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Non commettere atti impuri
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E-book614 pagine7 ore

Non commettere atti impuri

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Info su questo ebook

Carlo ha trentacinque anni, vive in un cottage della campagna toscana insieme al suo amato cane Ambra, una splendida femmina di Terranova e, dopo averla incontrata in un modo inaspettato, con Laura, una giovane e prorompente donna, al cui amore finisce per cedere.

Sembrerebbe una vita perfetta, se non fosse per il fatto che Carlo soffre di una grave malattia la quale, rubandogli parte della giornata, gli preclude di vivere un'esistenza normale. Si tratta di un'inspiegabile catatonia che quando lo coglie è improvvisa e totale, tanto da farlo sembrare morto, a cui, tuttavia, egli non vuole soccombere.

Bro è un coetaneo con un’infanzia disastrosa. Occultato ai vicini perché visto come un mostro, odiato dalla madre che se ne sbarazza, cresce in un mondo di soli uomini sui pescherecci del mare di Bering. Violento e depravato, è ossessionato dalle donne che considera oggetti da usare in tutti i modi che la sua mente malata gli suggerisce.

Quando Carlo va in California con Laura per sottoporsi a nuove sperimentazioni mediche, le loro vite si scontrano durante una rapina in cui Laura viene rapita come ostaggio.

Destinati a incontrarsi ancora e ancora, scopriranno di avere dei legami che affondano le radici in un altro tempo. Di quali legami si tratta? E perché tutti notano una somiglianza inquietante fra i due? Soltanto la ricerca di se stessi e della verità potrà fornire la risposta...

In una narrazione fluente prende vita un film psichico composto da totali, primi piani, cambi di scena e flash-back. Tra i vasti panorami americani, dalla California all’Alaska, nell’introspezione e in corsa verso la perdizione, Carlo scoprirà il terribile segreto. Solamente l’affetto per Ambra potrà, forse, salvarlo.

LinguaItaliano
Data di uscita19 giu 2017
ISBN9788869342332
Non commettere atti impuri
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Autore

Alberto Bernardi

Alberto Bernardi è nato e vive a Bologna, circondato da colli verdeggianti e campi coltivati. Laureato in Scienze della Comunicazione, opera nel campo cine-televisivo dal 2000; ha realizzato commercials nei settori della nautica, della moda, dell'industria e dell’alimentazione; video-clip musicali; reportage in Costarica, Australia, Sudafrica, Thailandia, India, Himalaya e servizi per diversi programmi RAI (Radiotelevisione Italiana). Amante dei viaggi e della natura, pratica subacquea, volo libero e trekking. In qualità di ghostwriter ha preso parte alla stesura di script per short movie e lungometraggi. Da sempre attento alla narrazione per immagine, tecnologo in comunicazione audiovisiva e multimediale, si è laureato con una tesi dal titolo Immagini e Sequenze. L’inquadratura in funzione degli obiettivi comunicativi. Dalla convinzione che uno scritto possa mostrare più di quanto il singolo segno esprima e la parola abbia il potere di trasformarsi in immagine sino a scomparire, nasce il suo primo romanzo: Non commettere atti impuri. Oggi continua nella professione audiovisiva ed è docente, dedicando il suo tempo e il suo know-how alla formazione di aspiranti film-maker.

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    Non commettere atti impuri - Alberto Bernardi

    ì

    Alberto Bernardi

    Non commettere atti impuri

    Thriller

    © Bibliotheka Edizioni

    Piazza Antonio Mancini, 4 – 00196 Roma

    tel: (+39) 06. 4543 2424

    info@bibliotheka.it

    www.bibliotheka.it

    I edizione, giugno 2017

    Isbn 9788869342332

    È vietata la copia e la pubblicazione, totale o parziale,

    del materiale se non a fronte di esplicita autorizzazione scritta

    dell’editore e con citazione esplicita della fonte.

    Tutti i diritti sono riservati.

    Disegno di copertina:

    Riccardo Brozzolo

    www.eureka.it

    Alberto Bernardi

    È nato e vive a Bologna, circondato da colli verdeggianti e campi coltivati.

    Laureato in Scienze della Comunicazione, opera nel campo cine-televisivo dal 2000; ha realizzato commercials nei settori della nautica, della moda, dell’industria e dell’alimentazione; video-clip musicali; reportage in Costarica, Australia, Sudafrica, Thailandia, India, Himalaya e servizi per diversi programmi RAI (Radiotelevisione Italiana). Amante dei viaggi e della natura, pratica subacquea, volo libero e trekking.

    In qualità di ghostwriter ha preso parte alla stesura di script per short movie e lungometraggi.

    Da sempre attento alla narrazione per immagine, tecnologo in comunicazione audiovisiva e multimediale, si è laureato con una tesi dal titolo Immagini e Sequenze. L’inquadratura in funzione degli obiettivi comunicativi.

    Dalla convinzione che uno scritto possa mostrare più di quanto il singolo segno esprima e la parola abbia il potere di trasformarsi in immagine sino a scomparire, nasce il suo primo romanzo: Non commettere atti impuri.

    Oggi continua nella professione audiovisiva ed è docente, dedicando il suo tempo e il suo know-how alla formazione di aspiranti film-maker.

    A Valeria (Valéry)

    per la sua infinita pazienza…

    Italia, nel 2008…

    Capitolo 1

    Primavera inoltrata, una mattina come tante. L’aroma del caffè riempiva la cucina abitabile e dalla tazzina, il vapore, col quieto salire, disegnava sui raggi del sole che, dalla finestra aperta, invadevano la stanza. Da quel punto della tavola, il suo posto preferito, si scorgeva parte del giardino sul quale, senza una ragione apparente, i passerotti s’inseguivano con audaci evoluzioni. Ogni cosa sapeva di buono e, forse, il fatto che fosse domenica contribuiva.

    Le giornate di Carlo iniziavano sempre alla medesima ora, giorno dopo giorno, con una puntualità centesimale. Una malattia sconosciuta, dicevano, a causa della quale i genitori avevano speso anni e denaro per curarlo, tuttavia senza successo. Oggi, trentacinquenne, riusciva a convivervi ma, avendo meno tempo degli altri per vivere, era tutt’altro che facile.

    Un alito di vento, scivolando sulla tavola, lo indusse a sollevare gli occhi dalla rivista che leggeva. Si osservò intorno e, con gesti lenti, assaporò la colazione come se fosse l’ultima, ma lo sapeva bene che non era così: a dispetto della malattia possedeva un fisico eccellente e sarebbe potuto arrivare a compiere anche cent’anni.

    Seduto pressoché nel mezzo della cucina lasciò andare un sospiro. In fondo era fortunato, pensò, mentre guardava fuori della finestra. Abitava in una bella casa di campagna ai piedi di una collina e le sue ore erano allietate dalla compagnia di Ambra, una stupenda e affettuosa femmina di Terranova che proprio in quell’istante, saltellando qua e là per il giardino, ne attirò l’attenzione.

    Vivevano insieme da quasi due anni e pareva aver capito perfettamente il problema del padrone o, per meglio dire, dell’amico. Era paziente e al termine delle crisi la trovava sempre vicina a sé, con gli occhi fissi nei suoi quasi a dirgli sono qui non preoccuparti, puoi contare su di me due perle nere nel bagliore del giorno che ricominciava.

    Con una difficoltà insolubile, vivere in campagna fu quasi un obbligo: i ritmi senza orario della città gli erano infattibili e la vita sociale, in definitiva, negata. Si sentì handicappato, mutilato, ferito nell’orgoglio il giorno che lasciò Milano per la Toscana; oggi, però, era felice della scelta.

    Laureato in Lettere e Filosofia, grazie a Internet lavorava da casa correggendo e riadattando in italiano i testi tradotti dall’inglese. Il computer creava così un cordone ombelicale, collegando il suo circoscritto mondo al resto del pianeta. La casa editrice, a conoscenza del problema, considerava il lavoro di Carlo pregevole e mai ne avrebbe fatto a meno. Preciso e impeccabile, riusciva a esprimere in modo semplice argomenti difficili e a rendere anche i più ostici intelligibili al profano. L’impiccio era pertanto sostenibile attraverso la tecnologia.

    A parte l’assenza di frequentazioni sociali, possedeva uno stile di vita invidiabile da molti, se non che durava dalle otto del mattino alle otto della sera, non un minuto di più, non un minuto di meno. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno, per le otto della sera, ogni azione, anche la più semplice, doveva essere perentoriamente terminata; Carlo non poteva darsi licenza di guidare, farsi una doccia o cuocere una bistecca.

    Furono le continue attenzioni, dei genitori prima e delle fidanzate poi, a indurlo a vivere da solo. Il costante controllo perché non si facesse del male, nemmeno fosse un bambino, lo faceva sentire un inetto. L’isolamento, al contrario, gli aveva consentito di organizzarsi l’esistenza nel modo che aveva ritenuto più confacente. Orologi sincronizzati, timer sonori e sistemi per proteggersi da eventuali distrazioni, lo aiutavano ad affrontare l’approssimarsi della sera con serenità. Svincolato dalla necessità di pensare costantemente all’orario, il suo unico compito era di trovarsi coricato poco prima delle otto di sera; che fosse sul letto o sul divano non era importante. Durante la notte, entrava in funzione un sistema di sicurezza collegato al pronto intervento.

    L’abbaiare di Ambra lo distolse dai pensieri, guardò l’orologio: segnava le nove. Diede un’ultima occhiata alla rivista che stava leggendo poi, con una leggera spinta, si alzò. Era domenica e anche per lui si trattava di una giornata di riposo, nei progetti dedicarsi interamente ad Ambra. Pensò di preparare dei panini e portarla a passeggio, giù per i campi, sino allo stagno.

    Lo stagno era un bel posto; con le chiare acque sorgive racchiuse da una cornice di pioppi, querce, qualche olmo e molti arbusti, si rivelava un rifugio perfetto per numerosi animali. Circondato dalla campagna appariva da lontano come un’oasi nel mezzo delle terre coltivate e nell’erba alta, spesso si vedevano spuntare le lunghe orecchie delle Lepri. Annuendo a se stesso confermò il programma della giornata e ripose la rivista insieme a tutte le altre; un mucchio di giornali impilati in un angolo della sala.

    Nei momenti di pausa dal lavoro il tema prioritario era sempre il medesimo: trovare qualche idea che lo indirizzasse alla risoluzione della patologia. Periodici e libri dello stesso genere riempivano la libreria a parete dello studio. Da Medicina Oggi, alle Nuove Scoperte della Scienza, a Elementi di Psicologia, in nemmeno uno si menzionava di casi simili. Semplicemente non esistevano. Neppure i medici, quei pochi che ammettevano l’esistenza di una patologia, sapevano cosa cercare. Per alcuni si trattava di autismo, dal greco autòs che significa se stesso: caratteristico di alcune fasi della schizofrenia, il termine sta a indicare il chiudersi sproporzionato della coscienza. Una forma di autodifesa psichica estrema al mondo che, nel caso di Carlo, avrebbe leso l’orologio biologico, originata, forse, da una paura esagerata per il buio. Ecco perché avveniva ogni sera alla stessa ora. Ciò nonostante nessun terapeuta si capacitava della normalità nelle ore definite di veglia sensoriale e dell’intelletto, sin da bambino, assai più brillante dei coetanei.

    A memoria dei genitori non era accaduto mai nulla di tanto grave da causargli un trauma.

    Curioso già dalle prime settimane di vita, durante la giornata inseguiva con lo sguardo qualunque cosa gli si muovesse intorno e sorrideva sempre, con gli angeli si diceva. La notte, invece, dormiva tranquillo. Appunto: la notte dormiva.

    All’inizio si ritennero fortunati perché amici e conoscenti, al contrario, dovevano avvicendarsi per accudire insonni figli di analoga età. Scherzando sulle loro occhiaie, li sfottevano addebitandole a un improbabile sesso sfrenato, oppure a bagordi mondani. Col trascorrere del tempo, tuttavia, l’ilarità lasciò spazio alla preoccupazione: il bambino cresceva bene, ma alle otto della sera precipitava in un sonno profondo e ininterrotto. Il panico subentrò all’ansia quando ci si rese conto che il problema era molto più serio di quanto potesse sembrare; il dramma si svolse lungo la riviera romagnola in una sera di mezza estate.

    Il Luna Park era stanziato accanto all’albergo in cui villeggiavano. Luci, colori, risate, allegria e il profumo dello zucchero filato esercitavano un’attrattiva troppo forte a cui resistere. Le giostre, poi, generavano un fascino particolare. Forse fu una distrazione, certo è che quella svista poteva costare molto cara: non si accorsero che erano quasi le otto della sera quando posero il loro figlio, ormai di sei anni, sul cavalluccio della giostra. Fingendo di essere un cowboy iniziò la cavalcata.

    Man mano che prendeva velocità aumentava il divertimento e l’interpretazione si faceva sempre più convinta. Guardando i genitori e immaginandoli indiani, teneva le dita impostate simulando una pistola e, a ogni passaggio, ridendo li riempiva di bang-bang! Fu proprio in uno di quei momenti che l’espressione di gioia si trasformò in una bizzarra smorfia. Il passaggio repentino dall’assoluta felicità allo stato di sonno gli disegnò sul viso un’espressione difficile da descrivere e dimenticare. Sul volto dei genitori apparve il terrore. Alle otto della sera la lancetta dei minuti era scattata al pari di una falce. Il corpicino si accasciò come un sacco di patate e la forza centrifuga fece il resto. Sotto lo sguardo sbigottito dei tanti genitori che assistevano al divertimento dei propri figli cadde a peso morto sulla ghiaia circostante la giostra.

    La madre, nel vederlo incurvarsi su di sé nell’istante in cui impattò col suolo, si sentì mancare e le gambe cedettero, schiacciate dal senso di colpa. Sprofondando in quelle che parevano sabbie mobili di una palude emozionale si accusò di negligenza per non avere controllato l’orologio e, aggrappata al braccio del marito il quale disorientato era riuscito a compiere soltanto il primo passo alla volta del figlio, si trascinò. Raggiunte le persone accorse attorno al piccolo corpo, si aprì un varco e crollò sulle ginocchia; la posizione sgraziata in cui giaceva faceva temere il peggio. Con gli occhi sgranati in motivo di supplica si volse al coniuge e restò a fissarlo intanto che, piano, girava una bambola di pezza nella quale riconosceva il figlio. In quel preciso istante capirono la vastità del problema. Un giovane si offrì di accompagnarli al pronto soccorso, aveva l’auto parcheggiata poco distante.

    La corsa, con un fazzoletto fuori del finestrino, le frecce di emergenza accese e il clacson suonato ripetutamente, fu breve, ma agli occhi dei genitori parve durare un’eternità; ogni cosa era come se si muovesse a rilento, in particolar modo chi doveva spostarsi per lasciarli passare. Bisognava fare più in fretta! Ripetevano angosciati.

    Giunsero all’ospedale e, anche se pareva morto, urlarono che non lo era. Un medico di mezza età, il più magro e longilineo dell’équipe di turno, opponendosi ai colleghi, volle ascoltarli. Fu forse per semplice curiosità, o perché gli credette, ma a dispetto della mancanza di parametri vitali ne ordinò le analisi. L’attesa divenne interminabile.

    Oggi era soltanto una vaga reminiscenza nella mente di Carlo, un flash di luci, giostre, infermiere e dottori. Una cosa, però, la ricordava bene: lo sguardo di sofferenza e felicità dei genitori quando si era risvegliato. All’epoca, ovviamente, non ne aveva compreso appieno il significato, ma da allora alcuni frammenti di memoria, braccandolo, avevano iniziato a perseguitarlo. Simili a ombre nella semioscurità, di sovente non distingueva quelle che erano state battezzate come le schegge impazzite di ricordi dai sogni. Perché sognava, o almeno così credeva, anche se i medici erano scettici.

    Elettroencefalogrammi, effettuati durante le catatonie, registravano solo, e raramente, deboli onde delta; onde cerebrali di frequenza molto lenta (1-3 c/s) tipiche della prima infanzia e sotto la forma polimorfa e monomorfa dello stato di sonno più profondo. A Carlo mancava del tutto il sonno REM, (Rapid Eye Movement, rapido movimento dell’occhio), fase caratterizzata da movimenti rapidi delle pupille.

    È lo stadio anche detto del sonno paradosso, in cui avvengono i sogni più affascinanti e dei quali possiamo mantenere un ricordo.

    Comunque fosse, chiamava quei brandelli ombre, ispirandosi allo psicologo Jung che utilizzava il termine per indicare la parte oscura, ignota e non accettata, di ogni individuo; parte rivelata, di sovente, attraverso figure sgradevoli o simboliche nei sogni.

    «Andiamo!» Disse ad alta voce uscendo.

    Ambra apparve dal fondo del giardino correndo. Un mucchio di peli nero lucido e una lingua rosa lo raggiunsero per girargli intorno con aria festante. Chiuse la porta.

    «Oggi la giornata è tutta per te, amor mio, hai voglia di andare allo stagno?»

    Domanda retorica. Lo sapeva bene quanto amasse quel luogo, soprattutto se le permetteva di fare il bagno. Prima di mettersi lo zaino in spalla tirò fuori un pacchetto di carta alluminio. Lo agitò.

    «Faremo uno splendido pic-nic» affermò, «qui ci sono i tuoi bocconcini preferiti!» Sorrise.

    S’incamminarono a passo veloce.

    Ambra, trotterellandogli a fianco, di tanto in tanto lo guardava con un’espressione allegra. Pareva sorridergli. Carlo si fermò e accarezzandola sulla testa con la punta delle dita, si volse a osservare la casa. Dalla collina il cottage, edificato su di un solo livello, s’integrava perfettamente all’ambiente e, nella chiara giornata primaverile, appariva come un quadro. Circondato da un prato verde rubino, ombreggiato da querce di alto fusto, riverberava in un gioco di chiaroscuri tra l’ocra delle pareti e il rosso dei coppi. I fiori, da poco sbocciati, riempivano l’aria di fragranze soavi e i pollini, trasportati dalla brezza, rendevano morbido il panorama.

    Tornò a guardare Ambra: di fronte a loro il dolce pendio, aprendosi sulla valle, invitava alla corsa e una coppia così affiatata non poteva esimersi dall’invito. Ignorando la possibilità di inciampare si abbandonò alla velocità con somma soddisfazione della fedele amica, che iniziò ad abbaiare giocosa. Raggiunto lo stagno a lunghe falcate si lasciò cadere sull’erba e, felice nonostante il fiatone, rimase a osservarla mentre, saltellando, se ne andava in giro annusando ed esplorando. Sentendosi in pace con il mondo, e soprattutto con se stesso, si considerò ancora una volta fortunato.

    Quando un languore nello stomaco accompagnato da un brontolio lo richiamò, Ambra si dilettava a recuperare il bastone tiratale nello stagno. Le ore fuggivano veloci e l’orario del pranzo era giunto. Nell’istante in cui aprì i pacchetti di carta alluminio un buon profumo di cibo si diffuse nell’aria e la vide avvicinarsi. Dalla tasca frontale dello zaino tirò fuori la ciotola.

    «Bene, eccoti servita e buon appetito.» Disse lieto.

    La osservò affondare il muso nei bocconcini di carne, scodinzolava.

    Soddisfatto addentò il proprio panino. Vederla felice gli dava immensa gioia e un poco la invidiò quando, nel caldo del pomeriggio, si accucciò all’ombra di un cespuglio per una pennichella.

    Come non poteva restare sveglio dalle otto della sera alle otto del mattino, non riusciva a dormire tra le otto del mattino e le otto della sera e, sebbene la scienza non desse delle risposte, la sua logica razionale gli impediva di accostarsi a quanto di esoterico potesse esserci. Tuttavia si ricordò di aver scorso una relazione in cui si presentava la parapsicologia non quale disciplina vicina alla psicologia, ma piuttosto scienza analizzante fenomeni al momento indecifrabili scientificamente. Di tal genere erano la telepatia, la telecinesi, la veggenza, e ragionò che non avesse nulla da perdere se le avesse considerate con le dovute cautele. D’altronde, cosa poteva accadere con qualcosa che non esiste?

    Sdraiato supino, però, un dubbio lo colse. Osservando le nuvole, che veloci attraversavano il cielo, si disse che anche l’atmosfera è, in realtà, soltanto apparentemente vuota. S’immaginò una persona aprire uno scatolone pieno d’aria: sollevandone il coperchio, lo avrebbe di certo considerato privo di contenuto. Invece è gremito di particelle d’ossigeno, azoto, anidride carbonica e altri gas minori. Sono le polveri e gli atomi che danno all’aria la consistenza che noi tutti sperimentiamo in prima persona, quando ci muove le vesti e la possiamo, per così dire, vedere; mentre spinge una barca a vela, scuote le fronde degli alberi o gira la ruota di un mulino olandese. Grazie alla sua densità respiriamo, viviamo, possiamo percepire i suoni e persino volare.

    Da sempre un sogno dell’uomo di librarsi nel cielo sembrava un desiderio all’apparenza irrealizzabile, ma la risposta all’improbabile era semplice e si mostrava ogni giorno davanti agli occhi di ognuno, tuttavia non la si vedeva perché la spiegazione è nelle leggi invisibili della fisica. Leggi oggi studiate e per le quali gli aerei possono alzarsi in volo, superando addirittura la barriera del suono.

    Non più qualità da stregoni, vampiri, demoni e spiriti, ha portato l’uomo sulla luna preparandolo a mettere, in un futuro prossimo, il primo piede su Marte. Forse, si disse, anche le risposte al proprio bizzarro problema erano davanti agli occhi di tutti pronte per essere viste e interpretate. Una ragione in più per dare un pugno sul naso ai medici che lo sottoponevano agli odiati esami PET.

    La PET (Tomografia per Emissione di Positroni) esigeva l’iniezione nel cervello, attraverso l’uso di siringhe, di sostanze sintetiche di contrasto, utili a evidenziare le attività cerebrali in specificate aree e in determinati momenti. Considerandola da sempre inutile si convinse che, ostinati come muli, i medici stavano indagando con un metodo sbagliato, eppure Einstein lo aveva detto: Follia, è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi. Inoltre quello strano sapore di amaro quasi salino, che ogni volta percepiva in bocca, gli dava la nausea. Udì delle voci.

    Per un istante, essendo solo, suppose che fossero nella propria testa, ma il vento, nella quiete della campagna, le trasportava da lontano. Allungò il collo per vedere meglio e, dietro agli alti fili d’erba, distinse avvicinarsi qualcuno. Attese. Dal vociare, si disse, doveva essere una comitiva intera.

    Vedendo transitare solamente tre ragazze che in bicicletta percorrevano la stradina polverosa più a valle, si stupì. Dal chiasso aveva creduto fossero molte di più. Le accompagnò con lo sguardo sino allo scomparire dietro una curva, per poi lasciarsi ricadere sull’erba con un sospiro. Trascorse così il tempo restante.

    Quando decise di fare ritorno lo stagno era ormai in ombra. Si alzò con calma.

    Senza fretta raccolse ogni cosa prendendosi cura di non abbandonare nulla. L’ambiente gli stava particolarmente a cuore e non capiva come le persone potessero sporcarlo deliberatamente. Anche gli avanzi delle sigarette gli facevano piuttosto schifo e forse, si disse, gli zotici che li lasciavano in giro, erano altrettanto merdoni in casa loro.

    Nel raccogliere l’ultimo pezzetto di carta, notò un gruppo di formiche indaffarate a recuperare le briciole cadute nell’erba. Senza indicazioni erano in grado di ritrovare la strada del ritorno in quella che per loro doveva essere un’ingarbugliata foresta. La natura, pensò, è piena di meraviglie.

    «Non si finisce mai di imparare e rimanere stupiti.» Affermò volgendosi ad Ambra.

    Dandole una leggera e affettuosa sculacciata, le comunicò che dovevano andare. Rientrarono con flemma, in una lenta e lunga passeggiata, mentre il pomeriggio volgeva al termine.

    A primavera le giornate sono più belle, non solo perché rappresentano un risveglio alla vita piena, ma la posizione che la Terra occupa in quel periodo dell’anno permette di avere molte ore di luce in più e, in Carlo, la voglia di sfruttarle appieno era forte. Avrebbe voluto approfittarne, ciò nonostante aveva un appuntamento imprescindibile. Guardò l’orologio al polso.

    Rincasato si preparò per la notte con lo stesso impegno che un astronauta avrebbe adoperato per affrontare un salto nel vuoto. Verificato che ogni cosa fosse in ordine controllò le ciotole di Ambra. Cambiò l’acqua residua con quella fresca e lasciò qualche bocconcino secco per la notte. Chiuse gli scuri, inserì il sistema di sicurezza e, data un’ultima occhiata in giro, si diresse in camera. Spenta la luce sedette sul letto e si coricò adagio. Sul comodino il display luminoso della sveglia segnava le 19:55.

    Ormai doveva esserne avvezzo, nondimeno quei pochi minuti d’attesa lo disorientavano sempre e i pensieri ne accentuavano la paura. Poi, come risucchiato da un imbuto, rimbalzava all’interno di un bagliore che gli rammentava l’alba ma, accompagnato da un rumore riconducibile allo strappo di un tessuto, implodeva nel nero più assoluto. Infine il nulla. La consapevolezza semplicemente non esisteva più e per i medici nemmeno Carlo, ma solamente il suo corpo. Lo avrebbero sentenziato alla maniera di un coma irreversibile sennonché ogni mattina, puntualmente, riapriva gli occhi.

    Erano da poco passate le otto e anche quella sera fu puntuale all’appuntamento. Ambra lo osservò per alcuni istanti prima di adagiarsi vicino ai piedi del letto e attenderne, come sempre, il ritorno.

    Capitolo 2

    In un bagliore bianco improvviso e un fragore, ouverture del ritorno alla coscienza, Carlo, disteso sul letto, riaprì di colpo gli occhi e come sempre si guardò attorno. Sapeva dov’era, ma la paura che ogni volta lo accompagnava esigeva una conferma. La vista di Ambra nella penombra lo rassicurò. Si prese ancora un momento e, sedutosi sul bordo del letto, le carezzò con dolcezza il testone. Erano le otto precise, come sempre, di un lunedì mattina. Si alzò per andare incontro al nuovo giorno.

    Aperte le imposte caricò la caffettiera e la mise sul fuoco. Il sole, entrando dalla finestra, lasciava presagire l’arrivo di una bella giornata e Carlo, che gioiva nello stare all’aperto, decise di trasferirsi col computer, o meglio con l’intero studio, in giardino. Per lo scopo aveva allestito una postazione mobile; una scrivania su ruote da poter spostare a piacimento dentro e fuori della casa. Accostando un piccolo scivolo di legno alla soglia della porta-finestra superava il leggero dislivello del gradino al lastricato esterno più basso. Un pergolato garantiva il riparo dal sole diretto.

    La caffettiera iniziò a gorgogliare. Carlo rientrò, spense il fuoco, versò il caffè in una larga tazza e, sorseggiando, tornò alla scrivania. Connesse il sistema alla rete e acceso il terminale, attese il lavoro. L’arabica gli piaceva, quel sapore lo annoverava tra i mille piccoli piaceri della vita e, di certo, non la beveva per allontanare la sonnolenza poiché, non potendo dormire, ne era esente.

    Il collegamento tardava, pose la tazza accanto alla tastiera e andò in bagno. Aperto il rubinetto del lavandino infilò la testa sotto il fresco fluire d’acqua. Se non lavorava, o si dedicava ad Ambra, una tensione viscerale lo coglieva e l’ansietà lo riconduceva sempre al solito pensiero logorandolo in un interrogativo trito e ritrito. Sostenendosi con i gomiti poggiati ai bordi, indugiò per qualche istante e, una volta richiusa l’acqua, lasciò che le ultime gocce gli scivolassero sul viso. Alla cieca protese un braccio per raggiungere l’asciugamano e, asciugandosi, si osservò allo specchio. Sul volto scorse il tempo che passava.

    Carlo portava bene gli anni. Di bell’aspetto, era alto un metro e settantacinque, con occhi castani e capelli scuri. Leggermente stempiato, nessuno mai gli dava la sua vera età. Il bip della connessione lo avvertì del lavoro in arrivo. Si diede un’altra occhiata allo specchio e tornò alla scrivania.

    Sul desktop del computer era apparsa un’icona lampeggiante. Una cartella, accompagnata da una serie di fogli svolazzanti che vi entravano, indicava il trasferimento in corso. Nell’attesa Carlo si compiacque del nuovo monitor a LED. Era contento perché riusciva a leggere bene anche in piena luce ed era pratico da spostare. Scaricati i file lesse l’ordine del giorno. Doveva ottimizzare un testo in cui si proponeva la bizzarra idea di un itinerario a dir poco fantastico con una promessa: portare i lettori a conoscere la propria anima e l’energia della reincarnazione. Sorrise con scherno. Tuttavia la professionalità di cui era capace non ammetteva azioni di pregiudizio e seguitò nella lettura. Non stava a lui, infatti, valutarne il pregio del contenuto. Aprì il primo Capitolo e iniziò.

    L’autore, entrando subito nel merito, sosteneva d’essere capace di viaggiare con l’anima, assistere a eventi distanti anche migliaia di chilometri e di proiettarsi nelle vastità dell’universo, grazie a una serie di esercizi con cui accedeva a uno stadio simile alla premorte, che definiva di "coma lucido".

    Studiato da noti psic