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Educazione siciliana
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E-book388 pagine5 ore

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Info su questo ebook

Thriller - romanzo (300 pagine) - “Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.” (Paolo Borsellino)


Il giovane Nicola è costretto alla manovalanza da un boss mafioso: ma è un ragazzo di buon cuore che crede ostinatamente in un futuro diverso, e i suoi gesti di rivolta metteranno in moto qualcosa di ben più grande e imprevisto.

Un racconto di formazione e deformazione in un mondo contemporaneo dai tratti arcaici. Una storia criminale dura, amara e insieme delicata per raccontare i più giovani, i più indifesi e coloro che lottano per salvarli.


Roberta Grugni è nata a Pavia e, dopo aver vissuto in diverse città italiane e aver viaggiato per il mondo, ora vive a Parma. Laureata in Scienze Politiche, ha svolto vari lavori e ha già pubblicato il romanzo Navigando a vista (Edizioni EVE, 2016): incentrato sulla disabilità nella coppia, è basato sulla sua vera esperienza seguita all’incidente che ha reso suo marito paraplegico. Legge almeno tre libri al mese, ama la musica classica e l’opera, è appassionata di viaggi, adora il mare e dal 2012 si dedica a tempo pieno all’assistenza al marito.

LinguaItaliano
Data di uscita29 giu 2021
ISBN9788825416947
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    Anteprima del libro

    Educazione siciliana - Roberta Grugni

    Prima parte: le famiglie

    Capitolo 1

    Nicola non aveva mai visto il mare. Non era lontano da casa sua, però non c’era mai il tempo o non c’erano mai i soldi per poterci andare.

    Ma quel lunedì di fine maggio, si era preso un giorno di vacanza. Suo padre era andato a lavorare a Trapani con altri uomini del paese, la mamma era a letto con la febbre alta e Giacomo e Mimmo, i suoi fratelli, erano a scuola. Nessuno si sarebbe accorto della sua assenza.

    Il motorino lo avevano rubato in campagna. Qualche incauto agricoltore l’aveva lasciato incustodito sotto a un grande ulivo. Lo avevano spinto per circa un chilometro per non fare sentire il rumore del motore. Era vecchio, malconcio, arrugginito, e quando acceleravano emetteva nuvole di fumo nero. Ma funzionava: e ai due ragazzi importava solo quello.

    Nicola e Antonio erano cresciuti insieme lì a Dattilo: un paesino distante da Trapani solo quindici chilometri e almeno cento anni. Insieme avevano giocato nei cortili delle rispettive cascine, insieme avevano bigiato la scuola innumerevoli volte, insieme, una volta cresciuti, avevano iniziato a palpeggiare le ragazzine del paese.

    Ottenuta a fatica la licenza media, avevano lasciato la scuola e ora lavoravano a tempo pieno nei campi. Entrambi avevano appena compiuto diciassette anni. Erano cresciuti in fretta, e l’adolescenza resisteva a fatica sotto il peso dell’età adulta incombente.

    Nicola si occupava anche degli animali che suo padre Vito, era riuscito a comprare: un asino, quattro pecore, una capra, tre maiali e svariate galline. Mettendo insieme quelli, un discreto pezzo di terra e i saltuari lavori del padre, riuscivano a sfamarsi. Ma il lusso di una giornata al mare, quello ancora non se lo potevano permettere, soprattutto dopo che la vecchia Renault 4 di suo padre aveva smesso di funzionare dopo quasi vent’anni di onorato servizio.

    Seduto dietro all’amico, Nicola cercava di tenersi stretto per non scivolare. Era una spanna più alto di Antonio, appena un po’ più robusto di lui. Sotto alle magliette però i bicipiti erano ben sviluppati grazie al lavoro nei campi. Le carnagioni esposte quotidianamente al sole erano scure, e così i capelli.

    La strada era malmessa, tutta ghiaia e buche. Avevano deciso di non prendere la provinciale per non dare nell’occhio. Il tragitto sarebbe stato più lungo, ma anche più sicuro.

    Improvvisamente la carraia iniziò a scendere e in lontananza gli occhi, accecati dal sole, distinsero una striscia d’azzurro scuro. Il mare. Nicola sorrise, inspirando a pieni polmoni quell’aria dal sapore diverso, più denso, più salato.

    Antonio gridò di felicità: – Mizzica!

    E Nicola gli fece eco: – Mizzica!

    Antonio accelerò per la discesa e in pochi minuti si ritrovarono sulla spiaggia.

    Nascosero il motorino dietro ai cespugli, si tolsero le scarpe bucate e affondarono i piedi nella sabbia già calda. Corsero a perdifiato verso le onde e intanto tolsero via maglietta, pantaloni, calze. Si tuffarono ridendo come bambini. In fondo, lo erano ancora. Giocarono con le onde, saltandole e andando sotto, attenti a non allontanarsi troppo dalla riva, dato che nessuno dei due sapeva nuotare.

    Nicola non si era mai sentito tanto felice. E anche il sorriso stampato sul volto di Antonio mostrava la sua gioia incontenibile.

    Quando si sentirono esausti, si sdraiarono nudi sulla sabbia, uno di fianco all’altro, le mani intrecciate sotto alla testa, gli occhi chiusi, la pelle stesa, ad abbronzarsi. Ascoltarono ancora il rumore delle onde, il frinire delle cicale, il soffio delicato del vento che in quella stagione non era ancora diventato torrido.

    – Che bella idea che hai avuto, Anto’! Grazie, sei proprio un amico.

    – Avremmo dovuto farlo secoli fa.

    – Che ci siamo persi! Va bbonu, chi se ne frega. Godiamocela adesso.

    Restarono in silenzio ancora a lungo, poi Antonio chiese all’amico: – A che ora torna tuo padre?

    – Non prima di sera. Non ti preoccupare, non lo scoprirà.

    – Io non mi preoccupo. Sei tu quello che rischia le cinghiate.

    Per un attimo Nicola si rabbuiò. Antonio aveva ragione: se suo padre fosse venuto a sapere della loro gita con scasso, gliele avrebbe date di santa ragione.

    Il suo amico non aveva lo stesso problema: suo padre se ne era andato quando lui era piccolo e sua madre passava da un uomo all’altro, quando non era ubriaca. Nessuno di quegli uomini si interessava di lui, e così Antonio godeva di una certa libertà. Nicola non sapeva come facesse a tirare avanti, da dove arrivassero quei pochi soldi che ogni tanto Antonio si ritrovava in tasca. Ma certe cose era meglio non saperle: e se si era davvero amici nemmeno importavano.

    – Quando avrò la ragazza, per la prima volta la porterò qui.

    – Vedi di darti da fare, Nicola. Cominci a essere vecchio per la prima volta!

    Aveva di nuovo ragione: tra i coetanei del paese Nicola era uno dei pochi a non avere avuto la fidanzatina. Antonio invece, forse per via dei suoi occhi azzurri e dei modi vissuti, ne aveva avute già tre, e se ne vantava con gli amici in paese. Era navigato, e rappresentava una preziosa fonte di consigli per i suoi coetanei. Nicola invece si sentiva ancora impacciato con le ragazze, sapeva di essere più timido, più introverso dell’amico.

    – Magari avessi più tempo, Anto’. Mio padre mi sfinisce sempre di lavoro. E dopo ho sempre addosso la puzza di quegli animali.

    – Va bbonu... Tutte scuse! Mica devi uscire con miss Italia. Alle ragazze del paese piace farsi toccare. Dai retta a me, le ragazze in fondo sono tutte un po’ puttane. – Così dicendo buttò della sabbia in faccia all’amico. Nicola si alzò di scatto, ricambiò la cortesia, i due si spintonarono e si rituffarono in acqua. Una coppia di gabbiani volteggiava bassa sulle loro teste emettendo richiami striduli, quasi volesse giocare insieme a loro.

    Si sdraiarono ancora al sole per asciugarsi, poi cominciarono a sentire appetito. Non si erano portati niente né da mangiare, né da bere. In tasca avevano pochi euro. Avrebbero dovuto farseli bastare.

    Il motorino faticò a partire. Dovettero spingerlo per diverse centinaia di metri, finché tossendo si mise in moto. Si diressero verso la litoranea, speravano di trovare un bar aperto. Si sentivano ritemprati dal bagno e dal sole, le pelli piacevolmente ricoperte dal sale.

    La strada correva dritta al lato del mare. Non c’erano case, niente di niente, solo sabbia e mare. Così diverso dalla distesa di campi che circondava il loro paese.

    Percorsero qualche chilometro finché videro una casetta bianca, bassa, su cui campeggiava un’insegna malmessa: da Franco.

    Appoggiarono il motorino al palo della luce ed entrarono nel bar. Il locale era piccolo: due tavolini e un bancone, ma oltre la tenda scacciamosche si accedeva a una terrazza affacciata sul mare. I due amici si sedettero all’aperto, all’ombra di una tettoia di paglia, non arrivò nessuno, il posto pareva vuoto. Forse il proprietario era andato a fare spesa, o magari stava dormendo nel retro, chissà. A loro non importava: si godettero ancora la vista del mare.

    Poi improvvisamente Antonio si alzò, entrò e poi ritornò con due lattine di coca cola ghiacciate e due pacchetti di patatine.

    – Dove li hai presi? È tornato il padrone?

    – Non c’è nessuno, Nico’! Tranquillo. Bevi e taci!

    – Sì ma …

    Statti mutu! Ci penso io.

    Bevvero d’un fiato le due bibite e divorarono le patatine, ma avevano ancora fame. Antonio tornò nel bar e poco dopo riapparve con due cannoli alla ricotta. Del proprietario ancora nessuna traccia.

    – Dovremmo lasciargli qualche euro – il tono di Nicola si fece preoccupato. Conosceva bene l’amico e sapeva che qualche furtarello ogni tanto lo aveva commesso. Era capitato anche a lui, a dire il vero, ma sempre quando era con lui: quando stava con Antonio, alla fine si lasciava sempre trascinare.

    – E perché? La prossima volta starà più attento a non lasciare incustodito il locale.

    – Ma Antonio… questo è rubare.

    – No, no: è appropriazione lecita.

    Risero alla battuta e alla fine se ne andarono senza pagare.

    Dopo un’altra lunga sosta in spiaggia e altri bagni, a malincuore fecero ritorno verso il paese.

    – Che intenzioni hai con il motorino? – chiese Nicola.

    – Me lo tengo. Finché qualcuno non lo verrà a cercare.

    – Così prima o poi ti metterai nei guai, Antonio.

    Ma tanto Antonio non faceva mai caso ai consigli di nessuno, tanto meno a quelli di Nicola.

    – Senza guai che gusto c’è a vivere? Tu sei troppo onesto, Nicola. Non farai mai strada nella vita.

    Quella massima, Nicola se l’era sentita ripetere centinaia di volte, e sempre da Antonio. I primi tempi ne aveva sofferto, perché era come sentirsi dire che era un fallito. Poi invece era diventato orgoglioso di quell’onestà che sentiva crescere dentro di sé: lo faceva sentire più forte, migliore di tanti uomini che aveva conosciuto, soprattutto migliore di suo padre.

    Antonio lo lasciò al bivio, a un centinaio di metri da casa. Si salutarono toccandosi i pugni, il loro saluto da sempre.

    Nicola entrò in casa cercando di non fare rumore. Gli spifferi che penetravano dalle finestre incellofanate sollevavano la polvere dal pavimento. Bevve dell’acqua dal rubinetto, si appoggiò di schiena al lavandino e sorrise osservando Mimmo e Giacomo che dormivano abbracciati sul lettino che condividevano in sala. Erano piccoli, alle prime classi delle elementari, e la sera quando rientravano stremati dal caldo, erano costretti a dividersi solo quello spazio esiguo in soggiorno. Nicola invece, essendo il maggiore, aveva una camera tutta sua, al lato di quella dei genitori.

    Camminò in punta di piedi stando attento a non calpestare i calcinacci che erano caduti dal soffitto a mala pena intonacato. Si affacciò con circospezione nella camera dei genitori. Veronica dormiva, probabilmente aveva ancora la febbre. Poi, inaspettatamente, aprì gli occhi e lo guardò: – Dove sei stato?

    – Ad aiutare Antonio. Nei campi.

    – Hai dato da mangiare alle bestie? Lo sai che se torna tuo padre e non trova tutto in ordine succede un inferno! – La voce era ancora flebile, ma trasmetteva chiaramente la sua preoccupazione.

    – Ci vado adesso.

    Nicola voltò le spalle alla madre che con le ultime forze che aveva in corpo gli gridò: – C’è da bagnare anche l’orto!

    – Vado mamma, vado. Tu riposa.

    – Non mi hai neanche chiesto come sto!

    Ma Nicola era già fuori e non la sentì.

    Faceva ancora caldo, sebbene fosse quasi il tramonto. Doveva sbrigarsi, suo padre sarebbe arrivato a momenti. Iniziò con l’orto. Mentre annaffiava con la canna, addentò un pomodoro polposo. Il succo gli schizzò sulla maglietta, ma lui nemmeno se ne accorse, tanta era la fame.

    Poi, la stalla. Iniziò spalando gli escrementi di Ulisse, l’asino, poi gli riempì di fieno fresco la mangiatoia. Aggiunse acqua nell’abbeveratoio, radunò le pecore, raccolse le uova delle galline, che quel giorno sembravano avere fatto vacanza, come lui. Strano, perché di solito ne facevano di più.

    Prese lo sgabello e si apprestò a mungere Melinda. Ma si fermò, turbato. Anche la capra sembrava avere fatto vacanza. Cosa stava succedendo?

    Si guardò intorno. Prese un forcone e si diresse verso il mucchio di fieno in fondo alla stalla.

    Affondò più volte la forca nel fieno. Niente. Poi vide un movimento. E improvvisamente una faccia nera uscì dalla paglia. Si fissarono alcuni istanti, gli occhi sgranati.

    – Chi sei? – chiese alla fine Nicola, brusco, puntando il forcone verso il ragazzo.

    Ma l’altro non rispose.

    – Chi sei? – ripeté con più veemenza.

    Quello sollevò le mani in segno di resa, ma non si alzò, restando semi coperto dal fieno. La pelle nera come la pece, i palmi della mano più chiari, i capelli corti e crespi, sul volto un’espressione di terrore. Indossava una maglietta rossa a righe nere, tutta bucherellata.

    – Rispondi! Chi sei? – I denti della forca ormai sfioravano il petto del ragazzo.

    Dall’altro ancora silenzio.

    Poi Nicola intuì. E con tono più pacato disse: – Mi capisci?

    Silenzio.

    – Parli italiano? – chiese ancora, abbassando il forcone.

    Ancora niente.

    Allora Nicola passò ai gesti. Toccandosi il petto disse: – Io Nicola.

    Poi indicandolo chiese: – Tu? Tuo nome?

    Il ragazzino, che doveva avere qualche anno in meno di Nicola, lo guardò con meno paura e per la prima volta parlò: – Ahmed.

    Nicola gli fece segno di alzarsi.

    Ahmed si drizzò in piedi e si pulì dal fieno. Era basso, e molto magro.

    – Hai fame? – gli chiese Nicola portandosi la mano alla bocca aperta.

    L’altro fece cenno di sì con la testa.

    – Aspetta qui – concluse, e gli fece segno di restare fermo.

    Tornò in casa, dove tutto continuava a essere tranquillo: i fratelli addormentati, la mamma ancora a letto. Aprì il frigo e prese un pezzo di formaggio. Cercò del pane, doveva essere finito. Passò quindi per l’orto e prese due pomodori maturi.

    Tornò nel fienile, dove nel frattempo Ahmed si era messo a sedere sullo sgabello accanto alla capra. Quando vide entrare Nicola con il cibo, si lanciò su di esso e divorò tutto in pochi bocconi.

    Nicola fissò il ragazzo masticare con avidità quel misero pasto: si sentì dapprima felice, orgoglioso di se stesso, ma subito dopo fu preso dall’ansia. Se suo padre si fosse accorto del ragazzino sarebbe andato su tutte le furie. E quando quell’uomo si arrabbiava faceva davvero paura.

    No, Ahmed doveva andarsene, o alla peggio restare ben nascosto lì dentro.

    Il problema era come spiegarlo al ragazzo. Ricominciò il dialogo con i gesti.

    Indicandolo disse: – Tu qui. Fermo. Fuori no. Capito?

    Il ragazzo fece cenno di sì.

    Improvvisamente udì un motore. Suo padre stava tornando. Nicola fece cenno ad Ahmed di restare in silenzio e nascosto, poi si affacciò dalla stalla. Carmelo, il loro vicino, stava accompagnando Vito a casa. I due uomini si scambiarono qualche battuta scherzosa e poi lo sguardo di Vito si fece severo, quando vide Nicola uscire dalla stalla.

    – Eccolo qua, lo sfaticato! Ancora non hai finito con quelle bestie?

    Il tono era aspro, come sempre quando si rivolgeva a lui.

    – Sì, ho finito adesso.

    Vito si diresse a passi spediti verso di lui e gli assestò un manrovescio.

    – Quando diventerai un uomo? Ti devo sempre stare appresso io! Si bonu a nenti, sei un buono a niente! – E via un altro ceffone.

    Nicola abbassò la testa e tornò senza parlare verso casa, camminando curvo dietro al padre.

    Vito entrò in casa spalancando la porta, e gettò in un angolo la sacca degli attrezzi che fece un gran clangore. I fratellini addormentati sussultarono dallo spavento, e il richiamo ansioso dalla stanza da letto fu il segno che anche la mamma era stata risvegliata di soprassalto.

    – Bella famiglia che ho! Io a sgobbare e gli altri tutti a dormire! Scansafatiche! Cosa c’è da mangiare? Avete preparato la cena? Ho fame!

    Veronica si affacciò alla sala, reggendosi in piedi a malapena.

    – Ciao Vito. Sì, adesso ti preparo la pasta. Vatti a lavare intanto.

    – Non avrai mica passato tutto il giorno a letto, vero?

    – Avevo la febbre.

    – Capirai! Io mi sono spezzato tutto il giorno la schiena in quel fottuto cantiere e tu per due linee di febbre non hai fatto niente tutto il giorno! Bella moglie che mi ritrovo! Ringrazia Dio che sono stanco se no vedevi come ti facevo passare io la febbre.

    Andò in bagno, sbatté la porta e aprì l’acqua della doccia.

    Mimmo e Giacomo erano già saltati in piedi e avevano iniziato ad apparecchiare la tavola, mentre Veronica metteva a bollire l’acqua sul fuoco.

    Nicola l’aiutò a pulire i pomodori e l’insalata.

    – Mamma, non c’è pane – disse Nicola, circospetto.

    Veronica lo guardò con occhi terrorizzati.

    – Fa niente mamma… gli dico che mi sono dimenticato di comprarlo.

    – No, lo sai che si infuria.

    – Ne ho già prese tante da lui, sono forte.

    – Questo lo so, ragazzo mio – gli si avvicinò, e alzandosi sulla punte dei piedi gli diede un bacio sulla fronte.

    L’acqua della doccia si chiuse. Tutti rimasero con il fiato sospeso aspettando il ritorno in sala del capofamiglia.

    Senza neanche rivolgere uno sguardo ai due figli più piccoli, Vito si sedette a capotavola. Indossava una canottiera sgualcita da cui spuntavano i folti peli ingrigiti che aveva sul petto e sulle spalle. La testa, completamente rasata, era più chiara rispetto al resto del corpo, perché perennemente coperta dal cappello da baseball blu degli Yankees che suo fratello gli aveva portato da New York.

    – Giacomo, il pane – ordinò perentorio.

    – Non ce n’è, papà.

    Lo sguardo del padre si fece di ghiaccio.

    – Come sarebbe?

    – É colpa mia, pa’ – si intromise Nicola – mi sono dimenticato di prenderlo.

    Nicola non aveva ancora terminato la frase che Vito gli fu addosso.

    – Disgraziato – e giù il primo ceffone sulla guancia. – Figlio di buona donna!

    Poi seguirono i pugni. Nicola si ripiegò su se stesso, cercando di ripararsi la faccia con le braccia. Da quella posizione suo padre lo sovrastava, sebbene fosse piuttosto tarchiato.

    – Te ne pentirai, piccolo bastardo!

    Si tolse la cintura e cominciò a colpirlo, prima sulle braccia, poi sulle gambe, poi ovunque capitasse. Nicola cercava di schivare i colpi, ma erano troppi e troppo forti. Strinse i denti, non voleva piangere, non davanti a quell’uomo crudele.

    Veronica assisteva immobile, lo sguardo fisso a terra, mentre Giacomo e Domenico osservavano la scena pietrificati.

    – E adesso fuori! Tu stasera non mangi! Esci da casa mia!

    Assestò una pedata sul sedere di Nicola, lo buttò fuori casa e richiuse la porta con uno schianto.

    Nicola si diresse dolorante verso la stalla.

    Non si vedeva nessuno. Sottovoce chiamò: – Ahmed. Ahmed. Sono io, Nicola.

    Il ragazzino era nascosto in fondo alla stalla, dietro agli attrezzi. Gli sorrise e si avvicinò. Poi vide i segni sul volto e sulle braccia di Nicola e smise di sorridere.

    – Non è niente. Ci sono abituato – tentò di spiegargli Nicola. – É solo un vecchio bastardo.

    Ahmed si sollevò la maglietta e mostrò a Nicola la schiena piena di cicatrici. Sembravano frustate.

    I due ragazzi scoprirono così di avere qualcosa in comune: entrambi conoscevano il dolore e la sofferenza. Non c’era bisogno di parlare la stessa lingua per capirlo.

    Nicola gli rivolse altre domande: – Da dove vieni? – gli chiese, indicando i campi.

    Ma Ahmed non capiva. Nicola prese un bastone e disegnò sulla sabbia che ricopriva il pavimento una rozza mappa della Sicilia. Poi fece una X verso la parte sinistra, più o meno dove si trovava il suo paese. Per una volta, le nozioni imparate a scuola sembrarono di qualche utilità.

    Il ragazzino parve capire e con il dito indicò la parte sotto al disegno.

    – Per mare? Sei un clandestino?

    Ahmed non comprese. Dannazione! Se almeno fosse stato più attento alle lezioni di francese, forse adesso sarebbe stato in grado di comunicare. Ma lui non ci capiva niente di lingue straniere, e nemmeno di grammatica o matematica, del resto. La geografia, quella sì gli interessava: studiare le carte era un po’ come sognare di fuggire.

    Così ampliò la mappa che aveva disegnato per terra e vi aggiunse l’Africa, abbozzata e deforme, forse troppo piccola in confronto alla Sicilia. Ma Ahmed si illuminò e con il dito fece una X circa a metà, sulla parte destra. Nicola non ricordava i nomi degli Stati che si affacciavano su quella parte di mare, anzi di oceano, come a scuola chiamavano il mare quando era molto grande. Erano troppi e dai nomi strani, difficili da ricordare.

    Quello che ricordava era che tra quella X disegnata da Ahmed e la Sicilia c’era tanta strada, un deserto enorme e tanto mare. Il ragazzino doveva aver viaggiato a lungo. Nicola si chiese se avesse percorso quella strada tutta a piedi e da solo, ma gli sembrava impossibile, come se lui fosse andato a piedi fino a Milano, dove viveva zia Lucia, o anche oltre, fino in Svizzera dove era emigrato il suo amico Dario con i genitori, anni addietro.

    E poi aveva dovuto attraversare tutto quel mare. No, da solo non avrebbe potuto farcela.

    Così Nicola gli chiese: – Tu solo? – facendo segno il numero uno con il dito indice.

    Ahmed scosse la testa. E aprì tutte le dita delle mani.

    – In dieci? – chiese Nicola imitando il gesto.

    Ahmed scosse di nuovo la testa e quelle dieci dita aperte le chiuse e le riaprì molte volte.

    Dovevano essere arrivati con un barcone affollato. Nicola aveva visto le immagini in tv degli sbarchi a Lampedusa e provò a immaginarsi l’odissea del giovane africano. Che fosse sopravvissuto era stata una fortuna. Ma non capiva come fosse arrivato poi da solo fino a Dattilo, finché d’improvviso si ricordò che suo padre aveva raccontato di un nuovo centro di accoglienza che avevano aperto vicino a Trapani. Forse Ahmed era scappato da lì.

    Cercò di domandarglielo: – Come sei arrivato qui?

    Mimò ancora, con indice e medio tesi, a rappresentare un uomo che cammina.

    Ahmed fece il segno di una persona che salta e poi corre. Era scappato, non si sbagliava.

    Nicola rifletté. Nemmeno a lui sarebbe piaciuto restare chiuso da qualche parte. Al telegiornale avevano fatto vedere come erano le condizioni di vita in quei campi: delle vere e proprie prigioni. Ma come avrebbe fatto a sopravvivere quel ragazzino, solo, lontano da casa, senza soldi, senza sapere la lingua? Si disse che doveva aiutarlo.

    Ma come? Con il padre che si ritrovava, non avrebbe avuto appoggio dalla famiglia. I carabinieri avrebbero riportato Ahmed al campo e il parroco probabilmente avrebbe fatto lo stesso. Cosa poteva fare Nicola, da solo?

    Decise che lo avrebbe tenuto nascosto lì nel fienile, finché non gli fosse venuta un’idea.

    Fuori ormai si era fatto buio. Sperava che suo padre avesse mangiato a sazietà e che con lo stomaco pieno si fosse calmato. Avrebbe aspettato un altro po’, e poi sarebbe andato a dormire.

    La mattina era sempre il primo ad alzarsi per andare alla stalla, quindi era abbastanza sicuro che nessun altro della famiglia lo avrebbe scoperto. Ma doveva comunque trovare una soluzione al più presto, prima che Vito si accorgesse che stava sfamando una bocca in più. Nicola si disse che ne avrebbe parlato con Antonio: era il suo migliore amico, magari l’avrebbe aiutato a trovare una scappatoia.

    Con il fieno, preparò un rudimentale giaciglio per Ahmed, e gli fece un ultimo segno di stare in silenzio. Lasciò la stalla con calma, senza dare a vedere nulla di strano, ma con un nuovo peso sul cuore. Entrò in casa in punta di piedi. Non voleva svegliare nessuno, men che meno suo padre. Poi si accorse che dalla stanza dei genitori provenivano dei mugolii e dei cigolii, che Nicola aveva imparato a riconoscere, soprattutto perché il giorno seguente la mamma faceva quasi sempre fatica a camminare, mentre Vito sembrava meno arrabbiato, e molto più affamato.

    Ma quella notte, Nicola sentì chiaramente anche il pianto sommesso e trattenuto di sua madre.

    Lui non sapeva niente dell’amore, del matrimonio, di come fosse mettere al mondo dei figli, ma gli parve che non ci fosse niente di bello in tutto ciò.

    Capitolo 2

    Nicola si svegliò di soprassalto prima dell’alba. Il gallo non aveva ancora cantato, ma il motore di un’auto si stava già avvicinando alla casa. Si alzò di fretta ed entrando in sala vide Vito, in piedi, che beveva un caffè. Fu preso dal panico. Se Ahmed si fosse affacciato dalla stalla o se l’uomo fosse andato a cercare delle uova, sarebbe stata la fine.

    – Bravo ragazzo, vedo che hai imparato ad alzarti presto la mattina. C’è da lavorare tanto oggi.

    Sul viso del padre un accenno di sorriso, probabilmente per quello che aveva fatto a sua madre quella notte.

    – Chi sta arrivando? – chiese Nicola mentre si infilava le scarpe.

    – Carmelo. Viene a prendermi. C’è ancora qualche giorno di lavoro, in cantiere, a Trapani. Quando torno dobbiamo parlare.

    Nicola tremò. Temeva il peggio. Forse suo padre aveva scoperto il suo segreto.

    – Mimmo e Giacomo ormai sono cresciuti. Si occuperanno loro dei campi. Io sono stufo di mantenerti. Pensavi forse di vivere sulle mie spalle per sempre? Mi hai deluso.

    Vito si avvicinò minaccioso al figlio. Nicola poteva sentire il suo alito puzzolente, solo in parte stemperato dall’aroma del caffè appena bevuto. E poi quegli occhi di ghiaccio che sapevano incutere così tanta paura.

    – Travagghiare devi. Ancura nu capisti?

    – Va bene papà – rispose accondiscendente Nicola, ansioso di levarselo di torno.

    – Bravo. – Gli diede un buffetto sulla guancia. Nicola era rimasto immobile, raggelato: aveva temuto di ricevere l’ennesimo schiaffo.

    Vito uscì fischiettando, il cappello da baseball in testa e la borsa a tracolla.

    Nicola tirò un sospiro di sollievo, poi Vito si riaffacciò all’uscio: – Nico’.

    – Sì, pa’?

    – Oggi vedi di non scordarti il pane.

    – Certo, papà, il pane. Non mi dimenticherò.

    – Sarà meglio per te – concluse, e finalmente se ne andò.

    Allora Nicola si diresse alla stalla. C’era da mungere la capra, raccogliere le uova. Se ce n’erano abbastanza a volte mamma lasciava che i fratellini le scambiassero in paese con dei dolciumi.

    Ahmed stava ancora dormendo, la faccia e i capelli pieni di fieno. Si svegliò quando la capra cominciò a belare.

    Quando vide Nicola gli sorrise, si stiracchiò e poi gli si avvicinò. Guardò con bramosia il latte che Nicola stava mungendo. Nicola gliene mise un po’ in un bicchiere, il ragazzo lo bevve d’un fiato e allungò il bicchiere chiedendone altro. Ma Nicola non poteva dargliene di più, Giacomo e Mimmo sarebbero rimasti senza. Fece cenno di no ad Ahmed, lui si incupì e tornò a sdraiarsi.

    Il problema del cibo sarebbe stato difficile da risolvere. Nicola andò nell’orto e tornò con due pomodori, ma anche quelli andavano razionati, per non insospettire nessuno. Più tardi, dal fornaio, avrebbe comprato un paio di pagnotte in più, usando i pochi euro che si era messo da parte grazie alle mance che qualche volta sua madre gli allungava.

    Aprì il cancello alle pecore e lasciò libero di pascolare anche Ulisse. Pulì la stalla e riempì le mangiatoie. Poi mise in moto il vecchio trattore. Ahmed si tappò le orecchie, tanto era il rumore che emettevano quei quattro cilindri vecchi e scassati. Il ragazzo fece cenno di salire, ma sarebbe stato troppo pericoloso, qualcuno avrebbe potuto vederlo: di nuovo Nicola gli disse di no, doveva restare nella stalla in silenzio. Lo sguardo di Ahmed si riempì di tristezza. Prese a calci lo sgabello e si sedette sul mucchio di fieno.

    Nicola portò in casa il latte e le uova e risalì sul trattore, dirigendosi verso il campo di grano. Non mancava molto alla mietitura, e quel giorno doveva togliere le ultime erbacce che si ostinavano a crescere in mezzo. Arrivato nei pressi del campo, si mise il cappello di paglia, spense il motore e si infilò i guanti da lavoro. Era ancora presto, ma il sole era già cocente.

    Avanzò tra le spighe, ancora non del tutto mature. Il raccolto prometteva bene. Non era piovuto molto, ma la terra era buona e ben concimata, e Nicola l’aveva curata con amore, come la fidanzata che non aveva ancora avuto, e che così spesso sognava mentre era lì fuori.

    Il lavoro nei campi gli piaceva. Sebbene fosse duro, in quelle ore solitarie si sentiva sereno. Ascoltava i suoni della natura: il frinire delle cicale, il canto degli uccelli, il soffio del vento. Dimenticava la violenza di suo padre, le lacrime di sua madre, i piedi scalzi dei fratellini.

    Qualche volta, aveva pensato di andarsene, ma quella terra aveva una forza magnetica, che non gli permetteva di allontanarsi troppo. Suo zio gli aveva detto più volte che avrebbe potuto trovargli un

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