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Afghanistan Missione Incompiuta 2001-2015: Viaggio attraverso la guerra in Afghanistan
Afghanistan Missione Incompiuta 2001-2015: Viaggio attraverso la guerra in Afghanistan
Afghanistan Missione Incompiuta 2001-2015: Viaggio attraverso la guerra in Afghanistan
E-book889 pagine12 ore

Afghanistan Missione Incompiuta 2001-2015: Viaggio attraverso la guerra in Afghanistan

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Info su questo ebook

Nell’agosto del 2021 Kabul è caduta, i talebani sono tornati al potere dopo 20 anni dall’invasione USA. Che cosa è successo davvero in uno dei Paesi più belli e dannati del mondo? Che cosa ci siamo lasciati dietro in Afghanistan? Nico Piro narra nella forma di saggio e di racconto autobiografico. Tra ipocrisie, bugie, omissioni e militari mandatia combattere un conflitto senza poterlo chiamare guerra. La produzione di oppio ai massimi storici, una ricostruzione mai decollata, la “nuova” classe dirigente diventata tra le più corrotte al mondo, i talebani sempre più forti, le trattative di pace allo stallo, il governo “democratico” sull’orlo del collasso, un flusso inarrestabile di rifugiati in fuga da un conflitto che dura ormai dalla fine degli anni ‘70. Sullo sfondo un Paese ricco di tesori archeologici e di un’affascinante storia millenaria, la cui immagine è stata troppo spesso ridotta a bombe e pascoli di capre. La storia di un conflitto durato più della Seconda guerra mondiale che dal 2001 al 2015 è costato 1.000 miliardi di dollari agli Usa, 5 miliardi di euro all’Italia, 26.270 vittime civili, 2.357 soldati americani uccisi, 1.130 caduti della coalizione, 57 morti italiani.
LinguaItaliano
Data di uscita23 set 2021
ISBN9791280551030
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    Anteprima del libro

    Afghanistan Missione Incompiuta 2001-2015 - Nico Piro

    Parte prima

    MARZIANI

    "Attenzione, per favore, popolo dell’Afghanistan.

    Le forze degli Stati Uniti stanno passando sopra il vostro Paese.

    Non siamo venuti qui per farvi del male. Siamo venuti qui solo per catturare Osama Bin Laden, Al Qaeda e coloro i quali aiutano Osama Bin Laden.

    Per favore, non prendete parte in alcuna azione militare e state lontano da strade e ponti.

    Non siamo venuti per colonizzare il vostro Paese o saccheggiarlo. Restate al sicuro, restate a casa"

    Trasmissione radio dall’aereo Command Solo

    Psy-Op U.S. Army, Ottobre 2001

    Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo

    Detto talebano

    Volo alla cieca

    La coda del drago scorre la ggiù tra le montagne: la corazza sulla schiena ha il colore della ruggine, al centro c’è la spina dorsale giallo vivo, come un lampo di forza.

    Colori stampati sui rilievi afghani dall’ossido di ferro trasudato dalle rocce per milioni di anni e dallo zolfo lasciato lì chissà da quale era geologica.

    Più al Nord le mastodontiche montagne sembrano di sabbia, una sabbia immobile persino di fronte al vento più impetuoso, una sabbia che è già diventata vetro, cotta da un sole implacabile. Qui al Sud, invece, quando il deserto, fatto di una polvere spessa e tagliante, lascia il posto alle rughe della Terra, le montagne sembrano enormi fossili: creature antiche fermatesi per un attimo e rimaste immobili per sempre; proprio come il branco di draghi che sembra correre sotto di noi, spingendosi l’uno contro l’altro per raggiungere il varco verso la pianura lunare.

    I colori geologici delle montagne sembrano gli unici capaci di resistere ai raggi di questo sole: formano dei chiaroscuri di rocce che paiono eterni. Tutt’intorno il sole cancella le differenze tra il cielo e la terra, impasta il paesaggio di un pallido giallo fatto di luce abbagliante, umidità e calore soffocante, ma nulla può davanti ai rilievi che conservano intatta la loro ruggine, il loro zolfo, i loro antichi minerali.

    La coda del drago si allontana serpeggiando – o forse è il nostro sguardo a correre velocissimo dandole un’impressione di movimento – e si lascia dietro, come un incisione, un sentiero che sembra un taglio sinuoso nel mezzo del nulla. Quel sentiero è l’unico appiglio a cui lo sguardo può reggersi per orientarsi e ricostruire una visione fatta di alto e di basso, di sinistra e di destra, mentre il sole impietoso resta nascosto nella sua stessa melma gassosa, cancellando ogni differenza tra cielo e terra.

    In basso sobbalza un uomo su una moto: produzione cinese come tutte quelle che circolano in Afghanistan. La teiera di latta dorata, legata sul portapacchi, lancia segnali di luce.

    Il mio sguardo, di nuovo, si perde. Non riesce a vedere né una fine né un inizio nel deserto che ha, intanto, occupato il panorama rendendolo ancora più pallido e straniante.

    Dove possa andare quell’uomo è un mistero, non meno di quanto lo sia il luogo da dove arriva. La sua traiettoria sembra interessare solo a un altro uomo sulla faccia della terra. È seduto alla mia sinistra, in precario equilibrio su uno sgabello di legno a cui è legato con una piccola catena, quasi un antifurto. L’uomo si affaccia sul vuoto, aggrappato a una mitragliatrice calibro 50. Fa qualche gesto al pilota che lo ricambia senza girarsi: se quel motociclista è uno scout, un’avanguardia talebana, accortosi dell’elicottero in alto, l’unica cosa che può fare è dirottare il convoglio ribelle che forse lo segue e si prepara a passare.

    Le montagne sono troppo lontane, noi voliamo relativamente alti, impossibile che quell’uomo da terra possa coordinare fuoco per colpirci.

    Anche il mirino metallico della mitragliatrice, che l’aveva seguito per qualche minuto, perde interesse per il possibile obiettivo e si lascia andare.

    Sono sul fondo di un elicottero dell’esercito spagnolo, Cougar, in volo da Farah city a Herat. Dall’alto guardiamo una terra che non ci appartiene, dove pochi occidentali riescono ad avventurarsi e se lo fanno devono essere in tanti, pesantemente armati e pronti a tutto.

    Come sacchi di patate sul pianale di un camion che va al mercato, siamo seduti in un angolo buio della carlinga, cercando riparo dal sole e dai proiettili che potrebbero entrare dal portellone in qualunque momento. Da quel varco, per ora, entra solo l’aria rovente del cielo, mentre il ritmo ipnotico del rotore e i tappi nelle orecchie, che ovattano ogni riflesso, rendono ancora più distante quel paesaggio, quel Paese, quel tempo.

    Mi preme addosso il corpo del gigante Mario, il mio paziente operatore. È l’estate del 2009 e stiamo tornando da Farah City, dove in un angolo dell’aeroporto provinciale, al fianco del prt dell’esercito americano, sta venendo su una nuova base italiana, prima pagina di quello che sarà il capitolo più sanguinoso della nostra missione in Afghanistan, scritto al confine con le roccaforti talebane del Sud. Per ora una distesa di tende, qualche bagno chimico nei container e un forno per le pizze. Ma il vero forno è l’aria con la temperatura che raggiunge i cinquanta gradi.

    L’Rc-West, il comando occidentale della missione isaf a guida nato, occupa un territorio grande come il Portogallo che corre lungo l’asse Nord-Sud nell’Ovest afghano. Copre la provincia di Ghowr, affascinante e inchiodata tra le montagne, tanto remota che lì la presenza occidentale è puramente simbolica; quella di Badghis nell’estremo Nord, al confine col Turkmenistan, dove le truppe internazionali sono arrivate solo nel 2008 e sono state scambiate dalla popolazione locale per colonne sovietiche, ancora in giro dall’89; quella di Herat, strategica per la sua storia, la sua popolazione e i contatti con l’Iran; quella di Farah dove nel deserto si respira già l’area rovente del Sud afghano. Subito dopo c’è l’Rc-South, territorio di britannici e americani, un inferno in terra che le truppe occidentali mai riusciranno a controllare per davvero, ma che erutta i suoi vapori di morte proprio verso Farah e le sue valli.

    Solo dall’elicottero si può capire quanto difficile sia vivere e combattere in Afghanistan.

    Un Paese senza infrastrutture, dove c’è una sola strada degna di questo nome, dove lo scenario può cambiare drasticamente in pochi chilometri. Non è solo una questione di paesaggi ma di terreno: montagne che superano i tremila metri, deserti dal caldo insopportabile, sabbia più abrasiva della carta vetrata e pietraie che formano labirinti. È il terreno – come lo si chiama in gergo – il nemico, inanimato, di questa missione, difficile da affrontare persino con le tecnologie occidentali, luogo dove sanno muoversi solo i locali, spesso sconosciuto anche alle mappe elettroniche e ai gps.

    Il volo di oggi attraversa due province, Farah ed Herat, confinanti ma appartenenti a due mondi diversi, la transizione tra i paesaggi in un paio di ore di volo è velocissima, stupefacente: una balcone spalancato sulla ricchezza del panorama afghano. L’orizzonte, d’un tratto, diventa sferico. Dal giallino pallido del deserto soffocato dall’afa, si gonfia una striscia di verde brillante.

    In un passaggio scendiamo di quota e le canne del granturco scosse dalla forza dei rotori sembrano quasi salutarci come una folla in festa, quella che tanti militari, almeno all’inizio della missione, si aspettavano di trovare ad accoglierli.

    Sotto di noi c’è solo del mais non una popolazione festante ma è comunque una consolazione: l’economia dell’Occidente afghano non si regge sul papavero, come accade invece al Sud ma nel distretto che stiamo sorvolando ogni lembo di terra si riempie di una quantità di oppio da record per l’Ovest.

    Questa striscia di verde che disseta il paesaggio, per esistere ha bisogno di acqua, ma da qui non riesco a vederla. Da qualche parte si dovrebbe scorgere il grande fiume, il Farah Rud, le cui acque scendono gelide dai colossi di roccia nel centro del Paese e arrivano fino al confine con l’Iran. Questo deserto di carta vetrata e pietre, viene spesso annegato dall’acqua. D’estate il terreno mostra delle tracce che viste dall’alto sembrano canali di terracotta. D’inverno, quando nel resto del Paese comincia a nevicare, all’improvviso, qui arrivano piogge torrenziali. Come una biglia di marmo l’acqua scorre lungo le pareti lisce di quei canali e prende velocità, monta fino a travolgere e allagare ogni cosa.

    Ma è un fuoco fatuo, le flash flood della provincia di Farah cambiano il paesaggio per poche settimane, trasformando la sabbia in fango ma non la terra che resta arida.

    In questa parte dell’Afghanistan, il paesaggio diventa verde solo lungo le sponde dei grandi fiumi,

    Se in Iraq la green zone era la cittadella nel cuore di Baghdad dove gli occidentali potevano persino spostarsi in Harley Davidson mentre fuori infuriava l’inferno, a Kabul una zona sigillata non è stata mai creata, semplicemente perché la forma della città non lo consentiva.

    L’unica green zone di cui si parla in Afghanistan è letteralmente verde, corre lungo il fiume Helmand: una rete di piantagioni, frutteti, case di contadini e canali di irrigazione nella quale le truppe occidentali finiscono impigliate quasi ogni giorno nel tentativo di dare la caccia ai ribelli.

    I russi fecero tagliare interi frutteti nel tentativo, vano, di affrontare i mujaheddin in campo aperto.

    Bambini giocano in cortile, attirati dal rumore dei rotori guardano in alto ma quando il loro sguardo incontra il sole abbagliante, non si danno noia di continuare a cercarci in aria.

    L’elicottero sorvola un quadrato perfetto, è la prima forma geometrica nel paesaggio che vedo da almeno un’ora: le mura dei tradizionali cortili afghani servono a dare libertà alle donne della famiglia e a far giocare i bambini.

    Difendono la famiglia dai malintenzionati e le donne dagli sguardi indiscreti. Le case rurali afghane sono costruite intorno al cortile: un’ala per fare entrare gli ospiti, un’altra dove le donne restano nascoste (segregate) a prendersi cura della famiglia.

    La casa di mattoni di fango secco ha lo stesso colore della terra che la circonda: non è stata costruita, è come emersa da quella polvere tagliente. Un’architettura che si ripete da secoli, usando il fango e la paglia per isolare le stanze dal caldo e, in altre province, dalla neve. Case da riparare ogni estate, con fango fresco spalmato a mano che il sole indurirà come pietra.

    Mura che non servono a nulla contro gli occhi curiosi degli elicotteri. I bambini corrono e giocano scalzi su quella sabbia che graffia persino la pelle degli anfibi militari. Gli afghani, soprattutto i più poveri, in campagna, indossano solo delle ciabatte di plastica, a volte di un indefinito giallastro, a volte colorate in maniera vivace, persino fucsia.

    Ciabatte incrociate in punta e con il tallone libero, che arrivano chissà da quale fabbrica pakistana dove vengono prodotte a migliaia, a getto continuo.

    Con quelle ciabatte gli afghani ci fanno di tutto, ci combattono persino e si arrampicano su crinali di roccia che farebbero paura a un alpinista. Metafora di uno scontro impari, tra guerriglia ed eserciti moderni, dove paradossalmente è favorito chi ha di meno e quindi si sposta più leggero e veloce anche se più scomodo.

    L’aria è rovente ma sotto i giubbotti antiproiettile si è accumulato tanto di quel sudore che a contatto col vento sembra quasi raffreddarsi, dando sollievo come un’aria condizionata amatoriale.

    Di scorta abbiamo un Tiger, elicottero d’attacco spagnolo, che per la verità non mi sembra messo meglio del Cougar sul quale viaggiamo noi sacchi di patate.

    Dovevano essere nelle stesse condizioni gli elicotteri spagnoli che nell’agosto del 2005 erano precipitati, più a Nord di qui, nella provincia di Badghis, uccidendo 17 soldati di Madrid, il giorno peggiore per la missione iberica in Afghanistan.

    Le prime dichiarazioni del governo spagnolo erano state vaghe, seguivo la notizia dalla redazione a Roma e sospettai – come tanti – di un attacco talebano, non escluso dal governo di Madrid. Ufficialmente i due elicotteri avevano avuto problemi meccanici forse si erano toccati in volo precipitando. Adesso non faccio più fatica a crederci.

    L’ultimo sobbalzo del rotore spinge lo stomaco in gola, fa scendere l’elmetto sul naso e sbatte le nostre schiene sul pianale. Guadagniamo quota bruscamente. Stiamo superando le montagne che fiancheggiano la piana di Herat, i loro profili tondi sono familiari, li sfiori ogni volta che atterri all’aeroporto. A quel punto vedere quegli alti cumuli di sabbia vetrificata metteva di buon umore: data l’ora saremmo ancora riusciti a mangiare qualcosa alla mensa prima della sua chiusura. Avevo assistito alla sua inaugurazione nel natale del 2006 ma mai avrei immaginato – e come me nessun altro quel giorno – che sarebbe servita a sfamare una base intanto cresciuta più del doppio, quasi a diventare una piccolo paese.

    Mettiamo piede sulla pista piegati dai nostri zaini, spinti dagli scarichi roventi dei rotori e disorientati dalla furia assordante delle pale. Uscendo il pilota mi allunga un pezzo di carta, un foglietto a quadretti con i bordi sghembi, di quelli strappati da un quaderno con gli anelli. Gli sorrido, afferro il foglietto e faticosamente lo infilo nel tascone sulla coscia con la turbolenza che lo schiaffeggia. Io sottoscritto…. Una liberatoria per il governo spagnolo da ogni responsabilità in caso di incidente. Il pilota me l’aveva fatta scrivere sulla pista di Farah prima di partire. Una scena surreale. Scusi comandante ma se precipitiamo e moriamo tutti, il suo governo come fa a sapere di questa lettera e soprattutto dove la trova in mezzo ai rottami in fiamme?

    Il pilota non mi aveva risposto; la conferma di quanto ipocrite fossero quelle procedure. A me stavano tutto sommato bene: quel silenzio mi confermava che quel pezzo di carta non sarebbe servito a nulla; in caso di incidente almeno la mia famiglia avrebbe potuto far causa al governo di Madrid.

    Mentre arrancavamo sul cemento della pista di Herat, spinti dalla turbolenza delle pale, era un’altra ipocrisia a spegnere quel mio accenno di risata.

    Non avevamo potuto documentare quello era stato il più bel volo in elicottero della mia vita; il più bello non per l’abilità del pilota ma di sicuro per la visione del paesaggio.

    Saliti a bordo, l’equipaggio ci aveva vietato qualsiasi ripresa.

    Non c’era un’operazione in corso, era solo di un volo di routine, non sorvolavamo obiettivi sensibili e l’attrezzatura di bordo era standard. Insomma, non c’era alcuna giustificazione, né operativa né logica, a quel divieto.

    Era semplicemente il segno di un problema molto più grande, il sintomo della sindrome afghana che, come l’Italia, aveva colpito anche la Spagna. I socialisti e Zapatero si erano duramente schierati contro il patto delle Azzorre, quando il premier popolare Aznar aveva fatto il ciambellano per Blair e Bush e la loro decisione di invadere l’Iraq. L’attentato dell’11 marzo alla stazione d’Atocha e la sua matrice islamista – in rappresaglia proprio al ruolo del governo spagnolo – aveva persino aiutato Zapatero a ribaltare i sondaggi e vincere le elezioni, diventando il nuovo capo del governo. Ma il centro-sinistra iberico non era mai riuscito a ridiscutere la missione afghana, né mai l’aveva voluto fare per svariati motivi: dall’assenza di un piano internazionale per uscire da quel conflitto all’evitare di passare per un partner inaffidabile sulla scena diplomatica mondiale. La soluzione era stata quella di nascondere la polvere sotto al tappeto: continuare a definirla missione umanitaria; onorare i caduti, parlando quindi dei morti ma non di cosa facessero i vivi; rendere difficile la vita ai giornalisti; puntare sull’immagine di Carme Chacón, neo-ministro alla difesa, che passa in rassegna le truppe spagnole a Herat col suo bellissimo pancione di mamma in attesa. Una scena che rendeva quasi umano quello stesso luogo dove ora noi camminavamo rimpiangendo di non aver portato a casa un solo fotogramma di quel volo straordinario.

    Quel tacito embargo piombato sulla missione isaf era efficace e utile per quei governi che avevano il problema di fronteggiare la propria opinione pubblica nazionale e sondaggi sempre più sconfortanti sul gradimento del conflitto afghano, nel momento in cui la situazione nel Paese precipitava e la definizione di missione di pace suonava sempre più improbabile.

    Ma, in una conflitto internazionale, quell’embargo silenzioso era fragile. Dall’altra parte del mondo – gli Stati Uniti che avevano voluto quell’operazione e che la stavano finanziando massicciamente con uomini e mezzi – sia la politica che i media definivano molto più onestamente quella afghana come una guerra, seppur nella sua variante post-11 settembre di guerra al terrorismo; qualcosa quindi di cui essere orgogliosi, piuttosto che da nascondere.

    E per vedere da vicino la guerra afghana, quella degli americani era la porta giusta a cui bussare.

    L’America

    Èlunga la fila per mangiare da Burger King; ritmicamente una corpulenta donna di colore si sporge dalla finestra del prefabbricato e distribuisce cartoni di patatine e di panini unti. Non ci sono vassoi e bisogna portarseli in mano fino ai tavoli che stanno all’aperto, pesanti come quelli dell’area pic-nic di un parco, il legno ormai scurito dalla pioggia e dalla neve. Di fianco c’è una concessionaria dell’Harley-Davidson, un negozio della Oakley e un enorme supermercato. Dall’altro lato, intorno al parcheggio, ci sono la sartoria, il barbiere e il centro estetico.

    Mentre si fa la fila per gli hamburger non si riesce a vedere il panorama, stretto tra quegli edifici prefabbricati, ma è la ghiaia che slitta e rende il passo incerto a riportare la mente alla realtà.

    Questo posto è più grande della mia città in Tennessee biascica il sergente con il suo accento del Sud. Come dargli torto mentre nel suv che sta guidando, Alicia Keys suona a tutto volume.

    Anche la radio e la televisione – sotto le insegne dell’afn, il network delle forze armate – arrivano qui direttamente dall’America, quasi come tutto il resto, con l’eccezione della ghiaia che è dappertutto salvo che sull’asfaltata Disney Drive⁴ con i suoi filari di alberi e i marciapiede.

    Lo sguardo si sposta verso l’orizzonte, finalmente libero, a incoronarlo quasi a 360 gradi sono le vette imbiancate dell’ Hindo Kush. Assomiglia a un’illusione di Hollywood ma è realtà: siamo in un pezzo d’America piombato nel bel mezzo dell’altopiano asiatico, Afghanistan centro-orientale.

    La base di Bagram è la più grande e importante base militare statunitense fuori dai confini nazionali ed è un emblema delle alterne fortune di chi combatte in Afghanistan.

    Costruita dai sovietici, Mosca ne fece il suo scalo aereo principale per sostenere prima i governi filo-comunisti e poi per alimentare la sua macchina bellica durante gli anni dell’invasione. Con la caduta di Najibullah è diventata una base aerea talebana, da qui decollavano i (pochi) piloti del Mullah Omar addestrati in Pakistan quando non essi stessi consiglieri militari pakistani. Dopo l’attacco del 2001, gli Stati Uniti l’hanno occupata, ripulita dagli scheletri di caccia Mig e mezzi blindati sovietici per trasformarla nell’hub della missione Enduring Freedom, all’epoca dedicata sostanzialmente ad acciuffare Bin Laden e altri terroristi.

    Se gli americani avevano ben presente quanto strategica fosse questa base a poche ore di volo dall’Iran, dal Pakistan e dalla Cina non avrebbero mai immaginato che sarebbe diventata per loro quello che è stato per i sovietici: il quartier generale di una guerra senza fine (e senza fini) combattuta tutt’intorno, nel resto del Paese. L’arrivo a Bagram, se voli direttamente dagli Stati Uniti o dalle basi americane in Germania, tutto sommato non ti impressiona molto, salvo per quella corona di imponenti montagne che sono l’unico segno d’Asia rinvenibile in un luogo dove tutto è statunitense.

    Il viaggio in auto da Kabul è invece un vero salto nel tempo. Dalla capitale di strade se ne possono prendere due, entrambe come una forcella si riuniscono sulla piana di Shomali. Lasciata la periferia di Kabul, già nei primi mesi del 2008, il percorso era diventato a rischio, percorribile solo in piena luce del giorno.

    Una teoria di nastri di fumo nero salgono dritti verso il cielo come code di aquiloni ma fanno paura, la strada scollina e ci mostra altrettante ciminiere: sono fabbriche di mattoni che la città divora per le sue nuove case, nei forni bruciano vecchi pneumatici; sono loro a dare al fumo quel colore che fa pensare a un esplosione. Gomme usate come quelle di cui è stracarico l’enorme camion pakistano, che arranca e ci lascia passare. La strada è deserta, la punteggiano sporadiche tende dei nomadi Kuchi e grappoli di case.

    All’orizzonte, tra le montagne che si aprono sulla pianura, si alza una colonna di fumo che ribolle su se stessa salendo verso l’alto. Questo è un fumo diverso: probabilmente armi e munizioni sequestrate, un cache fatto saltare e distrutto dai militari.

    La svolta arriva a quello che sembra un bivio qualunque ma si apre su un grande piazzale dove fanno la fila i camion e che ha già un aspetto industriale. La base è tanto grande che da qui nemmeno si intravede. Il nostro vecchio, sgangherato, pulmino che ci aveva protetto lungo la strada facendoci passare inosservati ora ci rendeva sospetti agli occhi delle sentinelle. Parcheggiamo a debita distanza e facciamo una telefonata all’ufficio del pio, la pubblica informazione. Dopo un po’ d’attesa, il trasbordo dei bagagli sul suv color bianco, senza insegne, e in una decina di minuti siamo sulla Disney Drive.

    Le casetta di legno, con il tetto spiovente, sono allineate, una di fianco all’altra, come a formare una griglia. Quella dove dormono i giornalisti embed, al seguito delle truppe, arriva dopo l’ufficio del pio. Tre scalini come davanti a un capanno sul lago in Wisconsin o giù in Georgia.

    La porta si apre su un buio corridoio, al muro è affissa la citazione degli Eagles: Benvenuti all’Hotel California, può lasciarci all’ora che preferisci, ma non puoi andartene mai. Interrogarsi su chi abbia scelto una frase del genere, trasformando un capolavoro musicale in un triste presagio, è davvero tempo perso.

    Nel pomeriggio ci arriva la notizia: all’indomani si parte per la base Salerno, nella provincia di Khost: una zona ad alto rischio. Un lembo di terra che si incunea in territorio pakistano, a ridosso del cosiddetto becco di pappagallo, regno del potente e feroce clan Haqqani, un’organizzazione criminale diventata una delle componenti più forti a livello militare della guerriglia, capace di mettere a segno degli attacchi clamorosi. Guidata da Jalaluddin Haqqani: il comandante barbuto e senza paura con forti convinzioni islamiste divenuto molto vicino ai servizi pakistani e sauditi durante gli ultimi anni della resistenza anti-sovietica. (...) all’epoca, prima che si trasformasse nel peggior nemico dell’America in Afghanistan gli agenti cia a Peshawar lo consideravano come un collaudato comandante che poteva organizzare spedizioni di molti uomini sotto la sua guida anche a seguito di richieste con tempi brevissimi. Haqqani aveva il pieno supporto della cia⁵.

    All’alba, carichiamo di nuovo i bagagli sul suv del nostro addetto pio, ma la Disney Drive è chiusa al traffico a quest’ora perché i Marines la usano per marciare dietro alla bandiera della loro unità. Bisogna prendere delle strade secondarie per arrivare al rotary wing terminal. L’impatto dei contractor sulla missione afghana è enorme, lo si capisce dal deposito dei container, movimentati da personale della Kellogg Brown and Root. Si perde a vista d’occhio.

    Il logo kbr, sussidiaria della Halliburton (cara all’ex-vicepresidente americano Dick Cheney), è dappertutto. L’azienda fornisce personale per svolgere mansioni che un tempo erano dei soldati e oggi sono state privatizzate: dalla logistica alle mense. Tra Iraq e Afghanistan, è un affare da miliardi di dollari.

    Il terminal per i trasferimenti in elicottero è un enorme capannone ma all’alba è già pieno di militari, altrettanto grande il drappo americano che incombe dall’alto su chi è appena tornato dalla licenza in America e deve rientrare alla sua base o sulle unità al completo, appena dispiegate e in attesa di essere portate al fronte. La citazione degli Eagles comincia a suonare sempre più sinistra: per tre giorni facciamo la spola tra la nostra baracca, il terminal ala fissa e quello ala rotante, senza riuscire a trovare un solo posto sul manifest d’imbarco. L’Afghanistan è un Paese senza infrastrutture e dove ci sono strade, ponti, gallerie che rappresentano quasi sempre un pericolo mortale, luogo ideale per piazzare bombe e organizzare imboscate. Viaggiare via terra è un scommessa ad alto rischio, se non è la guerriglia sono il fango, la sabbia o le montagne a trasformare persino in giorni la durata di un percorso di poche decine di chilometri. In questa missione gli aerei ma, soprattuto, gli elicotteri non sono mai abbastanza.

    Lungo la Disney Drive sfilano tutti luoghi chiave di questa base, compreso il campo delle forze speciali, recintato e sorvegliato come un mondo a parte dove nessuno, né i contractor civili né le forze convenzionali, può mettere piede: motivi di segretezza. L’unica cosa certa su quanto accade dall’altra parte della recinzione – raccontano i rumors della base – è che gli alloggi sono decisamente più confortevoli che nel resto di Bagram.

    Prima del campo di pallavolo e dell’enorme palestra, sul lato opposto, una stradina porta verso la mensa. All’ingresso c’è un civile con un disco d’alluminio in mano, il conta-persone fa click a ogni passaggio: qui si servono migliaia e migliaia di pasti al giorno.

    All’interno, persino le luci al neon riescono a essere abbaglianti per quante ce ne sono. I banchi del cibo sono lunghissimi e profondi. La mensa è gestita dai contractor della Halliburton, civili soprattutto asiatici e dell’Est-europeo; quest’ultimi sono l’emblema di un paradosso: si ritrovano a lavorare per gli americani nella base che un tempo fu il simbolo prima del potere, poi del declino, del loro impero. A passare gli hamburger è un afghano a cui è stata imposta una ridicola crestina di garza bianca sulla barba, oltre che sui capelli. Viene dal villaggio vicino, i cui abitanti per lo più lavorano nella base e negli anni hanno cominciato a lamentare gli effetti del fumo nero e acre che si solleva dalla discarica dove finiscono tutti i rifiuti e lo spreco di questa enorme città militare.

    Chissà cosa pensa quell’uomo mentre naviga da un banco all’altro in quel mare di cibo. Solo a poche centinaia di metri di distanza, al di là del perimetro difeso con le armi, quell’abbondanza è un sogno.

    I banchi self-service sono stracolmi di ogni genere d’insalata, il freezer trabocca di gelati, la piastra tiene calda la carne. Dai frigo lungo le pareti è possibile prendere ogni genere di bibita, il Gatorade come la Coca-Cola scorrono a fiumi. L’unica tregua a quella luce da ospedale, in saloni senza finestre, arriva dagli enormi televisori al plasma dove va in onda lo sport americano intervallato solo dagli spot delle forze armate.

    Il senso di distanza dall’Afghanistan è totale: il Paese e la sua guerra sembrano lontani migliaia di chilometri e centinaia di anni.

    Lontani i forni scavati nel terreno dove si cucina il pane nan, lontane le case di fango, lontana la vita sospesa tra il ghiaccio dell’inverno e il sole soffocante dell’estate, senza medici, senza energia elettrica, senza fognature e spesso alle prese con un’eterna carestia. E non è solo un fatto d’empatia o di ingiustizia ma un grave errore strategico.

    Se non fosse per l’assenza di finestre, se non fosse che fuori al posto dell’asfalto ci sono l’onnipresente ghiaia, il fango, la polvere, questa sala potrebbe essere in una qualunque base militare nel cuore d’America.

    Viene da chiedersi come sia possibile per questi soldati barricati dietro il filo spinato capire e proteggere il popolo afghano. Le distanze sembrano incolmabili e Bagram è un luogo perfetto per osservare tutti i limiti dell’approccio americano.

    A quel punto del conflitto, la guerra in Afghanistan era ancora nel limbo. Se Petraeus aveva cambiato la strategia americana in Iraq, riuscendo faticosamente a ripristinare un minimo di sicurezza in quello che gli errori e l’arroganza dell’amministrazione Bush avevano trasformato in un mattatoio a cielo aperto, l’Afghanistan rimaneva un conflitto dimenticato. Se ne ricominciava a parlare in vista della campagna elettorale per le presidenziali del 2008 e perché il numero di caduti e il livello delle violenze stavano crescendo tanto da dare l’idea di un Paese che scivolava inarrestabile verso il baratro, ma a Washington ancora mancava una strategia per vincere questo conflitto, così come mancavano gli uomini e i mezzi per farlo.

    Oltre agli inservienti, ai facchini e agli interpreti, gli unici afghani nella base sono quelli in gabbia. Il carcere di Bagram si intravede, è inaccessibile ma già tristemente noto come la Guantanamo d’Afghanistan⁶, uno dei punti più oscuri della presenza americana nel Paese e fonte di forti contrasti con Karzai.

    Per favore non lasciate qui la vostra arma personale. Bagram ha le sue regole, una di queste riguarda le armi, che devono essere sempre portate con sé, cariche e pronte all’uso, tanto da richiedere l’affissione di quell’invito a non dimenticarle nella sala internet della base. Oltre ai fucili d’assalto M-16 e M-4, c’è solo un’altra cosa che è onnipresente a Bagram, sono le bande catarifrangenti, obbligatorio portarle dopo il tramonto, quando scatta il black-out della base. L’alternativa è ritrovarsi a pagare una multa alla polizia militare, la stessa che non lesina quelle per eccesso di velocità.

    A Bagram le armi personali non sono mai servite per difendersi, non perché la base non sia mai finita sotto attacco ma solo perché in quei casi non sarebbero state di nessuna utilità.

    Durante la visita – come di prassi a sorpresa ovvero tenuta segreta fino quasi alla sua conclusione – del vicepresidente Dick Cheney a Bagram nel febbraio del 2007, i talebani spediscono un kamikaze a farsi esplodere all’ingresso della base. Gli obiettivi sensibili – vicepresidente degli Stati Uniti incluso – erano a chilometri di distanza dal gate principale, ma i talebani hanno dimostrato di avere degli infiltrati nella base e delle ottime fonti di notizie riservate. Esattamente come nell’agosto del 2012, quando un razzo colpisce e danneggia il C-17 sul quale, poco dopo, si sarebbe dovuto imbarcare il capo di stato maggiore delle forze armate americane, il generale Martin Dempsey in visita alla base. L’isaf prova a ridimensionare la portat