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L’omicidio del piccolo Grégory Villemin
L’omicidio del piccolo Grégory Villemin
L’omicidio del piccolo Grégory Villemin
E-book278 pagine4 ore

L’omicidio del piccolo Grégory Villemin

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Info su questo ebook

È il 1984 quando nel fiume Vologne, che attraversa un piccolo paesino sperduto tra i Vosgi, viene ritrovato il corpo di Grégory Villemin, di appena quattro anni.
L’omicidio, però, non è altro che il culmine di due anni di lettere e telefonate minatorie alla famiglia Villemin da parte di un anonimo che si fa chiamare “il corvo” e che oggi, dopo trent’anni, non è ancora stato possibile identificare con certezza.
A rendere praticamente impossibili le indagini, oltre a tutta una serie di errori della polizia e della gendarmeria, l’omertà dell’intero paesino e la protezione che i membri della famiglia si sono assicurati l’un l’altro.
Il saggio riprende dall’inizio e fin nei più piccoli dettagli una storia sconvolgente, che ci ricorda che i mostri, spesso, sono molto più vicini di quello che crediamo.   

Elisa Tricarico. Nata e cresciuta in provincia di Milano, è di nazionalità italo-francese. Laureata in Sociologia con specializzazione in scienze criminologiche, si occupa di sicurezza aziendale. Grafologa professionista e perito grafologo forense, è iscritta all’albo dei consulenti tecnici d’ufficio e dei periti del Tribunale di Monza. Scrive per alcune riviste di settore sui temi legati alla grafologia e alla perizia ed insegna grafologia forense in master di criminologia e corsi di formazione sulla materia grafologica come disciplina a supporto delle investigazioni e delle indagini tecnico-scientifiche.
LinguaItaliano
Data di uscita31 ott 2021
ISBN9788830651999
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    Anteprima del libro

    L’omicidio del piccolo Grégory Villemin - Elisa Tricarico

    Nuove Voci

    introduzione di Barbara Alberti

    Il professore Robin Ian Dunbar, antropologo inglese, si è scomodato a fare una ricerca su quanti amici possa davvero contare un essere umano. Il numero è risultato molto molto limitato. Ma il professore ha dimenticato i libri, limitati solo dalla durata della vita umana.

    È lui l’unico amante, il libro. L’unico confidente che non tradisce, né abbandona. Mi disse un amico, lettore instancabile: Avrò tutte le vite che riuscirò a leggere. Sarò tutti i personaggi che vorrò essere.

    Il libro offre due beni contrastanti, che in esso si fondono: ci trovi te stesso e insieme una tregua dall’identità. Meglio di tutti l’ha detto Emily Dickinson nei suoi versi più famosi

    Non esiste un vascello come un libro

    per portarci in terre lontane

    né corsieri come una pagina

    di poesia che s’impenna.

    Questa traversata la può fare anche un povero,

    tanto è frugale il carro dell’anima

    (Trad. Ginevra Bompiani).

    A volte, in preda a sentimenti non condivisi ti chiedi se sei pazzo, trovi futili e colpevoli le tue visioni che non assurgono alla dignità di fatto, e non osi confessarle a nessuno, tanto ti sembrano assurde.

    Ma un giorno puoi ritrovarle in un romanzo. Qualcun altro si è confessato per te, magari in un tempo lontano. Solo, a tu per tu con la pagina, hai il diritto di essere totale. Il libro è il più soave grimaldello per entrare nella realtà. È la traduzione di un sogno.

    Ai miei tempi, da adolescenti eravamo costretti a leggere di nascosto, per la maggior parte i libri di casa erano severamente vietati ai ragazzi. Shakespeare per primo, perfino Fogazzaro era sospetto, Ovidio poi da punizione corporale. Erano permessi solo Collodi, Lo Struwwelpeter, il London Canino e le vite dei santi.

    Una Vigilia di Natale mio cugino fu beccato in soffitta, rintanato a leggere in segreto il più proibito fra i proibiti, L’amante di lady Chatterly. Con ignominia fu escluso dai regali e dal cenone. Lo incontrai in corridoio per nulla mortificato, anzi tutto spavaldo, e un po’ più grosso del solito. Aprì la giacca, dentro aveva nascosto i quattro volumi di Guerra e pace, e mi disse: Che me ne frega, a me del cenone. Io, quest’anno, faccio il Natale dai Rostov.

    Sono amici pazienti, i libri, ci aspettano in piedi, di schiena negli scaffali tutta la vita, sono capaci di aspettare all’infinito che tu li prenda in mano. Ognuno di noi ama i suoi scrittori come parenti, ma anche alcuni traduttori, o autori di prefazioni che ci iniziano al mistero di un’altra lingua, di un altro mondo.

    Certe voci ci definiscono quanto quelle con cui parliamo ogni giorno, se non di più. E non ci bastano mai. Quando se ne aggiungono altre è un dono inatteso da non lasciarsi sfuggire.

    Questo è l’animo col quale Albatros ci offre la sua collana Nuove voci, una selezione di nuovi autori italiani, punto di riferimento per il lettore navigante, un braccio legato all’albero maestro per via delle sirene, l’altro sopra gli occhi a godersi la vastità dell’orizzonte. L’editore, che è l’artefice del viaggio, vi propone la collana di scrittori emergenti più premiata dell’editoria italiana. E se non credete ai premi potete credere ai lettori, grazie ai quali la collana è fra le più vendute. Nel mare delle parole scritte per esser lette, ci incontreremo di nuovo con altri ricordi, altre rotte. Altre voci, altre stanze.

    In ricordo di mio nonno Walter

    Ringraziamenti

    A Italia e Francia.

    Ai miei nonni Giovanni e Maria, Walter e Colette.

    A mio papà italiano, a mia mamma francese.

    A mia sorella, frutto di Italia e Francia.

    Un grazie anche a tutte le persone che mi aiutano a guardare avanti, alla ricerca di nuovi obiettivi, di nuove sfide, di nuove tracce.

    Un grazie del tutto particolare a Grégory, che mi ha dato la forza per scrivere questo.

    Prefazione

    Niente imprime una cosa così intensamente nella memoria quanto il desiderio di dimenticarla

    (Michel de Montaigne)

    Avevo due anni quando il piccolo Grégory Villemin è stato ritrovato morto nel fiume della Vologne, in Francia.

    Era il 1984.

    Allora non sapevo ancora che questa vicenda avrebbe segnato la mia vita.

    Qualche anno dopo, nel 1992, mentre mi trovavo in Francia dai miei nonni, vidi alla televisione un servizio sul caso di Grégory.

    Era estate e in tv un reportage sui casi di omicidio irrisolti veniva trasmesso in prima serata sull’allora Antenne 2, ora diventata France 2, il canale pubblico più importante della televisione francese.

    Rimasi colpita dal volto sorridente, dolce e innocente di questo bimbo di soli 4 anni, ucciso senza alcuna pietà.

    Rimasi impressionata da quella foto con lo sfondo azzurro, tanto da non dimenticarmene più. Era come se non fosse la prima volta che lo vedessi. Probabilmente la sua immagine aveva accompagnato la mia infanzia durante i mesi trascorsi in vacanza in Francia, la mia seconda metà della mela e, anche se ero piccola, la mia mente aveva incamerato quella foto e i tanti discorsi dei giornalisti, avvocati, magistrati, che avevano seguito questo caso dai contorni fuori dal comune.

    Eppure, avevo la sensazione che fosse tutto molto più semplice ed evidente di quanto tanti protagonisti di questa storia pensassero o volessero far credere.

    Era come se la verità fosse ad un soffio, ma che nessuno riuscisse e volesse vederla veramente. Era forse più affascinante che rimanesse un caso irrisolto, per animare, a distanza di oltre 30 anni, le fantasie di molti.

    Chiesi a mia mamma, in francese: pourquoi a t-il été tué? Ce n’est pas juste!, perché è stato ucciso? Non è giusto!.

    Mia mamma mi rispose, in francese, con tono rassicurante ma al tempo stesso netto, che nella vita ci sono tante ingiustizie e cattiverie.

    Non mi disse perché lo avevano ucciso, forse per non alimentare le mie paure. Ma era come se avesse già intuito che avevo ben chiaro, ancora in modo non del tutto consapevole, quale sarebbe stato il mio futuro e che cosa avrei voluto fare da grande.

    Solo qualche mese prima, nel maggio del 1992, avevo posto la stessa domanda, una sera a cena, davanti alla tv, ma questa volta in Italia.

    Papà, perché è stato ucciso quel signore coi baffi? Ha la faccia simpatica.

    Era il volto di Giovanni Falcone.

    E mentre scorreva l’immagine del cartello autostradale verde con la scritta bianca Capaci, mio papà mi disse, in italiano: perché era un uomo che cercava la giustizia. Ma la giustizia, purtroppo, non fa parte di questo mondo.

    PERSONAGGI PRINCIPALI

    Monique Villemin, il capo del clan

    Monique Villemin, madre di cinque figli, il primo dei quali, Jacky, illegittimo, è stato poi riconosciuto dal marito Albert. È stata lei inoltre ad allevare anche suo nipote, Bernard Laroche, la cui madre – sua sorella Thérèse – era morta di parto.

    Se il successo del figlio Jean-Marie ispira la sua sconfinata ammirazione, i suoi sentimenti verso la nuora Christine sono contrastanti, anche se viene definita da lei e il marito come la nuora preferita.

    Monique sarà sospettata successivamente da molti dei suoi parenti di avere in mano la chiave dell’enigma dell’omicidio di Grégory.

    Albert Villemin, l’uomo instabile e burbero

    Marito di Monique, operaio nel tessile, burbero, con la tendenza a esagerare con l’alcol, dall’infanzia difficile. Il padre si suicida dopo i tradimenti della moglie instabile, scappata poi con un militare tedesco, e sospettata di aver tentato di uccidere il suo primo figlio di 4 anni.

    Jean-Marie e Christine Villemin (nata Blaise), la coppia innamorata

    Figlio di Albert e Monique, è un giovane ragazzo sveglio e intraprendente, che molto presto diventa caposquadra nella fabbrica in cui lavora. È sposato con Christine, una giovane e attraente sarta nel tessile industriale.

    La coppia è molto innamorata e vive in un certo benessere economico.

    Nel 1980 nasce Grégory, un bambino affettuoso, gioioso e dall’intelletto vivace.

    Michel e Ginette Villemin, il fratello e la cognata esclusi

    Michel è il figlio sistematicamente messo da parte durante le riunioni di famiglia: a stenti viene invitato a prendere il caffè durante i pranzi domenicali ed è in costante conflitto con il padre Albert, che lo deride per il suo quasi analfabetismo.

    Michel e Ginette, moglie di quest’ultimo, che lottano per nascondere la loro amarezza e gelosia nei confronti del fratello e cognato Jean-Marie, su uno sfondo peraltro di disaccordo coniugale, tengono a distanza anche Jean-Marie per il suo chiassoso successo.

    Tuttavia, Michel intrattiene un rapporto fusionale con il cugino Bernard Laroche, considerato per lui un fratello adottivo.

    Jacky Villemin e Liliane Jacquel, il bastardo e la moglie poco apprezzata

    Jacky è definito dal corvo Il bastardo, in quanto nato da una relazione della madre Monique precedente al suo matrimonio con Albert. Fino a 7 anni viene cresciuto dalla nonna materna. È messo da parte dalla famiglia, dopo il suo matrimonio con Liliane, una donna poco apprezzata dai Villemin per il suo carattere forte.

    Bernard Laroche, il cugino geloso

    Bernard Laroche è il cugino di Jean-Marie Villemin, allevato dalla madre Monique, in quanto sua sorella Thérèse, madre di Bernard, è morta di parto.

    È un uomo silenzioso, operaio e sindacalista, con una corporatura massiccia, i baffoni e le basette, che tutti chiamano popof, un nomignolo derivante dalla sua appartenenza attiva al sindacato della fabbrica in cui lavora.

    Marie-Ange Laroche, la moglie che porta i pantaloni

    Moglie di Bernard Laroche, è una donna severa e dall’aspetto un po’ trascurato.

    I due coniugi non vivono un matrimonio particolarmente felice, a causa dei turni in fabbrica sfasati tra i due. Marie-Ange di giorno, Bernard, la notte.

    La coppia ha un figlio, Sébastien, nato qualche mese dopo Grégory. A differenza del cuginetto, Sébastien è un bambino fragile, con un lieve handicap.

    Murielle Bolle, l’adolescente schiva dai capelli rossi

    Murielle è la sorella più giovane di Marie-Ange. Questa ragazza, 15 anni all’epoca dei fatti, dai lunghi capelli rossi distintivi e dal carattere schivo, avrà un ruolo fondamentale in questa vicenda.

    Marcel Jacob, lo zio rancoroso

    Di carattere forte, questo lavoratore era in cattivi rapporti con Albert Villemin, marito della sorella maggiore Monique, e soprattutto con il figlio Jean-Marie, padre di Grégory, al quale non perdonava la sua ascesa sociale. Nel 1982 aveva apostrofato il nipote appena promosso caposquadra con: non stringo la mano ad un capo. Sei solo un arrampicatore sociale che non ha peli sullo stomaco, lancia questo zio geloso, che vive sulle alture di Aumontzey, ad una decina di chilometri da Lépanges-sur-Vologne, in una casa che domina quella di sua sorella Monique.

    Marcel Jacob è particolarmente legato a Bernard Laroche, un altro nipote, con il quale è cresciuto. I due sono vicini di casa e si fanno visita regolarmente, anche se all’inizio delle indagini Marcel Jacob aveva cercato di nascondere questa amicizia, avevano ricordato i giudici in un atto del 1993. Addirittura, zio e nipote avevano una certa somiglianza fisica, con baffi e basette, tanto che era facile confonderli.

    Jacqueline Jacob, la moglie discreta

    Moglie di Marcel Jacob, cognata, quindi, di Monique Villemin, la nonna di Grégory.

    Donna discreta e silenziosa.

    Indagini recenti hanno messo in luce che la coppia era forse dedita alla pratica dello scambio di coppia, elemento che avrebbe creato ancora più disagi, contrasti e disapprovazioni all’interno della famiglia.

    Jean-Michel Lambert, il piccolo giudice

    Primo giudice per le indagini preliminari, soprannominato le pétit juge, il piccolo giudice, per la sua altezza e per la sua giovane età, nonché scarsa esperienza. Il giudice, amante delle telecamere e con un sogno nel cassetto, fare lo scrittore, incapperà in una serie di errori giudiziari che lo travolgeranno, fino a non lasciargli scampo.

    Maurice Simon, il giudice esperto e coscienzioso

    Secondo giudice per le indagini preliminari, 64 anni all’epoca dei fatti. Decide di posticipare la sua pensione anticipata per motivi di salute, per seguire il caso dell’omicidio del piccolo Grégory Villemin. È un uomo completamente diverso dal suo predecessore, una persona d’esperienza, serio, di grande valore etico e morale, che non ama i giornalisti. Suo malgrado si troverà anche lui travolto da quella che in molti hanno soprannominato la maledizione della Vologne.

    Jean-Paul Martin, il giudice delle conclusioni

    Terzo giudice per le indagini preliminari, continua le indagini iniziate da Maurice Simon, confermandone le sue conclusioni. Uomo scrupoloso e lontano dai riflettori.

    Avv. Prompt e Avv. Welzer, i difensori ambiziosi e determinati

    Avvocati di Bernard Laroche, hanno un unico obiettivo: discolpare il loro assistito, con qualunque mezzo. Prompt, uomo esperto e molto conoscitore della procedura penale.

    Welzer, 29 anni all’epoca dei fatti, è un giovane avvocato che inizia la sua carriera in sordina, in un piccolo studio modesto sulla piazza di Épinal. Diventerà poi uno degli avvocati più famosi di Francia.

    Avv. Garaud, Avv. Chastant Morand, Avv. Moser, i difensori fedeli

    Avvocati di Jean-Marie e Christine Villemin. Garaud, uomo di mezza età della Parigi bene, è una persona concreta e severa, molto vicino alla destra del Front National. La sua giovane nuora, l’avv. Chastant Morand, inizia i suoi primi passi professionali con questo caso che le lascerà indubbiamente un segno.

    Infine, l’avv. Moser, un giovane avvocato all’epoca dei fatti, unico difensore della coppia a essere della regione. Quest’uomo, empatico e sensibile, ma allo stesso tempo determinato e tenace, seguirà Jean-Marie e Christine Villemin nel corso della loro vita, sia come avvocato sia poi anche come fedele amico e consigliere.

    Capitano Sesmat, l’uomo riservato dalla forte tenacia

    Primo incaricato delle indagini sull’omicidio del piccolo Grégory Villemin, fa parte della piccola stazione di gendarmi di Bruyères. Nessuno avrebbe mai immaginato che, in quel piccolo paese di montagna in cui non accade mai nulla, avrebbe avuto luogo il più grande caso giudiziario francese del secolo scorso.

    Il capitano, riservato e tenace, si impegna sin da subito con tutte le sue forze per trovare il colpevole di questo omicidio brutale.

    Commissario Corazzi, il cinico detentore della seconda indagine

    Una volta passata la palla dai gendarmi alla polizia di Nancy, le indagini vengono affidate a Jacques Corazzi, un giovane commissario cinico e determinato a dimostrare la sua predominanza rispetto alla gendarmeria, una guerra tra fazioni di lunga data.

    Jean-Michel Bezzina, il reporter senza scrupoli

    Reporter di fama, è conosciuto per essere un uomo diretto e senza molti scrupoli, oltre che a essere molto amico del commissario Corazzi.

    Durante le indagini, si è accanito contro Christine Villemin, assieme alla moglie, anch’essa reporter, Marie-France Bezzina-Lefèvre.

    I due parlarono spesso della teoria infanticida su RTL e su altri media nazionali come France-Soir, Le Figaro, Le Parisien, Le Quotidien de Paris e altri.

    Marie-France Bezzina-Lefèvre citò in giudizio i coniugi Villemin per aver dipinto lei e il marito come dei giornalisti che hanno dimenticato il loro compito di informare pensando unicamente a lucrare. La denuncia per diffamazione verrà respinta nel 1996.

    Jean Kerr, il reporter originale

    Fotografo e reporter per la famosa rivista Paris Match, è un cinquantenne che ha sempre amato il suo lavoro.

    La saga del piccolo Grégory Villemin lo colpisce sin da subito e da reporter si trasforma, esagerando, in investigatore.

    Kerr, un uomo originale, amante del pericolo, si prende fortemente a cuore la vicenda e la storia della coppia Villemin, peccando però talvolta di presunzione.

    Laurence Lacour, la giornalista sensibile

    Giovane giornalista di Europe 1, Laurence Lacour arriva nella valle della Vologne per raccontare l’assassinio di Grégory Villemin.

    Ne rimane affascinata e colpita nel profondo, fino ad intrattenere rapporti cordiali con Christine, che è quasi sua coetanea.

    Autrice dell’opera Le Bûcher des innocents, una vera e propria enciclopedia del caso, di quasi 900 pagine, è un’indagine di alto livello, meticolosa e mozzafiato. Fornisce la prova che quando le istituzioni falliscono, la società moderna può far rivivere una profonda crisi di identità, in cui il male e l’irrazionalità hanno il sopravvento. È anche la storia, umana e tenera, dell’iniziazione di una giovane giornalista alle prese con una vicenda straordinaria, che la toccherà e coinvolgerà anche personalmente.

    Denis Robert, l’inviato discreto

    All’epoca dei fatti, Robert è inviato del giornale Libération e autore poi del libro J’ai tué le fils du chef in cui ripercorre oltre trent’anni di storia di questo caso di cronaca che ha sconvolto la Francia intera.

    Robert, uomo discreto che ha sempre saputo misurare i suoi servizi, definì il caso come simbolo dell’erroneo funzionamento dell’apparato mediatico giudiziario.

    PARTE I

    Segreti di famiglia. I Villemin

    Non c’è più grande agonia che recare una storia non raccontata dentro di te (Maya Angelou)

    I Villemin sono una famiglia francese normale e modesta che vive nel nord-est della Francia. Siamo negli anni ’80, gli anni della risalita dopo un periodo di instabilità politica, economica e sociale, che non manca però di fervide lotte di classe e rivoluzioni culturali.

    Il nord-est è una zona che confina con la Regione dell’Alsazia, la vicina Germania comporta un accento forte e distintivo.

    È un’area di montagna dove vive la famiglia Villemin, i Vosgi, terzo dipartimento del paese per estensione di boschi, che godono di un ambiente naturale di grande bellezza, tra cui spiccano sorgenti termali, cascate, laghi di montagna.

    Il massiccio dei Vosgi possiede una flora ben preservata, fiumi e magnifiche foreste di abeti. Rilievi apparentemente dolci e scenari miti, rivelano in realtà alture con punte spigolose e una pungente aria fresca che trasmette un po’ di malinconia e di solitudine. Laghi e strade che si attorcigliano tra borghi e che punteggiano colli e montagne fanno emergere un clima di affascinante riservatezza, di un angolo di Francia sconosciuto alla maggior parte dei tanti turisti stranieri che ogni anno si recano in questo paese per visitare Parigi, la meravigliosa ville Lumière, Bretagna e Normandia, dai paesaggi naturali di rara bellezza, Borgogna, con le sue colline e vigneti di silenzioso fascino, la valle della Loira, con i suoi famosi castelli, dichiarata patrimonio Unesco, costruiti a partire dal X secolo quando i sovrani di Francia, seguiti dalla nobiltà di corte, scelsero la valle per le loro dimore estive, o ancora la più calorosa e soleggiata Provenza, con i suoi cieli azzurri e violacei, le sue distese di lavanda tanto dipinte dagli impressionisti e il cui profumo entra nelle dimore colorate immerse in giardini e pinete con piscine all’aperto, e la Costa Azzurra, con il suo mare cristallino e i tanti villaggi e scorci sul mare, agghindati da proprietà da sogno dei tanti vip e ricchi del pianeta.

    L’economia dei Vosgi è fondata sullo sfruttamento forestale, l’allevamento e l’agricoltura. Nelle vallate e sugli altipiani è diffusa la coltura dei cereali; nelle zone subcollinari sono estesamente coltivati vite e alberi da frutta.

    L’attività industriale riguarda la lavorazione del legno, la metallurgia, ma negli anni ’80 una delle principali attività produttive è la lavorazione del tessile. Ed è proprio nell’industria del tessile che lavora la famiglia Villemin, da generazioni.

    I principali centri urbani dei dintorni sono Baccarat, famoso per il cristallo, Colmar, con i suoi canali e case a graticcio, e Nancy, con la sua maestosa piazza Stanislas, un complesso settecentesco di architettura barocca, patrimonio Unesco dal 1983, proprio dagli anni in cui si sviluppa la saga della famiglia Villemin.

    Ma è Épinal uno dei teatri di questa triste vicenda, una città di circa trentacinquemila abitanti, capoluogo del dipartimento dei Vosgi nella regione del Grand-Est. È nota soprattutto per la produzione artigianale di ricami e merletti.

    Una parte della famiglia Villemin vive a Lépanges-sur-Vologne, questo piccolo lembo di terra, anonimo e isolato, si trova in mezzo a un insieme di piccoli villaggi circostanti.

    Situato a est di Épinal, il villaggio gode di una posizione vantaggiosa all’incrocio tra diversi assi e rimane un passaggio obbligato per le creste dei Vosgi situate appunto verso est.

    La valle si è sviluppata attorno soprattutto all’industria del tessile e ai quei piccoli servizi primari a disposizione del paese (medico, posta, tabacchi, panificio), così come alle vie di comunicazione (ferrovia, strada provinciale, canale della Vologne).

    Nonostante questa apparente tranquillità, l’alcolismo nelle famiglie delle valli è un fenomeno piuttosto diffuso, causato dal duro lavoro e da una vita priva di luci, cadenzato dai soli doveri e da un isolamento che nasconde frustrazioni, una quotidianità immersa nel lento e ripetitivo trascorrere del tempo.

    In questo contesto, non è raro incappare in violenze intra-famigliari, per effetto di qualche bicchiere di troppo dopo l’uscita dalle fabbriche, unico rifugio per le proprie sofferenze.

    Il bar del paese, gli amici e i colleghi, accomunati da un filo rosso di una vita tutta già scritta, in un luogo anonimo e privo di una vera identità, a metà tra città operaia e ambiente rurale.

    Ma dato che sono poche le cose veramente reali,

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