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Le Porte degli Elohim: Ipotesi bibliche ed extrabibliche da Adamo al Gan Eden
Le Porte degli Elohim: Ipotesi bibliche ed extrabibliche da Adamo al Gan Eden
Le Porte degli Elohim: Ipotesi bibliche ed extrabibliche da Adamo al Gan Eden
E-book436 pagine3 ore

Le Porte degli Elohim: Ipotesi bibliche ed extrabibliche da Adamo al Gan Eden

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Le Porte degli elohim

Sono molteplici le informazioni che l’Antico Testamento nasconde gelosamente per proteggere le manifestazioni degli Elohim”: il primo capitolo della Genesi potrebbe descrivere infatti una Creazione del cosmo e di un “Adam” primordiale non ambientati sulla Terra, rispetto alla Creazione descritta invece nel secondo capitolo.

Le “chiavi” per comprendere questi segreti si trovano in parte nella corposa letteratura ebraica extra-biblica. Queste chiavi aprirebbero l’incredibile scrigno dei segreti dell’Antico Testamento in un viaggio sulle tracce degli “Elohim”, forse… anche alla ricerca delle nostre stesse origini!

“Nei Fasti di Ovidio Giano Bifronte vede le porte da entrambe le parti, e quindi la separazione tra i due mondi. In effetti, questo richiama anche le porte citate nella Bibbia, in modi e con termini diversi: nelle scritture le porte si aprono sul “non conosciuto” – che erroneamente viene tradotto con “eternità”. Pensare a questo guardiano delle porte in grado di vedere da una parte e dall’altra è effettivamente un’intuizione molto interessante.”

In questo libro gli autori rivelano i molteplici misteri del Gan Eden, il mistero della rugiada “celeste”, persino il preciso luogo del cielo da cui gli “Elohim” provenivano, con i loro ripetuti spostamenti fra le stelle e la Terra, che, in accordo con i testi egizi, sarebbero avvenuti grazie a delle particolari strutture celesti, simili a corridoi, che essi utilizzavano e controllavano.

In questo libro scoprirai:
  • Il primo capitolo di Genesi e poco oltre: si sta parlando realmente della Terra?
  • a doppia creazione dell’Adam L’origine del nome Elohim: semplici etimologie… o concetti segreti?
  • E molto altro ancora…
LinguaItaliano
Data di uscita23 giu 2021
ISBN9788833801353
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    Anteprima del libro

    Le Porte degli Elohim - Massimo Barbetta

    Introduzione

    Una domanda che si potrebbe fare il lettore, guardando la copertina del presente volume, potrebbe essere: Perché un libro a quattro mani sull’Antico Testamento?. Beh, è la stessa che si sono fatti gli autori qualche tempo fa. La prima e logica risposta che essi si sono dati è: Perché non farlo? Perché non unire le ricerche che viaggiavano in modo assolutamente autonomo, ma su binari paralleli, e che, con il passare del tempo, rivelavano sempre di più una sorta di automatica inevitabile convergenza?.

    Il desiderio di coniugare i percorsi in un lavoro unico, è maturato nel tempo, lentamente, dopo aver preso atto di quanto stava avvenendo, senza operare forzature e senza alcuna definizione preventiva di obbiettivi comuni: gli autori, infatti, da quando si sono incontrati, hanno condiviso un interesse particolare, talora un vero e proprio ardore, nell’indagare le antiche culture, alla ricerca di enigmi e misteri non ancora svelati. La comune educazione scolastica classica, con lo studio della lingua e della letteratura greca e latina, li hanno indubbiamente facilitati, abituandoli a un approccio lessicale e culturale diverso da quello italiano consueto. La domanda successiva, che essi si sono fatti è stata: Come possiamo unire i nostri lavori in questo ipotetico libro evitando di essere ripetitivi?, seguita dal conseguente E… come lo facciamo?.

    Per qualche tempo questi quesiti sono rimasti senza risposta, anche a causa delle ricerche dei due autori, della stesura di libri, della loro rifinitura e delle presentazioni degli stessi. Con il trascorrere dei mesi, però, rimaneva salda la sensazione, poi divenuta convinzione, che i due cammini parevano procedere proprio con questo obbiettivo non dichiarato a priori e che, quindi, prima o poi, essi avrebbero trovato, con naturalezza, una loro forma di espressione primaria.

    Massimo, era assorto nell’assimilare le conoscenze astronomiche degli antichi egizi, spulciando copie anastatiche o computerizzate di antichi volumi dimenticati in polverosi scaffali di lontane biblioteche, alla ricerca di enigmi sui "Neter-u" e sulla loro patria; investigando il Libro dei Morti, i Testi delle Piramidi, ma, soprattutto, i geroglifici del Libro dell’Amduat, con due dizionari di geroglifico, sulle gambe e sulla scrivania, con quelli di ebraico e di greco, posti su di uno scaffale poco lontano, con gli occhi, a volte assonnati, a seguire attentamente lo schermo del computer od a preparare e a ideare le immagini e i testi su Power Point da portare alle presentazioni.

    Mauro, attento a verificare con precisione le sue traduzioni dall’ebraico, a informarsi sui misteri dell’archeologia mesopotamica sull’origine delle civiltà, e a raccogliere preziose fotocopie di antichi testi greci, latini ed ebraici, da citare durante le conferenze nascosti nella sua borsa, sempre pronto ad organizzare nuovi discorsi, su cui porre una giusta enfasi che facesse rivivere, negli spettatori, il suo sentimento per le decodifiche appena fatte e le nuove scoperte durante le sue innumerevoli presentazioni in giro per l’Italia, anche se la stanchezza cominciava un po’ a farsi sentire.

    Durante una delle loro solite brevi, ma intense e piacevoli, conversazioni telefoniche, Massimo, sorpreso e un po’ emozionato, aveva detto a Mauro, a sua volta stupito: «Lo sai che sto trovando delle conferme ebraiche nella Bibbia di alcuni argomenti che avevo scoperto nel mondo egizio!».

    I mesi passarono veloci, per i due autori da quel giorno, finché un pomeriggio Massimo telefonò a Mauro, dicendogli, con il consueto stupore: «Non ci crederai… ma lo sai che sto trovando una quantità enorme di dati e informazioni nella letteratura extra-biblica, utilissime per le nostre ricerche!».

    A quel punto, Mauro, dopo pochi istanti di silenzio, esclamò, convinto e sereno: «Massimo, ecco l’argomento del nostro libro!». Di fronte al tono interrogativo di Massimo, Mauro proseguì: «Esamineremo nei dettagli quei versetti della Bibbia che sono condivisi dagli antichi egizi!… Ci aggiungeremo poi quei passi che si accostano di più alla letteratura extra-biblica. Vedremo anche di fare una ricerca attenta delle varie traduzioni per capire bene il significato di certi versetti». E concluse, incoraggiando Massimo: «Vedrai che ce la farai… con il mio aiuto e… non ci vorrà neanche troppo tempo!!».

    E così avvenne sul serio.

    La breve digressione di cui sopra vuole essere soltanto un simpatico modo per rendere partecipi i nostri lettori dell’entusiasmo per questo lavoro che finalmente ha trovato la via per venire alla luce.

    Il libro si pone, attraverso un’attenta analisi lessicale ed epigrafica tra i vari testi e le diverse traduzioni una serie di domande, a cui si cerca, ove possibile, di rispondere. La Creazione, descritta nel primo capitolo della Genesi, avviene realmente sulla Terra? Di "Adam, ce ne sono stati, forse, diversi prima di arrivare all’Adam terrestre? Perché sono indicati quattro diversi verbi ebraici per descrivere l’attività creativa in Genesi? Dietro la querelle sulle possibili origini del termine Elohim ci sono soltanto interessi grammaticali ed etimologici o ci sono riferimenti a segreti arcani, a essi riferiti? Che cosa si nasconde dietro il segreto del Serpente Teli" e del volto di Yahweh o del Messia, da ricercare in cielo? Perché i riccioli e i peli della barba vicino all’orecchio (sinistro) erano così importanti e sacri per gli ebrei, che si guardavano bene da raderli? Avevano forse una strana connotazione cosmogonica e una ben precisa collocazione astronomica all’interno del volto di Yahweh e del Messia?

    Quanto erano importanti, per i dotti e saggi ebrei, la Coda (carnosa) dell’Ariete e lo spazio celeste verso la costellazione del Toro? Era, forse, in questa zona di cielo che poteva essere collocata la (una delle) residenze celesti di Yahweh, da cui egli guardava verso il basso la Terra? Come faceva Yahweh e il suo "Kavod a raggiungere la Terra in pochi secondi? Come mai gli ebrei parlavano di una rugiada speciale, di provenienza divina dalle spiccate qualità taumaturgiche, indirettamente collegata a un certo spazio celeste? Mosè aveva forse conoscenze di tipo alchemico? Che cosa c’è dietro la strana spada fiammeggiante poco fuori il Gan Eden"?

    Perché la costellazione ebraica di "Kimah era stata abbinata al Gan Eden celeste, salvo poi cercare, in ogni modo, di dissimulare questa rivelazione? Perché c’erano due Gan Eden, uno celeste, primigenio, e uno terrestre, più tardo? Quale strana e complessa struttura li collegava pressoché stabilmente? C’era un possibile accesso al Gan Eden" dalla terra di Israele? Quante informazioni ebraiche segrete sono giunte, seppure velate da strani simbolismi, quasi fino alla nostra epoca?

    Tutte domande apparentemente impossibili da rispondere e che, finora, sono state del tutto ignorate da chi non ha una buona e radicata conoscenza della mistica e dell’autentico folklore ebraico.

    Esse possono, tuttavia, trovare una risposta o, quanto meno, una possibile spiegazione, con alcuni elementi che agiscono da importante collante o da ripetitivo trait d’union. Se volete saperne di più, accompagnateci in questo avventuroso viaggio di ricerca.

    Che la lettura abbia inizio!

    1

    Il mistero della Genesi: la doppia creazione dell’Uomo

    Nella Bibbia, nel Libro della Genesi, troviamo due descrizioni diverse inerenti la creazione dell’"Adam, l’Uomo e, secondariamente, della Donna. La prima di queste viene chiamata Eloh(im)-ista (Genesi, 1, 26-27), risalente all’VIII secolo a.C., in quanto sono gli Elohim a esserne responsabili, mentre la seconda viene definita Yahw-ista (Genesi, 2, 5-9 e Genesi 2, 21-23), databile al IX-X secolo a.C., dal momento che è Yahweh a esserne l’artefice. Secondo alcuni esegeti biblici si tratterebbe di una duplice versione dello stesso evento risalente a due tradizioni diverse dello stesso testo che, per esigenze epigrafiche lessicali di conservazione dei documenti stessi e di mantenimento di entrambe le traduzioni, sarebbero state inserite ambedue, in successione, nel testo di Genesi. Stranamente, però, tra le due risulterebbe inserita prima la versione più recente (Elohim) e, successivamente, quella più antica (Yahweh").

    Tuttavia, vi sono altri esegeti biblici che ritengono, al contrario, che entrambe le versioni siano reali, seppur corrispondenti a due diversi e distinti momenti cronologici della creazione dell’"Adam. In effetti, come vedremo, vi sono differenti aspetti lessicali del testo ebraico che descrive questi due eventi e che avvalorano questa duplice tradizione. In questo senso, un importante contributo viene fornito dai verbi che descrivono, in questi versetti, le azioni divine di fare, creare. Essi sono 4: השע, Asah (Genesi 1, 26), ארב, Bara (Genesi 1, 27), רצי, Iatsar (Genesi 2, 7) e הנב, Banah" (Genesi 2, 22).

    Vediamo come il testo ebraico descrive i due momenti della creazione.

    Il testo

    Genesi, 1, 26-27:

    «E disse Elohim: Facciamo (השענ, Naasah) Adam con l’immagine di noi (ונמלצ, Tselem-nu), come somiglianze di noi (ונתומד, Demuth-nu) e dominino (domineranno) (ודרי, Iredu") su pesce di mare, e su volatile di cielo e sulla bestia e su tutta la Terra e su ogni rettile strisciante.

    E creò (ארבי, "Ibera) Elohim l’Adam mediante l’immagine di lui (ומלצב,be-Tsalem-o); mediante l’immagine (be-Tselem) Elohim creò lui; maschio (רכז, Zakar) e femmina (הבקנ, Neqavah) creò (ארב, Bara") loro».

    Nella Septuaginta leggiamo:

    «26) καί είπεν ό θεός ποιήσωμεν άνθρωπον κατ’εικόνα ημετέραν καί καθ’ομοίωσιν καί αρχέτωσαν τών ίχθύων τής θαλάσσης καί τών πετεινών τού ουρανού καί τών κτηνών καί πασής τής γής καί πάντων τών ερπετών τών ερπόντων επί τής γής.

    27) καί εποίησεν ό θεός τόν άνθρωπον κατ’εικόνα θεού εποίησεν αυτόν, άρσεν καί θήλυ εποίησεν αυτούς».

    [26) E disse Dio facciamo (un) uomo secondo (mediante) la nostra immagine e secondo la somiglianza e saranno a capo dei pesci del mare e degli uccelli del cielo e degli animali e di tutta la terra e di tutti i serpenti che strisciano sopra la terra.

    27) E fece Dio l’uomo secondo (mediante) l’immagine di Dio; li fece di sesso maschile e femminile].

    Nella Vulgata è scritto:

    «26) Et ait faciamus hominem ad imaginem nostram et similitudinem nostram; et praesit piscis maris et volatilibus caeli et bestiis universaeque terrae omnique reptili quod movetur in terra.

    27) Et creavit Deus hominem ad imaginem suam; ad imaginem Dei creavit illum masculum et feminam creavit eos».

    [26) [E disse: Facciamo l’uomo a immagine e somiglianza nostra e sia a capo dei pesci del mare e dei volatili del cielo e della bestie e dell’intera terra e su ogni rettile che si muove sulla terra.

    27) E creò l’uomo a sua immagine, a somiglianza di Dio creò quello, maschio e femmina li creò].

    Lo sforzo creativo degli "Elohim", occupa anche, nella sua parte conclusiva, i primi versetti del secondo capitolo, con interessanti rivelazioni.

    Genesi 2, 1:

    «Furono ultimati (ולכי, "Iekulu) i cieli (םימשה, Ha-Shamaim) e la terra (ץראה, Ha-Arets) e tutta la loro schiera (םאבצ, Tsebaam") celeste».

    La Septuaginta propone: «καί συνετελέσθησαν ό ουρανός καί ή γή καί πάς κόσμος αυτών» [E furono ultimati il cielo e la terra e tutto il loro cosmo], mentre, nella Vulgata, abbiamo: «Igitur perfecti sunt caeli et terra et omnis ornatus eorum» [Furono ultimati, dunque, i cieli, la terra e tutto il loro equipaggiamento’…"].

    Genesi 2, 4:

    «(Sono) Queste (הלא, "Eleh) le generazioni (תודלות, Toledoth) dei cieli (םימשה, Ha-Shamaim) e della terra (ץראה, Ha-Arets) quando furono creati (םארבהב, Be-hibaram), nel giorno (םויב, be-Iom) in cui fece (תושע, Asoth) Yahweh Elohim terra (ץרא, Erets) e cieli (םימש, Shamaim")».

    Nella Septuaginta leggiamo: «αύτη ή βίβλος γενέσεως ουρανού καί γής, ότε εγένετο, ή ημερα εποίησεν ό θεός τόν ουρανόν καί τήν γήν» [(È) Il libro stesso dell’origine di cielo e di terra, quando fu completato, nel giorno in cui fece Dio, il cielo e la terra].

    La Vulgata, invece, propone: «Istae sunt generationes caeli et terrae, quando creatae sunt in die quo fecit Dominus Deus caelum et terram» [(Sono) Queste le generazioni di cielo e terra quando furono create, nel giorno in cui fece il Signore Dio il cielo e la terra].

    Genesi 2, 5: «Non c’era "Adam per lavorare (דבעל, la-Abed) il suolo (המדא, Adamah")».

    Nella Septuaginta troviamo: «καί άνθρωπος ούκ ήν εργάζεσθαι τήν γήν» [E non vi era uomo che coltivasse la terra], mentre nella Vulgata troviamo: «Et homo non erat qui operaretur terram» [E non vi era un uomo che si occupasse del suolo].

    Genesi 2, 7-8:

    E plasmò (רציי, "Iitser) Yahweh Elohim l’Adam (-) polvere (רפע, Aphar) dal suolo (המדאה־ןמ, men-Ha-Adamah) e soffiò in narici di lui soffio di vita. E divenne l’Adam verso anima viva. E piantò (עטי, Ita) Yahweh Elohim giardino in Eden (ןדעב־ןג, Gan-be-Eden) dall’antico (םדקמ, mi-Qedem) e pose (םשי, Iasem) là l’Adam che aveva plasmato (רצי, Iatsar").

    La Septuaginta dice:

    «7) καί έπλασεν ό θεός τόν άνθρώπον χούν από τής γής καί ενεφύσησεν είς τό πρόσωπον αυτού πνοήν ζωής καί εγένετο ό άνθρώπος είς ψυχήν ζώσαν.

    8) καί εφύτευσεν κύριος ό θεός παράδεισον έν Εδεμ κατά ανατολάς καί έθετο εκεί τόν άνθρωπον όν έπλασεν».

    [7) E plasmò Dio l’uomo (-) fango (polvere) dalla terra e soffiò dentro verso il suo volto un soffio di vita e fu fatto l’uomo verso anima vivente.

    8) E piantò il Signore Dio un paradiso (giardino) in Edem a oriente e pose là l’uomo che aveva plasmato].

    La Vulgata afferma:

    «7) Formavit igitur Dominus Deus hominem de limo terrae et inspiravit in faciem eius spiraculum vitae et factus est homo in animam viventem.

    8) Plantaverat autem Dominus Deus paradisum voluptatis a principio, in quo posuit hominem quem formaverat».

    [7) Plasmò dunque il Signore Dio l’uomo dal fango della terra e soffiò dentro il suo volto un soffio di vita e fu fatto l’uomo in un’anima vivente.

    8) Aveva piantato dunque un paradiso (giardino) di piacere dal principio nel quale egli pose l’uomo che aveva plasmato].

    Genesi 2, 21-23:

    «E fece cadere Yahweh Elohim sonno profondo (המדרת, "Tardemah) su l’Adam e (egli) si addormentò e prese una dalle sue parti laterali (ויתעלצמ, me-Tsaletaio) e chiuse la carne (al) posto di essa. E costruì (ןבי, Iben) Yahweh Elohim la parte laterale (עלצה, Ha-Tselah) che prese da l’Adam verso una donna (השאל, le-Ashah) e fece andare lei verso l’Adam. E disse l’Adam: Questa volta (םעפ, "Paam) (è) osso da mio osso, e carne da mia carne. Questa sarà chiamata Donna (השי, Ishah) perché da Uomo (שיאמ, me-Aish") fu presa».

    La Septuaginta propone:

    «21) καί επέβαλεν ό θεός έκστασιν επί τόν Αδαμ, καί ύπνωσεν καί έλαβεν μίαν τών πλευρών αυτού καί ανεπλήρωσεν σάρκα άντ’αυτής.

    22) καί ωκοδόμησεν κύριος ό θεός τήν πλευράν, ήν έλαβεν από τού Αδαμ, είς γυναίκα, καί ήγαγεν αυτήν πρός τόν Αδαμ.

    23) καί είπεν Αδαμ τούτο νύν οστούν έκ τών οστέων μού καί σάρξ έκ τής σαρκός μού; αύτη κληθήσεται γυνή ότι εκ τού ανδρός αυτής ελήμφθη αύτη».

    [21) E pose il Dio estasi (alienazione, delirio) sopra l’Adam ed (egli) si addormentò e prese una delle sue costole (fianchi) e riempì la carne davanti a questa.

    22) E costruì il Signore Dio la costola (fianco) che aveva preso dall’Adam in donna e la condusse presso l’Adam.

    23) E disse Adam: ‘Questo (è) ora osso dalle mie ossa e carne dalla mia carne, essa sarà chiamata donna perché dall’uomo di lei essa fu presa].

    La Vulgata riporta:

    «21) Immisit ergo Dominus Deus soporem in Adam, cumque obdormisset, tulit unam de costis eius et replevit carnem pro ea.

    22) Et aedificavit Dominus Deus costam quam tulerat de Adam in mulierem et adduxit eam ad Adam.

    23) Dixitque Adam: hoc nunc os ex ossibus et caro de carne mea: haec vocabitur virago, quoniam de viro sumpta est».

    [21) Immise dunque il Signore Dio un sonno profondo dentro Adam e, quando (egli) si fu addormentato, prese una dalle sua costole (fianchi) e riempì la carne al suo posto.

    22) E costruì il Signore Dio la costola (fianco) che aveva preso da Adam in donna e la condusse da Adam.

    23) E disse Adam: Questo (è) ora osso dalle mie ossa et carne dalla mia carne, questa sarà chiamata donna energica (vir-ago) perché da uomo (vir) è stata presa].

    Analisi lessicale

    In Genesi 1, 26 assistiamo a una creazione espletata da parte degli "Elohim, sicuramente intesi al plurale, considerata la prima persona plurale del verbo fare: facciamo, e dal pronome personale noi, associato sia alle locuzioni immagine di noi, che somiglianze di noi".

    Il verbo usato, in questo caso è השע, "Asah, che ha il significato di fare, inteso nel senso di attendere a qualsiasi attività, lavorare simile, in questo senso, all’inglese to make e to do".

    La parola םלצ, "Tselem", per il Lexicon di Gesenius¹ riporta il concetto di «idolo, immagine», ma, soprattutto, di ombra, corrispettivo del greco σκιά, mentre il Brown-Driver-Briggs: Hebrew and English Lexicon esprime il concetto di qualcosa di piccolo, che reca l’immagine di qualcosa di più grande, di cui, in ogni caso, essa rispecchia le caratteristiche e la forma.

    Ma, il fatto più interessante, da leggere attraverso una chiave di lettura concreta e reale, è che, secondo il Brown-Driver-Briggs, traspare, in questo termine, il concetto di tagliato via, asportato fuori, che deriva dalla radice verbale "Tselam, da cui origina, appunto, la sostantivazione Tselem. Esso proviene, infatti, dall’assiro Salmu, Tagliare fuori". In questo senso si può dedurre che non può essere asportata o tagliata via un’ombra, che di reale e solido non ha nulla (Figura 1).

    Fig. 1 - Il Brown-Driver-Briggs, nei due riquadri, ci dice che la radice verbale “Tselam” ha il significato di “tagliare via”, come nel caso del naso e di un orecchio; mentre il termine “Tselem” ha, sì il significato di “immagine”, ma inteso come qualcosa che viene “tagliato fuori”.

    Fig. 1 - Il Brown-Driver-Briggs, nei due riquadri, ci dice che la radice verbale "Tselam ha il significato di tagliare via, come nel caso del naso e di un orecchio; mentre il termine Tselem ha, sì il significato di immagine, ma inteso come qualcosa che viene tagliato fuori".

    Il termine femminile plurale תומד, "Demuth, infine, ha il significato di somiglianza, struttura, modello, apparenza, ed è derivato dalla radice verbale Demah, essere simile a, diventare simile a. Spicca, inoltre, il fatto che, mentre si dice che viene creato un singolo Adam, dopo poco nel versetto si fa riferimento indiretto, a molti Adam, auspicando che essi ודרי, Iredu, dominino (domineranno). Tutto ciò è confermato anche dal greco αρχέτωσαν, furono a capo di – sulle varie creature viventi, facendo ipotizzare un rapido incremento numerico dell’Adam" iniziale.

    La versione latina, invece, non coglie questo passaggio indiretto, traducendo, semplicemente, "Praesit, Sia a capo, presieda", al singolare.

    Plurale/singolare

    La questione del verbo utilizzato al singolare o al plurale, con modalità diverse da quelle previste dalle nostre regole grammaticali, è importante. Essa va vista e conosciuta nella sua specificità e, non a caso, viene evidenziata dalla stessa esegesi ebraica, che ne sottolinea la peculiarità: è necessario, infatti, comprendere come, più che le norme scritturali, valessero la logica e la sostanza dei contenuti che si intendevano veicolare. Nella loro concretezza espressiva gli autori biblici hanno voluto, con il particolare uso dei verbi, evidenziare e comunicare al lettore la singolarità o la pluralità dei soggetti che, di volta in volta, sono coinvolti nell’azione, anche se questo potrebbe, talvolta, apparirci grammaticalmente scorretto. Ma l’approccio alla lingua scritta era diverso: la sostanza del contenuto da veicolare prevaleva sulla forma, o, quanto meno, su quella forma che noi riterremmo convenzionalmente corretta.

    Nel commento al libro della Genesi (rav Shlomo Bekhor, Avigail Hadad Dadon, Genesi, Sepher Bereshit, Ediz. Mamash, Milano 2006) a proposito di questo aspetto peculiare delle modalità espressive utilizzate dagli antichi autori si rileva:

    «Nel corso della traduzione abbiamo inoltre più volte incontrato una caratteristica del linguaggio biblico che ci ha posto non pochi problemi. Talvolta, infatti, il numero del soggetto della frase e quello del suo verbo non corrispondono. Es: Il popolo andarono; lascia andare il mio popolo e che mi servano [il corsivo è nel testo citato]. Ciò accade, in genere, con i termini detti collettivi, come, ad esempio, popolo o gregge».

    Gli stessi esegeti tornano a sottolineare questa peculiarità nella Parashàt Bereshit (testo citato), proprio in riferimento agli uomini, quando il verbo al plurale si accompagna al soggetto singolare in Genesi 1, 27-28, là dove il verbo al plurale yjrdu (domineranno, dominino) è, in realtà, riferito al soggetto singolare "Adam", che dovrà esercitare il suo dominio sui pesci del mare, sui volatili del cielo, le bestie e, in generale, su tutta la terra.

    Precisano gli autori:

    «Si noti che spesso nella Torah, nello stesso versetto, si può passare dal singolare al plurale, e viceversa. Ciò avviene, soprattutto, quando il singolare indica, in realtà, qualcosa di collettivo, come in questo caso l’uomo [il corsivo è nel testo]».

    Riportiamo, infine, un esempio illuminante di questa peculiare modalità d’impiego del numero dei verbi (alternanza singolare-plurale), che non rispetta quelle regole grammaticali che appartengono al nostro bagaglio culturale.

    Nel primo capitolo dell’Esodo viene descritta la situazione in cui si trovano gli ebrei in Egitto: dopo la morte del patriarca Giuseppe si presenta sulla scena un faraone che decide di prendere provvedimenti contro quel popolo che sta diventando numeroso e, potenzialmente, pericoloso.

    Il versetto 13 precisa che, da quel momento (La Bibbia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, MI, 2010):

    «Gli Egiziani sottoposero i figli di Israele a un lavoro massacrante; amareggiarono la loro vita con un duro lavoro nella preparazione dell’argilla e dei mattoni e con ogni genere di lavoro nei campi, lavori ai quali li costrinsero con dura schiavitù…».

    Il vocabolo che viene tradotto con Egiziani è "Mitsrayim", sostantivo con la desinenza del plurale, cui vengono fatti seguire tre verbi nella forma plurale sia in italiano che in ebraico:

    •JFB_ : terza persona plurale, dalla radice FB_ , asservirono

    •JffY : terza persona plurale, dalla radice ffY , resero amara

    •e infine nuovamente JFB_ (come il primo).

    Pare evidente che, in questo caso, il termine "Mitsrayim", seguito da verbi al plurale, indica la pluralità degli Egiziani, visti e descritti nel loro agire contro gli Ebrei.

    In Esodo 14 viene narrato l’intervento di Yahweh contro l’esercito egiziano che insegue il popolo di Israele mentre sta per attraversare il mare di canne (non il Mar Rosso riportato dalle traduzioni tradizionali).

    Il versetto 25 precisa: «Gli Egiziani dissero: Fuggiamo da Israele…» e il versetto 27 conferma che gli Egiziani «fuggivano».

    In ebraico abbiamo (versetto 25):

    H]J[A rSfbY fYASJ

    fugga(io-che) Mitsrayim disse-e

    Con il soggetto "Mitsrayim", nel testo biblico ci sono, quindi, questi due verbi al singolare (che in italiano vengono, invece, tradotti con il plurale):

    •fYAS , terza persona singolare, dalla radice fYA , disse

    •H]J[A , prima persona singolare, dalla radice ]J[ , fugga.

    Mentre, nel Versetto 27, abbiamo:

    rS][ rSfbY

    fuggenti Mitsrayim

    Abbiamo cioè, sempre con il soggetto "Mitsrayim", il verbo al plurale (tradotto al plurale in italiano):

    rS][ (participio maschile plurale, dalla radice ]J[)

    Riassumendo, con il termine "Mitsrayim registriamo, nella Bibbia, la stessa variabilità dell’uso del verbo nella forma del singolare e del plurale, che abbiamo con il sostantivo Adam e con il termine Elohim".

    Non c’è differenza: con entrambi i sostantivi gli autori biblici usavano indifferentemente i verbi a seconda che volessero indicare l’azione compiuta dalla molteplicità degli individui (plurale), o dal gruppo, visto nel suo insieme come una unità (singolare).

    Gli esegeti monoteisti non hanno sentito il bisogno di spiegare questo uso con il sostantivo "Mitsrayim e neppure con il termine Adam, perché, per loro, non costituisce problema, mentre hanno la cogente necessità di spiegare Elohim perché, in questo secondo caso, il problema sussiste ed è di fondamentale, anzi di vitale, importanza per la teologia giudaico-cristiana: per loro Elohim" deve necessariamente indicare l’unicità indiscutibile di Dio.

    Abbiamo cioè, sempre con il soggetto "Mitsrayim", il verbo al plurale (tradotto al plurale in italiano):

    rS][ (participio maschile plurale, dalla radice ]J[)

    Riassumendo, con i termini "Mitsrayim e Adam registriamo, nella Bibbia, la stessa variabilità dell’uso del verbo, nella forma del singolare e del plurale, che abbiamo con il sostantivo Elohim".

    Non c’è differenza: con questi termini gli autori biblici usavano indifferentemente i verbi a seconda che volessero indicare l’azione compiuta dalla molteplicità degli individui (plurale), o dal gruppo, visto nel suo insieme, come un’unità (singolare).

    A questo scopo, per il plurale di "Elohim, hanno avuto la necessità di elaborare definizioni come plurale di astrazione, plurale di intensità, plurale di qualità, superlativo indefinito" al fine di giustificarne l’incongruenza data la (a loro dire) ontologica unicità indiscutibile di Dio,

    Per fortuna, è un dilemma che gli antichi autori biblici non si ponevano: dal punto di vista linguistico essi hanno chiaramente trattato nello stesso modo "Adam, Mitsrayim e, soprattutto, Elohim", che, infatti, non vengono mai presentati e descritti come il Dio unico trascendente, spirituale, onnipotente e onnisciente.

    Evidentemente, nel testo ebraico, si accenna a una certa quantità di tempo che deve essere intercorsa tra la formazione di un singolo "Adam e la creazione, per replicazione, di molti individui, ai fini di raggiungere il conseguente dominio sul regno animale, visto che non c’era ancora la differenziazione di un Adam con organi sessuali maschili e femminili, come suggerito, poi, dal versetto 1, 27. In questo versetto viene descritta la creazione, da parte degli Elohim, di un Adam ottenuto con ciò che viene asportato (evidentemente a opera degli Elohim su loro stessi o su un singolo loro membro) e che reca l’impronta di tutta la loro essenza o corporeità, anche se, logicamente, essa è molto più grande. l’Adam stesso risultava, in conclusione, somigliante ai suoi creatori, gli Elohim", pur essendo ancora, di fatto, ermafrodito o, per meglio dire, asessuato.

    In Genesi 1, 27 osserviamo tuttavia che qualcosa è cambiato, rispetto al versetto precedente. Prima di tutto il verbo usato per Creare è ארב, "Bara, derivato dall’assiro Baru, che ha il senso di Creare, ma partendo da una separazione, con perdita di materiale, come accade allo scultore che, da un blocco di pietra o marmo grezzo, dà vita a una figura o a un oggetto con eccedenza di materiale, che viene eliminato". Tale verbo, infatti, secondo il Brown-Driver-Briggs, viene usato con il senso di dare forma mediante un taglio, con espressioni legate a modellare un bastoncino in una freccia, una canna in un calamo per scrivere, ma anche con il senso di tagliare una foresta (Giosuè 17, 15 e 18), o di tagliare una mano o un

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