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Genitori imperfetti
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E-book191 pagine2 ore

Genitori imperfetti

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Info su questo ebook

Che cosa significa davvero essere genitori adottivi? Genitori imperfetti è il racconto autobiografico di un percorso nel mondo delle adozioni. Storie di vita vera, vissuta, sentimenti ed emozioni di una coppia che ha deciso di intraprendere la difficile esperienza genitoriale. Un’esperienza che regala momenti gioiosi e a volte tristi, che si intrecciano agli episodi della vita familiare lasciando segni indelebili sulla pelle e nel cuore dei protagonisti.
LinguaItaliano
Data di uscita20 ott 2021
ISBN9788833468983
Genitori imperfetti
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    Genitori imperfetti - Claudio Di Blasio

    genitori-imperfetti_fronte.jpg

    Genitori imperfetti

    di Claudio Di Blasio

    Direttore di Redazione: Jason R. Forbus

    Progetto grafico e impaginazione di Sara Calmosi

    ISBN 9788833468983

    Pubblicato da Ali Ribelli Edizioni, Gaeta 2021©

    Saggistica – Società

    www.aliribelli.com – redazione@aliribelli.com

    È severamente vietato riprodurre, in parte o nella sua interezza, il testo riportato in questo libro senza l’espressa autorizzazione dell’Editore.

    Claudio Di Blasio

    GENITORI IMPERFETTI

    AliRibelli

    Sommario

    Prefazione

    Brevi cenni storici sull’istituto dell’adozione

    Febbraio 1999

    Giugno 1999

    La nuova adozione

    Nonni all’improvviso

    Le scelte di Mauro

    L’evolvere degli eventi

    Vite dissolute

    Pensieri

    Riflessioni

    Prefazione

    Questo libro è la testimonianza di due esperienze adottive vissute in prima persona. Dopo la grande delusione provata per non essere riusciti ad avere figli e superato con fatica il cosiddetto lutto biologico, il forte desiderio di genitorialità ci ha spinto ad aprirci verso il prossimo, verso ragazzi che sono stati meno fortunati di altri. Il nostro obiettivo è stato quello di dare loro non solo una famiglia ma anche condizioni di vita migliori. Purtroppo, come in tutte le vicende della vita non vi sono dinamiche prestabilite, tutto è aleatorio e il successo non è sempre scontato.

    Le nostre adozioni, come quelle di molte altre coppie, sono state un’avventura nel corso della nostra vita, segnata da momenti felici e altrettanto bui. Dopo i primi anni, che sono stati conoscitivi per entrambi e durante i quali abbiamo cercato di profondere loro tutto il nostro amore, sono iniziati i primi contrasti amplificati, in seguito, nel periodo adolescenziale.

    Il rapporto genitore figlio, infatti, nelle varie fasi della vita non è sempre semplice, particolarmente durante lo sviluppo dei giovani. È questo un periodo nel quale inizia una trasformazione nel fisico del ragazzo che diventa adulto. Anche dal punto di vista psicologico inizia a prevalere l’affermazione del suo essere, della propria identità, facendo nuove esperienze, frequentando nuovi amici e trascorrendo più tempo con questi che non con la famiglia. L’adolescente inizia a percepire le fragilità, i punti deboli e i limiti degli adulti, i quali prima sembravano invincibili, e li attacca in un’affermazione di autonomia.

    I ragazzi, infatti, iniziano a sperimentare nuove conoscenze, a confrontarsi con altri modelli di stare in relazione, altre regole, valori e idee che possono portarli a mettere in discussione ciò che hanno sempre ricevuto dalle proprie figure genitoriali.

    Il ruolo dei genitori è quello di seguire il proprio figlio e a volte limitarlo per la sua sicurezza. Di qui i frequenti contrasti, in particolar modo con la figura paterna. Essenziale è la comunicazione che, molto spesso, avviene con la madre, in genere sempre più incline e premurosa.

    Se i figli biologici presentano di frequente questo genere di problemi, i ragazzi adottati hanno senza dubbio maggiori difficoltà. Lo stato di abbandono, la mancanza di affetto, specialmente nei primi anni di vita, lascia purtroppo, una lacuna difficilmente colmabile dalla famiglia che li accoglie, pur riversando nei loro confronti tutte le attenzioni e l’amore possibile.

    Non sono da sottovalutare, inoltre, le condizioni di vita affrontate all’interno degli istituti che li hanno ospitati. Molto spesso, purtroppo, emergono storie di soprusi, maltrattamenti e violenze.

    Sono elementi che influiscono notevolmente sulla crescita di un bambino. L’abbandono, come la separazione o il divorzio dei genitori, sono eventi devastanti ai quali un minore può far fronte solo con la resilienza, come la definiscono gli psicologi, cioè la capacità di adattamento a condizioni avverse. Ma la resilienza non si assume a piccole gocce né è in vendita in alcun negozio.

    Le esperienze del loro vissuto, frequentemente negative, portano molto spesso a una rottura con la figura genitoriale. Quell’odio provato verso i genitori biologici che li hanno abbandonati, anche se non per esplicita volontà, si riversa inevitabilmente nei confronti del nuovo padre o della nuova madre, pur avendo dato loro il massimo affetto.

    Fare il genitore è il compito più difficile al mondo, una strada tutta in salita, e pur profondendo il massimo impegno, non è detto vi si riesca. Da parte nostra non vi sono state grandi attese quali ad esempio un figlio laureato o che raggiungesse un elevato livello sociale. Avremmo desiderato vederli crescere serenamente e inserirsi nella società espletando un lavoro sia pur umile ma onesto. Non riusciamo a comprendere il perché di certe loro scelte e la non accettazione dei nostri consigli.

    Le cattive frequentazioni li hanno portati ad allontanarsi dalla famiglia, senza alcun senso di appartenenza ad essa, forse per il loro pregresso? La delusione delle persone che come noi hanno dato tanto amore senza ricevere nulla in cambio è forte, specialmente quando andando avanti con gli anni ti ritrovi al punto di partenza, cioè solo.

    Inevitabilmente ti poni tanti interrogativi: sarò stato un buon padre… sarò stata una brava madre? Dove ho fallito? È difficile stabilirlo.

    Chissà se un giorno i miei figli leggeranno questo libro che narra del nostro vissuto e rivivranno in queste poche righe i momenti felici e quelli meno che abbiamo trascorso assieme. Avremo forse sbagliato? Siamo stati troppo severi? Forse dopo la nostra dipartita si accorgeranno della nostra assenza e saranno in grado di guardare nel loro animo dando una risposta ai nostri interrogativi. Se non fossimo stati in grado di comprendere le loro esigenze e non avessimo ottemperato ai nostri doveri come avrebbero fatto un buon padre e una madre di famiglia, allora ne chiediamo scusa.

    L’autore

    Brevi cenni storici sull’istituto dell’adozione

    La tematica dell’adozione ha radici storiche che risalgono alla notte dei tempi e coinvolge la società come complesso di individui relazionali, sotto molteplici aspetti, sia dal punto di vista filosofico religioso, sia su quello sociale, coinvolgendo la coppia, allorquando, formata una famiglia, desidera avere dei figli che, per vari motivi, purtroppo non arrivano.

    Il desiderio di maternità, insito nell’animo femminile, si manifesta a tal punto che nonostante gli insuccessi, molte donne continuano a far violenza sul proprio corpo, facendosi bombardare di ormoni o subendo interventi con le tecniche più disparate che la moderna medicina offre, alla ricerca del figlio biologico. Già… il figlio biologico, un essere che nasce dal grembo materno, espressione di fertilità e di maternità, la prosecuzione naturale della stirpe, della famiglia.

    Ma se il figlio non è biologico, non ha cioè il patrimonio genetico di quei due genitori, che rilevanza può avere anche dal punto di vista affettivo? Saranno quei genitori capaci di profondere lo stesso amore, lo stesso affetto che avrebbero dato al loro figlio naturale? Molte coppie rinunciano ad avere un figlio che non abbia il loro DNA per paura? Per egoismo? Non è facile trovarne le motivazioni. Come si evince, le problematiche, le implicazioni psicologiche, emotive e relazionali sono molteplici e lasciano il campo ad innumerevoli soluzioni.

    L’istituto dell’adozione, antico forse quanto l’uomo, si è evoluto ed è cresciuto con il trascorrere dei secoli, parallelamente allo sviluppo della famiglia, all’emancipazione della donna, insomma, della storia umana.

    Non solo coppie sterili, ma anche molte con figli biologici, sono spinte dal loro credo ad intraprendere il percorso affettivo per dare affetto, una famiglia a bambini abbandonati, che non hanno avuto la fortuna di conoscere un genitore né una carezza o un bacio materno. Migliaia e migliaia sono, infatti, i minori abbandonati nei più svariati luoghi del mondo, dalle favelas dell’America Latina, ai paesi Africani fino all’India e all’Est Europeo.

    Le prime tracce dell’adozione si trovano nel codice di Hammurabi, una stele risalente all’incirca agli anni 1790 a.C. (attualmente presso il museo del Louvre di Parigi) e composta di duecento ottantadue sentenze.

    Nell’epoca romana, quando esisteva la figura del pater familias dal quale dipendevano i figli, le loro mogli (unite cum manu) ed eventualmente i nipoti, si trova traccia di termini quali arrogatio e adoptio. La prima è la forma più antica in Roma e aveva una valenza precisa, cioè procurare un erede alla famiglia e alla conservazione del patrimonio. L’adoptio compare in età successiva alle XII Tavole. Importante notare che la decisione del pater familias era indipendente dalla volontà della moglie e del figlio stesso: infatti egli aveva notevoli diritti sui figli, quali lo ius vitae ac necis (diritto di vita o di morte), il diritto di venderli, lo ius exponendi (il diritto di abbandonare il figlio alla nascita in un luogo pubblico) e lo ius noxae dandi (consegnare il figlio colpevole di illecito).

    Un altro termine in uso era l’Adrogatio. Consisteva in una solenne interrogazione (ad-rogatio) con cui il pater familias adottante (detto arrogante), chiedeva a colui che doveva essere adottato (arrogato), se accettava di entrare nella sua famiglia. La cerimonia veniva effettuata davanti ai comitia curiata, alla presenza del Pontifex Maximus che controllava preventivamente l’opportunità dell’atto. I comitia curiata erano l’assemblea della comunità ripartita in curie. In età repubblicana svolsero solo funzioni di diritto sacro. Fino al 253 a.C. il Pontifex Maximus era scelto tra i patrizi; in seguito, tale carica spettò esclusivamente all’Imperatore. A lui aspettava convocare e presiedere i comitia curiata, davanti ai quali si svolgevano il rito dell’adrogatio e del testamentum calatum comitiis (forma testamentaria destinata a produrre effetti solo dopo la morte dell’adrogator).

    Colui che veniva adottato era un pater familias che perdeva la posizione sui iuris entrando nella famiglia come filius, portando con sé i suoi sottoposti e il suo patrimonio. Ciò comportava l’estinzione di una famiglia e dei suoi sacra (culto familiare). Per questo era necessaria una solenne cerimonia religiosa di rinunzia a questo culto detta detestazio sacrorum. L’adrogatio poteva essere compiuta solo da maschi adulti sui iuris. Le donne non potevano essere adottate in questa forma non avendo la cosiddetta capacità comiziale. Neanche i maschi impuberi potevano essere ammessi a tale procedimento. La pratica dell’arrogatio, inoltre, avveniva solo a Roma e tra cittadini romani. In sostanza vi era un trasferimento di quei diritti su persone e cose, sotto un altro pater familias. Tutto ciò poteva essere determinato dai più svariati motivi, il più ricorrente dei quali era la difficoltà economica di poter gestire una famiglia.

    Con il procedimento di adoptio avveniva il passaggio del figlio a un altro pater familias e, considerata l’ufficialità dell’atto, questo doveva avvenire al cospetto di un magistrato. Nel rito erano necessarie la mancipatio e la iure cessio. Il padre naturale procedeva all’enunciazione della formula solenne, mentre quello adottivo con una moneta in mano percuoteva una bilancia e dopo aver pronunciato anch’egli le parole di rito, donava, quale forma simbolica, la moneta al padre naturale. Gli effetti dei due istituti, pur ponendo l’adottato sotto la patria potestas dell’adottante, erano differenti ai fini del regime patrimoniale dei beni. Mentre nell’arrogatio, infatti, tutti i beni passavano nel patrimonio dell’arrogator, nell’adozione i figli dell’adottato restavano sotto la potestà dell’avo del padre che li aveva dati in adozione.

    Nel periodo che va dal 290 al 299 d.C. l’imperatore Diocleziano prese posizione sulle modalità con cui i privati ricorrevano per realizzare l’adozione, confermando la valenza pubblica dell’atto di adozione, e considerata la notevole espansione dell’impero, essendo molte province lontane da Roma, introdusse l’adrogatio per rescriptum principis, prevedendo anche l’arrogazione delle donne. L’imperatore assunse in prima persona l’esame delle questioni private e degli aspetti legati all’adozione. Dai reperti dell’epoca emerge che per Diocleziano l’arrogazione era un rapporto determinato dalla naturale esigenza umana di avere dei figli e dei discendenti, ricorrendo a un surrogato della naturale procreazione, mediante il quale si possano produrre quei vincoli familiari caratterizzati da amore e calore. Al tempo stesso Diocleziano si preoccupò di attuare forme di garanzia per evitare che vi fossero arrogazioni compiute per accaparrarsi il patrimonio dell’arrogato.

    Con l’avvento di Giustiniano, nel 531 d.C., vi fu una notevole riforma nell’istituto dell’adozione. Egli volle dare un’impronta personale alla disciplina dell’istituto, qualificandola come ex rescripto principali. L’imperatore introdusse la distinzione tra adoptio plena e adoptio minus plena, abolendo il complicato rituale mancipatorio, riformando il procedimento adottivo ed emanando due costituzioni datate rispettivamente 1° settembre e 1°dicembre 531 d. C. Con il termine di adoptio plena si intendeva l’adozione compiuta dall’ascendente paterno o materno dell’adottato, mentre con la adoptio minus plena si identificava quella compiuta da un estraneo. In questo caso l’adottato non alterava i rapporti con il padre (rimanendo sotto la patria potestas del padre originario) conservando tutti i diritti e acquistando il diritto di succedere al padre adottivo. Questo istituto fu molto importante per garantire a soggetti estranei un vincolo sul patrimonio dell’uno nei confronti dell’altro.

    Secondo il motto dell’imperatore Giustiniano: adoptio natura imitatur vi era un’esaltazione del vincolo di sangue, non volendo stravolgere l’istituto della patria potestas ma disciplinare l’istituto dell’adozione. Tutto ciò risultò positivo per i figli legittimi, ma non lo fu per quelli illegittimi che perdevano sia il diritto di ereditare sia quello di essere mantenuti. Il giudice non aveva più un ruolo autoritativo ma aveva il compito di raccogliere e mettere a verbale le volontà delle parti. Tra le innovazioni del diritto Giustinianeo vi fu l’introduzione della necessità del consenso dell’adottato, e della differenza minima di età di diciotto anni tra adottante e adottato. Inoltre venne posto il divieto di adottare i propri figli naturali o di poter adottare essendo evirati.

    Nel medioevo, pur esistendo l’istituto dell’adozione, purtroppo era sancito il principio secondo il quale il bambino adottivo non aveva diritto alcuno con la successione. Si può comprendere, quindi, quali ripercussioni si vennero a creare sia sul mercato sia sullo status dei bambini. Venendo meno la richiesta di bambini da adottare, si amplificò quindi il grosso problema di chi dovesse aver cura di tanti bambini in condizioni di precarietà. La Chiesa se ne fece carico e sorsero i primi istituti per l’infanzia abbandonata.

    Nel corso della storia, il 18 gennaio 1792, in Francia, si trova traccia del decreto di Delive de Saint-Mars, recepito come esempio nel codice napoleonico, nel quale l’adozione è definita come «l’espressione di solidarietà verso i più deboli e lo strumento di lotta contro la potenza dei casati autoritari».

    Anche in Italia, nel 1865 vennero stilate alcune disposizioni circa l’adozione e per la prima volta l’adottato aveva gli stessi diritti dei figli naturali.

    Nel 1939 venne creato l’istituto dell’affiliazione, ma questo non garantiva i diritti ereditari ed era solo limitato all’obbligo da parte del genitore di fornire gli alimenti,

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