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Il segreto della speziale
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E-book359 pagine6 ore

Il segreto della speziale

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UNA STORIA DIMENTICATA
UNA RETE SEGRETA DI DONNE
UN’EREDITÀ DI VELENO E VENDETTA.


Sarah Penner ha creato uno straordinario romanzo storico pieno di magia sul riscatto al femminile.” - Publishers Weekly

Regola n. 1 Il veleno non deve essere mai usato contro un’altra donna.

Regola n. 2 Il nome dell’assassina e della sua vittima devono sempre essere registrati nel libro della speziale.


Nascosta nei vicoli della Londra settecentesca, la piccola bottega di una speziale è frequentata da una clientela inusuale. Le donne di tutta la città sussurrano fra di loro il nome della misteriosa Nella, che vende veleni difficili da rintracciare e che possono essere usati contro gli uomini che le opprimono. Le regole sono poche ma ferree: il veleno non deve essere mai usato contro un’altra donna; il nome delle vittime e delle assassine verrà per sempre conservato nei registri della bottega.

Eliza ha solo dodici anni quando entra dalla porta con l’insegna di un orso per richiedere, su ordine della sua padrona, un potente veleno. Da subito capisce che quel mondo magico, fatto di boccette di vetro, erbe odorose e ingredienti oscuri, è fatto per lei. E chiede alla speziale di poter diventare la sua assistente. Ma sarà proprio un errore di Eliza a sconvolgere il delicato equilibrio del piano di Nella e a scatenare terribili conseguenze che avranno eco nei secoli a venire.

Nella Londra di oggi, una ragazza americana appassionata di storia, Caroline Parcewell, trascorre il suo anniversario di nozze in solitudine, fuggendo dai demoni che la perseguitano. Non si aspetta certo di ritrovare, nascosto nelle acque del Tamigi, un indizio che può essere la chiave per spiegare la serie di delitti irrisolti perpetrati due secoli prima. Eppure, le spire del veleno della speziale sono ancora pericolose, e qualcuno potrebbe non sopravvivere…

L’esordio in libreria di Sarah Penner è un vero e proprio caso editoriale, adorato dai librai indipendenti che l’hanno scelto come romanzo dell’anno. Una storia affascinante e straordinaria che appena uscita ha scalato la classifica del New York Times rimanendovi stabile per mesi.

Il segreto della speziale è un debutto magico e sovversivo, che racconta di misteri, veleni e vendette, ma anche di come le donne possano salvarsi a vicenda nonostante le barriere del tempo.
LinguaItaliano
Data di uscita7 ott 2021
ISBN9788830533035
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    Il segreto della speziale - Sarah Penner

    1

    NELLA

    3 febbraio 1791

    Sarebbe arrivata all’alba, quella donna. Tenevo la sua lettera tra le mani, ma ancora non sapevo come si chiamasse.

    Quanti anni aveva? Dove viveva? A quale classe sociale apparteneva? Lo ignoravo, così come ignoravo quali malignità abitassero i suoi sogni al calar della notte. Poteva essere una vittima, oppure un carnefice, chissà. Una novella sposa o una vedova vendicativa. Una bambinaia o una cortigiana.

    Nonostante tutto quello che non sapevo, di una cosa almeno ero certa: quella donna sapeva esattamente chi voleva che morisse.

    Sollevai il foglio color cipria, illuminato dalla fiamma morente di una candela. Passai le dita sull’inchiostro delle sue parole e provai a immaginare quanto dovesse essere disperata, per venire a cercare una come me. Non una semplice speziale, piuttosto un’assassina. Una maestra dell’inganno.

    La sua richiesta era chiara e diretta. Per il marito della mia signora, a colazione. 4 feb, all’alba. All’istante mi figurai una domestica di mezza età, chiamata a eseguire gli ordini della padrona di casa. E grazie al mio istinto, perfezionato in vent’anni di attività, capii subito quale sarebbe stato il rimedio più adatto: un uovo di gallina pieno di nux vomica.

    Il veleno ce l’avevo a portata di mano, dunque la preparazione, a base di stricnina, avrebbe richiesto pochi minuti. Ma per qualche motivo a me ancora ignoto, qualcosa in quella lettera mi turbava. Non il lieve sentore legnoso della pergamena, e nemmeno il fatto che l’angolo inferiore sinistro fosse lievemente arricciato, come se in precedenza fosse stato bagnato di lacrime. Piuttosto, sentivo l’inquietudine ribollire dentro di me. Avevo la sensazione di doverne stare alla larga.

    Ma quale tacito avvertimento poteva mai nascondersi tra i segni lasciati dal pennino su quell’unico foglio? Nessuno, mi rassicurai: la lettera non costituiva affatto un presagio nefasto. Questi pensieri angosciosi erano solo il risultato del mio sfinimento – l’ora era tarda, ormai – e del mio persistente fastidio alle giunture.

    Rivolsi l’attenzione al registro rilegato in cuoio sul tavolo di fronte. Oh, il mio prezioso registro! Un archivio di vita e morte, un inventario delle tante donne che venivano da me, nella mia bottega, la più buia di tutte, in cerca di pozioni.

    Nelle pagine iniziali la grafia era dolce e la mano leggera, non appesantita dal dolore e dai dilemmi. Quelle annotazioni sbiadite e consunte, difatti, le aveva scritte mia madre. Questa bottega, al numero 3 di Back Alley e specializzata nella cura di disturbi femminili, apparteneva a lei molto prima che a me.

    Di tanto in tanto leggevo le sue note – 23 mar 1767, Mrs. R. Ranford, achillea millefoglie 15 dramme x3 – e quelle parole ne rievocavano il ricordo: i capelli che le ricadevano sulla nuca mentre sminuzzava lo stelo di achillea con il pestello, e poi la sua mano, la pelle sottile come carta, mentre estraeva i semi dalla corolla del fiore. Ma mia madre non aveva mai nascosto la sua bottega dietro una falsa parete, né aveva trafugato i suoi rimedi dentro recipienti colmi di vino scuro. No, lei non aveva proprio nulla da nascondere. Dispensava tinture al solo scopo curativo, per lenire le tenere parti infiammate di una puerpera o stimolare il ciclo mestruale in una donna sterile. E per questo motivo riempiva le pagine del suo registro soltanto dei rimedi più benefici a base di erbe, che in nessuno avrebbero destato il minimo sospetto.

    Anche io, sulle mie pagine, appuntavo nomi di piante, come l’ortica e l’issopo e l’amaranto, sì, ma accanto a rimedi più sinistri, come la belladonna e l’elleboro e l’arsenico. Quei tratti d’inchiostro celavano tradimenti, angosce e… oscuri segreti.

    Segreti sul vigoroso giovanotto colpito da infarto alla vigilia del matrimonio o su un novello padre in perfetta salute, caduto vittima di una febbre improvvisa. Il mio registro metteva tutto nero su bianco: altro che cuori deboli o strane influenze, si trattava piuttosto di succo di stramonio e belladonna versato nel vino o nascosto in pasticci di carne da donne astute, il cui nome adesso infangava quelle pagine.

    Oh, magari raccontassero anche il mio segreto, la verità su come tutto aveva avuto inizio! Perché ogni singola vittima era stata documentata, in quelle pagine, tranne una: Frederick. Il nitido profilo nero del suo nome deturpava solo il mio cuore affranto e il mio ventre pieno di cicatrici.

    Richiusi il libro con delicatezza, quella notte non mi sarebbe servito, e tornai a concentrarmi sulla lettera. Che cosa mi preoccupava tanto? Continuava a cadermi l’occhio sul bordo della pergamena, come se qualcosa potesse uscirne strisciando. E più restavo seduta al tavolo, più il ventre mi doleva e le dita mi tremavano. In lontananza, fuori dalla bottega, le campanelle di una carrozza suonavano terrificanti, simili al rumore di catene appese alla cintola di una guardia. Mi tranquillizzai: quella notte nessun ufficiale giudiziario sarebbe venuto a farmi visita. Del resto non ne vedevo da almeno vent’anni. Avevo camuffato la mia attività, così come facevo con i miei veleni, con estrema astuzia. Nessun uomo avrebbe mai trovato questo luogo, nascosto con cura dietro una finta parete in fondo a un vicolo contorto nei recessi più remoti di Londra.

    Rivolsi lo sguardo al muro sporco di fuliggine che non avevo il cuore né la forza di pulire. Il mio riflesso fu catturato da una bottiglia vuota poggiata su una mensola. I miei occhi, un tempo verde brillante come quelli di mia madre, ormai serbavano ben poca vita. Anche le mie guance, prima soffuse di rosea esuberanza, apparivano ingiallite e scavate. Sembravo un fantasma; dimostravo molti più anni dei miei quarantuno.

    Cominciai a massaggiarmi con delicatezza l’osso rotondo del polso sinistro, gonfio e caldo come una pietra dimenticata sul fuoco. Erano anni ormai che il fastidio alle giunture si irradiava in tutto il corpo, e ora era diventato così intenso che non riuscivo più a stare sveglia nemmeno un’ora senza soffrire. Ogni volta che dispensavo un veleno, una nuova ondata di dolore mi travolgeva; talvolta, la sera, avevo le dita così irrigidite che pensavo la pelle mi si sarebbe lacerata, lasciando intravedere le ossa.

    Mi ero ridotta così a furia di uccidere e mantenere segreti, sì. Avevo cominciato a imputridire dall’interno, e adesso quella cosa dentro di me minacciava di farmi a pezzi.

    D’improvviso l’aria divenne stagnante, e volute di fumo presero a levarsi verso il basso soffitto di pietra della mia recondita stanzetta. La candela si era quasi consumata del tutto, e presto le gocce di laudano mi avrebbero avvolto nel loro pesante torpore. La notte era calata da un pezzo, e tra qualche ora sarebbe arrivata quella donna. Avrei aggiunto il suo nome al mio registro e avrei cominciato a svelarne il mistero, non importava quale malessere sentissi dentro di me.

    2

    CAROLINE

    Lunedì

    Non sarei dovuta venire a Londra da sola.

    Gli anniversari di matrimonio si festeggiano in due, eppure lo spazio vuoto accanto a me, mentre uscivo dall’hotel e mi immergevo nella luce calante di quel pomeriggio estivo, era testimone del contrario. Quel giorno, il nostro decimo anniversario di matrimonio, io e James saremmo dovuti andare insieme al London Eye, la ruota panoramica affacciata sul Tamigi. Avevamo prenotato un giro notturno in una cabina VIP, completa di bottiglia di spumante e intimità. Per settimane mi ero immaginata quella cabina dalle luci soffuse che ondeggiava sotto il cielo stellato, le nostre risate interrotte solo dal tintinnio dei calici e dallo schiocco dei baci.

    Adesso, invece, un oceano ci divideva. A Londra ci ero venuta da sola, e ora mi sentivo sofferente e furiosa, stremata dal jet lag e col pensiero di dover prendere una decisione che poteva cambiarmi la vita.

    Mi diressi verso la Cattedrale di St. Paul e Ludgate Hill. Tenevo gli occhi aperti, alla ricerca del pub più vicino; mi sentivo una turista in piena regola con le mie scarpe da ginnastica grigie e la borsa a tracolla. Dentro ci tenevo il taccuino, con le pagine ricoperte di inchiostro blu e cuoricini scarabocchiati che descrivevano l’itinerario di massima per quei dieci giorni. Non riuscivo nemmeno a leggerlo, quel programma pensato per noi due, e i messaggi divertenti che ci eravamo scambiati in proposito.

    Southwark, visita del parco per coppie, avevo annotato su una pagina.

    Prove di concepimento dietro un albero, aveva commentato James giusto accanto. Per ogni evenienza, avevo deciso che quel giorno mi sarei messa la gonna.

    Adesso, però, il taccuino non mi serviva più e nemmeno l’itinerario. La gola cominciò a bruciarmi e le lacrime a uscire, quando mi domandai a che cos’altro avrei dovuto rinunciare. Al nostro matrimonio? Stavo insieme a James fin dall’università; non sapevo cosa fosse la vita senza di lui. Non sapevo nemmeno chi fossi io senza di lui. E le mie speranze di avere un figlio, avrei dovuto rinunciarci? L’idea mi fece venire mal di stomaco, e non solo perché avevo fame. Morivo dalla voglia di essere madre, baciare le minuscole perfette ditine di mio figlio e fargli le pernacchie sul pancino rotondo.

    Avevo percorso solo un isolato quando scorsi l’insegna di un pub, l’Old Fleet Tavern. Davanti c’era un tizio sulla cinquantina dall’aria trasandata, con un paio di pantaloni color kaki macchiati e una cartellina in mano. «Le va di venire a fare mudlarking?» mi chiese, con un largo sorriso stampato sulla faccia.

    Mudlarking? pensai. E che roba è, una versione anglosassone del birdwatching? Mi sforzai di ricambiare il sorriso e scossi la testa. «No, grazie.»

    Non era tipo da lasciarsi scoraggiare tanto facilmente, però. «Ha mai letto qualche autore vittoriano?» mi domandò, la voce a malapena udibile al di sopra della brusca frenata di un autobus turistico.

    A quelle parole mi fermai. Una decina d’anni prima mi ero laureata in Storia inglese. Avevo dei voti discreti, ma mi aveva sempre affascinato di più ciò che non si trovava nei libri di testo. Quei capitoli aridi e banali non mi appassionavano quanto i vetusti album ammuffiti conservati negli archivi di vecchi edifici o le immagini digitalizzate di antichi documenti d’uso quotidiano – locandine, censimenti, liste passeggeri – che trovavo online. Mentre i miei compagni di classe si davano appuntamento in qualche bar per studiare insieme, io ero capace di perdermi per ore in quei documenti all’apparenza privi di significato. Non ero interessata a qualcosa di specifico, sapevo solo che i dibattiti su rivoluzione civile e leader mondiali affamati di potere mi annoiavano a morte. Per me l’aspetto più affascinante della Storia erano i minuti dettagli quotidiani dei tempi passati, i segreti inconfessati della gente comune.

    «Sì, qualcosa ho letto» risposi. Naturalmente all’università avevo adorato molti dei classici inglesi, e li avevo divorati. Di tanto in tanto mi veniva il dubbio che forse mi sarei dovuta laureare in Letteratura, che sembrava più adatta alle mie inclinazioni. A quell’uomo non dissi, però, che non leggevo un autore vittoriano da anni; così come, a dirla tutta, non leggevo più nemmeno i miei romanzi preferiti. Se la nostra conversazione si fosse trasformata in una verifica a sorpresa, avrei rimediato un votaccio.

    «Be’, tutti gli scrittori vittoriani parlano dei mudlarkers, che scandagliano le rive del fiume alla ricerca di reperti antichi o di valore. Magari ci si bagna un po’ le scarpe, ma se si vuole fare un tuffo nel passato non esiste modo migliore. La marea sale e scende, e ogni volta porta con sé qualcosa di nuovo. Se ha voglia di vivere un’avventura, venga con noi, sarà la benvenuta. La prima volta è gratis. Ci troviamo di fronte a quegli edifici di mattoni laggiù, vede?» Me li indicò. «Cerchi le scale che scendono al fiume. L’appuntamento è alle due e mezzo, quando la marea comincia a calare.»

    Gli sorrisi. Nonostante l’aspetto trasandato, i suoi occhi color nocciola irradiavano calore. Alle sue spalle, l’insegna di legno dell’Old Fleet Tavern ondeggiava sui cardini cigolanti, invitandomi a entrare. «La ringrazio» risposi, «ma ho già… be’, ho già un altro impegno, ecco.»

    La verità era che avevo un disperato bisogno di bere qualcosa.

    L’uomo annuì lentamente. «Perfetto, ma se per caso cambia idea sappia che esploreremo il fiume fin verso le cinque o giù di lì.»

    «Buon divertimento» borbottai, spostando la borsa sull’altra spalla, convinta di non rivederlo mai più.

    Entrai nel pub buio e umido e mi sistemai su un alto sgabello di pelle. Mi chinai in avanti per dare un’occhiata alla selezione di birre e rabbrividii nel sentire che avevo appoggiato le braccia su qualcosa di bagnato, probabilmente sudore e birra lasciati da qualche avventore prima di me. Ordinai una Boddingtons e, dopo avere aspettato con impazienza che la schiuma color crema salisse in superficie, diedi un lungo sorso, troppo stanca per badare all’incipiente mal di testa, al fatto che la birra fosse tiepida e ai crampi che cominciavo ad avvertire sul lato sinistro dell’addome.

    I vittoriani. Ripensai a Charles Dickens: il suo nome mi riecheggiava nelle orecchie come quello di un ex fidanzato orgogliosamente dimenticato. Un tipo interessante, sì, ma non abbastanza promettente sul lungo periodo. Avevo letto parecchi suoi libri – Oliver Twist era uno dei miei preferiti, seguito a ruota da Grandi speranze – ma all’improvviso provai un lieve imbarazzo.

    Stando all’uomo del marciapiede, tutti gli autori vittoriani avevano parlato del mudlarking, eppure io non conoscevo nemmeno il significato della parola. Se James fosse stato accanto a me, sicuramente mi avrebbe presa in giro. Scherzava sempre sul fatto che avevo trascorso gli anni dell’università a leggere storielle gotiche quando invece avrei dovuto dedicare più tempo ad analizzare riviste accademiche e a sviluppare le mie tesi su vari disordini storici e politici. Secondo lui, era quello l’unico modo di trarre qualche beneficio da una laurea in Storia, perché poi avrei potuto aspirare alla vita accademica, ottenere un dottorato e una cattedra in qualche ateneo.

    Per certi versi, non aveva tutti i torti. Dieci anni fa, dopo la laurea, mi ero subito resa conto che il mio titolo non offriva le stesse prospettive della sua laurea in Economia. Mentre io mi trascinavo nell’infruttuosa ricerca di un lavoro, in men che non si dica lui si era assicurato un impiego ben retribuito in uno studio commercialista a Cincinnati. Avevo fatto domanda di insegnamento in diverse scuole della zona ma, come aveva predetto James, richiedevano tutte una qualifica superiore alla mia.

    Invece di lasciarmi scoraggiare, l’avevo considerata piuttosto come un’opportunità per approfondire la mia formazione. Spinta da una specie di nervosa eccitazione, mi ero iscritta a una laurea specialistica presso l’Università di Cambridge, ad appena un’ora da Londra. James era fermamente contrario all’idea, e ben presto avevo scoperto il perché: qualche mese dopo essersi laureato, mi aveva portata sul ciglio di un molo che dava sul fiume Ohio, si era inginocchiato e, in lacrime, mi aveva chiesto di sposarlo.

    A quel punto, per quanto me ne importava, Cambridge sarebbe potuta anche scomparire dalle cartine geografiche. Anzi, al diavolo non solo Cambridge, ma pure i corsi di laurea e i romanzi di Charles Dickens. Dal momento in cui, sul ciglio di quel molo, avevo buttato le braccia al collo di James e avevo sussurrato il mio , la mia identità di aspirante storica si era sbriciolata, sostituita da quella di futura sposa. Avevo buttato la domanda di immatricolazione nella spazzatura e mi ero lanciata con entusiasmo nel vortice dei preparativi per il matrimonio, preoccupata solo dello stile delle partecipazioni e della sfumatura di rosa delle peonie nei nostri centrotavola. E quando della cerimonia di nozze non era rimasto altro che uno scintillante ricordo in riva al fiume, avevo riversato tutte le mie energie negli acquisti per la nostra prima casa. Alla fine avevamo trovato un posticino perfetto: un’abitazione con tre camere da letto e due bagni in fondo a una strada privata.

    La routine della vita matrimoniale scorreva senza intoppi, ordinata e prevedibile come i filari di sanguinelle lungo le strade del nostro quartiere. E quando James aveva cominciato a fare carriera in azienda, i miei genitori, che possedevano una azienda agricola a est di Cincinnati, mi avevano presentato un’offerta di lavoro allettante: un impiego retribuito nella fattoria di famiglia, a occuparmi di contabilità e amministrazione. Sarebbe stata un’occupazione stabile, sicura. Senza imprevisti.

    Mi ero presa qualche giorno per riflettere, e avevo pensato solo di sfuggita agli scatoloni pieni di libri rimasti chiusi in cantina. L’abbazia di Northanger. Rebecca. La signora Dalloway. James aveva ragione: seppellirmi in documenti antichi e storie di castelli infestati di fantasmi non mi aveva procurato nemmeno un’offerta di lavoro. Al contrario, mi era costato decine di migliaia di dollari in prestiti studenteschi. Cominciai a odiare quei volumi negli scatoloni e mi convinsi che la mia intenzione di andare a Cambridge non fosse altro che l’avventato capriccio di una pseudo laureata inquieta e senza lavoro.

    E poi, considerato l’impiego sicuro di James, la cosa giusta da fare – quella che una persona matura, avrebbe fatto, cioè – era restarmene a Cincinnati con il mio nuovo marito nella nostra nuova casa.

    Con sommo piacere di James, dunque, avevo accettato la proposta dei miei genitori. E le sorelle Brontë, Dickens e gli altri erano rimasti chiusi in quegli scatoloni, nascosti in un angolo remoto della cantina e infine dimenticati.

    Nel pub buio, presi un altro generoso sorso di birra. Che James avesse accettato di venire a Londra mi aveva stupito. Mentre stavamo decidendo dove festeggiare, aveva chiarito che avrebbe preferito un resort vista mare alle Isole Vergini, dove avrebbe potuto trascorrere le giornate sonnecchiando accanto a un bicchiere da cocktail vuoto. Una vacanza così, a base di daiquiri, l’avevamo già fatta a Natale, però, e quindi l’avevo pregato di prendere in considerazione qualche destinazione diversa, tipo l’Inghilterra o l’Irlanda. Alla fine aveva accettato, a patto che non perdessimo tempo in attività troppo culturali, come il workshop di restauro di libri rari a cui avevo accennato. A suo dire, aveva ceduto perché sapeva che visitare l’Inghilterra era il mio sogno.

    Un sogno che, solo pochi giorni prima, aveva sollevato a mezz’aria come una coppa di champagne e poi frantumato tra le dita.

    Il barman mi indicò il bicchiere mezzo vuoto, ma io scossi la testa; una birra era più che sufficiente. Inquieta, presi il telefono e aprii l’app di Facebook. Rose, la mia migliore amica da una vita, mi aveva mandato un messaggio.

    Tutto ok? Ti voglio bene.

    E poi:

    Ecco una foto della piccola Ainsley. Ti vuole bene anche lei. <3

    Ed eccola lì, Ainsley, la mia figlioccia, avvolta in una copertina grigia. Una neonata perfetta di tre chili e rotti, che dormiva placida tra le braccia della mia cara amica. Ero grata che fosse venuta al mondo prima che scoprissi il segreto di James, così avevo potuto trascorrere insieme a lei momenti di felicità e dolcezza. Nonostante il dolore, sorrisi. Se anche avessi perso tutto, loro due ci sarebbero state per sempre.

    Stando ai social network, io e James sembravamo gli unici nella nostra cerchia a non spingere ancora passeggini e non baciare guanciotte sporche di hamburger e patatine. Attendere tanto non era stato facile, ma alla fine si era rivelata la scelta migliore: lo studio commercialista dove lavorava James si aspettava che i propri collaboratori intrattenessero i clienti anche all’aperitivo o a cena, e spesso lui lavorava più di ottanta ore alla settimana. Io avrei voluto un figlio subito dopo il matrimonio, ma James non se la sentiva di gestire lo stress moltiplicato di una nuova famiglia e tutti quegli straordinari. E così negli ultimi dieci anni lui avanzava di carriera, mentre io ogni giorno mi posizionavo una pillolina rosa sulla punta della lingua. Verrà il momento, pensavo.

    Guardai la data sul telefono: 2 giugno. Erano passati quasi quattro mesi da quando James aveva ottenuto la promozione ed era diventato socio.

    Quattro mesi da quando stavamo provando ad avere un bambino.

    Quattro mesi da quando quel famoso momento era arrivato.

    Ancora nessuna bella notizia, però.

    Mi morsicai l’unghia del pollice e chiusi gli occhi. Per la prima volta in quattro mesi, ero felice di non essere incinta. Qualche giorno prima il nostro matrimonio aveva cominciato a sgretolarsi sotto il peso schiacciante di ciò che avevo scoperto: non eravamo più solo in due nel nostro rapporto. Un figlio si meritava forse una simile situazione? No, né il mio né nessun altro.

    C’era solo un problema: il ciclo mi sarebbe dovuto arrivare il giorno prima della partenza, invece zero. Speravo con tutte le mie forze che fosse colpa dello stress e del jet lag.

    Guardai la bimba della mia migliore amica un’ultima volta e non provai invidia, piuttosto disagio per il futuro. Mi sarebbe piaciuto che lei e mio figlio o mia figlia diventassero migliori amici, che costruissero un legame come quello che mi univa a Rose. Eppure, dopo avere scoperto il segreto di James, non ero più sicura che restare sposata fosse possibile, figuriamoci diventare madre.

    Per la prima volta in dieci anni, riflettei sul fatto che forse su quel molo avevo commesso un errore. E se gli avessi risposto di no, o perlomeno mi fossi presa un po’ di tempo? Dubitavo fortemente che sarei rimasta in Ohio con un lavoro che non mi piaceva e un matrimonio in equilibrio precario sul bordo di un precipizio. Magari mi sarei trasferita a Londra, a insegnare o fare ricerca. Forse avrei continuato a leggere favole, come diceva James, ma sarebbe stato comunque meglio dell’incubo che stavo vivendo.

    Avevo sempre apprezzato il pragmatismo e la natura razionale di mio marito. Fino a poco tempo prima, l’avevo considerato il suo modo di farmi restare con i piedi per terra, al sicuro. Ogni volta che azzardavo un’iniziativa personale – qualsiasi cosa che esulasse dai suoi obiettivi e desideri, cioè – si affrettava a elencarmi tutti i rischi e gli svantaggi del caso, per riportarmi alla realtà. Dopotutto, era stata proprio la sua razionalità a dargli la spinta decisiva in azienda. Adesso, invece, dall’altra parte del mondo, per la prima volta mi domandai se i sogni che cullavo allora non si riducessero per lui a una mera questione contabile. Era più interessato al ritorno sugli investimenti e ai rischi di gestione che alla mia felicità. E se prima l’avevo sempre considerato un uomo sensibile, adesso mi sembrava più che altro soffocante, subdolo e manipolatore.

    Cambiai posizione, staccai le cosce sudate dallo sgabello di pelle e spensi il telefono. Rimuginare sulla mia vita e su come avrebbe potuto essere non mi sarebbe stato di alcun aiuto, a Londra.

    Per fortuna i pochi clienti dell’Old Fleet Tavern non ci trovarono nulla di strano in una donna di trentaquattro anni seduta sola al bancone del bar, e apprezzai tanto disinteresse. La Boddingtons aveva cominciato a diffondersi per tutto il mio povero corpo, dolorante e provato dal viaggio. Strinsi il boccale con entrambe le mani, l’anello sull’anulare sinistro che premeva fastidiosamente contro il vetro, e finii di bere.

    Uscita dal pub, mentre riflettevo su dove andare – un bel pisolino in hotel? – mi ritrovai nello stesso punto in cui l’uomo dai pantaloni color kaki mi aveva fermata per invitarmi a fare… com’era, mudwatching? Ah, no, mudlarking. Aveva detto che il gruppo si sarebbe riunito alle due e mezzo ai piedi della scalinata. Presi il telefono e controllai l’ora: le due e trentacinque. Affrettai il passo, all’improvviso ringiovanita. Dieci anni prima, seguire un gentile signore inglese in riva al Tamigi e imparare di più sui vittoriani e sulla gente che sguazzava nel fango sarebbe stato esattamente il mio genere di avventura. Senza dubbio James si sarebbe opposto a questo mio colpo di testa: ma adesso lui non c’era.

    Lungo la strada, passai accanto al La Grande – il soggiorno in quell’hotel alla moda ce l’avevano regalato i miei genitori – ma tirai dritto. Raggiunsi il fiume e individuai all’istante gli scalini di cemento che portavano alla riva. La corrente opaca e fangosa formava dei mulinelli, come se sotto la superficie si affannasse qualcosa di agitato. Avanzai, fra le persone intorno a me dirette verso luoghi più scontati.

    Gli scalini erano ripidi e malconci: strano, per un quartiere centrale di una città altrimenti molto moderna. Erano alti quasi cinquanta centimetri e composti di frammenti di pietra, una sorta di antico cemento. Scesi lentamente, grata per le scarpe da ginnastica e la comoda borsa a tracolla. Arrivata in fondo, il silenzio mi circondava. Di là del fiume, sulla riva sud, sfrecciavano macchine e pedoni, ma lì sotto non arrivava nessun rumore, a parte il flebile sciaguattio delle onde contro la riva, il tintinnio della ghiaia che mulinava nell’acqua e, sopra di me, il richiamo solitario di un gabbiano.

    Il gruppo del mudlarking si trovava poco più avanti, intento ad ascoltare la guida, cioè l’uomo che avevo incontrato prima, per strada. Mi armai di coraggio e avanzai, muovendomi con cautela tra i sassi e le pozzanghere limacciose. Intanto mi esortavo a lasciarmi alle spalle ogni brutto pensiero. Avevo bisogno di prendermi una pausa da quel dolore soffocante, da quella rabbia così acuta, intensa e inattesa da togliermi il respiro.

    Qui, a Londra, mentre festeggiavo il mio anniversario, avevo bisogno di capire che cosa volessi veramente e se la vita che desideravo includesse James e i figli che avevamo sperato di crescere insieme.

    Prima, però, anch’io dovevo riportare alla luce qualche verità.

    3

    NELLA

    4 febbraio 1791

    La rispettabile bottega di mia madre, specializzata nella cura di disturbi femminili, era un’unica stanza al numero 3 di Back Alley. Illuminata dalla fiamma di innumerevoli candele e spesso brulicante di clienti con neonati al seguito, quella piccola stanza trasmetteva una sensazione di calore e sicurezza. All’epoca sembrava che chiunque a Londra la conoscesse, e di rado il pesante portone di quercia all’ingresso restava chiuso a lungo.

    Molti anni fa, però, dopo che mia madre era morta, Frederick mi aveva tradito e io avevo cominciato a dispensare veleni alle donne della città, avevo necessariamente dovuto dividere lo spazio in due sezioni ben distinte. Così avevo installato una finta parete di scaffali, che separava il locale a metà.

    Alla prima stanza si accedeva direttamente da Back Alley. Chi avesse aperto la porta, raramente chiusa a chiave, avrebbe probabilmente pensato di aver sbagliato posto. Ora sembrava una sorta di deposito, in cui tenevo solo un vecchio barile pieno di orzo perlato marcio, dunque ben poco allettante. A volte, se avevo fortuna, una nidiata di ratti sgattaiolava via in un angolo, e ciò contribuiva ad accrescere la sensazione di abbandono e trascuratezza. Quella stanza era la prima delle mie maschere.

    In effetti molte clienti smisero di farmi visita. Dopo che seppero della morte di mia madre e videro la stanza semivuota, semplicemente cominciarono a dare per scontato che la bottega avesse chiuso i battenti per sempre.

    Le più curiose o malandrine, invece, come

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