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All'ombra di un immenso baobab

All'ombra di un immenso baobab

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All'ombra di un immenso baobab

Lunghezza:
252 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
22 mar 2022
ISBN:
9788867522538
Formato:
Libro

Descrizione

Vita difficile da bambino in Etiopia nel lontano 1940. Con l’entrata in guerra dell’Italia gli abissini si sollevarono contro gli italiani su istigazione inglese e dovette combattere, armi in pugno, a soli cinque anni, con i suoi genitori per salvarsi. Subì il campo di concentramento con la mamma. Rientrò, profugo, in Italia con le “Navi bianche” nel 1942 e raggiunse Trieste, la città natale. Patì l’occupazione tedesca, quella titina, bombardamenti, distruzioni e fame.
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22 mar 2022
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9788867522538
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All'ombra di un immenso baobab - Adriano Stocco

Adriano Stocco

ALL’OMBRA

DI UN IMMENSO BAOBAB

UN BAMBINO IN BALIA DELLA GUERRA

AbelBook

© 2022 AbelBooks

Tutti i diritti riservati

www.abelbooks.net

ISBN 9788867522538

Ai miei genitori, a cui devo tutto

             e che avrebbero voluto leggerlo,

alle mie nipoti che vorrei lo leggessero.

PREFAZIONE

Il 29 giugno 1942, avevo da poco compiuto i sei anni. Con l’Italia e il mondo sconvolti dalla guerra, mamma ed io rimettevamo piede sul nostro suolo da profughi dell’Etiopia, allora colonia dell’Africa Orientale Italiana, l’AOI.

Ho voluto raccontare la mia vita di bambino. Nato a Trieste nel 1936, mi trovai a soli quattro anni, nel 1940, in uno sperduto villaggio dell’Etiopia a vivere il desturi, le usanze degli abissini e, a cinque, internato in un campo di prigionia inglese dopo tragiche peripezie. Sopravvissuto a fame e infezioni che falcidiarono oltre duecento bambini della mia età durante l’internamento, rientrai, nel 1942, in un’Italia in guerra. Nella mia città natale, Trieste, tra giochi e dolori, bombardamenti, stenti, occupazione tedesca e quella jugoslava ritrovai la gioia della fine della guerra e del ritorno del papà dalla prigionia. Questa storia termina nel 1950 a Udine.

Ho dato la stura alle memorie che ancora oggi mi sfarfallano nella testa, che si sono rivelate molto forti, scritte di petto. Una volta immerso negli ambienti che ricordavo, tutto riprendeva vita.

È una cronaca di eventi realmente successi e vissuti, in un arruffato ordine temporale e in un contesto storico tragico. Eventi anche incredibili, ma nel corso della vita d’incredibile c’è ben poco.

CI SONO

In una Trieste tranquilla, quasi silenziosa, avviluppata nel calore ormai estivo sotto i raggi di uno splendido sole che si specchiava in un mare addormentato, le sirene del porto con il loro ululato ruppero improvvisamente quel momento mistico segnalando il fine lavoro. Il fragore delle sirene giunse un po’ smorzato su in alto, sino alla collina di Scorcola, al 75 di via Commerciale, al vecchio caseggiato Quarantaquartieri. Era conosciuto con quel nomignolo perché era appunto composto da quaranta piccoli appartamenti, ordinatamente disposti dieci per piano sui ballatoi. Erano le cinque del pomeriggio del 18 giugno 1936 e a quell’ululato si aggiunse perentorio il mio. Avvisavo d’essere nato e che, a pieni polmoni anche se esili in quel momento, volevo che arrivasse il mio «ci sono» al babbo, impegnato con le camicie nere nella conquista dell’Etiopia.

Era nato un maschio, orgoglio della nazione fascista, futuro figlio della lupa, poi balilla e, chissà, anche avanguardista e futuro cittadino dell’Impero d’Etiopia.

Nulla di ciò o ben poco avvenne.

La mamma mi partorì in casa, come si usava all’epoca, con grande fatica. Lei minuta, quarantadue chili appena, sfinita per gli sforzi di dare alla luce un figlio che non ne voleva sapere di uscire ed io che mi annunciavo con un bel testone che la stava lacerando. Nonna Amelia e zia Antonietta la incitavano e confortavano contemporaneamente con frasi concitate. Non uscii con un movimento unico, la testa spinse ma si fermò perché risucchiata e la vecchia Ornella, l’esperta levatrice di Salita della Trenovia, ormai disperata ricorse al forcipe e mi afferrò la testa per estrarmi e poi il tronco, tra i lamenti di mamma. Come per un miracolo uscii dal suo grembo e finirono i suoi gemiti e iniziarono le mie grida di sdegno, dopo essermi beccato anche una sculacciata, per essere stato trattato in quel modo. Estratto con un paio di pinze come un molare marcio dalla mascella. E meno male che la levatrice non ricorse anche a bucarmi le piccole culatte grinzose con lo spillone per farmi gridare, com’era l’uso contadino del tempo. Dopo la resezione del cordone ombelicale ed essere stato lavato alla buona con un po’ d’acqua tiepida nel vecio cadin de stagno e liberato dal muco che mi stava soffocando, Ornella mi consegnò a mia madre.

«Prendi in braccio questo bel bambino Libia.»

Già, Libia non Livia o Lidia ma Libia per volere di suo padre, nonno Masaniello, vecchio garibaldino, in onore della conquista della Libia alla fine di una sanguinosa guerra italo turca del 1912, anno in cui nacque la mamma e, se non bastasse, come secondo e terzo nome fu chiamata Derna, una città libica, e Rodi, quest’ultimo a ricordo della conquista del Dodecaneso. Stessa sorte ai suoi fratelli e sorelle che, in memoria di Garibaldi, furono chiamati Ramiro, Ricciotti, Sesto, Antonia e Anita, sei con mia madre. La tradizione di appioppare nomi storici ai figli, mi fa affiorare alla memoria mentre scrivo, un’intervista all’umorista Jacobelli: «…mi chiamo Benito, Franco, Giuseppe, mi manca solo Adolfo e i dittatori del XX secolo ce li ho tutti».

Mamma mi prese in braccio e mi guardò un po’ perplessa mentre la nonna sussurrava all’ostetrica: «Ma il xe un simioto» (assomiglia a una scimmia). Un malpelo rosso ricopriva interamente il mio corpicino increspato e zia Antonietta di rincalzo: «Ha la fronte bassa, non sarà un bambino intelligente».

Forse non lo ero e non lo sarei mai stato ma, come tutti i nati in riva al mare, ben presto imparai a navigare anche nei mari burrascosi degli eventi della guerra che mi colsero in Etiopia: l’assalto dei guerriglieri abissini, gli scifta, al paese dove abitavo con i miei genitori, il campo di prigionia sotto gli inglesi, i bombardamenti, la fame, l’occupazione tedesca a Trieste e quell’esecrabile titoista (titina) e non un nocchiere da mare a tempo sereno come Mussolini usava bollare i comandanti che riteneva prudenti o pusillanimi.

Andiamo per ordine. Di certo la mia nascita creò turbamento non solo in famiglia ma anche nello spazio celeste se il giorno dopo, al sorgere del sole, invece d’essere invasi e riscaldati dai suoi raggi, Trieste fu avvolta da un enorme cono d’ombra. La mia nascita spense il sole! Forse è un po’ esagerato, ma la luna si frappose tra il sole e la terra dando luogo a uno dei fenomeni astronomici più importanti dal punto di vista scientifico e fra i più emozionanti, l’eclissi del sole. Puro caso, ma molte furono le congetture anche in casa Giostra, così si chiamavano i miei nonni materni, quelli paterni invece erano Stock come il brandy che si distillava a Trieste, ma non c’era parentela. Nonna Amelia rimase impressionata dal fenomeno e si rivolse a zia Antonietta senza farsi sentire da mia madre: «Te vederà, el putel gaverà fastidi. Sti cataclismi non i porta niente de bon, ghe farà del mal anche al putel. El gà stentà a naser e tuti quei che nasi col forcipe i diventa sempi (stupidi). Libia non la ga late e lu el siga giorno e note. El ga la gola rossa per i sforzi e febre. Xe mejo ch’el vada. Anche il dotor ga molti dubi».

Zia Antonietta annuiva in silenzio ma triste, perché non voleva perdere il nipotino. Neanche farlo apposta mi aggredì una forte infiammazione della mucosa dello stomaco e dell’intestino tenue. Gastroenterite sanzionò il medico, un’infezione letale in quei tempi: «Il bambino è molto prostrato e disidratato perché non tiene e non assimila ciò che gli è somministrato» rivolgendosi a zia Antonietta e nonna Amelia, «vomita ogni cosa. Purtroppo, è troppo debole e il malanno ha un’evoluzione rapida. Dovrete rassegnarvi».

Si rivolse anche a mia madre perché non poteva nasconderle l’evidenza: «Libia devi rassegnarti. Il bambino non può resistere ancora molto. Lasciatelo nella culla senza tormentarlo, non ha più forza per combattere il male».

Il 5 luglio ricevetti il primo dei Sacramenti. Fui battezzato frettolosamente nella Chiesa di Cuore di Maria dei Missionari Claretiani Spagnoli di via S. Anastasio, la chiesetta che sorgeva sulla sinistra salendo verso via Commerciale. Ora non c’è più.

Ma Ornella, l’ostetrica, non era convinta: «Come, con tuta la fatiga che gavemo fato per farlo naser, ora lo lasemo morir? No, no! Scoltime, nasi quel che nasi, daghe almeno tre volte al dì un cuciarin de zabaion e se non lo tien torna a darghelo, qualcosa nel stomigo resterà. Se la va la va, e se no la se impianta».

Non se ga impiantà, mi è andata bene, altrimenti non sarei qui a raccontare la mia storia.

Anche se mal conciato, non mi si esentò dal martirio d’essere fasciato come una mummia. Prima una bella borotalcata con quella stupenda polvere bianca profumata se non è Roberts non è Borotalco per evitare le infiammazioni della pelle e poi triangoli di stoffa dal pisellino al petto e fasciatura stretta affinché le mie gambette crescessero belle dritte. Mah!

Si presentò il problema del nome. Nonno Masaniello voleva che mi chiamassi Giuseppe come Garibaldi, o Ezio, uno dei figli del condottiero, ti pareva. Mamma, invece, anch’essa infervorata dall’onda patriottica e dalle imprese del Fascio Littorio e del Regio Esercito in Africa, e per continuare la tradizione della famiglia Giostra di imporre nomi storici ai figli, aveva in mente un altro nome che era entrato nella Storia dell’Italia. Desiderava si ricordasse il più a lungo possibile la riscossa italiana che cancellò nel novembre 1935, ma non dalla memoria, la resa onorevole di Macallè, presa dalle truppe del Negus Menelik, per sete, il 21 marzo del 1896, dopo due mesi di assedio, conseguenza della sconfitta di Adua del 1° marzo. Batoste che rimandò di molti anni le ambizioni coloniali italiane.

Insomma, Macallè, voleva chiamarmi proprio così, ma per fortuna ci volle il parere di papà.

Papà all’epoca, disoccupato, frustrato da una ricerca inutile di un lavoro stabile, scelse di partire combattente con la Divisione Italiana della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, le camicie nere, per l’Etiopia, e venne assegnato il 25 giugno 1935, con il grado di sergente, al 4° Battaglione Mitraglieri Divisione CC.NN 3 gennaio del Ten. Generale Alessandro Traditi, data che ricordava il discorso del Duce del 1925 che diede inizio alla sua dittatura.

Povero papà, da prode e onorato sottoufficiale dell’8° Reggimento Alpini a camicia nera. Papà sotto le armi da alpino, era stato di stanza a Tolmino incorporato nel Battaglione Vicenza e nella stagione estiva a Caporetto, la Ciaurèt friulana, la Kobarid di oggi, e scarpinò sui sentieri di tutti i monti del circondario. Il Monte Tricorno, il Gran Cucco e il Canin non avevano segreti per lui e i suoi alpini, e tornava per brevi licenze con il treno che da Santa Lucia di Tolmino lo portava a Trieste.

Prima di partire per l’Etiopia, ebbe una breve licenza matrimoniale e sposò la mamma il 27 settembre 1935, giusto il tempo di imbastirmi prima di ricongiungersi col suo reparto. Partì da Napoli sulla motonave Colombo direzione Massaua in Eritrea, il 3 novembre. La guerra in Etiopia, iniziata un mese prima, il 3 ottobre, finì nel maggio dell’anno dopo, ma i militari dovettero rimandare le loro speranze di rientro in Patria di molti mesi e papà non poté essere presente alla mia nascita. Purtroppo, la resa di Ailè Selassiè, Imperatore dell’Etiopia, e la sua fuga in Inghilterra non mise fine alle operazioni di guerra poiché i reparti etiopici, che sfuggirono alla cattura, opposero resistenza in alcune regioni. Iniziò la tattica di guerriglia con le bande regolari, gli abergnuoc e gli shiftà. Questi ultimi, bande di briganti che avevano mire diverse. Furono quindi necessarie operazioni di rastrellamento che durarono a lungo.

Verso la fine del mese di febbraio 1936 la mamma, incinta, ricevette un telegramma dal Comando delle Camicie Nere in Etiopia in cui si comunicava che il sergente Rinaldo Stocco era stato dato per disperso nella battaglia di nove giorni sul monte Amba Aradam contro le forze di ras Mulugeta Yeggazu e nulla più per alcuni giorni, lasciando in un profondo scoramento mamma, zia Antonietta e nonna. Io ero tranquillo nel grembo di mamma e non me ne fregava niente di papà. Nei primi giorni di marzo arrivò finalmente un nuovo telegramma liberatorio in cui si comunicava che era stato trovato ferito e ora ristabilito. Rientrò in Italia, a Napoli, alla Vigilia di Natale, il 24 dicembre 1936, che non poté festeggiare in famiglia perché raggiunse Trieste solo tre giorni dopo. Ottenne il congedo il 28 dicembre e il 21 giugno 1937 gli fu concessa dal Ministro della Guerra, Benito Mussolini, la Croce al Merito di Guerra. Lui ancora non lo sapeva, ma gli era andata molto bene. Se avesse rinnovato la ferma, che le era stata chiesta, e fosse rimasto in Africa col suo battaglione di CC.NN, si sarebbe immolato con tutti i suoi commilitoni a Sidi el Barrani tra il 10 e 12 dicembre 1940 per permettere il ripiegamento del Regio Esercito al comando di Graziani, incalzato dagli inglesi del gen. Wavell. Stava maturando la Caporetto d’Africa con centocinquantamila soldati italiani, male armati e scarsamente motorizzati, in balia di trentunomila inglesi efficientemente armati e autotrasportati. Stessa sorte probabilmente gli sarebbe toccata, se non fosse ritornato in Etiopia da civile prima dell’inizio della guerra. Il suo vecchio battaglione di alpini, il Vicenza, fu sterminato nella campagna di Russia. Le cronache di quella odissea di poveri cristi scrissero di circa ottantacinquemila tra morti in battaglia, in prigionia e dispersi.

Una sera, su insistenza della mamma, raccontò l’episodio del ferimento.

«Ci venne dato l’ordine di effettuare un assalto all’arma bianca per rompere la resistenza disperata degli uomini di Mulugeta Yeggazu, ma fui colpito in pieno petto da un proiettile che mi fece perdere i sensi a lungo. Mi svegliai con un forte dolore semi sepolto da cadaveri di guerriglieri etiopi. Mi tastai dove sentivo il dolore ma non trovai ferite. Costatai con sollievo che la mia passione per il fumo mi aveva salvato. Il proiettile, senza perforarla del tutto, aveva centrato la tabacchiera di ferro che portavo nel taschino sinistro della giubba, in pieno petto, in pratica al cuore. Avevo perso i sensi per la forte botta e dolore, probabilmente una piccola sincope. Ormai era notte e la battaglia infuriava ancora e non ero in grado di muovermi, mi sentivo stordito. Trovai poco distante la borraccia di dotazione che, nella mia caduta, perse il tappo. Aveva ancora un residuo d’acqua che mi placò, per un po’, la sete.»

I barellieri della Croce Rossa del suo plotone lo trovarono nel tardo pomeriggio del giorno dopo. Ha portato a casa la tabacchiera per ricordo, e che ricordo!

Ma torniamo al problema del nome da darmi. Mamma Libia preoccupata dalla mia salute che invece di migliorare peggiorava e dalla necessità di darmi un nome in occasione del battesimo… prima della tumulazione, fece telegrafare a papà Rinaldo: «E’ nato un maschio, lo chiameremo Macallè». Fortunatamente papà, anche se in guerra, non aveva perso la ragione e mi evitò una seconda onta dopo il simioto della nonna. «Chiamatelo Adriano» telegrafò immediatamente e così fu. Fui immortalato con Adriano, Ezio, Giuseppe, tre nomi come da tradizione, accontentando anche nonno Masaniello.

Non seppi mai del perché mi chiamarono Adriano, né lo chiesi, se in onore del dodicesimo e più grande imperatore di Roma o di uno dei Papi Adriano o così per sfizio perché nato sulle rive del Mare Adriatico. Ma qualcosa in me dell’imperatore germinò e mi guidò nelle scelte: nel bene, tantissime, e nel male, poche ma decisive. Per mia fortuna, il 24 maggio 1844 Samuel Morse inviò il primo telegramma da Washington a Baltimora con una citazione biblica "What hath God wrought!". Cosa Dio ha creato! Riferendosi naturalmente all’invenzione, ma è ciò che mamma avrebbe dovuto annunciare a papà e non di chiamarmi Macallè.

Le cronache dell’epoca riportavano che, il giorno della mia nascita, Trieste era illuminata da un magnifico sole e la vita scorreva tranquilla. I triestini erano contenti e probabilmente non erano molto interessati alla fine delle operazioni in Etiopia. Era iniziata la stagione dei bagni di sole e di mare e i triestini si godevano questo ben di dio in città: chi al bagno alla Lanterna, o al mitico Pedocin, unico in tutta Europa ancora oggi perché diviso da un muro in due settori, uno per gli uomini e uno per le donne. Oggi è frequentatissimo dai musulmani e le loro donne. Chi invece preferiva l’Ausonia e chi la scogliera di Barcola e chi invece si accontentava di gustare un buon caffè al San Marco o al Tommaseo o spaparanzato all’aperto in Piazza Granda, sulle poltroncine del Caffè degli Specchi a leggere le testate e gli articoli de Il Piccolo e Il Piccolo Sera, quotidiani locali a quel tempo con sede in via S. Pellico 6, alla sinistra dell’imbocco della galleria Sandrinelli, ai piedi della Scala dei Giganti. Non avevano necessità di usufruire delle offerte del Giugno Triestino, non interessava il cinquanta per cento di sconto sui biglietti ferroviari per raggiungere le nostre incomparabili spiagge di Portorose o Brioni, Abbazia o Laurana o dell’isola di Grado. Spiagge ritornate italiane, quelle istriane, dopo la Prima guerra mondiale e con il blitz di D’Annunzio a Fiume. "Il Piccolo con le sue testate enfatizzava la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’Impero: L’Italia assiste senza scomporsi alla fine delle inique sanzioni, restrizioni imposte dalla Società delle Nazioni per l’aggressione dell’Italia all’Etiopia. Alta prova di maturità politica e di grandezza. Altro titolo roboante: Da Massaua (Eritrea) ad Addis Abeba (capitale dell’Etiopia) in 48 ore per la rapida sistemazione stradale, oltre mille chilometri coperti in due giorni, un successone per quell’epoca. Eden (primo ministro inglese) riconosce la piena vittoria dell’Italia e dichiara che il suo Governo è per la revoca delle sanzioni. Capi e Notabili cristiano-copti e musulmani esprimono la loro fedeltà al nuovo ordine giuridico e politico dell’Etiopia". E ti credo, se non l’avessero fatto, sarebbero stati fucilati o impiccati come quelli che si erano rifiutati di giurare. Gli abissini, popolo fiero e legittimi cittadini dell’Etiopia, erano considerati degli schiavi dell’Impero fascista, africani primitivi, privi di intelligenza e disprezzati, forza lavoro dei colonizzatori che avevano instaurato con la violenza una gerarchia profonda e razzista.

Non sapeva quanto si sbagliasse il giornalista francese del "Petit Parisien", tale Emanuele Jacob, che fece una previsione ottimistica di una grande e moderna Etiopia nei prossimi vent’anni sotto la guida dell’Italia.

Altri leggevano invece il quotidiano per programmare la serata al cinema. Per due lire si poteva andare al Nazionale, dove proiettavano Ore di guerra nel cielo africano. Al Fenice si dava l’operetta Donne Viennesi, all’Odeon invece con Spencer Tracy La Nave di Salana, e si poteva scegliere tra tanti altri cinema che nel tempo spariranno. Sempre il 18 giugno del lontano 1936, solo per curiosità, mi piace riportare la notizia di cronaca di un incidente: "Un mendicante settantenne sbatte sbadatamente la testa contro un tram senza danneggiarlo."

Papà rimase a Trieste per un lungo periodo arrabattandosi con diversi lavori precari e di breve durata, tra cui un servizio presso un ufficio postale grazie all’interessamento di nonno Rudolph, suo padre, all’epoca funzionario delle poste mentre mamma aveva ripreso il suo lavoro di sarta presso una nota sartoria in Corso Italia. Ma quella situazione disagiata non poteva durare. I soldi a disposizione erano scarsi e la vita promiscua, in un piccolo appartamento di due stanze da dividersi con nonna Amelia, zia Antonietta e i miei genitori oltre a me, creavano scontento. Un giorno papà apprese che chi aveva combattuto in AOI e possedesse un titolo di studio superiore, aveva la possibilità di emigrare in Etiopia con la qualifica di impiegato del Ministero delle Comunicazioni, su autorizzazione del neocostituito MAI, Ministero dell’Africa Orientale. Doveva sostenere un corso di aggiornamento presso il Ministero a Roma e superare gli esami. Papà partecipò con successo e, nell’autunno del 1937, partì per l’Etiopia pieno di entusiasmo e speranze.

In casa, già da un po’, sentivo parlare anche di una nostra imminente partenza per l’Africa. Papà aveva scritto una lunga lettera alla mamma: "Mia cara Libia, finalmente ho ottenuto la destinazione definitiva. Ora sono ad Aselle (Asela), piccola cittadina situata non molto lontana da Addis Abeba. La casa e l’ufficio postale del paese che dirigo, sono nello stesso immobile. Qui vivono una cinquantina di italiani con

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