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Gli Dèi di Roma Antica: Il “Divino” e il “Sacro” nell’epoca arcaica della storia romana

Gli Dèi di Roma Antica: Il “Divino” e il “Sacro” nell’epoca arcaica della storia romana

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Gli Dèi di Roma Antica: Il “Divino” e il “Sacro” nell’epoca arcaica della storia romana

Lunghezza:
189 pagine
4 ore
Editore:
Pubblicato:
11 lug 2021
ISBN:
9788833801186
Formato:
Libro

Descrizione

Gli Dei di Roma Antica

Attraverso un accurato e pervasivo ricorso alle fonti e uno sguardo esteso entro un orizzonte comparatistico assai ampio, questo saggio propone una lettura in gran parte inedita dell’arcaismo romano, di cui viene colta la straordinaria complessità, offrendo informazioni preziose attraverso le quali, fuori da ogni sistemazione ideologica e teologica preconcetta, l’autentica indole religiosa di Roma antica emerge con una limpidezza spesso disarmante.

Un avvincente viaggio fra le testimonianze del culto romano destinato a mettere in discussione alcune delle più consolidate certezze sulla materia.

In questo libro scoprirai:
  • Cos’è la religione di Roma arcaica?
  • Che caratteristiche hanno gli dèi venerati dai Romani nei primi due secoli e mezzo della storia dell’Urbe?
  • Quale percezione del “divino” e del “sacro” caratterizza questa antica civiltà?
Editore:
Pubblicato:
11 lug 2021
ISBN:
9788833801186
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Gli Dèi di Roma Antica - Gian Matteo Corrias

Prefazione

In Dei e religione dell’antica Roma¹ il Dr. Corrias ha tracciato un solco che attendeva un seme, ora il seme è arrivato.

Da uomo libero qual è, ha introdotto nel terreno, allora preparato, quanto era atteso dalle menti aperte per avviare un percorso che non avrà più pause o blocchi: senza mezzi termini egli dice, con il coraggio della chiarezza, che sono aperti:

«sul mondo antico scenari affascinanti e destinati a far porre in discussione alcune delle certezze più consolidate della storiografia occidentale».

Di questo si tratta infatti: della necessità di rivedere – senza la presunzione antiscientifica di imporre nuove verità dogmatiche, ma con l’intento di offrire elementi di riflessione sino a ora solo superficialmente accennati – quanto ritenuto dotazione indiscussa, e indiscutibile, della tradizione storico-scientifica in relazione alle antiche religioni, quella romana in primis.

Ho scritto quella romana in primis perché l’elemento che caratterizza questo libro, e che deve affascinare tanto il lettore comune quanto lo studioso accademico, è dato dal lavoro di confronto che l’autore espone, e presenta in modo documentato, tra forme di pensiero religioso tanto antiche quanto lontane tra di loro nello spazio: Roma, ebraismo e bramanesino, tradizionalmente ritenute tanto diverse al punto da non essere compatibili, assumono invece ai nostri occhi una nuova sorprendente collocazione il cui valore non risiede solo nell’essere nuova ma soprattutto nel suo porsi come strumento di comprensione della storia umana nella sua condivisione delle radici che scopriamo essere uguali e onnipresenti.

L’analisi linguistica, storica, documentale, riccamente documentata, ci restituisce un quadro illuminato da un fascio di luce che non lascerà indifferente nessun lettore, quali che siano la sua preparazione, i suoi orientamenti, le sue convinzioni.

I rapporti tra l’uomo e i cosiddetti dèi (romani, ebraici o induisti che siano) assumono un aspetto che dire affascinante è sminuente: la loro concretezza, il loro sano e chiaro materialismo, il loro corrispondere nella presenza e nella assenza di elementi (dall’aniconismo alle tipologie sacrificali, dalla condivisione della vita quotidiana all’assenza di finalità trascendenti e soteriologiche), ci restituiscono una storia antica comune, concreta, condivisa, quali che siano le localizzazioni geografiche, le condizioni socio-culturali in cui le varie forme di pensiero si sono strutturate nel tempo.

Cosa dire della necessità condivisa tra Oriente e Occidente di avere come scopo prevalente la "pax deorum"?

Che dire della tipologia assolutamente sovrapponibile, sia dal punto di vista dei metodi cruenti che della finalità, dei sacrifici che costituivano l’elemento centrale del rapporto uomo-dio (uso qui il termine dio per pura comodità di comprensione perché non si tratta già del dio inteso nella nostra tradizione)?

Che dire dei primi nomi (cognomina) delle genti latine che richiamano con una sorprendente chiarezza a caratteristiche fisiche che quelle divinità condividevano, in modo sorprendente, sia nel mondo romano che ebraico?

Che dire del perfezionismo formale che Romani, Ebrei e bramini, identificavano come elemento essenziale e garanzia unica del funzionamento (meccanico) del sacrificio (ivi compreso quello umano presente in tutte e tre le culture analizzate dall’autore) che consisteva sempre nel fornire alla cosiddetta divinità prodotti alimentari di origine animale e vegetale?

Che dire della corrispondenza tra il concetto di "feriae" romane e quello dello shabbat ebraico che la tradizone diffusa ci presenta invece come una sorta di unicum nella storia antica?

Che dire della condivisa e totale assenza del concetto di fede che risulta essere una elaborazione tipicamente cristiana sviluppatasi, afferma l’autore:

«in conseguenza della centralità acquisita nella nostra cultura dalle dottrine della resurrezione e della redenzione»?

Che dire della comune assenza di dogmi o di una morale da far risalire a principi assoluti, derivanti da non meglio precisate, anzi assenti, divinità di ordine trascendente?

Che dire del concetto di numen che la letteratura ha sempre travisato e che qui l’autore ci restituisce nel suo vero, originario, sorprendente e concreto significato?

Che dire dell’assoluta assenza di ogni mitologia, che ha invece sempre rappresentato, e ancora rappresenta, la categoria interpretativa utilizzata per leggere il comportamento degli antichi, travisandone la sostanza e la portata?

Che dire della comune presenza delle caratteristiche dei cosiddetti dèi che sempre erano «potenti ma non onnipotenti, superiori per forza e sapienza ma non onniscienti»: così le divinità romane come quelle indù e come lo stesso Yahweh biblico e i suoi colleghi rivali?

Che dire delle stesse caratteristiche fisiche che dovevano avere sia i sacerdoti romani che quelli israeliti?

Creda il lettore che queste sono davvero solo alcune delle domande cui il libro fornisce risposte documentate e soprattutto inattese per chi è cresciuto in una tradizione culturale che ha elaborato e sempre presentato come unica, e vera, una storia scritta invece "ad usum delphini".

L’autore non ha dimenticato di trattare anche gli elementi più propriamente esoterici degli antichi culti ma, anche qui, la chiave di lettura che li illumina sorprenderà non poco.

Riportando le parole stesse di Gian Matteo Corrias là dove scrive che:

«gli dèi delle religioni arcaiche […] non hanno nulla che vedere con quella concezione del divino che avrebbe caratterizzato le moderne religioni dogmatiche e fideistiche»,

affermo che queste stesse religioni leggono quelle antiche alla luce di convinzioni che alle prime non appartenevano e questo libro ce ne dà conto in modo tanto chiaro quanto documentato.

Questo lavoro, con i concetti che presenta, può davvero: «aprire una voragine sotto alle consolidate tranquillizzanti certezze che sempre abbiamo avuto sul mondo classico».

La storia sarà riscritta.

MAURO BIGLINO

Introduzione

Fin da quando abbiamo raccolto per la prima volta in modo sistematico i risultati delle nostre ricerche sul culto di Roma antica², non abbiamo potuto fare a meno di constatare la radicale difformità della religio romana del periodo monarchico rispetto a quella, generalmente più esplorata e vulgata, del periodo propriamente storico. E subito ci è stato possibile percepire una situazione che, per i suoi caratteri specifici, difficilmente potrebbe essere compresa alla luce del «religiöse Gehalt der Mythen»³, né tantomeno costretta entro le maglie interpretative delle sistemazioni dottrinali (tutte – si badi – successive rispetto all’arco cronologico cui è riferibile il culto romano arcaico) propriamente definibili come teologiche. L’approfondimento della ricerca ci ha consentito di definire tali caratteri specifici in maniera più perspicua, e di mettere in luce alcuni interessanti aspetti che, per quanto su base sovente indiziaria, a causa della frammentarietà dei dati, sembrerebbero legittimare l’esplorazione di ipotesi affascinanti quanto potenzialmente disorientanti, che è nostro intendimento dissodare il più compiutamente e lucidamente possibile, per lasciare poi alla riflessione individuale, nostra e dei lettori, il compito di integrare le informazioni offerte nel quadro interpretativo ritenuto più coerente e persuasivo.

I tentativi di tratteggiare la fisionomia dell’arcaismo romano sono già antichi, e anzi le narrazioni forniteci dalla storiografia romana di epoca storica costituiscono, nonostante l’evidente tendenza a una rielaborazione in chiave leggendaria e persino ideologica, una fonte imprescindibile di informazione sui primi due secoli e mezzo della storia di Roma. Alle opere storiografiche, e principalmente ai Libri ad Urbe condita di Tito Livio, si devono aggiungere le preziosissime raccolte di informazioni confezionate, spesso con spirito non meno ammirato che curioso, dai numerosi eruditi, grammatici e antiquari (Varrone, Servio, Pompeo Festo, Macrobio e Aulo Gellio su tutti) che hanno tramandato il ricordo di fatti, istituzioni, personaggi dell’augusta età delle origini. Appunto relativamente alle fonti, alla loro natura, alla loro validità ed effettiva capacità informativa, non si può non ammettere che tutte le testimonianze estese, esplicite e dunque utilizzabili, risalgono alla fine della Repubblica e all’Impero, e in ogni caso è difficile risalire oltre il II secolo a.C. Dell’epoca arcaica propriamente detta – ovvero del periodo che, tradizionalmente, si fa cominciare nel 753 con la fondazione dell’Urbe e si fa concludere nel 509 con la cacciata di Tarquinio il Superbo e l’inizio del regime repubblicano – non si possiede che un numero assai ridotto di testi epigrafici di difficile interpretazione e, soprattutto, di fonti archeologiche.

La critica che più frequentemente viene mossa ai tentativi di una ricognizione sistematica del periodo più alto della storia di Roma è proprio quella per cui i loro autori si adeguino spesso alla visione anacronistica che gli stessi Romani ebbero di quel periodo così remoto. L’accusa è in particolar modo indirizzata allo storico delle religioni Georges Dumézil, che con il suo pluridecennale lavoro di ricerca, sfociato nel celebre studio La religion romaine archaïque⁴, ha delineato e proposto una suggestiva ricostruzione della fisionomia del culto romano arcaico, mettendo in parallelo le testimonianze romane relative all’arcaismo con testimonianze di analoghe pratiche, figure e tradizioni cultuali attestate in altri contesti culturali, accomunati a quello romano in virtù della comune matrice indoeuropea. Dal punto di vista dell’indoeuropeista – che condividiamo, e del quale ci dichiariamo anzi debitori in questo come nel nostro precedente lavoro sulla religione romana – il rischio di un possibile appiattimento sull’immagine (anacronistica) dell’età arcaica elaborata in epoca storica è arginato precisamente dal ricorso alla specifica prospettiva comparatistica, che costituisce l’essenza metodologica della ricerca duméziliana: l’individuazione di un ampio insieme di elementi comuni, evidentemente assimilabili sulla base di affinità e concomitanze linguistiche, procedurali e strutturali, fra la prassi cultuale romana, quelle italiche, quella vedica, quella celtica e quella avestica soprattutto, consente di delimitare con notevole precisione un sostrato culturale condiviso, riferibile alla comune origine dei contesti analizzati, e che con sufficiente grado di certezza si può indicare come il nucleo originario della religio romana, quella religio che – non possiamo negarlo – evidentemente per rispondere a precise esigenze interne e in assoluta conformità con la propria natura specifica, iniziò assai presto ad aprirsi, con sempre maggiore disponibiltà, alle influenze culturali degli altri popoli italici, degli Etruschi in particolare, quindi dei Greci e dell’Oriente più esotico.

L’impiego del metodo comparativo non esime, con tutta evidenza, l’analisi del culto arcaico romano dal presentare delle zone innegabilmente connotate in senso anche marcatamente ipotetico e congetturale; e tuttavia riteniamo, nel complesso, che il percorso tracciato da Dumézil, il quale – ribadiamolo – delinea un quadro di riferimento coerente tanto al proprio interno quanto verso l’esterno, con i contesti religiosi indoeuropei cui il culto romano viene accostato, sia ancora straordinariamente proficuo sul piano dell’indagine e dell’esplorazione del sistema cultuale di Roma arcaica e, aggiungiamo, della concezione del divino a esso inerente.

Tale allargamento dell’angolo visuale dal sistema del culto in quanto complesso strutturato di pratiche e del pantheon in quanto insieme ordinato secondo una precisa gerarchia funzionale a quella che, induttivamente, può essere delineata come la sensibilità religiosa romana che ne risulta, consente – riteniamo – di individuare una costante essenziale nell’approccio tipicamente romano al divino, e cioè quella scrupolosa cura rituale, quell’orizzonte rigorosamente formalistico e giuridico che incorpora il divino entro i confini del mondo degli uomini e che è stato, non a caso, l’oggetto delle incomprensioni critiche più profonde, già in antico, da parte della cultura cristiana. In questa prospettiva diacronica lo studio dei testi giuridici da un lato e dei protocolli rituali pervenutici dall’altro, tutti testi spesso anche molto distanti cronologicamente dai primi secoli della storia di Roma, rappresenta – come si vedrà – uno strumento preziosissimo ai fini della ricostruzione di quella sensibilità che, lungo tutto l’arco della storia di Roma, dovette costituire l’elemento caratterizzante dello spirito religioso romano.

Proprio questo carattere ritualistico della religio romana giustifica del resto un ampliamento dell’orizzonte comparatistico di studio ben oltre i confini del mondo indoeuropeo, per il fatto che esso è palesemente condiviso da tutto quel complesso di sistemi cultuali, tipici delle culture arcaiche in tutto il mondo, che Raffaele Pettazzoni ha definito «religioni antiche», caratterizzate dal fatto di non mirare alla salvezza dell’individuo in una vita futura, bensì di preservare e far crescere la comunità nell’esistenza presente in piena armonia con gli dèi⁵. In quanto sistemi di regolazione dei rapporti tra sfera umana e sfera divina, le religioni antiche (e tra queste quella romana) non conoscono figure di fondatori e non cercano di fare proseliti tra individui appartenenti ad altri popoli, ma scandiscono ogni aspetto della vita della collettività e dei singoli individui, che nelle società arcaiche non si percepiscono se non come parte di un sistema relazionale complesso e stratificato nei suoi rapporti con la familia e la società più ampia⁶, società di cui fanno parte anche, occupandone le sfere apicali, le divinità.

Questa diversificazione tipologica fra le religioni antiche e quelle che potremmo definire escatologiche, fideistiche ed etiche, può essere inquadrata attraverso un altro strumento concettuale che può fornire un utile ausilio a una più generale definizione della questione che qui intendiamo studiare, quello di epoca assiale ("Achsenzeit"), istituito dal filosofo tedesco Karl Jaspers per indicare un periodo preciso della storia dell’umanità durante il quale, con sorprendente simultaneità a livello planetario, la cultura umana ha conosciuto una serie di trasformazioni talmente affini e profonde che ciò che ne risultò fu un mutamento irreversibile della sua fisionomia complessiva⁷: si tratta dell’arco cronologico che va dal IX al III secolo a.C., e che ha il suo fulcro nel VI secolo a.C., epoca in cui con l’affermarsi in tutto il mondo delle formazioni imperiali universali (dall’Impero assiro

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