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La libertà di espressione nelle Università tra USA ed Europa: Una prospettiva pedagogica

La libertà di espressione nelle Università tra USA ed Europa: Una prospettiva pedagogica

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La libertà di espressione nelle Università tra USA ed Europa: Una prospettiva pedagogica

Lunghezza:
273 pagine
3 ore
Pubblicato:
22 mar 2022
ISBN:
9788838251900
Formato:
Libro

Descrizione

Nel 1964 un giovane studente americano, Mario Savio, diventa uno dei leader del Free Speech Movement all’Università di Berkeley in California. Chiede per sé e per i propri colleghi studenti universitari il diritto alla libertà di espressione e di parola, aprendo la strada per altre battaglie in favore dei diritti civili.
Poco più di 50 anni dopo, un’altra generazione di giovani studenti universitari americani chiedono invece qualcosa all’apparenza di opposto, con un nuovo lessico per definire queste richieste: safe spaces e comfort zones dove sentirsi al sicuro da discorsi troppo urtanti, speech codes per regolamentare lezioni e dibattiti in università e trigger warning per essere avvisati da parte dei docenti qualora intendano affrontare argomenti controversi o che in qualche misura potrebbero generare in loro una situazione emotivamente complessa. Una tendenza che si sta espandendo velocemente anche in Europa.
Ma che cosa accade all’università se, proprio in questo luogo preposto alla formazione dei giovani e alla ricerca, vengono limitati gli spazi di libertà per le idee e il dialogo? Quali sono i rischi di escludere dal dibattito accademico le questioni più controverse? Perché è importante, invece, dal punto di vista pedagogico, difendere e rilanciare la libertà di espressione non solo nelle università, ma in ogni sede dove è possibile?
Pubblicato:
22 mar 2022
ISBN:
9788838251900
Formato:
Libro

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La libertà di espressione nelle Università tra USA ed Europa - Francesco Magni

Francesco Magni

LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE NELLE UNIVERSITÀ TRA USA ED EUROPA

Una prospettiva pedagogica

Tutti i volumi pubblicati nelle collane dell’editrice Studium Cultura ed Universale sono sottoposti a doppio referaggio cieco. La documentazione resta agli atti. Per consulenze specifiche, ci si avvale anche di professori esterni al Comitato scientifico, consultabile all’indirizzo web http://www.edizionistudium.it/content/comitato-scientifico-0.

Realizzato con il contributo del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università degli studi di Bergamo.

Copyright © 2022 by Edizioni Studium - Roma

ISSN della collana Cultura 2612-2774

ISBN Edizione cartacea 978-88-382-5001-9

ISBN Edizione digitale 978-88-382-5190-0

www.edizionistudium.it

ISBN: 9788838251900

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Indice dei contenuti

PROLOGO

Gli anni ’60, l’università e la libertà di espressione

PARTE PRIMA

PROFILI RICOSTRUTTIVI E PROVOCAZIONI PEDAGOGICHE

1. Da Mario Savio ai trigger warnings: che cosa è accaduto?

2. Cenni storici sul sistema di higher education negli Stati Uniti

3. Microaggressions, trigger warnings, speech codes, no-platforming: una panoramica

4. Intermezzo. Alcune celebri epurazioni dalle università di ieri e di oggi

5. Il valore pedagogico della libertà di espressione in università

SECONDA PARTE

DEMOCRAZIA, LIBERTÀ DI PAROLA E POLITICAMENTE CORRETTO

1. La libertà nutrimento indispensabile all’anima umana

2. John Stuart Mill e il principio di libertà di espressione

3. Il politicamente corretto: origine e attualità di un concetto

4. Libertà e uguaglianza: inevitabile dissidio?

BIBLIOGRAFIA

INDICE DEI NOMI

CULTURA STUDIUM

CULTURA

Studium

270.

Scienze dell’educazione, Pedagogia e Storia della pedagogia

Francesco Magni

La libertà di espressione nelle università

tra Usa ed Europa

Una prospettiva pedagogica

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PROLOGO

MARIO SAVIO E IL FREE SPEECH MOVEMENT

To me, freedom of speech is something that represents the very dignity of what a human being is. [...] That’s what marks us off from the stones and the stars. You can speak freely. [...]. It is the thing that marks us as just below the angels.

Mario Savio

Il nostro percorso inizia nel 1964 all’Università di Berkeley in California e vede protagonista un giovane studente universitario di origini italiane, Mario Savio. Niente nella storia personale di Mario avrebbe fatto prefigurare l’emergere di una delle principali icone delle proteste studentesche degli anni ’60. Nato l’8 dicembre 1942 da una famiglia di emigrati italiani a New York (il padre Joseph aveva raggiunto l’America nel 1928 dalla Sicilia), Mario trascorre l’infanzia e la fanciullezza alla luce della profonda fede cattolica della madre Dora: frequenta la scuola cattolica e la domenica fa il chierichetto a messa nel Queens a New York City, andando così a configurare il ritratto di quello che si direbbe il classico bravo ragazzo e studente modello. Si iscrive quindi presso la Martin Van Buren High School e nel 1959 viene selezionato per una borsa di studio, insieme a un suo compagno tra gli oltre cinquemila studenti della scuola, per un corso estivo sulle discipline scientifiche e matematiche ( National Science Foundation (NSF) Summer Science-Math Institute) al Manhattan College per poi proseguire gli studi presso il Queens College di New York.

È in questo periodo che inizia da un lato il suo maggior coinvolgimento nelle nascenti cause per i diritti civili che di lì a poco agiteranno l’America e il mondo occidentale [1] ; dall’altro il suo progressivo allontanamento dalla Chiesa Cattolica [2] . Nell’estate del 1963 insieme ad una quarantina di altri studenti provenienti da diversi background ideologici e religiosi, Mario decide di partecipare ad un programma per aiutare lo sviluppo dei poveri nella città di Taxco in Messico. Nel frattempo, la famiglia di Mario si trasferisce a Glendora, nel sud della California. Trascorsa l’estate, Mario decide di seguire la famiglia e di iscriversi così all’Università di Berkeley, dove inizia a frequentare i corsi nell’autunno del 1963. Il 6 marzo 1964 Mario partecipa per la prima volta ad un sit-in di proteste davanti all’hotel Sheraton Palace di San Francisco per chiedere la fine delle politiche assunzionali discriminatorie nei confronti dei neri. Viene per la prima volta arrestato. Un fatto quest’ultimo, unito al conseguente processo con la partecipazione alle udienze in tribunale, che comporta per Mario l’assenza da un gran numero di lezioni universitarie, motivo per il quale decide di scrivere al preside del College of Arts and Sciences di Berkeley affermando che «gli studenti non dovrebbero essere penalizzati sotto il profilo del percorso accademico per aver saltato alcune lezioni come conseguenza dei loro atti di coscienza politica» [3] e che «l’Università della California di norma non dovrebbe interferire con i suoi studenti laddove agiscono nel loro ruolo di cittadini», pur concludendo la lettera affermando che l’università era «una importante, libera istituzione di apprendimento superiore, con un interesse vitale nell’estensione del processo democratico», invocando a questo scopo che l’Università difendesse i diritti dei propri studenti «usando ogni mezzo legale per assicurare i diritti civili [...] ogni volta che questi sono negati o limitati» [4] . Fin da questa prima lettera troviamo alcuni dei temi portanti che renderanno famosa la sua figura in tutto il mondo: difesa della libertà di coscienza come espressione di una cittadinanza attiva e politicamente impegnata, lotta per i diritti civili.

Nell’estate del 1964, mosso da un forte impeto di impegno per la giustizia sociale e per il miglioramento delle condizioni dei più poveri ed emarginati (sono gli anni delle battaglie per i diritti civili dei neri e delle proteste contro la guerra del Vietnam), Mario aderisce al Mississippi Freedom Summer project, promosso dallo Student Nonviolent Coordinating Committee (SNCC), partecipando insieme a migliaia di altri giovani attivisti ad una campagna per la nonviolenza, i diritti civili e la giustizia razziale in uno degli stati per tradizione più fortemente razzisti. In particolare il progetto prevede l’impegno di aiutare le persone di colore ad ottenere ed esercitare il proprio diritto di voto in Mississippi.

Dalla sua domanda di application al progetto possiamo ancor oggi ritrovare lo spirito ideale che lo muoveva: «Credo che potrei avere successo nel convincere i cittadini neri dell’importanza di registrarsi per votare, sempre sulla base del mio lavoro in Messico l’estate scorsa, dove ho dovuto convincere i poveri contadini di Taxco dell’importanza di aiutarci ad aiutare se stessi; molti di loro hanno espresso la convinzione che nulla avrebbe potuto migliorare la loro situazione, tanto essa era diventata disperata» [5] . Nell’estate del 1964 Mario divide quindi il suo impegno da un lato nell’aiutare nelle procedure di registrazione per il voto alle elezioni molte persone di colore e dall’altro insegnando nella Freedom Schools a bambini di colore. Questa esperienza di attivista per i diritti civili in Mississippi portò Mario a iniziare il semestre di studi a Berkeley con una ulteriore carica di impegno ideale.

L’esperienza della Freedom Summer rappresentò infatti per molti giovani volontari un banco di prova e un punto di non ritorno. Se era possibile difendere i diritti dei poveri in Messico e quelli dei neri in uno stato del profondo sud come il Mississippi, allora questa battaglia si poteva condurre sempre e dovunque. All’impegno per i diritti civili si unisce poi, nell’estate/autunno del 1964, anche la campagna elettorale per le presidenziali americane [6] .

Ecco, dunque, che entra qui in gioco il contesto universitario, un ambito che negli Stati Uniti aveva recepito, nel decennio precedente, alcune tra le decisioni politiche più controverse di quel periodo storico. Bastino due esempi. Il primo è rappresentato dal Selective Service Act approvato nel 1951, nel pieno della guerra di Corea (1950-1953), che fece diventare obbligatorio il servizio militare per tutti, tranne per coloro che riuscivano ad esserne esentati per motivi di studio. Tale decisione, abbinata a un sistema dell’istruzione volto ancora a selezionare l’élite della futura classe dirigente, innescò un meccanismo nel quale i figli della borghesia americana iniziarono a scriversi ai college universitari anche per sottrarsi alla leva militare, mentre le minoranze più povere, in particolare i neri, rappresentavano un naturale bacino per le nuove reclute militari. Un sistema che aumenterà disuguaglianze e rancori sociali, protraendosi fino alla guerra del Vietnam (1955-1975) dove tutto questo diventerà oggetto di pubblica protesta.

Un secondo elemento è costituito invece dal National Defense Education Act (NDEA), emanato in piena guerra fredda nel 1958 con lo scopo di accrescere il numero di ingegneri e di scienziati, dando nuovo impulso al settore dell’ higher education statunitense sotto il versante delle professionalità militari e delle tecnologie di difesa [7] . Un tema, quello dell’utilizzo dell’università per scopi di difesa e crescita della nazione, che ritornerà nelle riflessioni del rettore di Berkeley Clark Kerr.

All’interno di questo scenario, a metà degli anni ’60 le università americane, e tra esse Berkeley, vivono ancora di una certa atmosfera di rigore derivante dal clima culturale del decennio precedente [8] . Tra le altre limitazioni allora vigenti, vi era il divieto agli studenti di utilizzare strutture del campus come piattaforma di propaganda politica con l’obiettivo di preservare l’università libera da forme di advocacy di carattere politico [9] . Per questo motivo gli studenti di Berkeley si erano organizzati occupando una striscia di terra appena fuori da uno degli ingressi dell’università (c.d. Bancroft strip): in questo spazio tutti i gruppi studenteschi dell’università potevano promuovere iniziative, distribuire volantini ecc... A metà del mese di settembre l’amministrazione dell’università, guidata dal presidente Clark Kerr, decide di chiudere anche quest’ultima area di libero scambio di idee e dibattito.

Ben si comprende allora come, di fronte ai divieti delle autorità accademiche e del rettore Kerr di esercitare attività politica (svolgere banchetti, raccogliere fondi per associazioni in favore dei diritti civili ecc...) negli spazi universitari, Mario Savio e i giovani attivisti di Berkeley decidono di non rinunciare alle loro battaglie e che «it would be shameful not to stand up» [10] (letteralmente sarebbe vergognoso non alzarsi) contro una tale decisione.

Come scriverà Mario Savio pochi mesi più tardi nel saggio " An End to History", pubblicato la prima volta in un fascicolo di « Humanity» una rivista di Berkeley interreligiosa e interculturale nel dicembre 1964, c’è una profonda connessione tra l’impegno per i diritti civili in Mississippi durante l’estate del 1964 e le vicende dell’autunno 1964 a Berkeley. Mario Savio vede queste pur distinte vicende come parte di una medesima battaglia contro uno stesso nemico.

In Mississippi una minoranza autocratica e potente governa, attraverso la violenza organizzata, per sopprimere la vasta maggioranza di persone praticamente senza potere. In California, una minoranza privilegiata manipola la burocrazia universitaria per sopprimere ogni espressione politica degli studenti [11] .

La risposta iniziale ai divieti dell’amministrazione non è dunque quella di una protesta di piazza, ma di una interlocuzione cordiale e rispettosa con l’amministrazione dell’università. Tanto che le varie associazioni e sigle studentesche si riuniscono in un comitato comune denominato United Front, prodromico a quello che di lì a poco sarebbe diventato il ben più famoso Free Speech Movement [12] . Nel giro di qualche settimana, di fronte ai continui dinieghi delle autorità accademiche nei confronti delle proposte avanzate, la protesta studentesca cresce di numero e intensità, con l’amministrazione universitaria che inizia a prendere i nomi dei primi cinque studenti colti in violazione dei regolamenti interni del campus.

A questo punto Mario organizza una simbolica marcia di auto-denuncia verso gli uffici del Dean della Facoltà, con circa 300 studenti pronti ad auto-denunciarsi come gesto di solidarietà con i loro cinque compagni. Mario Savio viene quindi sospeso insieme ad altri suoi colleghi studenti. Troviamo qui un esempio di quell’atteggiamento di disobbedienza civile [13] sul quale si tornerà più avanti.

Nelle settimane seguenti si susseguirono diversi sit-in e tentativi di interlocuzione più o meno pacifici con le autorità accademiche. Uno degli eventi di maggior impatto è l’incontro organizzato dal Free Speech Movement il 20 novembre a cui prese parte la cantante Joan Baez suonando la canzone di Bob Dylan " The Times They are a-Changin" [14] .

In un altro discorso del 23 novembre Mario Savio pronuncia un’accorata difesa dei diritti democratici di libertà di parola:

Se mi alzo per parlare, tengo conto del fatto che potrei violare la legge parlando. Ma se devo anche tener conto di qualche azione che l’amministrazione [universitaria n.d.t.] potrebbe intraprendere in base a qualche azione futura sulla quale potrei non avere alcun controllo e nella quale forse non prenderò parte, allora non so fino a che punto il mio discorso sia abusivo o meno. Non so se è una violazione della legge o no. E la questione se violi o meno la legge non è l’unico criterio che determina se devo essere punito. Ma allo stesso modo, in un’udienza amministrativa si è deciso che il mio linguaggio era abusivo perché l’amministrazione ha deciso che era inappropriato. Questo è ciò a cui siamo contrari. Ancora una volta loro [Kerr e Strong] ammettono di volere questo diritto [di controllare la libertà di espressione politica] [15] .

Ma il mese di novembre registra anche una serie di battute di arresto per il Free Speech Movement: innanzitutto le negoziazioni non sembravano portare da nessuna parte e ogni canale diplomatico e di protesta civile appare ormai insufficiente e sterile. Tutte le porte sono chiuse per le richieste degli studenti. Scrive a questo riguardo Mario Savio:

Abbiamo consegnato ogni tipo di petizione, abbiamo lavorato con passione per due mesi per ottenere la libertà di parola [...]. Abbiamo fatto uso di ogni canale ufficiale di comunicazione a nostra disposizione e ci abbiamo provato fino alla fine. Abbiamo aperto dei nuovi canali, il Comitato per l’attività politica del campus e il Comitato Heyman [...]. Abbiamo seguito questi canali di dialogo fino alla fine ma si sono rivelati tutti infruttuosi, totalmente infruttuosi. Tutte le porte alla fine ci sono state chiuse [16] .

Non solo il dialogo con l’amministrazione universitaria sembra ormai su un binario morto, ma anche il fronte studentesco è sempre più spaccato e intorpidito. Da un lato, infatti, la parte più moderata degli studenti è diventata via via restia nel farsi coinvolgere in ulteriori manifestazioni; dall’altro, tra gli stessi studenti impegnati nella battaglia per i diritti civili si registrano divisioni e opposte strategie, tanto che uno di loro, Jo Freeman [17] , tenta di siglare di nascosto, ancorché senza successo, un accordo separato con il Presidente Kerr con l’obiettivo di far cessare ogni tipo di protesta e disordine. Questa situazione porta anche a dover annullare un sit-in del Free Speech Movement, un caso unico nella storia di questo movimento studentesco.

È a questo punto che la governance dell’università, avvertendo il momento di difficoltà del movimento studentesco, decide di inviare alcune lettere con sanzioni disciplinari a Mario Savio e ad altri studenti per i sit-in delle settimane precedenti, in un’ottica non soltanto punitiva, ma di prevenzione e di avviso per il futuro. Come a dire: sappiate che se perseverate nelle vostre manifestazioni, queste sono le conseguenze.

Mai mossa fu più avventata e controproducente. Il presidente Kerr e l’amministrazione di Berkeley, infatti, non avevano considerato che il Free Speech Movement era un movimento basato sulla solidarietà tra i propri membri e una punizione inflitta anche ad uno solo di essi avrebbe scatenato e risvegliato all’azione tutti gli altri. Con queste sanzioni l’unico effetto fu quello di risvegliare migliaia di studenti che ripetevano insieme: «qualsiasi cosa succeda a uno di noi, succede a tutti noi. Ci siamo dentro insieme. Non potete escludere nessuno» [18] .

L’ultimo tentativo di mediazione tra studenti e governance dell’università avviene con una lettera di Savio al presidente Kerr del 1° dicembre 1964. La lettera contiene un secco ultimatum con 24 ore di tempo per adempiere a una triplice richiesta: si chiedeva innanzitutto di far cadere ogni accusa nei confronti degli studenti incriminati per aver violato i regolamenti d’ateneo e conseguentemente di cancellare le sanzioni disciplinari; quindi si invocava una sorta di immunità per ogni studente per le future eventuali violazioni dei regolamenti dell’università finché non si fosse trovato un nuovo accordo definitivo tra l’amministrazione e il Free Speech Movement; infine si chiedeva la garanzia e la tutela per una generale libertà di espressione e manifestazione all’interno del campus (" no restrictions of on-campus advocacy"). La lettera proseguiva chiedendo che ogni forma di regolamento circa i diritti degli studenti relativi alle forme di espressione politica nel campus fossero preventivamente discusse e approvate da una commissione paritetica congiunta di docenti e studenti.

Questa richiesta incarnava la visione della leadership del Free Speech Movement di una comunità accademica in cui docenti e studenti si impegnavano insieme nell’autogoverno dell’università piuttosto che essere governati dall’esterno da amministratori professionisti [19] .

Tra il 30 novembre e il 2 dicembre circa un migliaio di studenti si riuniscono nella Sproul Plaza del campus di Berkeley per protestare contro le limitazioni.

La mattina del 3 dicembre centinaia di agenti di polizia sgombrano (ci vollero ben 12 ore) Sproul Plaza, effettuando il più alto numero di arresti (circa 800) nella storia delle università americane.

Pochi giorni dopo, l’8 dicembre, il Senato Accademico vota a larga maggioranza una risoluzione che stabiliva solennemente che «il contenuto dei discorsi o della possibilità di difendersi non dovrebbe essere limitato dall’Università» [20] . Il giorno seguente Mario Savio tiene un ulteriore discorso della vittoria ribadendo la natura dell’università come posto di libera ricerca e critica sociale dove esplorare «la domanda circa ciò che essa dovrebbe essere, non solo su ciò che nei fatti è» [21] . Tale affermazione, riletta oggi, sotto una luce pedagogica, della differenza tra la libertà di discutere non solo le cose come sono nella loro realtà effettuale, ma anche di quello che potrebbero essere e diventare, assume un significato molto profondo e centrale per la mission di ogni università e istituto di ricerca.

La storia di Mario Savio rimane però molto controversa: a fronte di questo immediato successo, già nell’aprile del 1965 Mario abbandona il Free Speech Movement, deluso e isolato. Due anni dopo, nel 1967 viene condannato a 120 giorni di reclusione nel carcere di Santa Rita in California.


Per un ulteriore approfondimento con particolare riferimento agli eventi che riguardano il nostro Paese si vedano a titolo di esempio i recenti lavori di Bocci e Margotti: M. Bocci, L’«anima cristiana» della contestazione. Gli studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Edizioni Studium, Roma 2020; M. Bocci, M. Busani (eds.), Towards 1968. Studenti cattolici nell’Europa occidentale degli anni Sessanta, Edizioni Studium, Roma 2020; M. Margotti, Cattolici del Sessantotto. Protesta politica e rivolta religiosa nella contestazione tra

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