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E-book419 pagine6 ore

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Info su questo ebook

Tre importanti personaggi scompaiono dopo il World Summit a Kuala Lumpur. Il giorno seguente, il presidente USA John Remy viene trovato morto d’infarto nella sua stanza d’albergo.


Intanto, due amici in viaggio attraverso il Nord America vanno in soccorso di una misteriosa donna che trovano arenata sulle rive del fiume Colorado. In qualche modo, tutti questi eventi sono collegati.


Scegliere di aiutarla li fa precipitare in una corsa da incubo attraverso il globo, poiché lei ha un segreto che rinnega tutto ciò che sappiamo dell’evoluzione umana. Inseguiti da una squadra letale intenzionata a fermarli, dovranno ritrovare una reliquia talmente antica da essere divenuta leggenda. Una reliquia che non salverà soltanto loro, ma l’umanità intera.

LinguaItaliano
Data di uscita23 mar 2022
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    Anteprima del libro

    Osservatori - S.T. Boston

    1

    Un formicolio fu la prima cosa percepita da Euri Peterson quando iniziò a tornare alla coscienza dopo il suo sonno indotto dalla droga. Un formicolio alle mani, come quando si svegliava di notte dopo aver dormito col braccio sotto di sé, solo che questa volta era diverso. Da qualche parte, lontano, nel mondo reale, distante dalla vorticante pozza nera nella sua mente semicosciente, riusciva a sentire un dolore acuto, ai polsi e alle caviglie. Mentre i secondi passavano, l’effetto della droga iniziava a svanire, permettendogli di cogliere brevi squarci della realtà: formicolio e dolore, il ronzio del condizionatore, il freddo della fronte sudata. Poi scivolava indietro, vacillando e cadendo nelle profondità della sua mente offuscata. L’incoscienza lo tentava molto più della realtà. Disperatamente, Peterson cercò di aggrapparvisi mentre si sentiva girare di nuovo. Non era ancora pronto a svegliarsi e affrontare ciò che lo aspettava, qualunque cosa fosse, ma era troppo tardi! La pozza vorticante lo lasciò andare, permettendogli di aprire gli occhi. Se non fosse stato per il dolore martellante che ora gli infuriava nella testa, non avrebbe neppure saputo di essere cosciente, dato che la stanza era completamente buia. Sbattendo le palpebre in modo lento e deliberato, tentò di schiarirsi la testa da quel martellante ronzio ovattato. I suoi tentativi di muovere polsi e piedi non ottennero altro che far strisciare sul pavimento la sedia a cui era legato, producendo un suono simile a quello delle unghie su una lavagna. Gradualmente, man mano che i suoi occhi si abituavano all’oscurità, una piccola perla di luce dal lato opposto della stanza si concesse finalmente alla sua vista, seguita dal debole, vago contorno di una porta. Peterson sentì un brivido percorrergli il corpo. Chiunque fosse stato incaricato di occuparsi dell’aria condizionata l’aveva messa al massimo, e l’aria fredda gli colpiva la fronte, congelando la pellicola di sudore che gli incollava alla testa i capelli brizzolati.

    Cosa riesco a ricordare?, si chiese nella mente. Ricordo l‘incontro e di aver tenuto il discorso. Ricordo di aver lasciato il Centro Congressi, il traffico dell’ora di punta di Kuala Lumpur e di essere quasi stato in ritardo per la cena presidenziale al JW Marriott. Dopo la cena e qualche drink sono andato nella mia stanza e mi sono fatto una doccia prima di andare dritto a letto. I ricordi riaffluirono uno dopo l’altro, ognuno incoraggiando il successivo. Allora… ricordo di essere andato a letto, si disse. Ma poi? E fu allora che i ricordi si fermarono, lasciando spazio alla confusione. Poi mi sono svegliato qui, legato a una sedia in una stanza buia. Peterson sentiva il cuore martellargli il petto come un tamburo. Il suono gli scorreva nel corpo e gli riempiva le orecchie di una pulsazione ritmica.

    Si schiarì la gola e respinse la sensazione di secchezza della lingua. «C’è qualcuno? Ehi?» gridò con voce rotta e rantolante. Le parole gli accesero un dolore acuto nella gola. La risposta quasi immediata alla sua implorazione fu il suono di passi pesanti che giungeva dall’altro lato della porta, seguito dal rumore di una serratura e da un lampo di luce che lo costrinse ad abbassare la testa e chiudere gli occhi. Qualcuno azionò un interruttore e altra luce inondò la stanza quando una serie di lampadine fluorescenti ronzarono e presero vita con riluttanza. Altri battiti di ciglia lenti e deliberati gli permisero di far abituare gli occhi alla luce bianca e aggressiva che ora riempiva il locale. Alzando lo sguardo e ignorando il bruciante dolore alla testa, Peterson si concesse un istante per osservare ciò che lo circondava: la stanza era piccola, non più di cinque metri quadri. Aveva pareti bianche brillanti e mattonelle in tinta. Non c’erano finestre, solo una grande porta di metallo dall’aria robusta. I passi appartenevano a un uomo alto e ben piazzato, con capelli castano scuro pettinati all’indietro. Il suo abito nero sembrava appena uscito dalla lavanderia a secco e la camicia al di sotto era abbagliante quanto le pareti attorno. Allungando una mano dietro di sé, lo sconosciuto spinse la porta, che si chiuse con uno scatto metallico.

    «Signor Peterson», attaccò l’uomo, fissandolo con gelidi occhi blu ghiaccio e un sorriso che sarebbe stato bene sul volto di un abile venditore di auto usate. «Per prima cosa, lasci che mi scusi per il modo in cui dobbiamo conoscerci. Ho ritenuto che questo fosse il solo modo possibile perché lei ascoltasse ciò che devo dirle. Ciò che succed