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Eh, bambin...

Eh, bambin...

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Eh, bambin...

Lunghezza:
351 pagine
4 ore
Pubblicato:
31 gen 2022
ISBN:
9788830656222
Formato:
Libro

Descrizione

La separazione dall’adorata nonna, un’esperienza in collegio, diverse famiglie affidatarie e otto lunghi anni di abusi fanno di Magda una bambina con una sensibilità fuori dall’ordinario, cresciuta molto in fretta. Divenuta ormai adulta incontra Riccardo, l’uomo della sua vita, con cui si sposerà e avrà due figli: il suo riscatto da un passato ormai lontano ma sempre pericolosamente in agguato. Riuscirà davvero a liberarsene una volta per tutte? Eh, bambin… è un libro forte, potente, da leggere tutto d’un fiato; un libro in cui l’ordine cronologico degli eventi si lascia attraversare da flashback puntellati da aggettivi onomatopeici, da ricche metafore e da richiami animistici. Il frequente rimando a capolavori della musica classica ci permette di immergerci nei contenuti del romanzo e di avvicinarci autenticamente alle emozioni provate dalla protagonista, nonché autrice di questa toccante autobiografia.

Magda Maddalena Marconi è libera professionista nelle vesti di psicologa e psicoterapeuta. 
È docente di Logoterapia e Analisi Esistenziale presso Alæf; è membro della International Association of Logotherapy and Existential Analysis al V. Frankl Institut di Vienna. 
Ha al suo attivo otto testi specialistici, un premio letterario per il libro Dire la verità ai figli, quattro specializzazioni post lauream, vari articoli e saggi di psicoterapia.
Pubblicato:
31 gen 2022
ISBN:
9788830656222
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Eh, bambin... - Magda Maddalena Marconi

Prefazione di Barbara Alberti

Il prof. Robin Ian Dunbar, antropologo inglese, si è scomodato a fare una ricerca su quanti amici possa davvero contare un essere umano. Il numero è risultato molto molto limitato. Ma il professore ha dimenticato i libri, limitati solo dalla durata della vita umana.

È lui l’unico amante, il libro. L’unico confidente che non tradisce, né abbandona. Mi disse un amico, lettore instancabile: Avrò tutte le vite che riuscirò a leggere. Sarò tutti i personaggi che vorrò essere.

Il libro offre due beni contrastanti, che in esso si fondono: ci trovi te stesso e insieme una tregua dall’identità. Meglio di tutti l’ha detto Emily Dickinson nei suoi versi più famosi

Non esiste un vascello come un libro

per portarci in terre lontane

né corsieri come una pagina

di poesia che s’impenna.

Questa traversata la può fare anche un povero,

tanto è frugale il carro dell’anima

(Trad. Ginevra Bompiani).

A volte, in preda a sentimenti non condivisi ti chiedi se sei pazzo, trovi futili e colpevoli le tue visioni che non assurgono alla dignità di fatto, e non osi confessarle a nessuno, tanto ti sembrano assurde.

Ma un giorno puoi ritrovarle in un romanzo. Qualcun altro si è confessato per te, magari in un tempo lontano. Solo, a tu per tu con la pagina, hai il diritto di essere totale. Il libro è il più soave grimaldello per entrare nella realtà. È la traduzione di un sogno.

Ai miei tempi, da adolescenti eravamo costretti a leggere di nascosto, per la maggior parte i libri di casa erano severamente vietati ai ragazzi. Shakespeare per primo, perfino Fogazzaro era sospetto, Ovidio poi da punizione corporale. Erano permessi solo Collodi, Lo Struwwelpeter, il London canino e le vite dei santi.

Una vigilia di Natale mio cugino fu beccato in soffitta, rintanato a leggere in segreto il più proibito fra i proibiti, L’amante di lady Chatterley. Con ignominia fu escluso dai regali e dal cenone. Lo incontrai in corridoio per nulla mortificato, anzi tutto spavaldo, e un po’ più grosso del solito. Aprì la giacca, dentro aveva nascosto i 4 volumi di Guerra e pace, e mi disse: Che me ne frega, a me del cenone. Io, quest’anno, faccio il Natale dai Rostov.

Sono amici pazienti, i libri, ci aspettano in piedi, di schiena negli scaffali tutta la vita, sono capaci di aspettare all’infinito che tu li prenda in mano. Ognuno di noi ama i suoi scrittori come parenti, ma anche alcuni traduttori, o autori di prefazioni che ci iniziano al mistero di un’altra lingua, di un altro mondo.

Certe voci ci definiscono quanto quelle con cui parliamo ogni giorno, se non di più. E non ci bastano mai. Quando se ne aggiungono altre è un dono inatteso da non lasciarsi sfuggire.

Questo è l’animo col quale Albatros ci offre la sua collana Nuove voci, una selezione di nuovi autori italiani, punto di riferimento per il lettore navigante, un braccio legato all’albero maestro per via delle sirene, l’altro sopra gli occhi a godersi la vastità dell’orizzonte. L’editore, che è l’artefice del viaggio, vi propone la collana di scrittori emergenti più premiata dell’editoria italiana. E se non credete ai premi potete credere ai lettori, grazie ai quali la collana è fra le più vendute. Nel mare delle parole scritte per esser lette, ci incontreremo di nuovo con altri ricordi, altre rotte. Altre voci, altre stanze.

Gorizia

È l’inizio della primavera, sto passeggiando nel corso principale della città di Gorizia in cui mi trovo per una breve vacanza e, mentre procedo con calma pensando al mio lavoro, vengo distratta dal rintocco festoso delle campane che risvegliano in me, immediatamente, dei ricordi di tanti anni fa.

Una parte profonda di me reclama attenzione: accantono subito i miei pensieri e mi lascio trasportare indietro nel tempo, là dove la mia mente sente il desiderio di soffermarsi.

Tanti anni fa, un sabato del mese di marzo, a Gorizia, mentre le campane di Sant’Ignazio suonavano a distesa e i rintocchi confluivano in libere vibrazioni come un concerto di armonie gaie e festanti, io nacqui.

Uscii dal grembo di mia madre e mi accolse un ambiente molto confortevole in un vociferare di suoni femminili, maschili, infantili. Piccola creatura di cinquantadue centimetri che già preannunciavano una statura diversa dalla norma: sarei stata una persona molto alta.

Crebbi a Gorizia, ai confini dell’Italia, quella parte che si affaccia sulla Slovenia e che si caratterizza per una miscellanea di culture che considero foriera di ricchezze da scoprire.

Così cominciai a riconoscere, dalle voci e dai suoni esterni, tutto ciò che avevo già sentito, fino a pochi minuti prima, nel grembo materno. Sì, perché, là dentro, io sentivo la musica che la mia famiglia creava e la confidenza con quei suoni divenne subito per me qualcosa di importante che mi dava un senso di continuità, di vincolo carezzevole.

Avevo sentito molte volte quei suoni: non come li intendiamo noi adulti ma come vibrazioni sonore che i piccoli umani imparano a riconoscere fin dall’inizio della vita intrauterina. Durante la mia nascita si creò un collegamento tra il passato e il presente, tra la vita nell’acqua e la vita nell’aria.

L’accoglienza delle campane a concerto fu la cosa più bella che mi potesse capitare all’inizio della mia vita terrena.

Ed è lo stesso timbro dello scampanare che sto gustando ora! Ho la sensazione che le vibrazioni di queste campane siano rimaste ferme nel tempo per mantenere immutate le emozioni delle persone che, come me, si risvegliano all’ascolto di queste gaie armonie.

Mi accolsero, nella famiglia materna, la nonna rimasta vedova da tre anni, la zia, lo zio, un cuginetto nato pochi giorni prima di me e un altro zio molto giovane che aveva solo sei anni più di noi neonati. La zia, lo zio giovane e la mia mamma erano i tre figli della mia nonna. Il marito della zia era un finanziere che trascorreva molte ore fuori casa per lavoro.

Io sentivo che lo zio di sei anni, pur essendo molto giovane, era una figura importante: sentivo che si occupava di me con una certa maturità.

Questa era la mia famiglia. Non c’erano – come ci si immagina – una madre, un padre e magari qualche fratellino.

Mia madre mi fece nascere ma non la sentii mai molto presente, ciononostante mi trovai in una famiglia allegra, povera ma ricca spiritualmente. Avevo attorno a me persone che mi amavano e non mi accorsi subito che, rispetto al cuginetto coetaneo che era stato accolto da due genitori, io non avevo un padre e che mia madre era sempre assente per cercare un impiego.

Non me ne accorsi.

Mi resi conto di tutto ciò tanti anni dopo perché, per mia fortuna, il padre del mio cuginetto era un uomo che si preoccupava di noi bambini: ci faceva divertire e, quando si aggirava per casa come una figura buona ma autorevole, al momento giusto sapeva impartire le norme, cioè quelle regole antiche ma così importanti che indicano ai bambini la strada della vita e come comportarsi bene.

La figura materna era impersonata dalla nonna che mi amava con le sue premure e con i suoi sguardi attenti e dolci: si aggirava nella grande casa natia con la delicatezza di una madre diligente e con la scrupolosità di una donna esperta ma mai invadente.

Ricordo che da piccina imparai presto ad autogovernarmi. Non esistevano dei principi pedagogici e psicologici da seguire: i bambini venivano lasciati un po’ a se stessi e noi – il mio cuginetto, mio zio e io – imitavamo i grandi. Io, in particolare, come unica femminuccia, imparai presto a destreggiarmi fra le varie difficoltà della mia vita infantile. Fin da piccolina la mia sensibilità di bimba lasciata un po’ a se stessa mi spronava a cercare soluzioni.

Ormai l’allegria festosa delle campane si sta diradando per infrangersi, fino ad ammutolirsi, nel fragore delle macchine che attraversano il corso principale e di tutte le persone che parlano, schiamazzano e ridono.

Mentre procedo, all’improvviso vengo attratta dallo splendido stile viennese della casa natia. Mi ci avvicino con l’emozione del piacere, attraverso con calma il portico ad arco, già con il naso all’insù, perché… io sono nata là, al terzo piano: appena l’ombra concede spazio alla luce radiosa del sole, i miei occhi cercano e trovano subito i sapori e le tinte di quei momenti.

Quella terrazza lassù

Eh sì, il mio luogo ricreativo preferito era la lunga terrazza che costeggia tutto l’appartamento. Stavo bene là perché osservavo i passanti, i bambini che giocavano, le scene familiari che rubavo intrufolandomi con gli occhi nelle finestre delle case. Ascoltavo estasiata una musica che proveniva dalla casa di fronte: era quella del pianista De Leitenburg, il più famoso compositore goriziano, artefice di successi internazionali, che riempiva tutto lo spazio esterno con le sue coinvolgenti note. Un giorno, mentre osservavo tranquilla ed ero rapita da ciò che vedevo, arrivò la nonna e mi appoggiò sulle gambette un piattino con alcune ciliegie appena lavate.

«Ti ho portato le ciliegie, cerca di non sporcarti», si raccomandò la mia nonna con tono autorevole ma dolce.

A me piaceva molto obbedire, perché mi teneva legata a lei.

«Va bene, nonna».

Lei si appoggiò al parapetto riposandosi un po’ dalle fatiche della mattinata e disse:

«Cosa stai guardando?».

«Laggiù, i bambini che giocano».

«Eh, bambin…» disse con tono amorevole, «quando sarai più grande potrai andare anche tu a giocare, sai?».

Da quel tono rassicurante capivo le sue benevole intenzioni e mi sentivo amata da lei.

Intanto, appagata, guardavo le mie ciliegie rosse, turgide, lucide, e mi sembrava che il cielo si riflettesse in ogni ciliegia e che io potessi gustare anche il cielo oltre che i frutti: li assaporavo, seduta sul pavimento fresco, con le gambette nude che lasciavo penzolare nel vuoto. Mi piaceva proiettarmi in queste fantasie spontanee.

Se tutto questo fosse l’inizio di un film, la musica più adatta a rappresentarlo sarebbe Il carnevale degli animali di Camille Saint-Saëns, perché rispecchia emotivamente ciò che provavo da bambina: le scorribande delle dita del pianista sui tasti del suo strumento sono le stesse scorribande del mio pensiero lassù, su quella lunga terrazza, in prima fila in un affascinante teatro animato da scene di vita quotidiana. Insomma, un concerto di musica allegra, ma anche di struggente curiosità per le cose della vita, si svolgeva dentro il mio piccolo mondo infantile tutto proteso in avanti.

Rimango immobile a osservare la casa dei miei sogni infantili e… ecco la finestra della stanza dove dormivo con la nonna. Odo ancora quei suoni, quelle voci, quegli scricchiolii dei vecchi pavimenti di legno, il rumore dei passi della nonna che si avvicina a me per dirmi di lavarmi le manine perché il pranzo è pronto.

I pasti erano sempre cibi semplici ma curati, come se la nonna volesse mascherare la povertà di quegli ingredienti per dare dignità al nostro desco. Era molto brava a presentarci delle ricette che sembravano squisitezze da chef esperta: gnocchetti lavorati a mano; il toc toc, come lo chiamavano lei e la zia, che altro non era che un insieme di verdure di stagione mescolate con dei pezzetti di lardo fritto nell’aceto che dava un gusto molto gradevole al piatto; alla domenica c’era una fettina di carne con un’abbondante porzione di purea di patate ben condita; gli gnocchi ripieni di marmellata, o con una susina e, sopra, un’innevata di pan grattato e zucchero abbrustoliti nel burro fuso, erano il dolce domenicale. Insomma, tutti cibi a base di patate ma ben presentati per stimolare l’appetito. Cibi poveri, perché eravamo poveri. Ricordi ricchi, perché pieni di valori ricchi.

Il nonno artista

Mi piaceva stare nella stanza dove dormivo perché c’erano tante cose da osservare: il soffitto, con strane crepe che nella mia testa diventavano delle figure epiche e magiche, così come i colori della tinteggiatura, ormai impregnata di tempo passato e di cose accadute, diventavano gli sfondi colorati delle mie storie fantastiche. Poi c’era quel quadro enorme dipinto dal nonno. Anche lui, che oramai non viveva più da alcuni anni, era stato un artista: uno scultore, un musicista, un ottimo pasticcere e un uomo che non si arrendeva mai, nonostante i tempi della guerra frenassero qualsiasi tentativo di riscatto dalla miseria. Quel suo quadro, in particolare, copriva una grande parete a immortalare l’opera di Verdi nel momento in cui la principessa etiope Aida incontra il guerriero Radamès. Persino i dettagli della scena faraonica di Verdi non mancavano di fascino: tutto era studiato nei minimi particolari. L’inchino di Radamès ad Aida sospendeva il tempo. Catturava il mio sguardo.

Era stato proprio bravo il nonno e io, piccina, ogni mattina al risveglio e ogni volta che la nonna mi portava nel mio lettino, osservavo quella scena imponente che un po’ mi intimoriva sia per la monumentalità dei contenuti sia per l’assenza di colori: c’erano infatti solo le tonalità dei grigi e dei neri. Spesso guardavo questo quadro misterioso che sembrava in movimento e mi immedesimavo in Aida.

Non era un quadro enorme solo perché ai miei occhi di bimba tutto sembrava gigantesco, ma perché lo era davvero, anche quando lo vidi da adulta.

Subito lì vicino alla camera dove dormivo vedo la veranda con le quattro finestre e dentro intuisco quegli spazi che il silenzio indecifrabile degli adulti ha trasformato in luoghi segreti: guai a parlarne! Chissà cosa sarebbe successo! Il mistero si infittiva ogni volta che ci si avvicinava a quella porta sempre chiusa a chiave.

Le stanze misteriose

Nella grande camera dei dipinti del nonno esisteva quella porta misteriosa oltre la quale nessuno poteva andare. Almeno così ci era stato detto. L’impossibilità di entrare in quei locali destava in noi bambini una grande curiosità e ammantava la situazione di grande mistero. Probabilmente questo divieto dipendeva dal fatto che, avendo lasciato quei locali ammobiliati, i proprietari avrebbero potuto sfrattarci in qualsiasi momento senza ricorrere a ingiunzioni.

Attorno a questo divieto si era creata una coltre enigmatica che affascinava noi bambini: eravamo sempre protesi verso la maniglia di quella porta e i nostri pensieri sul come poterla valicare si avviluppavano in mille ipotesi e infantili escursioni mentali per riuscire a capire come entrare all’insaputa dei grandi. Solo una volta ci riuscimmo in modo rocambolesco e scoprimmo che in quelle stanze misteriose c’erano dei mobili vecchi, avvolti da ampi tendaggi di ragnatele e soffocati da un polverio biancastro che aleggiava nell’aria antica. Sembrava che tutto fosse stato lasciato lì all’improvviso e che il tempo per riordinare avesse ceduto il passo all’abbandono. Entrammo cautamente e in punta di piedi con il timore di procedere oltre quel limite, cosa che avrebbe potuto scatenare le urla della zia.

Era magico, quel luogo: tutto era sospeso e lasciava a noi bambini la libertà di immaginare qualsiasi cosa.

Poi, però, sentimmo i passi carichi di rabbia della zia che ci aveva scoperti e tuonò:

«Questa è la prima e sarà anche l’ultima volta che entrerete in queste stanze, avete capito bambini?».

«Perché?» chiesi timidamente.

«Perché, perché, perché…» disse spazientita, «questa non è casa nostra e non si può venire quando si vuole. Guai a voi se disobbedite».

Quel guai a voi mi rimase molto impresso, più che per il suo significato, per il modo severo e perentorio con cui la zia lo aveva pronunciato.

Io fui ugualmente contenta per aver colmato un vuoto dopo aver appagato la mia curiosità.

Ora che, da quaggiù, allargo lo sguardo, riconosco anche la porta della stanza da cucito della nonna!

Una lacrima furtiva si fa notare dalla mia guancia e lascio che scorra giù, fino al collo. È ancora l’amore per la mia nonna che si fa sentire, non ci posso fare niente: quando vedo o sento qualcosa che mi rimanda a lei, mi si ribalta l’anima e il pianto deve uscire per alleggerirla un po’ dal dolore per la sua mancanza.

Tra questo luogo proibito e la camera da letto dove dormivo con la nonna e la mamma – quando tornava a casa per brevi periodi – c’era un’altra camera in cui la nonna aveva sistemato un grande tavolo da sarta che, al bisogno, poteva allungare, e sul quale tagliava, imbastiva, cuciva e rifiniva gli abiti delle clienti: quasi quotidianamente costoro si presentavano per le prove che la nonna curava con molta maestria, o almeno a me sembrava che fosse così. La nonna era un vero modello di ordine, di precisione, di correttezza e di puntualità che ho fatto mio, come a prendere dentro di me queste sue doti. Non c’era qualcosa che non mi piacesse di lei: sempre pacata, calma, sorridente, paziente, discreta, parlava solo quando era necessario, altrimenti amava ascoltare, amava dare tempo agli altri perché li considerava sempre più importanti di se stessa. In questa grande casa nel corso principale della cittadina di Gorizia lei rimaneva sempre al centro della famiglia proprio perché, pur essendo umile, trainava tutti, non economicamente ma con il suo modo di fare da persona saggia alla quale tutti si rivolgevano per esaminare i vari problemi da affrontare. Io non capivo quali fossero ma osservavo le dinamiche in famiglia e mi rendevo conto di quanto lei fosse importante.

I ricordi sgusciano fuori dal mio profondo per delineare una storia ricca di vicende, di persone, di sentimenti, di emozioni.

Un tumulto interiore mi suggerisce di sedermi al tavolino di un caffè da cui io possa osservare meglio la casa natia. Ordino un tè caldo per concedermi tutto il tempo di farlo intiepidire e per gustare i ricordi che si ripresentano alla mia coscienza.

La mia famiglia materna

I tre figli della nonna, cioè la zia, mia madre e lo zio giovane, intrapresero strade molto diverse. La zia si prendeva cura della casa e dell’educazione del figlio; la mamma era sempre alle prese con la ricerca di un lavoro fuori Gorizia e provvedeva a inviare alla famiglia una parte dei suoi guadagni; lo zio giovane, che evidentemente aveva ereditato da suo padre perspicacia e intelligenza creativa, amava sperimentare vari lavori e mettersi sempre in gioco per diventare una persona indipendente. Insomma, gli esempi per diventare una brava bambina e una persona equilibrata li avevo tutti. La nonna si dedicava prevalentemente alla cura del terzo figlio – mio zio – e di me, dalla nascita fino ai miei quattro anni e mezzo di vita.

Lo sparghért

Appena fui in grado di camminare e di muovermi per casa, mi alzavo al mattino e mi presentavo in cucina, che era uno stanzone con lo sparghért, cioè un focolare in ghisa rivestito di maiolica con degli sportelli nella parte anteriore per accendere il fuoco. Ricordo bene il cassettone porta legna, il vano per raccogliere la cenere che veniva usata per lavare a mano le lenzuola e sul piano di cottura la piastra e dei cerchi concentrici in ghisa che venivano tolti singolarmente per inserire i ciocchi di legno. Oltre allo sparghért, c’era un grande tavolo con le sedie e due madie con le vetrinette che custodivano le stoviglie e le vecchie tazzine, che non si usavano mai per timore di frantumarle e che si facevano notare con il loro tintinnio ogni volta che i passi dei grandi creavano piccoli scombussolii. In una vetrinetta c’era una serie di santini in bella vista che dovevano proteggere la famiglia. Tra le due grandi finestre che si affacciavano sul terrazzo di casa era situata una cassapanca.

Gli occhi si soffermano sulle due finestre della cucina e, subito, il leggero calpestio dei miei piedini mi riporta al rito mattutino che si era creato tra me e la nonna.

Arrivavo in cucina e la nonna mi accoglieva con la solita frase:

«Oh… adesso facciamo un buon caffellatte, eh, bambin?».

«No, non voglio», rispondevo ogni mattina.

Ma, ogni volta di più, sentivo che questo rifiuto non mi si scollava dalla bocca. Quanto avrei voluto dire di sì, ma non sapevo come, perché quel non voglio era diventato un rituale che faceva parte di quel momento della giornata.

«Va bene», rispondeva lei con calma.

La nonna sapeva che poi, lasciandomi nella mia indocilità momentanea, alla fine mi sarei avvicinata al tavolo per fare la colazione. E così succedeva ogni giorno: la pazienza della nonna era sempre presente ma io, pur essendo mite, avevo bisogno di ribellarmi. Non ho mai accettato la sottomissione e, anche se quella non lo era davvero, perché la nonna era dolce con me, la reazione di rifiuto alle cose che dovevo fare era spontanea. Mi piaceva molto obbedire ma il rito della colazione era diventato uno spazio di bizzarria che mi serviva per misurarmi con le mie forze.

Poverina

Tutta la mia prima infanzia è stata caratterizzata da un atteggiamento compassionevole che la nonna esprimeva quando mi guardava. Succedeva spesso che, parlando di me ai famigliari e ai conoscenti, usasse l’aggettivo poverina e quest’abitudine mi pesava molto, perché io non amavo essere considerata poverina e sfortunata solo perché non avevo un padre e mia madre era quasi sempre lontana.

Io avevo la mia bella famiglia, mi sentivo privilegiata e rifiutavo il compatimento. Non esprimevo il fastidio per questa idea che gli altri si erano fatti di me ma, dentro me stessa, si impresse la volontà di rifiutare qualsiasi atteggiamento di compatimento, di commiserazione. Questo pensiero è sempre stato alla base delle mie reazioni risolutive a qualsiasi problema presentatomi dalla vita.

Quella strana domanda

Uno dei problemi che mi indispettiva maggiormente consisteva nella mia incapacità di comprendere tutto ciò che i grandi si dicevano. Era, infatti, un fastidioso enigma per me il fatto che, alcune mattine, la zia poneva la stessa domanda alla nonna: «Mamma… quanti siamo oggi?» e la risposta della nonna mi lasciava sempre in difficoltà, perché non capivo. Per me la risposta doveva essere semplicemente sei perché pensavo al numero delle presenze in casa: la zia, lo zio, la nonna, il cuginetto, lo zio giovane e io. Eravamo sempre in sei. Perché loro si chiedevano in quanti eravamo se eravamo sempre e solo in sei, e in sette quando rientrava la mamma? Questo mistero mi faceva credere di essere inadeguata perché non lo capivo. Quando scoprii che ogni giorno corrispondeva a un numero, mi svegliai da quel torpore infantile e sentii un gran piacere, come tutte le volte in cui scoprivo qualcosa di nuovo. Che sollievo! I giorni erano numerati, ecco perché la zia chiedeva quanti siamo oggi.

Arriva lo zio

Quando rientrava lo zio finanziere, sembrava che tutta la famiglia si ridestasse dal letargo delle abitudini. A me piaceva molto sia quando lo zio non c’era, perché la vita familiare mi dava una sensazione di continuità, di ritualità rassicurante, ma anche quando lui rientrava, perché portava una ventata di novità. Il suo essere esuberante e gioioso mi rallegrava molto. Ogni tanto portava a casa qualche piccolo rifornimento di cibo che alla nostra famiglia, a quell’epoca, faceva molto comodo proprio per le ristrettezze in cui era costretta a vivere. Lo zio saltava, rideva, scherzava e noi bambini gioivamo per questo. Spesso, per divertirci, faceva le capriole sul pavimento di legno della cucina e tutto tremava: le tazzine, sulle mensole della credenza, si agitavano preoccupate come se ci fosse stato un terremoto; sembrava che i mobili

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