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Mindfucking: Dai manuali segreti della CIA al marketing - Le tecniche di condizionamento mentale

Mindfucking: Dai manuali segreti della CIA al marketing - Le tecniche di condizionamento mentale

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Mindfucking: Dai manuali segreti della CIA al marketing - Le tecniche di condizionamento mentale

Lunghezza:
536 pagine
14 ore
Editore:
Pubblicato:
25 apr 2021
ISBN:
9788833801964
Formato:
Libro

Descrizione

Dai manuali segreti della CIA alle tecniche di condizionamento mentale. Ecco come veniamo manipolati!

“Mindfucking è il miglior libro sul controllo mentale pubblicato in Italia. L’autore fornisce, in modo chiaro, rigoroso ed esaustivo, le chiavi per approfondire le tecniche e le dinamiche dei condizionamenti cui la mente umana può essere sottoposta e le strategie per contrastarli. Da leggere, studiare e meditare”. Enrica Perucchietti

Dovunque ci troviamo, c’è sempre qualcuno che sta tentando di manipolare la nostra mente.
Quando la volontà cede e le difese crollano, quando (con le buone o con le cattive) si ottiene da noi quello che non volevamo fare o dire, allora la mente è ‘fottuta’: “Mindfucking” è, per l’appunto, il termine che nel gergo degli ‘addetti ai lavori sporchi’ indica questa consegna incondizionata del cervello nelle mani del nostro interlocutore.

Esistono da sempre delle vere e proprie strategie per ottenere questi risultati, da quelle che subiamo (e applichiamo) istintivamente a quelle più raffinate e scientificamente organizzate. Si tratta di metodi messi a punto in secoli di sperimentazione sul campo: dall’inquisizione agli interrogatori della CIA e del KGB, dagli imbonitori televisivi ai guru della New Age, dagli addestramenti militari all’influenza della pubblicità e dei media.

Sperimentazioni, sopravvissuti e manipolazioni mentali
Questo libro è uno studio inquietante e rigoroso su tutto ciò che non avreste dovuto sapere sulla parte oscura e cinica della società e del potere: tutti i modi in cui è possibile modificare la percezione della realtà, disciplinare socialmente o politicamente gli individui, ottenere un asservimento mentale, spirituale, economico, politico o sessuale. Il lavoro è supportato dalla documentazione degli studi e delle sperimentazioni, come anche dai diari dei sopravvissuti a esperienze estreme quali i lager, i gulag e i campi di prigionia di mezzo mondo.
Facilmente accessibile anche ai profani di psicologia e sociologia, “Mindfucking” non si limita a darvi la mappa dei condizionamenti cui la mente umana può venire sottoposta, ma vi insegna anche le più efficaci strategie per contrastarli.

Tre motivi per leggere Mindfucking:
  • Perché è la mente che decide che cosa sia reale e che cosa non lo sia.
  • Perché esistono regole precise cui ogni mente ubbidisce nel farlo.
  • Perché chi non conosce queste regole, non vive la sua vita: la subisce.
La consapevolezza è la base della libertà. Acquista ora la tua copia e scopri i meccanismi di manipolazione mentale che ti circondano!
Editore:
Pubblicato:
25 apr 2021
ISBN:
9788833801964
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Mindfucking - Stefano Re

accessibile.

PARTE PRIMA: COS’È IL MINDFUCKING

«È assolutamente vietato leggere questo cartello».

Questo processo, variamente descritto e variamente strutturato, è stato oggetto di studi approfonditi, e ha trovato espressioni assai eterogenee nel corso della storia umana. Pare che il Mindfucking sia da sempre un’attività cui governi, apparati clericali, forze di polizia, strutture commerciali e singoli individui abbiano dedicato ampiamente tempo ed energie. I nostri tempi non fanno eccezione: basti pensare agli studi pubblicitari, che sotto spoglie socialmente accettate, variano il proprio spettro dalle suggestioni sessuali all’uso di immagini subliminali finalizzati all’insorgere dei cosiddetti bisogni indotti. Lo stesso fenomeno si ripete in ambigui seminari a metà strada tra addestramento professionale e indottrinamento cultuale, oppure in ancora più scivolosi corsi di crescita spirituale, riscoperta emotiva e altre simili etichette di stampo newagista. Per non parlare dei trattamenti per ottenere forti modificazioni della personalità, come quelli per smettere di fumare, o delle metodologie adottate da comunità di recupero per alcolisti e tossicodipendenti. Si ritrova poi nei percorsi di reclutamento di adepti per sette e religioni minoritarie, così come nelle forme di addestramento militare o paramilitare e ovviamente di stampo terroristico. Ancora, ritroviamo questi elementi negli ambiti di contestazione sociale e culturale e nelle associazioni di tifoseria sportiva, nei modelli di interrogatorio normalmente usati dalle forze di Polizia, in ambito professionale e aziendale. Talora queste tecniche vengono utilizzate da rapitori, serial killer e stupratori seriali, nel definire le relazioni con le loro vittime. Infine, elementi di Mindfucking vengono spesso utilizzati sia nelle relazioni interpersonali quotidiane sia, più specificamente, nelle relazioni di tipo familiare, affettivo e sessuale.

Come già appare chiaro dai differenti soggetti che ne fanno uso, le tecniche di Mindfucking vengono utilizzate per fini e con metodologie espressive assai differenti tra loro. Dal puro e semplice desiderio di potere e manipolazione altrui all’ottenimento di informazioni, al successo commerciale, all’indottrinamento religioso o pseudoreligioso, all’addestramento di soldati e terroristi. Di fatto, il Mindfucking può:

•Spingerci a considerare essenziali e quindi comprare alcuni prodotti

•Metterci in condizioni di asservimento psicologico, economico, affettivo e sessuale verso altri individui

•Condurci a scelte sociali e politiche più ampie e coinvolgenti vari aspetti della nostra vita

•Convincerci della importanza di date opinioni, o della necessità e urgenza di date azioni

•Portarci a dipendere mentalmente da altre persone, gruppi o organizzazioni di vario genere

•Reclutarci in gruppi religiosi e convincerci a donare tempo, energie e danaro alla loro causa

•Spingerci ad abbandonare legami familiari, di amicizia e amorosi e sostituirli con ambienti di persone del gruppo – per diventarne strumento e risorsa a tempo pieno

•Condurci a identificare persone, enti, nazioni o idee e opinioni come nemiche nostre e della nostra causa, fino al punto di condurre atti di aggressione, danneggiamento, omicidio o strage

•Costringerci a confessare informazioni personali, professionali o intime riguardanti noi stessi o altre persone

•Costringerci a confessare colpe reali o immaginarie – fino al punto da essere noi stessi in buona fede convinti della nostra colpevolezza

•Portarci ad accettare una punizione (persino la morte) per espiare tali colpe

•Convincerci ad aderire ed essere reclutati in strutture paramilitari, eversive, illegali o terroristiche come agenti in tutto e per tutto sacrificabili per la causa

•Trasformarci da persone indipendenti e critiche in sostanziali automi aderenti a un credo, ideologia o sistema di valori a noi totalmente estraneo prima del processo di indottrinamento.

Per quanto incredibile tutto questo possa parere, ognuna di queste cose è stata realizzata e vi sono migliaia di testimonianze a documentarlo. Non sono ovviamente cambiamenti che vengano attuati in qualche ora (perlomeno non in forma grave e duratura). Alcune di queste finalità richiedono settimane, mesi o anni di trattamento per giungere a compimento. E come intuibile molte tra esse richiedono grandi disponibilità di danaro, mezzi e personale per poter essere attuate. Eppure tutto ciò è stato fatto, viene fatto e verrà fatto in futuro. Imparare a riconoscere come tutto questo avvenga, chi lo provochi e chi lo subisca, e per quali motivi, imparare a conoscere noi stessi e quali meccanismi in noi ci rendano vulnerabili a questi attacchi è tutto ciò che possiamo fare per difenderci. Questo libro nasce come un tentativo di fornire gli strumenti di difesa più efficaci.

1

Guardando nell’abisso

«Non cercare di piegare il cucchiaio: è impossibile.

Fai ciò che è saggio, ovvero cerca di arrivare alla verità».

«E quale sarebbe la verità?».

«Che il cucchiaio non esiste.

Per cui risulta chiaro che sei tu stesso a piegarti, non il cucchiaio.

Dal film MATRIX

Prima di avviarci a descrivere gli elementi più comuni ed efficaci nei processi di condizionamento, risulta utile introdurre alcune considerazioni preliminari. L’esempio citato in apertura di questo capitolo segnala uno degli aspetti essenziali di ogni processo di Mindfucking: la compartecipazione. Nessuno può realmente costringerci a cambiare idea. Solo noi possiamo farlo. Siamo noi a piegarci, non la realtà esterna a modificarsi. Siamo noi a vedere le cose in modo differente, poiché la realtà è ciò che noi vediamo. Per questo il campo da gioco su cui ogni processo di Mindfucking si gioca è la nostra stessa mente. Nessuno stimolo attorno a noi ha maggiore importanza della possibilità di interpretarlo e al modo in cui lo consideriamo. Prenderne coscienza significa imparare a gestire la realtà che ci circonda. Ma prima, occorre comprendere che…

La realtà non esiste

«Io sono il mio mondo»

LUDWIG WITTGENSTEIN, Tractatus Logico-Philosophicus

Una delle premesse più ardue da digerire è che la realtà non esiste. Di fatto, tutto ciò che definiamo realtà altro non è che una serie di impulsi che ci giungono dai sensi, e che noi ordiniamo secondo date relazioni usando princìpi che la nostra mente ha appreso. Come schiere di filosofi ci hanno insegnato, e come neurologi e studiosi del cervello possono confermarci, per ciascuno di noi LA REALTÀ È CIÒ CHE IL CERVELLO CODIFICA.

Se ad esempio vediamo una persona avvicinarsi furtivamente alle spalle di un’altra e calare sulla sua testa una clava, pensiamo che sia in corso un’aggressione. Le reazioni di chi osserva potranno variare, dallo sgomento alla rabbia o allo spavento. Ma se vediamo la clava piegarsi ed entrambi i contendenti ridere a crepapelle, ecco che modifichiamo la realtà così come la avevamo percepita, riducendo l’aggressione a uno scherzo tra amici. Allo stesso modo anche le reazioni di chi osserva la scena saranno diverse, dalla condivisione della comicità dell’atto al disinteresse. Ora, se avessimo visto solo la prima parte della scena, saremmo rimasti convinti di aver assistito a una aggressione. Se avessimo assistito solo alla seconda, non avremmo neppure considerato quella possibilità interpretativa. Quello che ne consegue è che il mondo attorno a noi, e noi stessi, siamo soggetti a criteri interpretativi della realtà, modelli relazionali, che normalmente abbiamo appreso ma non mettiamo più in discussione. Ma la realtà che ogni giorno fotografiamo con i nostri sensi, è tale solo all’interno di quei modelli.

Il gestore di un bar di Courmayeur, una sera ha rischiato di venire accoltellato per via di questi processi percettivi. Nel locale stazionava un gruppetto di avventori inglesi, che stavano bevendo piuttosto pesantemente, e nel pur chiassoso locale, le loro voci risultavano troppo alte. Il gestore decise di attendere l’ora di chiusura, oramai vicina, evitando però di servire loro altri alcolici. Quando si avvicinò al loro tavolo per ritirare i bicchieri, gli avventori chiesero altre pinte di birra e lui scosse la testa, dicendo loro basta, basta così. Al che uno degli inglesi si alzò e gli agitò vicino al volto il boccale vuoto con aria minacciosa, dicendo cose che il gestore non capiva. Questi, cercando di calmarlo, ripeteva basta, basta così basta!. Le conseguenze furono disastrose: mezzo locale sfasciato e il gestore salvo per miracolo da un accoltellamento. L’aspetto che ci interessa osservare è come la violenza si sia scatenata non per il rifiuto di servire altre birre, ma per un diverso modello interpretativo della realtà che diamo troppo spesso per scontato, ovvero il linguaggio. Se in italiano basta significa basta, alle orecchie di un inglese, specie di un inglese mezzo intontito dall’alcool, basta è pronunciato allo stesso modo di "bastard". Davanti ai carabinieri, la realtà del gestore era una ingiustificata e violenta reazione per il suo – giustificato – rifiuto di servire ulteriori birre. Da parte degli avventori, la realtà era quella di essere stati gratuitamente e ripetutamente offesi.

Attribuire ai segnali che i nostri sensi ci indicano un senso e un ordine è dunque un esercizio totalmente soggettivo, che tramite la comunicazione condividiamo e fissiamo. Grazie ai mezzi sempre più evoluti di diffusione e condivisione di massa, viviamo nella rassicurante illusione che tutto ciò che per noi ha una data forma e un dato senso lo abbia di per sé. Esempi come quello appena esposto vengono classificati come fraintendimenti, e come tali archiviati. Ma in questi fraintendimenti risiede un messaggio assai profondo che per pigrizia non si vuole afferrare immediatamente. Il messaggio è: la realtà non esiste aldilà di come definiamo che esista. L’apertura dei fast food di McDonald’s nei Paesi dell’Asia Minore è una opportunità di sviluppo o una forma di colonizzazione economico-culturale? La risposta non è univoca, dipende dal sistema di valori di chi osserva. Siamo noi a decidere se un dato gesto o una data affermazione rappresentino una minaccia piuttosto che un’offerta di aiuto. E sulla base della nostra interpretazione dei fatti proviamo emozioni, assumiamo atteggiamenti, prendiamo decisioni e investiamo energie.

Chi può influenzare la nostra visione della realtà può dunque decidere delle nostre azioni, dei nostri desideri, delle nostre emozioni e delle nostre energie. In breve, delle nostre vite.

Consapevolezza

«Conosci te stesso, mi dicono.

Sì, ma chi sono?».

La seconda premessa essenziale nell’approcciare il Mindfucking è il livello di consapevolezza. Tutti proviamo un senso di fastidio se alla coda alle casse di un supermercato, qualcuno si piazza davanti a noi soffiandoci il posto. Ma se questo qualcuno fosse, ad esempio, Brad Pitt o Claudia Schiffer, il fastidio sarebbe stemperato in varia misura dalla sorpresa e dal piacere di avere accanto persone così speciali, anche se per un breve lasso di tempo. Accorgersi delle proprie reazioni, accorgersi delle modificazioni di esse al mutare di date variabili, e osservare la relazione tra questi fattori è quanto definiamo avere consapevolezza dei propri processi percettivi. Questa consapevolezza non sempre può modificare le nostre reazioni, spesso non le può nemmeno prevedere. Ma sapersi osservare è l’unica strada per capire come funzioniamo, e quanto spesso veniamo guidati e modificati nella nostra stessa vita quotidiana.

Uno degli aspetti più curiosi del Mindfucking è quanto spesso sia palese nelle sue forme eppure risulti ai più totalmente invisibile. Di fatto, questo dipende dalla nostra abitudine a perdere consapevolezza sui nostri stessi processi. Prendiamo come esempio uno dei processi fondamentali dello sviluppo umano, che peraltro tornerà a essere centrale in più occasioni nel corso di questo libro: il processo di apprendimento. Da bambini tendiamo a metterci in bocca qualsiasi cosa. La bocca è il nostro ambiente di conoscenza per il resto del mondo. Alcune cose risultano gradevoli, altre molto meno. In base a questa diretta esperienza e ai condizionamenti culturali che riceviamo nel corso della nostra infanzia (questo non sta bene, questo non è educato) apprendiamo e regoliamo le nostre reazioni, aspettative, valutazioni. Ma queste reazioni, aspettative e valutazioni rimangono dipendenti dal processo di apprendimento, che non si esaurisce affatto con la fase orale, o con l’adolescenza, o con altre fasi della maturazione e della vita. Di fatto il processo di apprendimento prosegue la sua attività per tutta la nostra vita, continuando a ricevere, selezionare e sottoporci segnali su cui sviluppiamo aspettative e valutazioni e su cui adattiamo i nostri modelli di azione e pensiero di continuo. Tramite esso siamo tutti modificabili e di fatto continuamente modificati, il più delle volte al di sotto della nostra soglia di attenzione. Molti sono i meccanismi tramite cui recepiamo e accettiamo tali modificazioni. Cercheremo di analizzarne alcune nel seguente capitolo, per adesso basti considerare che per quanto ciascuno di noi possa ritenersi libero e indipendente nelle grandi o piccole scelte che compie quotidianamente, egli è in realtà sottoposto a un incessante bombardamento di suggestioni, di cui neppure si rende conto.

È il motivo per cui una stagione si apprezza un dato colore negli abiti e un’altra stagione cambiano i gusti, è il motivo per cui passando alcune settimane in un dato posto si assume una cadenza diversa nel parlare e alcune espressioni idiomatiche locali, il motivo per cui un telefonino cellulare senza cui vivevamo solo pochi mesi prima diventa essenziale, e i suoi accessori lo diventano pochi mesi più tardi. Pochi si rendono conto di questi cambiamenti, tutti li subiscono. Diventare consapevoli di questi meccanismi non sempre ne impedisce gli effetti (posto che si desideri impedirli), spesso non aiuta nemmeno a gestirli, ma ci permette di averne coscienza.

Potrebbe sembrare cosa di poco conto, ma così non è. Senza coscienza, non vi può essere responsabilità. E senza responsabilità, la nostra vita non ci appartiene.

Mutamenti

«I dittatori possono riformare le leggi, ma non le consuetudini».

JACINTO BENAVENTE Y MARTÍNEZ

Ogni individuo, gruppo o società va incontro a trasformazioni piccole e grandi. Mutamenti di costume, mutamenti di valori. Cambiamenti nella cultura, nella politica, nelle religioni, nella morale. Nuove abitudini che si prendono e altre che si abbandonano, tradizioni che si spengono e nuove che nascono. Basti pensare all’utilizzo del telefono o dei mass media, ai costumi sessuali, all’igiene orale, all’uso di internet. Vi sono cambiamenti anche di ampia portata che entrano nella vita quotidiana con apparente naturalezza, senza alcun visibile disagio, quasi di soppiatto. In relazione a essi non è di norma possibile individuare una persona, un gruppo o un movimento da cui siano stati originati. Questi cambiamenti riguardano ad esempio i costumi, il linguaggio e le abitudini quotidiane, ma anche le mode passeggere del momento.

In altri tipi di mutamenti viene individuato e identificato uno o più soggetti quali responsabili del mutamento. Sono cambiamenti richiesti da gruppi minoritari o da rappresentanti di un desiderio di maggioranza negli equilibri della società. Di norma tali mutamenti sono più difficoltosi e provocano un grande numero di resistenze, non tanto perché più difficili o complessi da acquisire quanto per via delle necessità reattive che ogni sistema sociale mette in atto per difendere le proprie caratteristiche. Un esempio sia il riconoscimento della parità dei diritti delle donne, e più di recente la battaglia contro le discriminazioni sugli orientamenti sessuali. Esistono anche mutamenti che pur imposti da potenti lobby di potere incontrano fortissime opposizioni da parte di altre e altrettanto solide sfere di influenza che rappresentino la tendenza opposta al cambiamento richiesto. È il caso delle lotte a favore e contro l’utilizzo dell’aborto o della lotta contro il fumo – e dei conseguenti cambiamenti legali, economici, psicologici e sociali.

In condizioni particolari, come ad esempio nei paesi totalitari, questi mutamenti vengono talvolta imposti con modalità di imposizione violenta e in tempi molto stretti. Questi mutamenti vengono riconosciuti e percepiti come violenti, e questo paradossalmente li rende meno efficaci. Per ottenere i risultati voluti, i sistemi totalitari hanno studiato e adottato forme di condizionamento assai raffinate, di cui daremo ampie esemplificazioni nella seconda parte di questo trattato. Sarebbe però ingannevole ritenere che la visibilità o la apparente violenza impositiva corrispondano a concetti di genuinità o naturalezza dei mutamenti. Al contrario, le tecniche di suggestione e influenza più efficaci e radicali sono proprio quelle in grado di provocare mutamenti inconsapevoli, duraturi e considerati volontari da parte di chi li subisce. Il colpo di rimbalzo o la cosiddetta palla lenta ha in termini di persuasione un effetto assai più potente e duraturo rispetto alle tecniche di imposizione, perché le prime ottengono la partecipazione del soggetto al proprio condizionamento, evitando ogni resistenza. I cambiamenti possono dunque venire definiti violenti o morbidi a seconda del diverso metodo di persuasione e condizionamento che li caratterizza, senza però una diretta correlazione con l’intensità di ripercussioni che provocano o della loro importanza in senso più generale.

Che i cambiamenti siano morbidi o violenti, comunque, essi si originano e attuano sempre attraverso meccanismi di Mindfucking. Che sia per farvi accettare una ideologia, che sia per spingervi a ribellarvi a un’altra, che sia per farvi aderire a una religione, per farvi acquistare cellulari o per farvi smettere di fumare, ciò che avviene è sempre una invasione, più o meno scoperta e più o meno raffinata della vostra mente. Invasione che non sempre è spiacevole o dannosa, ma di cui dovrebbe essere in grado di rendersi conto chiunque desideri sentirsi padrone della propria vita.

2

Gli ingranaggi

Al fine di conquistare la mente altrui, l’uomo ha studiato un gran numero di strategie differenti, in epoche storiche e situazioni assai diverse, per finalità tra loro molto lontane e talvolta in forte contrasto. Sono state definite riforme culturali, programmi di cambiamento, terapie comportamentali, metodologie educazionali, forme di indottrinamento, diffusione del verbo, evangelizzazione, metodi di addestramento, strategie di propaganda, guerra culturale e in moltissimi altri modi.

Tutte queste diverse strategie, indipendentemente dal loro scopo ultimo e dagli effetti che hanno avuto nella storia dell’uomo, utilizzavano alcuni specifici meccanismi cui ciascun essere umano è soggetto. Questi meccanismi possono essere e sono stati utilizzati come armi per penetrare nella mente degli uomini, ottenere cambiamenti, rendere stabili questi cambiamenti.

Molti tra essi sono di dominio comune, ma raramente le loro conseguenze e correlazioni vengono considerate per esteso, e ancora più di rado essi vengono percepiti come possibili grimaldelli per indebolire la volontà, forzare la mente e aprire la strada a forme di condizionamento. Eppure proprio questo riconoscimento è la prima delle linee di difesa che possiamo alzare contro chi vuole farci pensare ciò che desidera.

Associazione stimolo-reazione (per chi suona la campana)

Molti avranno sentito parlare degli esperimenti condotti sui cani dal premio Nobel dottor Ivan Petrovich Pavlov. Il più noto consisteva nel cibare alcuni animali facendo sempre precedere il pranzo dal suono di una campanella. Pavlov osservò anzitutto come alla vista e all’aroma del cibo gli animali reagissero con una intensa salivazione. Si tratta di un riflesso spontaneo del cane, funzionale alla digestione, associato naturalmente alla fame e alla presenza di nutrimento. Dopo un certo periodo di addestramento, Pavlov sottopose i cani al suono della campanella senza però presentare alcun cibo. Gli animali reagirono con la stessa intensa salivazione. La loro reazione fisica era evidentemente segnale di un’aspettativa emotiva.

Ciò che Pavlov ha così dimostrato è come sia possibile associare gli stati emotivi (e le conseguenti reazioni fisiche) a elementi esterni e variabili. Tali reazioni vengono definite riflessi condizionati e sono una delle nozioni alla base dello sviluppo delle tecniche di condizionamento mentale.

Il principio che Pavlov ha evidenziato si basa a sua volta su un altro meccanismo innato, il processo di apprendimento, che è così elementare da sfuggire completamente alla nostra attenzione: tutti noi apprendiamo continuamente in base a questo principio, e tramite esso modifichiamo porzioni anche sostanziali della nostra esistenza senza rendercene conto. Come avremo modo di approfondire, il potere di questo meccanismo ne fa lo strumento ideale per penetrare nella mente altrui, imporvi significative modificazioni e mantenerle stabili. Il tutto senza che la vittima ne abbia mai la chiara consapevolezza.

Nello studio del processo di apprendimento, Pavlov introdusse l’importanza del rinforzo o stimolo positivo e della dissuasione o stimolo negativo. Alcuni animali rispondevano con un apprendimento più rapido quando le loro risposte corrette venivano ricompensate con forme di rinforzo, come ad esempio segnali di affetto o bocconi di cibo. Altri cani invece imparavano più in fretta quando i loro errori venivano puniti con stimoli dolorosi, come leggere scosse elettriche. Queste osservazioni restano valide anche per gli esseri umani. In alcuni individui la strategia del premio accelera l’apprendimento e aumenta le probabilità di un condizionamento, mentre l’imposizione di dolore provoca resistenza e ribellione. In altri la somministrazione di punizioni e sanzioni anche dolorose sono invece strumenti efficaci per ottenere reazioni di sottomissione e accettazione.

Pavlov distinse anche tra un tipo di condizionamento debole e un tipo di condizionamento forte. Il primo tipo perdeva validità in presenza di elementi di disturbo, mentre il secondo perdurava anche al cambiamento di alcuni elementi ambientali. L’efficacia di un processo di condizionamento sembra in pratica dipendere dall’interazione di fattori interni ed esterni al soggetto.

Ovviamente, passando dai cani agli uomini il procedimento e le conseguenti reazioni cambiano: maggiore è la complessità del soggetto, più vasto è il campo in cui i processi si moltiplicano. Se per un cane il concetto di cerchio è definito solo dalla presenza / assenza di un segnale visivo, per un essere umano il cerchio è anche un simbolo: ad esempio la terra, il tempo, dio, il sole. A livello simbolico l’associazione dolore / riconoscimento del cerchio assumerà un volto assai più complesso, coinvolgendo molti più fattori e aprendo la strada a molti più echi, o processi correlati. È alla portata di tutti che un uomo condizionato a odiare un dato simbolo, suggestionato a ridurre a un dato simbolo intere porzioni di realtà, troverà più facile dirottare un aeroplano e gettarsi contro dei palazzi che sia giunto a considerare incarnazioni di quel dato simbolo. In questo esempio, l’elemento per noi interessante è proprio il livello di odio che è stato coltivato e profondamente inculcato nel sistema senziente degli uomini in questione. Ciò che viene attuato ad esempio alle reclute di alcuni gruppi combattenti, è un addestramento che condizioni le loro menti a odiare ciecamente uno specifico nemico e al tempo stesso lasci loro piena capacità di condurre operazioni e pianificazioni anche complesse. Se ad esempio condizioniamo un cane a odiare un dato simbolo e poi gli mostriamo un uomo che porti sulla camicia quel simbolo, il cane lo attaccherà. La differenza tra il cieco assalto furioso di un cane e quello freddamente organizzato di un commando di dirottatori kamikaze sta proprio nel livello di condizionamento cui differenti soggetti sono stati sottoposti. L’odio espresso nelle due azioni è identico e ha la medesima matrice: il condizionamento.

Chi ha letto il libro Arancia meccanica di Anthony Burgess, o visto l’omonimo film di Stanley Kubrick, ricorderà certamente come il sistema di associazione stimolo-risposta pavloviano venisse adottato per bloccare gli istinti aggressivi di un giovane criminale violento. Nel film Alex, un ragazzo dedito all’assassinio e allo stupro per divertimento, veniva condizionato a diventare buono. Secondo il più classico schema pavloviano, Alex veniva costretto a visionare dei film estremamente violenti mentre trattamenti farmacologici gli provocavano delle violente e dolorose reazioni fisiche. Una volta stabilita l’associazione, la mente di Alex provocava autonomamente in lui le stesse reazioni dolorose, fino alla paralisi e al desiderio di morte, al solo immaginare di commettere atti violenti. In questo modo, la sua mente era stata educata a reagire provocando dolore e disperazione in lui in presenza di violenza, il che lo obbligava a essere educato e rispettoso per sfuggire al poliziotto interiore.

Aldilà dei problemi etici che una coscienza artificialmente imposta mette in discussione, e pur nella finzione narrativa e cinematografica, il processo di condizionamento descritto rappresenta molto bene il modello del condizionamento pavloviano.

Posizione insostenibile

Meno noti, ma non meno significativi, sono altri esperimenti condotti dal dottor Pavlov. Una volta scoperta la possibilità di associare a un dato stimolo arbitrario (il suono della campanella) uno stato mentale e il rispettivo riflesso fisico, lo studioso cercò di approfondire i limiti e gli sviluppi di questa premessa. In uno di questi esperimenti, ai cani veniva insegnato a riconoscere e differenziare la forma geometrica di un cerchio da quella di una elisse. La forma geometrica veniva mostrata al cane, e l’addestramento avveniva con il classico meccanismo di premio / punizione. Quando il cane non riconosceva la forma correttamente veniva punito tramite la somministrazione di una leggera scossa. Quando i cani furono in grado di riconoscere e segnalare correttamente le figure, Pavlov introdusse nell’esperimento la ricerca del limite e delle sue conseguenze comportamentali. Mantenendo tutte le altre condizioni sperimentali immutate, mostrava ai cani nella consueta situazione una figura assai particolare: il cerchio mutava di forma mentre il cane lo osservava, assumendo sempre di più la forma di ellisse e viceversa. Ovviamente, i cani erano impossibilitati a identificare le figure. Messi di fronte a questo insolubile problema, i cani mostrarono reazioni assai particolari, che variavano da una intensa depressione fino a stati di catatonia, oppure manifestavano violenti attacchi contro gli altri cani, contro le gabbie o persino se stessi. Di fatto, le bestie erano poste di fronte a una scelta impossibile ma al tempo stesso necessaria. La loro reazione era del tipo che in un essere umano verrebbe definita psicotica. Da un lato si rifugiavano in stati semicomatosi assimilabili al distacco dalla realtà tipico della catatonia che molti schizofrenici eleggono come rifugio contro una realtà che non sono in grado di affrontare, dall’altro si scatenavano in comportamenti di feroce aggressività auto o eterodiretta tipici delle forme esplosive di isteria. Pavlov aveva scoperto il segreto della nevrosi sperimentale.

Questi risultati sarebbero stati la bibbia di due generazioni di psicologi che, sponsorizzati dagli stati totalitari, dai servizi segreti e in seguito da gruppi religiosi o imprese private studiarono, svilupparono e applicarono all’essere umano processi di condizionamento mentale d’ogni tipo, con le finalità più diverse.

Isolamento

Uno degli strumenti più efficaci per attuare Mindfucking su qualcuno consiste nell’isolarlo. Allontanarlo dalla sua casa, dai suoi affetti, dalle sue amicizie e da tutti i punti di riferimento che costituivano la sua esistenza. La privazione di tali punti di riferimento indebolisce la vittima e la rende più vulnerabile agli attacchi di tipo mentale.

Già Pavlov riportava come i riflessi condizionati siano instaurati con maggiore facilità in un ambiente quieto e privo di elementi di disturbo. Di qui la formulazione della regola generale secondo cui la velocità di apprendimento è correlata a quiete e isolamento. Il medesimo isolamento può venire utilizzato per aiutare il condizionamento di un singolo individuo, di gruppi di persone o di intere popolazioni. L’isolamento può significare quindi incarcerazione, confino, ma anche restrizione degli spostamenti o istituzione di campi di prigionia.

Questo può essere fatto in modo totale ovviamente solo in condizioni particolari, ad esempio da uno stato dittatoriale verso i suoi cittadini o nei confronti di prigionieri di guerra. Avviene altresì in forme meno complete ma altrettanto efficaci durante periodi di detenzione carceraria o anche in occasioni di interrogatori di polizia, così come avviene per le vittime di un rapimento. Avviene, ancora, in occasione di addestramenti di tipo militare o nei collegi, così come avviene sovente nei periodi di seminariato che precedono l’ingresso in molti culti e sette.

La rilevanza di questo aspetto non è immediatamente percepibile, ma ricopre una grande importanza. La personalità di un individuo è costantemente sottolineata e riconosciuta nel suo vissuto quotidiano. Ad esempio, sentirsi chiamare signore in ufficio, caro in casa, o per nome dai propri amici e familiari ogni giorno per anni, ci fornisce una immagine riflessa di chi siamo e di come veniamo percepiti. Sentirsi improvvisamente chiamare sempre e solo per cognome, o addirittura venire riconosciuti tramite un numero come avviene in molti sistemi carcerari, può avere un impatto emotivo stravolgente e, nel tempo, costringerci a rifletterci e infine identificarci in una immagine di noi stessi ben diversa.

Quando l’isolamento è individuale e non di gruppo, gli effetti più importanti avvengono a livello inconscio. Come rileva lo studioso olandese Joost Abraham Maurits Meerloo,

«non appena un uomo resta solo, allontanato dal mondo e dalle notizie su cosa stia accadendo, la sua normale attività mentale viene rimpiazzata da ben diversi processi. Ansie dimenticate riemergono, memorie represse da tempo gli tornano alla mente. La sua immaginazione assume proporzioni immense. Non può più confrontare le sue fantasie con gli eventi ordinari della vita e molto presto rimane vittima dei suoi stessi incubi»¹.

Gli atteggiamenti di vicini e colleghi, i rapporti sociali stabiliti, persino gli aspetti fastidiosi della vita quotidiana rimandano alla nostra mente l’immagine di noi stessi. I messaggi cui siamo abituati ci definiscono e ci rammentano e rafforzano enormemente nella percezione di noi stessi. L’idea che abbiamo della realtà e di noi stessi viene quotidianamente rinforzata da conferme continue. La rimozione di tutto ciò che ci è noto come ambiente e la sua sostituzione con un ambiente totalmente nuovo, spesso ostile, svolge un ruolo determinante nel processo di spersonalizzazione che è uno degli stadi fondamentali del Mindfucking.

Legame affettivo

Uno degli effetti dell’isolamento maggiormente utile ai fini di condizionamento mentale è la umana necessità, che aumenta nel tempo, di avere un contatto di tipo umano con qualcuno. Questa necessità serve a riportare il prigioniero in contatto con la realtà, a fornirgli un segnale di ritorno che lo definisca come essere umano, o perlomeno che lo definisca come vivo. Più a lungo viene mantenuto in isolamento, più intensa e insopportabile sarà la necessità di ricevere un contatto umano. Queste le origini del legame spesso intenso che unisce i commilitoni durante il servizio militare, in particolar modo durante il periodo di addestramento, in cui si vive con maggiore intensità il distacco dalla vita civile familiare da cui si è stati bruscamente strappati. Allo stesso modo questo meccanismo viene utilizzato nei programmi di inserimento cultuale, ove si desidera legare il più possibile i nuovi adepti ai loro nuovi colleghi e staccarli in ogni modo dai legami familiari, affettivi e sociali precedenti all’ingresso nel culto. Questo è anche in condizioni di prigionia il meccanismo che avvia un perverso legame tra vittima e carceriere. Essendo spesso il o i carcerieri l’unico contatto che il prigioniero in isolamento può avere, viene a crearsi un legame particolare di dipendenza che lega in una forma affettiva la vittima al suo carnefice. In esso il prigioniero accetta di venire identificato come tale, accetta un ruolo di inferiorità e spesso accetta anche di subire violenze, brutalità o atti di crudeltà essendo gli unici atti in cui un altro essere umano gli mostra attenzione. Tra il non sentirsi più riconosciuto per nulla o sentirsi riconosciuto come prigioniero, la vittima sceglie la seconda come male minore. È quello che è stato definito in psicologia Sindrome di Stoccolma, altrove patto masochistico o sostituzione della figura paterna. Torneremo su questo aspetto più avanti, resti per ora al lettore nozione di come ogni singolo elemento messo in atto durante un processo di condizionamento mentale ne provochi e rinforzi altri.

Controllo Sociale

Come evidenziato dalle osservazioni relative all’isolamento, il riconoscimento da parte di altre persone è un fattore essenziale nella struttura della personalità di ciascuno di noi. Sotto il nome di Controllo Sociale si raggruppano tutte quelle forme di condizionamento che un gruppo mette in atto nei confronti degli individui che lo compongono. Esempi di controllo sociale possono essere il biasimo, l’imbarazzo o la aperta critica di dati comportamenti. La finalità del Controllo Sociale è di garantire la conformità dei membri del gruppo alle proprie aspettative, valori, ideologie, regole e il rispetto dei ruoli associati alle differenti posizioni (status) attribuiti ai differenti appartenenti al gruppo. Ogni gruppo sociale impone tali dazi a chi ne fa parte come naturale forma di correlazione. Tale categoria di dazi e influssi è stata identificata come Influenza sociale².

Nell’ambito di un processo di condizionamento, l’influenza sociale viene utilizzata in varie forme e per varie finalità. È presente ad esempio come forma di rinforzo dei convincimenti oggetto di indottrinamento. Il soggetto viene posto in un gruppo di persone che hanno già aderito alla nuova ideologia. Uscendo da un periodo di isolamento o essendo stato strappato ai precedenti legami affettivi e quotidiani, il soggetto accetterà i contatti affettivi con il nuovo gruppo con gratitudine, e sarà facilmente bendisposto ad accettarne il controllo sociale. Il gruppo trasmetterà o rafforzerà nel soggetto i concetti e i modelli interpretativi della realtà che fanno parte del programma e lo status che il nuovo sistema gli attribuisce. Il soggetto si troverà ad assorbirne i dettami associandoli alla rinnovata sensazione di riconoscimento del suo nuovo io.

In seguito, come vedremo, il Controllo Sociale rimane un fattore essenziale per mantenere nel tempo gli effetti del condizionamento. A tale scopo spesso il gruppo identificherà i non aderenti alla ideologia professata (e quindi tutto il mondo esterno) come nemici, e cercherà di evitare con essi ogni forma di contatto.

Il Group Thinking

Il Group Thinking (Pensiero di Gruppo) è un fenomeno studiato nell’analisi psicosociale dei gruppi. L’ipotesi di lavoro dimostrata negli esperimenti è che gli individui siano fortemente condizionati dalle opinioni del gruppo nelle proprie percezioni, opinioni e comportamenti. Nel 1956 Asch identificò questo fenomeno tramite alcuni esperimenti. In uno dei più famosi alcuni soggetti venivano inclusi in piccoli gruppi, e venivano loro mostrate tre linee di lunghezza molto differente tra loro, e veniva loro chiesto di indicare quale delle tre fosse uguale a una lunghezza definita (ad esempio, un metro). Gli altri componenti del gruppo, complici dello sperimentatore, indicavano unanimemente una lunghezza evidentemente errata. Il 33% dei soggetti si lasciavano condizionare e indicavano a loro volta la lunghezza evidentemente errata³.

Altri studiosi hanno dedicato molta attenzione al potere di influenza sociale proprio del pensiero di gruppo. Tra i risultati più significativi ricordiamo quelli di Serge Moscovici, che in collaborazione con altri studiosi ha nel tempo osservato il fenomeno e in particolare l’influenza portata dalle minoranze verso gli individui integrati in una maggioranza. Negli studi di Moscovici risulta evidente come l’influenza delle minoranze agisca maggiormente sull’inconscio, all’esatto opposto della influenza portata da enti o gruppi di maggioranza⁴.

L’elemento che tutti gli studi condotti sull’influenza sociale permettono di osservare è la grande importanza della illusione di libera scelta nel rendere efficaci i modelli di condizionamento. I soggetti che si rendano conto di venire manipolati potranno tutt’al più assumere dati comportamenti per evitare punizioni o ricevere gratificazioni, ma non faranno proprie le scelte relative. Al contrario, le persone condotte a pensare di aver scelto una data linea di pensiero e comportamento difenderanno come propria tale scelta, anche quando venga loro mostrato chiaramente di esservi state condotte tramite specifiche forme di indottrinamento.

Altro tipico meccanismo del Controllo Sociale è quello analizzato nelle Labelling Theories (Teorie dell’etichettamento). Semplificando molto, queste teorie si sviluppano dall’assunto che in un dato ambito sociale le persone tendono a diventare così come vengono etichettate. L’etichettamento avverrebbe di norma secondo criteri di classe sociale, di discendenza, o di forme di credenza come la superstizione. Ma una volta avviato un dato etichettamento, l’individuo sarebbe forzato a sentirsi e quindi comportarsi e divenire a tutti gli effetti il tipo di persona che viene reputato. È evidente come questo meccanismo possa venire utilizzato nel modificare la percezione di se stesso di un individuo, o nell’uniformarlo affinché accetti e assuma dati parametri di comportamento.

La comunicazione

Il controllo dello scambio di informazioni è da sempre riconosciuto come una delle più importanti forme di potere. Nel medioevo gran parte del potere della Chiesa risiedeva nel monopolio della cultura e della lingua latina. In seguito, la reintroduzione delle leggi scritte portò l’analfabetismo a essere uno dei più grandi strumenti di potere delle classi superiori. Chi non sapeva leggere non poteva citare la Legge, che diventava uno strumento a uso e vantaggio solo di chi era in grado di interpretarlo. Per questo motivo la diffusione della alfabetizzazione fu un enorme passo avanti nello sviluppo di una società più democratica e pluralista. Gli Stati e i governi di matrice totalitaria che hanno governato parti del mondo nel corso del secolo scorso hanno immediatamente percepito l’importanza del controllo della comunicazione per i loro scopi propagandistici. La Germania nazista, i Paesi fascisti e quelli comunisti hanno tutti invariabilmente dedicato grandi energie al controllo della diffusione dell’informazione.

Le persone possono farsi una opinione solo sulla base delle informazioni che possono ricevere. Limitare, gestire e condizionare tutte le informazioni che un individuo può ricevere consente di condizionare in grande misura la sua intera percezione della realtà, le sue opinioni, le sue emozioni e il suo comportamento. Oltre alla diffusione di notizie, che assume valore condizionante solo in totale assenza di voci alternative e critiche, anche la comunicazione interpersonale è un obiettivo strategico. Nello studio dei sistemi di Thought Reforming (Riforma del Pensiero), tutti gli studiosi sottolineano l’importanza di questo fattore. Uno degli effetti immediati del controllo dei processi di comunicazione è di impedire l’espressione di dissenso, critica e dubbio sul sistema ideologico imposto. La repressione del dissenso, tramite sistemi punitivi o di controllo sociale, impedisce la dialettica e confina dubbi e critiche all’interno della mente delle persone, dove altri meccanismi possono agire per limitare e seppellire ogni spinta critica.

Il sistema più diffuso è la richiesta di denuncia o auto-denuncia dei pensieri critici presso preposte figure, sovente indicate come strutture terapeutiche. Il dissenso e la critica vengono quindi considerate come malattie e segnali di disfunzionalità. L’individuazione di negatività viene seguita da programmi di indottrinamento o punizione, e sia l’isolamento che il controllo sociale possono venire utilizzati come forme di repressione di queste espressioni. Anche la denuncia di critiche o dubbi espressi da altri è obbligatoria e punita ove assente, e viene incoraggiata e considerata un aiuto nei confronti di chi non riesce a progredire da solo. A seconda della tipologia di ambiente che adotti meccanismi di Mindfucking, le denominazioni varieranno, mantenendo però la medesima connotazione e le medesime conseguenze pratiche e psicologiche verso i soggetti devianti. In ambienti politicizzati ad esempio l’espressione di dubbi sulla validità di una strategia o peggio dei valori ultimi della lotta politica può venire rifiutata e interpretata come confusione mentale, influenza della propaganda avversaria o persino minaccia interna. Allo stesso modo in ambienti di tipo religioso l’espressione di dubbi e critiche può venire bollata come perdita di fede, segno del peccato o influenza demoniaca⁵. In gruppi che introducano il Mindfucking nelle vesti di terapia psicologica o medica o educazionale, espressioni di dissenso vengono comunemente bollate come segni di malattia o fallimento nel progresso del trattamento.

Oltre a impedire al soggetto una valutazione delle proprie opinioni tramite un confronto dialettico funzionale, queste strategie di controllo giustificano e promuovono il rinsaldarsi delle convinzioni nel resto del gruppo e sono premesse all’utilizzo di mezzi estremi nel tentativo di recuperare il dissenziente.

Il nuovo linguaggio

«Quando io mi servo di una parola – rispose con tono sprezzante Humpty Dumpty – quella parola significa quello che piace a me, né più, né meno.

Il problema è – insisté Alice – se lei può dare alle parole significati così differenti.

Il problema è – tagliò corto Humpty Dumpty – chi è il padrone?».

LEWIS CARROLL, Alice nello specchio, 1966

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