorsi delle beatitudini, dove i poveri detti beati da Luca sono gli ptochoi, cioè i miserabili, senza cibo, senza vestiti, senza tetto, come il povero Lazzaro, chiaramente detto ptochos. E forse allora, con questa conoscenza in più, possiamo meglio comprendere il valore di questa beatitudine… anche se ne resteremo ancor più spaventati.

La Palestina, in ogni caso, a partire dal periodo ellenistico - più o meno dal 300 a.C. - diventa sempre più una regione di grandi contrasti, dove i ricchi (pochi) diventano sempre più ricchi e i molti poveri sempre più poveri. Non si pratica più - se mai è stata praticata - la redistribuzione delle terre e, poiché lo status sociale si vedeva principalmente dall’estensione di terra posseduta, i ricchi e i funzionari pubblici, anche stranieri, compravano la terra posseduta dai poveri, che venivano a ritrovarsi così senza niente. Il rabbi Tarfon, ovviamente ebreo, che possedeva molti terreni e schiavi, sosteneva che potesse considerarsi ricco chi aveva un patrimonio terriero di almeno 100 vigneti e 100 campi da coltivare, con 100 schiavi per lavorarli.

Si era formata in tal modo un’enorme concentrazione di potere e di ricchezza nelle mani di pochi, che appartenevano a un’èlite e abitavano nei centri urbani, mentre si pensa che più del 90% della popolazione vivesse nelle campagne. Anche in Israele i ricchi vivevano in città e appartenevano spesso alle più antiche famiglie sacerdotali. Così il profeta Amos e Isaia descrivono i più abbienti:

«Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati».

(Am 6,4-6)

«Ci sono cetre e arpe, tamburelli e flauti e vino per i loro banchetti; ma non badano all’azione del Signore, non vedono l’opera delle sue mani». (Is. 5,12)

Sempre Isaia descrive gli ornamenti delle donne ricche:

«In quel giorno il Signore toglierà l’ornamento di fibbie, fermagli e lunette, orecchini, braccialetti, veli, bende, catenine ai piedi, cinture, boccette di profumi, amuleti, anelli, pendenti al naso, vesti preziose e mantelline, scialli, borsette, specchi, tuniche, turbanti e vestaglie».

(Is 3,18.23)

Sappiamo dalla parabola degli operai dell’ultima ora, in Matteo, che il proprietario della vigna aveva dato a tutti i suoi lavoratori, alla sera, il salario corrente per una giornata lavorativa: un denaro². La legge mosaica prescriveva infatti di dare ogni sera ai propri braccianti agricoli il salario spettante, in quanto era loro indispensabile per cibarsi.

«Non defrauderai il salariato povero e bisognoso, sia egli uno dei tuoi fratelli o uno dei forestieri che stanno nel tuo paese, nelle tue città; gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e vi volge il desiderio; così egli non griderà contro di te al Signore e tu non sarai in peccato».

(Dt 24,14)

In Israele un denaro al giorno, tenuto conto dei sabati e delle feste, voleva dire poco più di 200 denari all’anno, limite sotto il quale vi era la povertà assoluta, e si era dunque ptochoi.

Quei 200 denari, in una famiglia media di sei persone, bastavano infatti soltanto ad acquistare 400 pani per ogni componente la famiglia all’anno, ripeto all’anno, quindi poco più di un pane al giorno per ogni bocca da sfamare.

I pani erano però piuttosto grossi, e si pensa che fornissero circa 1200/1400 calorie, il minimo per sopravvivere. Dunque il pane, nero, era l’alimentazione normale del povero, possibilmente con un poco d’olio e, se disponibili, verdure (soprattutto cipolle) e uova.

Comprendiamo così perché nel Vangelo di Marco, l’evangelista, quando si tratta di pasti normali non usa espressioni del tipo di consumare il pasto, o qualcosa come il nostro mettersi a tavola, ma utilizza la frase, ben più realistica per la quotidianità di Gesù e dei discepoli, di mangiare il pane. Quello era infatti il pasto normale, e beato (mi perdoni Luca...) chi poteva averlo.

D’altronde il libro del Siracide scrive:

«Le prime necessità della vita sono acqua, pane e vestito, e una casa che protegga l’intimità».

(Sir 29,21)

Nelle città il pane lo si comprava dai panettieri, nelle campagne lo si cuoceva in casa con mezzi più o meno di fortuna, dopo che era stato macinato per gli abbienti il frumento occorrente, e per i poveri l’orzo, meno caro del frumento. Per facilitarne la cottura il pane era molto sottile. Le macine non potevano essere prese come pegno per i debiti:

«Nessuno prenderà in pegno né le due pietre della macina domestica né la pietra superiore della macina, perché sarebbe come prendere in pegno la vita».

(Dt. 24.6)

In Israele, nel I secolo vi era un numero molto elevato di ptochoi, perché vi era un reddito procapite veramente da terzo mondo odierno. Uno studioso israeliano ha calcolato che la Palestina avesse poco più di un milione di abitanti (forse 1.25 milioni) tra ebrei e non ebrei, con un prodotto procapite lordo di circa 50 denari. Dedotte le tasse e le imposte, rimaneva in media a ogni abitante la somma di 40 denari l’anno.

Si tratta per giunta di una media, che comprende quindi anche i latifondisti e le altre catogorie di persona molto ricche...

Un’ulteriore informazione: si calcola che la soglia del minimo vitale nei paesi dell’impero romano, non quindi della povertà ma a essa inferiore in quanto era la discriminante tra penetes e ptochoi, fosse in media di 250-300 denari/anno per famiglia nelle campagne, dove la vita costava meno, di 600 nelle città e ben di 900 denari a Roma, città costosissima. Questo minimo vitale, per quanto riguarda l’alimentazione, si riferiva a un’alimentazione fatta solo di cereali, grano o orzo, come abbiamo detto parlando del salario

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