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Epistole e Favole: L’Albero del Riccio e Favole di Libertà
Epistole e Favole: L’Albero del Riccio e Favole di Libertà
Epistole e Favole: L’Albero del Riccio e Favole di Libertà
E-book270 pagine3 ore

Epistole e Favole: L’Albero del Riccio e Favole di Libertà

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Info su questo ebook

Questa opera di Gramsci unisce due raccolte: di epistole (L’Albero del Riccio) e di traduzioni di favole (Favole di Libertà); e mette in evidenza il legame tra sua vita politica e quella sentimentale. Gramsci merita di essere ricordato non solo per i suoi scritti, quanto anche per come ha vissuto e per quanto ha sofferto. In lui la ragione propriamente detta e le ragioni del cuore riescono a convivere generando un individuo completo, la cui profondità intellettuale si gioca a partire da un equilibrio di opposti e contraddizioni. Come descrive la curatrice dell’opera, Fabiana Caserta, qui si ha l’impressione di trovarsi davanti alla faccia nascosta della luna: una figura storica spesso eroicizzata, com’è il caso di Antonio Gramsci, che mostra il suo lato più umano. Ricco di piccoli spaccati della sua giovinezza sarda e di storie quotidiane del carcere, L’Albero del Riccio mette alla luce i legami familiari, sia con la moglie e i figli che con la madre, caratterizzati da un grande affetto, ma anche da ovvi momenti di dolore. Ogni elemento esistente diventa pregno di significato, degno di attenzione, ha una valenza emotiva superiore. In Favole di Libertà, invece, la condivisione di favole e di novelle popolari è il tramite comunicativo che Gramsci stabilisce con la famiglia.  Nulla è lasciato al caso: ogni scelta specifica compiuta nella traduzione di Gramsci rispetto alla versione originale dei fratelli Grimm è in base alla esigenza di “secolarizzare” e di rendere più attuali e didattiche le fiabe.
LinguaItaliano
Data di uscita11 set 2021
ISBN9791280456076
Epistole e Favole: L’Albero del Riccio e Favole di Libertà
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    Epistole e Favole - Antonio Gramsci

    PREFAZIONE a cura di Fabiana Caserta

    PREFAZIONE

    a cura di Fabiana Caserta

    In molti riconosceranno l’immagine di Antonio Gramsci: il viso tondeggiante e occhialuto, i capelli ricci dalla piega ribelle, l’espressione seria e gentile.

    L’antifascismo, l’attivismo politico e la lunga prigionia sono altrettanti tasselli che, nell’immaginario comune, compongono il mosaico di un uomo che si distinse come uno degli intellettuali più influenti dello scorso secolo.

    L’eredità gramsciana è più viva che mai, e non è ristretta all’interno dei confini italiani, come è apprezzabile dal numero di pubblicazioni internazionali sulla sua vicenda umana e sui suoi scritti che continuano a essere diffusi e letti. I suoi contributi sono oggi riconosciuti come spunto prezioso per l’elaborazione della teoria critica e di ogni riflessione che voglia avvalersi di un’impostazione post-marxista. L’ampiezza contenutistica di cui si fa portatore il suo pensiero politico e filosofico lo fa figurare in ogni ambito delle discipline umanistiche, dalla filosofia politica alle scienze dell’educazione.

    Le ragioni della popolarità di Antonio Gramsci sono aperte a più linee speculative ma, concordando con Perry Anderson (1), introduciamo due ragioni che possano spiegare il fascino esercitato dal pensiero gramsciano.

    Una è l’ampiezza del suo apporto intellettuale, la multidimensionalità che emerge dai suoi scritti: dalla storia degli stati europei, alle riflessioni circa il ruolo dell’intellettuale, i rapporti tra stato e società civile, i modi di produzione e consumo nella società a lui contemporanea, il legame tra cultura popolare e cultura tradizionale, la subalternità e la questione meridionale.

    La seconda ragione è da rintracciarsi nella forma scomposta, frammentaria e inusuale della scrittura gramsciana, che ha da sempre incentivato numerose interpretazioni del suo pensiero, nel tentativo di fornire ordine e compattezza a una serie di spunti e teorie rivoluzionarie.

    Sebbene sia difficile, proprio in virtù delle sopracitate caratteristiche, fornire un ritratto univoco di una figura tanto complessa quanto quella di Gramsci, le parole di Palmiro Togliatti possono assisterci in questo compito.

    Questa è la descrizione che ne fornisce in un editoriale, poco dopo l’incarcerazione:

    «Capacità di analisi minuta, fredda, obiettiva, fino al minimo dei particolari. Potere di riconoscere e mostrare nel particolare il segno dei caratteri generali di una situazione e di una epoca storica. Facoltà di seguire il corso di un ragionamento astratto senza mai perdere di vista gli elementi concreti, — le cose e gli uomini viventi, — a cui ogni realtà si riduce. Cultura vastissima. Incomparabile forza di espressione. Piena padronanza dei moderni metodi di indagine scientifica. Con tutto ciò, nessuno più di lui è lontano da ciò che si usa chiamare un intellettuale, dal tipo di colui il quale, chiuso entro i libri e gli schemi della sua dottrina, ha perduto il contatto con le correnti profonde della vita e della passione umana». (2) L’evidente spessore culturale di Gramsci, che conosce più lingue straniere, che dimostra encomiabili capacità di analisi e di interpretazione della realtà storica e che si interessa di cultura a tutto tondo — come è evidente a chiunque intraprenda la lettura dei suoi Quaderni del carcere — non deve dunque trarre in inganno: in Gramsci la ragione propriamente detta e le ragioni del cuore riescono a convivere generando un individuo completo, la cui profondità intellettuale si gioca a partire da un equilibrio di opposti e contraddizioni. Il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà nei quali Gramsci, secondo le parole del socialista francese Romain Rolland, si riconosce, permette il mantenimento di un approccio lucido nei confronti dell’esistente senza che si precipiti nei pericoli di un fatalismo disfattista. Come nota il filosofo Francisco Fernández Buey, la forza interiore che permette a Gramsci di continuare la militanza politica con determinazione è da ricercarsi nella creazione di un legame tra vita politica e vita sentimentale (3).

    È possibile che una prospettiva filosofica talmente innovativa per l’epoca, come lo fu quella gramsciana, abbia piantato le sue radici proprio in quella particolarissima combinazione di aderenza alla lettura marxista-hegeliana della realtà storica e di un’attenzione per i profondi cambiamenti sociali e le nuove forme di potere fascista che si palesavano davanti agli sguardi dei comunisti dell’epoca, e con cui Gramsci dovette tristemente fare i conti. L’analisi gramsciana del fascismo è, tuttavia, in una prima fase, inficiata dal suo coinvolgimento biografico nel nuovo fenomeno politico.

    Riuscire a penetrare la contemporaneità nella sua complessità è spesso più difficile di quanto non lo sia formulare un giudizio a posteriori. Sottovalutato in un primo momento sia da Gramsci stesso sia dai compagni di partito (nonostante il riconoscimento di un ben radicato malcontento e di una travolgente crisi organica che l’hanno reso possibile), è soltanto dopo l’incarcerazione nel 1926 che Gramsci elabora una serie di riflessioni attorno al fascismo. Non bisogna, inoltre, sottovalutare che Gramsci svolse buona parte della sua attività intellettuale in condizioni di prigionia, con limiti palesi alle possibilità di critica del regime.

    Il marxismo non-ortodosso di Gramsci non si presenta come una vera e propria emendazione della dottrina tradizionale comunista; la sua azione non è inquadrabile come mera sottrazione di contenuti, ma è più simile a un’operazione di sovrapposizione. Il contributo gramsciano aggiunge un nuovo strato di complessità e tridimensionalità all’analisi dei rapporti di potere che permeano la società capitalista. Le idee, la religione, la morale, i miti, la cultura artistica e letteraria, gli usi e i costumi non sono soltanto elementi secondari, subordinati ai legami che vengono tessuti all’interno della trama sociale, seguendo il tracciato discendente degli interessi economici della classe dominante. Tali fenomeni sono, al contrario, elementi chiave di ogni società e, in virtù di ciò, concorrono anch’essi all’affermazione, alla propagazione e alla sopravvivenza dello status quo.

    Già nel 1918 Gramsci sottolinea la necessità di ripensare le antinomie tradizionali della teoria marxista secondo una legenda che decifrasse nuove aree di significato:

    «Tra la premessa (struttura economica) e la conseguenza (costituzione politica) i rapporti sono tutt’altro che semplici e diretti: e la storia di un popolo non è documentata solo dai fatti economici. Lo snodarsi della causazione è complesso e imbrogliato, e a districarlo non giova che lo studio approfondito e diffuso di tutte le attività spirituali e pratiche». (4)

    Sviluppando ulteriormente queste idee, Gramsci scriverà in lungo e in largo del fenomeno egemonico.

    Il concetto di egemonia costituisce una delle pietre angolari delle sue riflessioni. Se la dominazione di una classe sociale sulle altre viene normalmente stabilita attraverso l’intervento politico-economico statale e l’esercizio di azioni coercitive, l’egemonia richiede la creazione di un consenso prodotto e rafforzato da pratiche quotidiane che attingono a un substrato essenzialmente culturale e morale. Con le parole di G.Hoare e N. Sperber, è «soltanto in una situazione di crisi, organica o congiunturale, che l’egemonia si sgretola e la violenza politica riemerge. Secondo la logica di Gramsci, è evidente che fare ricorso a tutta una serie di apparati coercitivi in risposta a una situazione di crisi non è segno della potenza dell’ordine stabilito, quanto piuttosto un sintomo della sua debolezza». (5)

    Appare chiaro, seguendo la scia dei rapporti di potere che uniscono gruppi e individui, che la relazione egemonica è innanzitutto una relazione educativa. È necessario che si giunga a una comprensione delle pedagogie che non formano unicamente la base dei rapporti di forza all’interno di una singola nazione, ma che sono rintracciabili a livello internazionale, da cultura a cultura, da civiltà a civiltà.

    Scuole e istituzioni educative contribuiscono soltanto in parte a questo sforzo educativo, che trapela in ogni tipo di rapporto egemonico (6). Ma l’interesse per la pedagogia, intesa qui in senso ampio, non è sostanziato soltanto dalla volontà di analizzare i rapporti di potere esistenti. Gramsci stesso assume la funzione di intellettuale e di educatore.

    È possibile ribaltare gli stessi rapporti di forza e usare gli stessi strumenti a vantaggio della causa socialista, come armamentario della guerra di posizione gramsciana. La scienza educativa è, in questo senso, educazione politica, un processo attivo e continuativo che inizia e prosegue nel corso dell’età adulta. C’è di più: come dimostra l’esperienza dei consigli di fabbrica torinesi, Gramsci ritiene che si possa prender parte a un processo di trasformazione e di sperimentazione pre-rivoluzionaria nel solco dello Stato e delle sue regole (7). Eppure, le opportunità educative non si esauriscono all’interno del posto di lavoro: è anche attraverso la pubblicazione di giornali, di articoli e con ogni mezzo che possa facilitare la propagazione di idee che Gramsci auspica l’espansione di una coscienza di classe e la trasmissione di una comprensione più profonda dei meccanismi sociali.

    Persino in condizioni di libertà limitata Gramsci organizza delle attività educative: è il caso di Ustica, dove insieme con Amedeo Bordiga, cofondatore del Partito Comunista, istituisce una piccola scuola per gli altri confinati politici; scrive Gramsci in una lettera, «per trascorrere il tempo senza abbrutirci e giovando agli altri amici, che rappresentano tutta la gamma dei partiti e della preparazione culturale»(8). Ma gli sforzi educativi sono, in primo luogo, destinati ad arricchire la cultura dello stesso Gramsci e quella dei suoi affetti più cari. È a questa volontà che dobbiamo i numerosissimi scritti e le fitte corrispondenze durante gli anni di prigionia e, in ultima analisi, la possibilità di conoscere e studiare a nostra volta l’eredità gramsciana.

    NOTA CRITICA

    NOTA CRITICA

    Presentiamo al lettore e alla lettrice una raccolta di lettere e di traduzioni alle quali Gramsci ha lavorato durante gli anni della prigione. Le sessanta lettere comprese originariamente ne L’albero del riccio sono indirizzate ai figli Delio e Giuliano, alla moglie Giulia, e a Tatiana Tania Schucht, sorella della moglie Giulia e carissima amica di Antonio Gramsci. In ultimo, sarà possibile leggere anche qualche lettera rivolta alla sorella minore Teresina e alla madre di Gramsci, Giuseppina Marcias. Altre lettere alla famiglia sono incluse tra le ultime pagine della pubblicazione originariamente edita sotto il titolo di Favole di libertà: si tratta pur sempre di fiabe e racconti, introdotte da formule epistolari e spedite per far divertire e riflettere i destinatari.

    Approcciandosi a testi tanto personali, familiari, caldi, si può avere l’impressione di trovarsi innanzi alla faccia nascosta della luna: una figura storica spesso eroicizzata, com’è il caso di Antonio Gramsci, che mostra il suo lato più umano. Le teorizzazioni e il lavoro da intellettuale, la prassi politica e la militanza potrebbero sembrare, in questi scritti, un sottofondo a malapena percettibile. E, se ogni rappresentazione gode delle immagini mentali e delle fantasie che vi introduciamo, per volontà o per accidente, nelle pagine successive le immagini da aggiungere a questo repertorio in continua espansione abbondano. Abbiamo accennato, nella sezione precedente, alla tridimensionalità che caratterizza la riflessione filosofica gramsciana, all’urgenza di una nuova interpretazione dei sistemi politici e sociali che tenga conto della dimensione culturale e educativa. Questa stessa tendenza, se predicata dagli scritti più nettamente politici, trapela anche nell’interesse di Gramsci per una varietà di espressioni e forme del sapere e della cultura.

    Non un semplice divertissement poiché, secondo le parole dello stesso Gramsci, «[...] lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia» (9).

    Un simile atteggiamento che enfatizza il valore della disciplina è osservabile nelle parole scritte ai figli. Nel corso delle lettere chiede spesso informazioni sul loro rendimento scolastico, com’è usuale per un genitore, e sui giochi, le scoperte, gli animali domestici e le vicende che caratterizzano gli anni formativi di ogni bambino.

    A queste domande si accompagna la sollecitazione a Delio di prendersi il tempo per fermarsi un attimo, per sedersi, riflettere e scrivere, per facilitare l’apprendimento della disciplina — un apprendissaggio (10) — che non è un’attività né spontanea né semplice. In fin dei conti, lo stesso Gramsci ammette di essere stato poco disciplinato durante la sua gioventù, ma di aver avuto una buona dose di furbizia, di memoria e di interesse per lo studio. Similmente, esorta il figlio minore Giuliano a scrivere al babbo, a tenere fede alle proprie promesse e a organizzare i pensieri su carta meno frettolosamente, prestando più attenzione (11).

    Queste raccomandazioni fanno innanzitutto parte del tentativo di impartire una linea educativa nonostante gli ostacoli della lontananza. Eppure sarebbe riduttivo considerare queste pagine unicamente sotto la prospettiva educativa: è evidente che Gramsci stia cercando di stabilire un legame affettivo pur dalla prigione, attraverso una corrispondenza frequente e regolare, che possa renderlo il più partecipe possibile al vissuto quotidiano della famiglia, ai pensieri, ai gusti e alla personalità dei ragazzi. Lo esplicita in una lettera scritta alla moglie, nella quale con pungente rammarico nota come le vicende della lotta politica e la conseguente incarcerazione l’abbiano escluso dalla possibilità di partecipare alla crescita dei bambini (12).

    L’esperienza del carcere non basta a spezzare lo spirito e a fiaccare le capacità mentali di Gramsci, che continuerà a cercare avidamente il contatto con i figli. I legami familiari, sia con la moglie e i figli che con la madre, sono caratterizzati da un grande affetto, ma anche da ovvi momenti di dolore. In particolare, Gramsci ricorda, in una delle lettere a Tania (13), come la madre sia costantemente preoccupata per la sorte del figlio, perché non in grado di concepire la prigionia come conseguenza di una militanza sconveniente al regime, piuttosto che come effetto di attività criminali.

    Nonostante l’evidente distanza generazionale e culturale che separa Antonio dalla madre, la gratitudine del primo nei confronti di quest’ultima risulta lampante, tanto da farle meritare un posto in paradiso, nel cuore dei figli (14).

    Ma nel contesto di uno spazio oggettivo delimitato da mura invalicabili e da confini ben precisi, molti aspetti del vissuto sono destinati a cambiare. Gramsci esprime con grande sensibilità sentimenti simili nella lettera alla cognata, dove scrive: «il tempo mi appare come una cosa corpulenta, da quando lo spazio non esiste più per me» (15).

    La temporalità soggettiva assume forme nuove, è più pesante, più viscosa. Il corpo è segregato, lo spazio si assottiglia e non offre che una gamma limitata di possibilità esplorative. Così, ogni elemento esistente — che sia riflesso nell'interiorità o nelle trasformazioni esteriormente visibili — diventa pregno di significato, degno di attenzione, ha una valenza emotiva superiore: la rosa nella cella, i due passerotti dalle personalità distinte e discordanti, il passare e il tornare delle stagioni. A volte il passare del tempo, privo di continuità affettiva, si espande eccessivamente fino a danneggiare la dimensione dialogica del rapporto epistolare. Nel segno di una reciprocità stentata, Gramsci riassume in una lettera alla moglie Giulia un racconto popolare scandinavo sui giganti che parla dell’isolamento e della temporalità alterata che ne deriva (16).

    Il tempo stesso, forza espansiva e possibilità introspettiva, lo riconduce non di rado a ripercorrere il suo passato, lettera dopo lettera. Nel raccontare le avventure di infanzia ai figli e a Tatiana ritrae dei piccoli spaccati della giovinezza sarda che divertono e incuriosiscono. Sono incontri di vita quotidiana, ambientati in una campagna popolata da ricci, volpi, puledri privi di coda e orecchie, e da rettili misteriosi come lo scurzone. Eppure alle curiosità sul pappagallino di Delio e sulla prima esperienza del mare di Giuliano si alternano considerazioni letterarie e culturali, che Gramsci riesce a condividere con il figlio maggiore. Se Wells non è da lui un autore particolarmente apprezzato, Gramsci tesse le lodi di Tolstoj — un portatore di civiltà e di bellezza (17). Ma vengono discusse anche altre figure di spicco della letteratura russa, quali Puškin e Čechov. Non mancano neppure incursioni storiche, arricchite dalle domande e dalle supposizioni fantasiose del piccolo Delio. Ed è qui che Gramsci indica, senza mezzi termini, che le fantasticherie non appartengono alla storia.

    Che la storia, insomma, è un affare serio, che non si costruisce con i se.

    Fondata su evidenze visibili e fatti concreti, essa non deve essere soggetta all’escapismo dell’immaginazione.

    Abbiamo già notato che la condivisione di storie della quotidianità, di favole e di novelle popolari è una delle modalità narrative più evidenti che caratterizzano i testi qui presentati e, più generalmente, il tramite comunicativo che Gramsci stabilisce con la famiglia. La traduzione delle fiabe dei fratelli Grimm di seguito presentate è stata tratta dal volume "Brüder Grimm, Fünfzig Kinder-und Hausmärchen", del quale traduce quasi la metà delle fiabe originali.

    Ma le ventiquattro fiabe non sono l’unico lavoro di traduzione dal tedesco all’italiano del quale Gramsci si occupa; esse fanno parte di un ben più ampio progetto che coinvolge il compendio di linguistica del filologo Franz Nikolaus Finck, le poesie di Goethe e le sue Conversazioni con Eckermann e Lavoro salariato e capitale di Karl Marx.

    In questo contesto, la traduzione delle fiabe si pone cronologicamente al termine rispetto all’esperienza traduttiva dal tedesco. Non bisogna dimenticare che Gramsci si cimenta anche con traduzioni dal russo, e che si propone di imparare anche altre lingue, come lo spagnolo, il portoghese, l’inglese e il rumeno. Non a caso una delle prime richieste, poco dopo l’incarcerazione, è di ricevere il Breviario di Linguistica di Bertoni e Bartoli. La presenza di una dimensione linguistica implicita nel discorso gramsciano, e il forte interesse dimostrato non solo per la linguistica teorica, ma anche per l’apprendimento di lingue straniere — che permettono l’espansione verso nuovi orizzonti culturali, verso nuove letterature e luoghi — non devono essere marginalizzati come meri accidenti ricreativi. Per Gramsci, indagare la storia di un popolo significa farlo proprio a partire dalle trame linguistiche, direttamente create da coloro che vivono la lingua secondo i processi di comunicazione orale e scritta.

    Fluidità e attitudine al cambiamento sono due delle qualità proprie di ogni lingua naturale; inoltre, lo studio dei dialetti, dei registri e delle forme espressive è chiaramente strumentale all’esame dei rapporti di subalternità, termine gramsciano che deve molto a tali riflessioni prettamente linguistiche.

    In aggiunta, la materia malleabile della cultura nella sua interezza — e degli aspetti linguistici che la esprimono — implica la possibilità di una pedagogia attiva, multi-direzionale, di un tentativo di cambiamento eminentemente politico. Non a caso le fiabe sono destinate ai nipoti, e concepite come un contributo allo sviluppo della fantasia dei piccoli (18).

    Attorno al discorso sulla lingua si forma, conseguentemente, un discorso sul significato e l’importanza di una buona traduzione. Tradurre non significa soltanto assegnare a ogni termine il corrispettivo letterale attraverso l’uso di un vocabolario; è un’attività che coinvolge la possibilità di una traducibilità — come la denomina Gramsci — un ponte sul quale passano e si incontrano (da ambedue i lati, secondo scelte trasformative inerenti alle particolarità culturali) le due culture traducibili. Gramsci fa più volte riferimento, nei Quaderni del carcere, alla traducibilità, ed evidenzia come il

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