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Notre-Dame de Paris
Notre-Dame de Paris
Notre-Dame de Paris
E-book680 pagine23 ore

Notre-Dame de Paris

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Info su questo ebook

Alla sua pubblicazione nel 1831, “Notre Dame de Paris”, la prima opera di Victor Hugo, ebbe un successo immenso. Tutto il romanzo è molto più del semplice racconto di un intreccio di amori impossibili, come quello di Quasimodo - meglio conosciuto come il Gobbo di Notre Dame - per l’incantevole zingara Esmeralda, o quello tetro, lascivo e peccaminoso dell’arcidiacono Claude Frollo. La vera protagonista del romanzo è proprio la storica cattedrale con le sue guglie, le sue torri, i suoi mostri scolpiti, i suoi pinnacoli che si stagliano su una Parigi variopinta e brulicante di personaggi.
LinguaItaliano
Data di uscita24 mar 2021
ISBN9788831372244
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Autore

Victor Hugo

Victor Hugo (1802–1885), born in Besançon, France, is widely considered one of the greatest French writers and influencers in the romantic literary movement. He rose to fame at a young age, having published his first collection of poetry at just twenty years old. As an avid activist against capital punishment, Hugo used his novels to reveal the injustices and hardships facing Parisians. He became active in politics and was elected the French Parliament, where he advocated against the death penalty. When Louis-Napoléon gained power over France in 1851, Hugo was deemed a traitor, and he fled to Brussels in exile. During this time, he wrote his most thought-provoking and searing works, many of which have been adapted into award-winning films and musicals, such as Les Misérables and The Hunchback of Notre Dame.  

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    Anteprima del libro

    Notre-Dame de Paris - Victor Hugo

    VICTOR HUGO

    NOTRE DAME DE PARIS

    Victor Hugo

    Notre-Dame de Paris

    E-book

    (edizione integrale)

    Traduzione di Claudio Carini

    Recitar Leggendo Edizioni

    ©2019 audiolibro - ©2021 E-book - Diritti riservati

    Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore. È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

    RECITAR LEGGENDO EDIZIONI

    www.recitarleggendo.it

    ISBN Ebook: 978-88-31372-24-4

    Copertina a cura di Giuseppe Rossi

    La versione in audiolibro di questo testo può essere reperita presso:

    Recitar Leggendo Audiolibri

    https://www.recitarleggendo.it/081notre-dame-de-paris

    INDICE

    PRESENTAZIONE

    LIBRO PRIMO

    I. Il salone

    II. Pierre Gringoire

    III. Il signor cardinale

    IV. Mastro Jacques Coppenole

    V. Quasimodo

    VI. Esmeralda

    LIBRO SECONDO

    I. Da Scilla a Cariddi

    II. La place de la Grève

    III. Besos para Golpes (Baci in cambio di botte)

    IV. Inconvenienti nel pedinare una bella donna di sera per le vie

    V. Continuano gli inconvenienti

    VI. La brocca rotta

    VII. Una notte di nozze

    LIBRO TERZO

    I. Notre-Dame

    II. Parigi a volo d’uccello

    LIBRO QUARTO

    I. Le buone anime

    II. Claude Frollo

    III. «Immanis pecoris custos immanior ipse» A un orribile gregge, guardiano ancora più orribile.

    IV. Il cane e il suo padrone

    V. Seguito di Claude Frollo

    VI. Impopolarità

    LIBRO QUINTO

    I. «Abbas beati Martini»

    II. Questo ucciderà quello

    LIBRO SESTO

    I. Occhiata imparziale sull’antica magistratura

    II. Il Buco dei Topi

    III. Storia di una focaccia al lievito di granturco

    IV. Una lacrima per una goccia d’acqua

    V. Fine della storia della focaccia

    LIBRO SETTIMO

    I. Del pericolo di confidare un segreto ad una capra

    II. Prete e filosofo non sono la stessa cosa

    III. Le campane

    IV. ANANKE

    V. I due uomini vestiti di nero

    VI. L’effetto che possono produrre sette bestemmie all’aria aperta

    VII. Il fantasma del frate nero

    VIII. Utilità delle finestre che danno sul fiume

    LIBRO OTTAVO

    I. Lo scudo trasformato in foglia secca

    II. Seguito dello scudo tramutato in foglia secca

    III. Fine dello scudo tramutato in foglia secca

    IV. «Lasciate ogni speranza»

    V. La madre

    VI. Tre cuori di uomo fatti diversamente

    LIBRO NONO

    I. Febbre

    II. Gobbo, guercio, zoppo

    III. Sordo

    IV. Argilla e cristallo

    V. La chiave della Porta Rossa

    VI. Seguito della chiave della Porta Rossa

    LIBRO DECIMO

    I. Gringoire ha molte buone idee di seguito in rue des Bernardins

    II. Fatevi accattone

    III. Viva l’allegria!

    IV. Un amico maldestro

    V. Il ritiro dove monsignore Luigi di Francia dice le sue orazioni

    VI. «Fiammella vagante»

    VII. Châteaupers alla riscossa!

    LIBRO UNDICESIMO

    I. La scarpetta

    II. «La creatura bella bianco vestita»

    III. Matrimonio di Febo

    IV. Matrimonio di Quasimodo

    PRESENTAZIONE

    Recitar Leggendo Audiolibri è una iniziativa editoriale indipendente nata nel 2004 e curata da Claudio Carini, attore di prosa con oltre quarant’anni di esperienza nel campo della lettura ad alta voce. Da questa vasta esperienza nasce la linea editoriale della Casa Editrice, prevalentemente dedicata ai grandi classici: Ariosto, Dante, Boccaccio, Petrarca, Leopardi, Omero, oltre a quei moderni che sono ormai anch’essi dei grandi classici, come Calvino, Verga, Svevo, Pirandello.

    Con lo scopo di diffondere ulteriormente le opere immortali dei grandi classici, Recitar Leggendo ha avviato una collana di ebook le cui traduzioni sono pensate per la lettura ad alta voce. Tutti i testi della collana ebook, infatti, sono disponibili anche in audiolibro, sia in formato CDmp3 (nelle migliori librerie) che in formato download (scaricabile dai più importanti portali di audiolibri).

    Per conoscere il mondo Recitar Leggendo visita il sito:

    www.recitarleggendo.it

    Email: info@recitarleggendo.com

    Victor Hugo

    Besançon, 26 febbraio 1802 – Parigi, 22 maggio 1885

    NOTRE-DAME DE PARIS

    (sinossi)

    Alla sua pubblicazione nel 1831, Notre Dame de Paris, la prima opera di Victor Hugo, ebbe un successo immenso. Tutto il romanzo è molto più del semplice racconto di un intreccio di amori impossibili, come quello di Quasimodo - meglio conosciuto come il Gobbo di Notre Dame - per l’incantevole zingara Esmeralda, o quello tetro, lascivo e peccaminoso dell’arcidiacono Claude Frollo. La vera protagonista del romanzo è proprio la storica cattedrale con le sue guglie, le sue torri, i suoi mostri scolpiti, i suoi pinnacoli che si stagliano su una Parigi variopinta e brulicante di personaggi.

    LIBRO PRIMO

    I

    Il salone

    Sono passati trecentoquarantotto anni, sei mesi e diciannove giorni da quando i parigini si risvegliarono al rimbombo di tutte le campane che suonavano a distesa nella triplice cinta della Città Vecchia, dell’Università e della Città Nuova.

    Eppure, il 6 gennaio 1482 non è un giorno di cui la storia abbia serbato il ricordo. Non vi era niente di memorabile nell’avvenimento che metteva in agitazione fin dal mattino le campane e i borghesi di Parigi. Non si trattava né di un assalto di Piccardi o di Borgognoni, né di un reliquiario che veniva portato in processione, né di una rivolta di studenti nel sobborgo di Laas, né di un ingresso del nostro temutissimo monsignore il re, e neppure di una bella impiccagione di ladri di ambo i sessi sulla piazza della Giustizia di Parigi. E non si trattava nemmeno dell’arrivo improvviso, così frequente nel quindicesimo secolo, di qualche ambasceria dorata e impennacchiata, perché erano passati solo due giorni da quando l’ultima cavalcata di questo genere, quella degli ambasciatori fiamminghi incaricati di concludere il matrimonio fra il Delfino e Margherita di Fiandra, aveva fatto il suo ingresso a Parigi, con grande fastidio del signor cardinale di Borbone che, per compiacere il re, aveva dovuto far buon viso a tutta quella rustica brigata di borgomastri fiamminghi, e far dare in loro onore, nel suo palazzo di Borbone, una bellissima moralità, burletta e farsa, mentre un rovescio di pioggia inondava i magnifici addobbi dell’ingresso.

    Ciò che il 6 gennaio, metteva in agitazione tutto il popolino di Parigi, come dice Jehan de Troyes, era la duplice ricorrenza solenne del giorno dei Magi e della festa dei Matti che da tempo immemorabile erano celebrate nello stesso giorno.

    Quel giorno doveva esserci il fuoco della gioia alla Grève, la piantagione del maggio alla cappella di Braque e il mistero al Palazzo di Giustizia. L’annuncio era già stato dato il giorno prima a suon di tromba nei crocicchi, dagli araldi di monsignore il Prevosto, vestiti di belle casacche viola di pelo di cammello, con grandi croci bianche sul petto.

    Fin dal mattino, dunque, la folla dei borghesi, uomini e donne, si era messa in cammino da ogni parte, verso uno dei tre luoghi indicati. Ognuno aveva deciso o per il fuoco della gioia, o per il maggio o per il mistero. Bisogna però dire, in onore del buon senso dei perdigiorno di Parigi, che la maggior parte di questa folla andava al fuoco della gioia, che si addiceva molto alla stagione, o verso il mistero, che doveva essere rappresentato nella sala grande del Palazzo, coperta e ben chiusa, e che i curiosi erano tutti d’accordo nel lasciare che il povero maggio un po’ spelacchiato tremasse di freddo, tutto solo, sotto il cielo di gennaio, nel cimitero della cappella di Braque.

    Il popolo affluiva soprattutto nei viali del Palazzo di Giustizia, perché si sapeva che gli ambasciatori fiamminghi, arrivati fin dall’antivigilia, si ripromettevano di assistere alla rappresentazione del mistero e all’elezione del papa dei matti, anche questa prevista all’interno del salone.

    Quel giorno non era facile entrare in quella grande sala, sebbene a quell’epoca fosse ritenuta il più grande recinto coperto del mondo (anche se, per la verità, Sauval non aveva ancora misurato la sala grande del castello di Montargis). La piazza antistante al palazzo, gremita di folla, offriva ai curiosi che guardavano dalle finestre quello che sembrava un mare nel quale cinque o sei strade, simili alle foci di altrettanti fiumi, riversavano continuamente nuove ondate di teste. Queste onde di folla, sempre più grandi, urtavano contro gli angoli delle case che sporgevano qua e là, come promontori in quella piazza dalla forma irregolare. Al centro dell’alta facciata gotica del Palazzo, lo scalone, dove risaliva e ridiscendeva continuamente una doppia corrente, che dopo essersi infranta sotto il pianerottolo centrale, si allargava in grosse ondate sulle due rampe laterali, sembrava una cascata che si riversasse in un lago. Il frastuono delle grida, delle risate, dello scalpiccìo di quelle migliaia di piedi era assordante. Ogni tanto il chiasso e il rumore crescevano e la corrente che trascinava la folla verso la grande scala indietreggiava, turbinava, si agitava. Era la spinta di un arciere o il cavallo di una guardia della prevostura che accorreva per ristabilire l’ordine; ammirevole tradizione che i prevosti hanno trasmesso ai connestabili, i connestabili ai marescialli e questi ultimi ai gendarmi di Parigi.

    Le porte, le finestre, gli abbaini e i tetti erano tutto un formicolare di migliaia di tranquille facce borghesi, calme e pacifiche, che volevano solo guardare il palazzo e quella calca; infatti, a Parigi, molti si contentano dello spettacolo degli spettatori, e per loro è già una cosa interessantissima stare a guardare un muro oltre il quale succede qualche cosa.

    Se potesse essere concesso a noi, uomini del 1830, di mescolarci con l’immaginazione in mezzo a quei parigini del quindicesimo secolo, e di entrare con loro, trascinati, spintonati, sballottati in quella immensa sala del Palazzo, divenuta a un tratto così stretta il 6 gennaio 1482, lo spettacolo non sarebbe privo di interesse né di fascino e potremmo vedere intorno a noi cose tanto vecchie da sembrarci del tutto nuove.

    Col permesso del lettore, cercheremo di ricostruire mentalmente l’impressione che egli avrebbe provato con noi nell’oltrepassare la soglia di quella grande sala, in mezzo a quella folla in farsetto, in casacca e in cottardita.

    Prima di tutto, ronzio nelle orecchie e offuscamento della vista. Al di sopra delle nostre teste una doppia volta ad ogiva rivestita di sculture in legno, dipinta in azzurro e decorata con fiordalisi d’oro; sotto i nostri piedi un pavimento di marmo a scacchi bianchi e neri. A pochi passi da noi, un enorme pilastro, poi un altro, e poi un altro ancora; in tutto sette pilastri disposti nel senso della lunghezza della sala, per sostenere a metà larghezza i peducci della doppia volta. Intorno ai primi quattro pilastri, varie bancarelle di mercanti, tutte scintillanti di vetri e ciarpame vario; intorno agli ultimi tre, panche di legno di quercia consunte e rese lisce dalle brache dei litiganti e dalle toghe dei procuratori. Tutto intorno alla sala, lungo l’alta parete, fra le porte, fra le finestre e i pilastri, l’interminabile fila delle statue dei re di Francia da Faramondo in poi; i re buoni a nulla con le braccia penzoloni e gli occhi bassi; i re valorosi e battaglieri con le teste e le mani arditamente alzate al cielo. E poi vetrate di mille colori sulle lunghe finestre ogivali, ricche porte scolpite finemente e alle ampie uscite della sala; e tutto questo, volte, pilastri, pareti, stipiti, rivestimenti, porte, statue, ricoperto dall’alto in basso da una splendida decorazione azzurro e oro che, già un po’ sbiadita all’epoca in cui noi la vediamo, era quasi interamente scomparsa sotto la polvere e le ragnatele nell’anno di grazia 1549, quando Du Breul l’ammirava ancora per tradizione.

    Immaginiamoci ora questa immensa sala oblunga rischiarata dalla pallida luce di un giorno di gennaio e invasa da una folla variopinta e rumorosa che si muove lungo i muri e intorno ai sette pilastri, e si avrà un’idea approssimativa del quadro del quale tenteremo di indicare con una certa esattezza i dettagli.

    È certo che, se Ravaillac non avesse assassinato Enrico IV, non ci sarebbero stati gli atti del processo di Ravaillac in deposito nella cancelleria del Palazzo di Giustizia; e quindi non ci sarebbero nemmeno i complici interessati a far sparire questi atti e nemmeno gli incendiari costretti, per mancanza di un espediente migliore, a dar fuoco a tutto il palazzo di giustizia per bruciare la cancelleria per distruggere gli atti; in conclusione, non ci sarebbe stato l’incendio del 1618. Il vecchio Palazzo sarebbe ancora in piedi con la sua vecchia grande sala, e io potrei dire al lettore di andarselo a vedere. Così io sarei esentato dal fare qui una mediocre descrizione e lui sarebbe esentato dal leggerla. Cosa che dimostra una nuova verità: e cioè che i grandi avvenimenti hanno conseguenze imprevedibili.

    È vero che, innanzitutto, potrebbe darsi benissimo che Ravaillac non avesse avuto complici, e poi che i suoi eventuali complici non fossero affatto implicati nell’incendio del 1618. Di questo esistono altre due spiegazioni plausibili: la prima, la grande meteora infuocata, larga un piede e alta un braccio che, come tutti sanno, cadde dal cielo sul Palazzo, il 7 marzo dopo mezzanotte. La seconda, la quartina di Théophile:

    Fu certo un triste giuoco

    Quando Madonna Giustizia, un dì a Parigi

    Per aver assaporato troppe spezie,

    Si trovò col palato a fuoco.

    Qualunque cosa si pensi a proposito di questa triplice spiegazione politica, fisica, poetica, dell’incendio del Palazzo di Giustizia del 1618, l’unico fatto certo è che c’è stato un incendio. In seguito a questa catastrofe e soprattutto a causa dei pessimi restauri successivi, che hanno fatto sparire quel poco che il fuoco aveva risparmiato, oggi resta ben poco del palazzo che è più antico del Louvre, che è stato la prima dimora dei re di Francia, e che all’epoca di Filippo il Bello era già tanto vecchio che vi si cercavano le tracce delle magnifiche costruzioni innalzate dal re Roberto e descritte da Elgaldo. Quasi tutto è scomparso. Che ne è stato della camera della cancelleria dove San Luigi consumò il suo matrimonio? Che ne è stato del giardino dove amministrava la giustizia, «vestito con una cotta di cammellotto, una sopravveste di lana grezza senza maniche, con sopra un mantello di seta nera, sdraiato sui tappeti con Joinville»? Dove sono le stanze dell’imperatore Sigismondo e di Carlo IV? E quelle di Jean senza terra? Dov’è la scalinata da cui Carlo VI promulgò il suo editto di grazia? E la lastra di pietra su cui Marcel sgozzò, alla presenza del Delfino, Roberto di Clermont e il maresciallo di Champagne? E la piccola stanza dove furono lacerate le bolle dell’antipapa Benedetto e da dove ripartirono coloro che le avevano portate, con cappa e mitria che erano stati costretti a indossare per scherno, per fare onorevole ammenda per tutta Parigi? E il salone, tutto dorato, con il suo azzurro, le sue ogive, le sue statue, i suoi pilastri, la sua immensa volta tutta frastagliata di sculture? E la stanza dorata? E il leone di pietra che stava sulla porta, in ginocchio, con la testa bassa e la coda fra le gambe, come i leoni del trono di Salomone, nell’atteggiamento umiliato che si addice alla forza dinanzi alla giustizia? E le belle porte? E le belle vetrate? E le serrature cesellate che scoraggiavano Biscornette? E i delicati intarsi in legno di Du Hancy... Che ne ha fatto il tempo, che cosa ne hanno fatto gli uomini di tutte queste meraviglie? Che cosa ci hanno dato in cambio per tutto questo, per tutta questa storia gallica, per tutta questa arte gotica? I pesanti e sconci archi del signor De Brosse, quel goffo architetto del portale di Saint-Gervais, per quello che riguarda l’arte; e per quanto la storia, abbiamo i verbosi ricordi del grande pilastro ancora tutto risuonante dei pettegolezzi dei Patru.

    Non è un gran che. Torniamo alla vera sala grande del vero Palazzo vecchio.

    Le due estremità di quel gigantesco parallelogramma erano occupate, una, dalla famosa tavola di marmo, così lunga, larga e spessa che nessuno vide mai una simile fetta di marmo al mondo, dicono le vecchie carte fondiarie, in uno stile che avrebbe risvegliato l’appetito di Gargantua; l’altra dalla cappella in cui Luigi XI si era fatto scolpire in ginocchio dinanzi alla Vergine e dove aveva fatto trasportare, senza preoccuparsi di lasciar vuote due nicchie nella sfilata delle statue regali, quella di Carlo Magno e quella di San Luigi: due santi che supponeva molto accreditati in cielo in quanto re di Francia. Questa cappella ancora nuova, costruita da sei anni soltanto, aveva tutta l’incantevole impronta di quella delicata architettura, di quella meravigliosa scultura e di quella fine e profonda cesellatura che segnano da noi la fine del periodo gotico e continuano fino verso la metà del sedicesimo secolo nelle spettacolari fantasie del Rinascimento. In particolare, il piccolo rosone traforato, sopra il portale, era un capolavoro di finezza e di grazia; si sarebbe detto una stella di merletto.

    In mezzo alla sala, proprio di fronte alla porta maggiore, era stata allestita una pedana ricoperta di broccato d’oro, al quale faceva da ingresso una finestra del corridoio della camera dorata, destinata agli invitati fiamminghi e agli altri personaggi di rilevo, invitati alla rappresentazione del Mistero.

    Questo doveva essere recitato, come usanza, sulla tavola di marmo appositamente predisposta fin dal mattino. Sulla superficie di questo marmo, tutta segnata dai tacchi dei membri della comunità degli scrivani di Palazzo, stava appoggiata un’armatura di legno a forma di gabbia, abbastanza alta, la cui superficie superiore, visibile dall’intera sala, doveva servire da teatro, mentre l’interno, tutto ricoperto di tappezzerie, fungeva da camerino per i personaggi della rappresentazione. Una scala, ingenuamente posta al di fuori, doveva collegare la scena con il camerino e offrire i suoi ripidi gradini sia alle entrate che alle uscite degli attori; tutti dovevano passare per quella scala. Innocente e venerabile infanzia dell’arte e delle macchine di scena!

    Quattro guardie del balì del Palazzo, sorveglianti indispensabili di tutti i divertimenti del popolo, tanto nei giorni di festa che nelle esecuzioni capitali, stazionavano in piedi ai quattro angoli della tavola di marmo. Lo spettacolo sarebbe cominciato solo quando il grande orologio del palazzo avrebbe suonato il dodicesimo tocco del mezzogiorno. In effetti era piuttosto tardi per una rappresentazione teatrale, ma era stato necessario attenersi all’orario degli ambasciatori.

    Ora tutta quella folla era là in attesa fin dal mattino. Buona parte di quella brava gente era rimasta lì, davanti alla grande scala del Palazzo, a tremare dal freddo fin dall’alba; alcuni affermavano persino di aver passato la notte addossati alla porta maggiore, per essere sicuri di entrare tra i primi. La folla si faceva più fitta di momento in momento e, come un’acqua che supera il livello, cominciava ad arrampicarsi lungo le pareti, a far ressa intorno ai pilastri, a straripare sugli architravi, sulle cornici, sui davanzali, sulle sporgenze architettoniche, su tutti i rilievi delle sculture. In tal modo, il fastidio, l’impazienza, la noia e la libertà di una giornata di follia, le risate che esplodevano anche per i pretesti più insignificanti, o per un gomito appuntito o per una scarpa ferrata, insieme alla stanchezza della lunga attesa, davano già, molto prima dell’arrivo degli ambasciatori, un tono aspro e amaro al rumore prodotto da quel popolo imbottigliato, incastrato, schiacciato, calpestato e soffocato. Non si sentivano che lamenti e imprecazioni contro i fiamminghi, il cardinale di Borbone, il prevosto dei mercanti, la principessa Margherita d’Austria, le guardie armate, il freddo, il caldo, il cattivo tempo, il vescovo di Parigi, il papa dei matti, i pilastri, le statue, questa porta chiusa, quella finestra aperta; il tutto con gran divertimento dei gruppi di studenti e di lacchè disseminati tra la folla, i quali univano a tutto quel malcontento i loro scherzi e i loro dispetti, ed eccitavano a colpi di spillo, per dir così, il cattivo umore generale.

    Fra gli altri c’era un gruppo di questi allegri demoni che, dopo aver sfondato i vetri di una finestra, avevano avuto il fegato di sedersi sull’architrave e da lassù gettavano di volta in volta i loro sguardi e le loro frecciate all’interno e all’esterno, sulla folla della sala e su quella della piazza. Dalle loro smorfie parodistiche, dalle loro risate sonore, dai richiami beffardi che si scambiavano da un’estremità all’altra della sala con i loro compagni, si capiva facilmente che quei giovani studenti non condividevano la noia e la stanchezza del resto del pubblico e che sapevano benissimo, per il loro piacere personale, trovare in quello che avevano sotto gli occhi, uno spettacolo che permetteva di attendere pazientemente l’altro.

    «Sull’anima mia, siete voi, Jean Frollo du Mulin!», gridava uno di loro ad una specie di diavoletto biondo, dal viso grazioso e maligno, appollaiato su un capitello. «Vi sta a pennello il nome di Jean del Mulino, visto che avete braccia e gambe che sembrano davvero quattro pale che vanno con il vento. Da quanto tempo siete qui?».

    «Per la misericordia del diavolo!», rispose Jean Frollo, «sono più di quattro ore e voglio sperare che mi saranno contate nel mio periodo di purgatorio. Ho sentito gli otto cantori del re di Sicilia intonare il primo versetto della messa cantata delle sette nella Sainte-Chapelle».

    «Bei cantori!», riprese l’altro, «hanno la voce più acuta del loro berretto! Prima di istituire una messa al signor Saint Jean, il re avrebbe fatto bene ad informarsi se al signor Saint Jean piaccia il latino salmodiato con accento provenzale».

    «L’ha fatto per utilizzare questi maledetti cantori del re di Sicilia!», gridò con acredine una vecchia tra la folla sotto la finestra. «No, dico: mille lire parigine per una messa! E garantite sui proventi del mercato del pesce, per di più!».

    «Zitta, vecchia!», si intromise un grosso e serio personaggio che si tappava il naso vicino alla pescivendola. «Bisognava pure far dire una messa. Volevate forse che il re si ammalasse di nuovo?».

    «Ben detto davvero, messer Gilles Lecornu, mastro pellicciaio del guardaroba del re!», gridò uno studente aggrappato al capitello. Uno scroscio di risa di tutti gli scolari accolse il nome disgraziato.

    «Ben detto, ser Gilles Lecornu, mastro pellicciaio del guardaroba del re!», gridò uno studente aggrappato al capitello.

    Il malaugurato nome del povero pellicciaio del guardaroba del re fu accolto da una grande risata di tutti gli studenti.

    «Lecornu! Gilles Lecornu!», dicevano alcuni.

    «Cornutus et hirsutus», rispondeva un altro.

    «Già! Ma certo!», seguitava il demonietto del capitello. «Che cos’hanno da ridere? Gilles Lecornu, fratello di mastro Jean Lecornu, prevosto del palazzo del re, figlio di mastro Mahiet Lecornu, primo custode del bosco di Vincennes, tutti i borghesi di Parigi, tutti sposati di padre in figlio!».

    L’allegria crebbe. Il grosso pellicciaio, senza dir nulla, si sforzava di sottrarsi agli sguardi puntati su di lui da ogni parte; ma sudava ed ansimava invano: come un cuneo che penetra nel legno, gli sforzi che faceva servivano solo a incastrare più saldamente nelle spalle dei suoi vicini quella sua rubiconda faccia apoplettica, rossa per il dispetto e la collera.

    Alla fine, un suo vicino, grosso, tarchiato e venerabile come lui, venne in suo aiuto «Orrore! Degli studenti che parlano così ad un borghese! Ai miei tempi li avrebbero fustigati con una fascina con la quale poi li avrebbero bruciati».

    Tutto il gruppo sbottò:

    «Ohilà! Chi è quel barbagianni del malaugurio che ha intonato questa solfa?».

    «Tò, lo riconosco», disse uno. «È mastro Andry Musnier».

    «Dice così perché è uno dei quattro librai giurati dell’Università!», disse un altro.

    «Tutto va per quattro a quattro in quella bottega!», gridò un terzo, «le quattro nazioni, le quattro facoltà, le quattro feste, i quattro procuratori, i quattro elettori, i quattro librai».

    «Ebbene», riprese Jean Frollo, «bisogna far loro il diavolo a quattro».

    «Musnier, bruceremo i tuoi libri».

    «Musnier, picchieremo i tuoi servi».

    «Musnier, faremo la festa alla tua donna».

    «La buona e grossa madonna Ondarde».

    «Che è fresca e allegra come se fosse già vedova».

    «Che il diavolo vi porti!», brontolò mastro Andry Musnier.

    «Mastro Andry», riprese Jean aggrappato al capitello, «stai un po’ zitto o ti casco sulla testa!».

    Mastro Andry alzò gli occhi, sembrò misurare per un istante l’altezza del pilastro e il peso di quel burlone, moltiplicò mentalmente il peso per il quadrato della velocità e tacque.

    Jean, padrone del campo di battaglia, proseguì trionfante: «Lo farei sul serio, sebbene sia fratello di un arcidiacono!».

    «Che brava gente, questi signori dell’Università! Non hanno fatto rispettare i nostri privilegi nemmeno in un giorno come questo! Insomma, c’è fuoco di gioia e maggio in città, papa dei matti e ambasciatori fiamminghi al Centro; e all’Università, niente!».

    «Eppure place Maubert è abbastanza grande!», riprese uno degli studenti accampati sul davanzale della finestra.

    «Abbasso il rettore, gli elettori e i procuratori!», gridò Jean.

    L’altro continuò: «Stasera bisognerà fare un bel fuoco con i libri di mastro Andry al Champ-Gaillard».

    «E anche con i leggii degli scrivani!», disse il suo vicino.

    «E con le mazze dei bidelli!».

    «E con le sputacchiere dei decani!».

    «E con gli armadi dei procuratori!».

    «E con i cassoni degli elettori!».

    «E con gli sgabelli del rettore!».

    «Abbasso!», riprese il piccolo Jean come cantando in falsobordone, «abbasso mastro Andry, i bidelli e gli scrivani; i teologi, i medici e gli scrivani; i procuratori, gli elettori e il rettore!».

    «Ma è proprio la fine del mondo!», mormorò mastro Andry tappandosi le orecchie.

    «A proposito, ecco il rettore che passa nella piazza!», gridò uno di quelli della finestra.

    Fu una gara a voltarsi verso la piazza.

    «È proprio il nostro venerabile rettore mastro Tibaldo?», domandò Jean Frollo du Mulin, che, aggrappato al suo pilastro interno, non poteva vedere quello che accadeva di fuori.

    «Sì, sì», risposero tutti gli altri, «è lui, è proprio lui, mastro Tibaldo il rettore».

    E, infatti, era proprio il rettore che si recava in processione con tutti i dignitari dell’Università, incontro all’ambasceria e in quel momento stava attraversando la piazza del Palazzo. Gli studenti, pigiati alle finestre, accolsero il suo passaggio con lazzi e applausi ironici; il rettore, che camminava in testa alla fila, assaggiò la prima scarica; che fu violenta.

    «Buongiorno, signor rettore! Ohilà! buongiorno dunque!».

    «Come fa ad esser qui quel vecchio giocatore? ha per caso lasciato i suoi dadi?».

    «Come trotta sulla sua mula! Ha le orecchie meno lunghe di lui!».

    «Ohilà, buongiorno, signor rettore Tibaldo! Tybaldo il giocatore di dadi! Hei, vecchio imbecille!».

    «Che Dio ve la mandi buona! avete fatto spesso un doppio sei stanotte?».

    «Oh! che faccia cadente, plumbea, creata e stampata apposta per l’amore del gioco e dei dadi!».

    «Dove andate così, Tybalde dei dadi, voltando le spalle all’Università e trottando verso il Centro?».

    «Va sicuramente a cercare un alloggio in rue Thibautodé», gridò Jean du Mulin.

    Tutta la compagnia ripeté il gioco di parole con voci tonanti e con furiosi battimani.

    «Andate a cercare alloggio in rue Thibautodé, non è vero signor rettore, per giocare una partita col diavolo?».

    Poi fu il turno degli altri dignitari.

    «Abbasso i bidelli! abbasso i mazzieri!».

    «Di’ un po’, Robin Poussepain, chi è quello laggiù?».

    «È Gilbert de Suilly, Gilbertus de Soliaco, il cancelliere del collegio di Autun».

    «Tieni, ecco la mia scarpa. Tu che sei più avanti, tiragliela in faccia».

    «Saturnalitias mittimus ecce nuces».

    «Abbasso i sei teologi con le loro cotte bianche!».

    «Quelli sono i teologi? Li avevo presi per le sei oche bianche date da Sante Genevieve alla città, per il feudo di Roogny».

    «Abbasso i medici!».

    «Abbasso le dispute cardinali e le cavillerie!».

    «Prenditi sul muso il mio berretto, cancelliere di Sainte-Geneviève! Mi hai fatto una prepotenza! È vero! Ha dato il mio posto nella nazione di Normandia al giovane Ascanio Falsaspada, che è della provincia di Bourges, dal momento che è italiano».

    «È un’ingiustizia», dissero tutti gli studenti. «Abbasso il cancelliere di Sainte-Geneviève!».

    «Ohé! mastro Joachim de Ladehors! Ohé! Louis Dahuille! Ohé! Lambert Hoctement!».

    «Che il diavolo si porti il procuratore della nazione di Germania!».

    «E i cappellani della Sainte-Chapelle, con le loro stole grigie; cum tunicis grisis!».

    «Seu de pellibus grisis fourratis!».

    «Ohilà! Dottori in filosofia! Quante belle cappe nere! Quante belle cappe rosse!».

    «Ha proprio un bel seguito il rettore!»

    «Sembra un doge di Venezia che va a sposare il mare».

    «Guarda un po’, Jean! i canonici di Saintae Genevieve!».

    «Al diavolo la canonicheria!».

    «Abate Claude Choart! dottor Claude Choart! Cercate forse Maria la Sfrontata?».

    «È in via de Glatigny».

    «Sta preparando il letto al re delle sgualdrine».

    «E paga la sua tassa di quattro denari; quatuor denarios».

    «Aut unum bombum».

    «Volete che vi paghi in contanti?».

    «Compagni! Ecco là mastro Simone Sanguin, l’elettore di Piccardia, con la moglie in groppa».

    «Post equitem sedet atra cura».

    «Forza, mastro Simone!».

    «Buongiorno, signor elettore!».

    «Buonanotte, signora elettrice!».

    «Come sono felici di vedere tutto questo!», diceva sospirando Jean du Mulin, sempre appollaiato fra le foglie del suo capitello.

    Intanto il libraio giurato dell’Università, mastro Andry Musnier, si chinava all’orecchio di mastro Gilles Lecornu, il pellicciaio del guardaroba del re.

    «Vi dico, signore, che è la fine del mondo. Non si sono mai viste simili sfrontatezze da parte degli studenti, queste sono le maledette invenzioni del secolo che rovinano tutto. Le artiglierie, le colubrine, le bombarde, e soprattutto la stampa, quest’altra peste che viene dalla Germania. Non ci sono più manoscritti, niente più libri da copiare: la stampa uccide l’amanuense. È la fine del mondo che si avvicina».

    «Io me ne accorgo bene dal successo delle stoffe di velluto», disse il pellicciaio.

    In quel momento suonò mezzogiorno.

    «Oh!...», esclamò tutta la folla ad una sola voce. Gli studenti rimasero in silenzio. Poi ci fu un grande ondeggiamento, un gran movimento di piedi e di teste, un’esplosione generale di colpi di tosse e di soffiate di naso: tutti si ricomposero, si sistemarono, si alzarono sulla punta dei piedi; poi si fece un gran silenzio e tutti rimasero a bocca aperta, col collo teso, lo sguardo rivolto verso la tavola di marmo. Ma non apparve niente. Le quattro guardie del balì erano sempre lì, rigide e immobili come quattro statue dipinte. Allora tutti gli sguardi si girarono verso il palco riservato agli invitati fiamminghi. La porta rimaneva chiusa e il palco vuoto. Quella folla aspettava fin dal mattino tre cose: mezzogiorno, l’ambasciata di Fiandra, il mistero. Soltanto mezzogiorno era arrivato in orario.

    Questo era davvero troppo!

    Aspettarono uno, due, tre, cinque minuti: niente. Il palco era sempre deserto e il teatro muto. Intanto, l’impazienza aveva ceduto il posto alla collera; circolavano parole irritate, anche se a bassa voce. «Il mistero! il mistero!», si mormorava in sordina. Le teste si accaldavano. C’era una gran tempesta che ondeggiava minacciosa sopra quelle teste, una tempesta che, per ora, si limitava a brontolare come in lontananza. La prima scintilla fu provocata da Jean du Mulin.

    «Il mistero, e al diavolo i Fiamminghi!», esclamò con tutta la forza dei polmoni, attorcigliandosi come un serpente intorno al suo capitello.

    La folla batté le mani, ripetendo:

    «Il mistero e vada all’inferno la Fiandra!».

    «Vogliamo subito il mistero», riprese lo studente, «altrimenti finirà che come commedia morale impiccheremo il balì del Palazzo».

    «Ben detto», gridò il popolo, «cominciamo con l’impiccare le guardie!».

    Scoppiò un grande applauso. Quei quattro poveri diavoli di soldati cominciavano ad impallidire e a guardarsi tra loro. La folla cominciava a muoversi verso di loro e quelli vedevano che la debole barriera di legno che li proteggeva stava già cominciando ad incurvarsi sotto la pressione della calca. La situazione era grave.

    «Addosso! Addosso!», gridavano tutti.

    In quella, la tappezzeria del camerino che abbiamo descritto precedentemente si sollevò e lasciò passare un personaggio la cui sola vista fermò improvvisamente la folla, e riuscì a trasformare la collera in curiosità.

    Silenzio! silenzio!

    Il personaggio, poco rassicurato e, facendo molte riverenze, avanzò tutto tremante fino all’orlo della tavola di marmo, e, man mano che si avvicinava, quelle riverenze somigliavano sempre più a genuflessioni.

    Intanto la calma si era gradualmente ristabilita. Si udiva solo quel lieve brusio che si può udire sempre in una folla silenziosa.

    «Signori borghesi», disse, «e signore borghesi, avremo l’onore di declamare e rappresentare di fronte a sua eminenza il cardinale una bellissima commedia morale, intitolata: Il buon giudizio di Nostra Signora la Vergine Maria. Io interpreto la parte di Giove. Sua eminenza in questo momento accompagna l’ambasceria onorevolissima di monsignore il duca d’Austria, la quale, in questo momento, si è trattenuta ad ascoltare l’arringa del signor rettore dell’Università, alla Porta Baudets. Cominceremo non appena sarà arrivato l’eminentissimo cardinale».

    Sicuramente l’intervento di Giove era il minimo che ci voleva per salvare le quattro malcapitate guardie del balì del Palazzo. Se avessimo la fortuna di aver inventato questa veridica storia, e quindi di esserne responsabili dinanzi a Nostra Signora la Critica, non è contro di noi che ora si potrebbe invocare il classico precetto: Nec deus intersit. (Neanche Dio interviene). Del resto, il costume del signor Giove era bellissimo ed era stato decisivo per calmare la folla, attirando tutta la sua attenzione. Giove era vestito con un giaccone coperto di velluto nero e con bottoni dorati; in testa aveva un cimiero guarnito di borchie scintillanti; e se non fosse stato per il belletto e la grande barba che gli coprivano quasi tutto il viso, se non fosse stato per il rotolo di cartone dorato che aveva in mano, pieno di guarnizioni e filettato di strisce metalliche e nel quale un occhio esercitato poteva facilmente riconoscere la folgore, se non fosse stato, infine, per i suoi piedi color carne con legacci alla greca, per la solennità del costume avrebbe potuto sostenere il confronto con un arciere bretone del corpo del signore di Berry.

    II

    Pierre Gringoire

    Tuttavia, mentre procedeva con la sua arringa, la soddisfazione e l’ammirazione che tutti avevano per quel costume si dissipavano alle sue parole; e quando giunse a quella malaugurata conclusione: «Cominceremo non appena sarà arrivato l’eminentissimo cardinale», la sua voce fu coperta da un uragano di grida.

    «Cominciate subito! Il mistero! subito il mistero!», gridava il popolo. E al di sopra di tutte le voci, si sentiva quella di Jean du Mulin che superava il frastuono come il piffero si fa sentire sopra il fracasso della banda di Nîmes:

    «Cominciate subito!», strillava lo studente.

    «Abbasso Giove e il cardinale di Borbone!», sbraitavano Robin Poussepain e gli altri studenti appollaiati sulla finestra.

    «Subito la commedia morale!», ripeteva la folla. «Subito! immediatamente! Alla forca i commedianti e il cardinale!».

    Il povero Giove, sconvolto, sbigottito, pallido sotto il belletto, lasciò cadere la folgore e prese in mano il suo elmo mentre ripeteva tutto tremante:

    «Sua eminenza... gli ambasciatori... la principessa Margherita di Fiandra...».

    Senza sapere neanche lui cosa stesse dicendo. In fondo aveva paura di essere impiccato.

    Impiccato dalla plebaglia per aver atteso, impiccato dal cardinale per non aver atteso, in entrambi i casi intravedeva un abisso, cioè una forca.

    Per sua fortuna venne qualcuno a tirarlo fuori da quella situazione e ad assumersi la responsabilità.

    Un tale se ne stava al di qua della balaustra, nello spazio lasciato libero intorno alla tavola di marmo, e nessuno l’aveva ancora visto perché la sua figura lunga e allampanata era completamente al riparo dalla vista grazie al diametro del pilastro al quale era addossato; questo tale, dunque, grande, magro, biondo e ancora giovane, sebbene qualche ruga gli segnasse già la fronte e le guance, vestito di stoffa di lana nera, logora lucida per l’uso, si avvicinò alla tavola di marmo e fece un cenno a quel poveraccio. Ma quello, sconvolto, non lo vedeva.

    Il nuovo venuto fece ancora un passo verso di lui, e gli disse:

    «Giove, mio caro Giove!».

    Quello non sentiva.

    Alla fine, il giovane alto e biondo, spazientito, gli gridò quasi sotto il naso:

    «Michele Giborne!».

    «Chi mi chiama?», disse Giove come svegliato di soprassalto.

    «Io», rispose il personaggio vestito di nero.

    «Ah!»

    «Cominciate subito, accontentate il popolino. Mi incarico io di calmare il signor balì, che a sua volta penserà a calmare il signor cardinale».

    Giove tirò un sospirone.

    «Signori borghesi», gridò con tutta la forza dei polmoni, «cominceremo subito».

    «Evoe, Juppiter! Plaudite, cives!», gridarono gli studenti.

    «Evviva! evviva!», gridò il popolo.

    Fu un assordante scroscio di applausi, e quando Giove era rientrato dietro la tappezzeria, la sala risuonava ancora per gli applausi.

    Intanto il personaggio sconosciuto che aveva cambiato in modo così miracoloso la tempesta in bonaccia, come direbbe il nostro vecchio caro Corneille, si era modestamente nascosto di nuovo dietro il suo pilastro e vi sarebbe rimasto, immobile e silenzioso come prima, se non l’avessero tirato fuori di lì due giovani donne che, dalla prima fila degli spettatori, avevano notato il suo colloquio con Michele Giborne-Giove.

    «Maestro...», disse una di queste facendogli cenno di avvicinarsi.

    «State zitta, mia cara Liénarde», disse la sua vicina, carina, fresca e vestita a festa. «Non è un chierico, è un laico; non bisogna dirgli maestro, ma messere».

    «Messere», disse Liénarde.

    Lo sconosciuto si avvicinò alla ringhiera.

    «Cosa volete da me, signorine?», chiese con premura.

    «Oh, niente», disse Liénarde tutta confusa, «è la mia vicina Gisquette la genziana che vuole parlarvi».

    «Ma no!», riprese Gisquette arrossendo: «il fatto è che Liénarde vi ha chiamato Maestro e io le ho detto che si deve dire Messere».

    Le due ragazze abbassavano gli occhi. L’altro, che non chiedeva di meglio che attaccar discorso, le guardava sorridendo.

    «Non avete dunque niente da dirmi, signorine?».

    «Oh! No, no, niente», rispose Gisquette.

    «Niente», disse Liénarde.

    Il giovanottone biondo fece un passo per ritirarsi. Ma le due curiose non volevano lasciare la presa.

    «Messere», - disse vivamente Gisquette con l’impetuosità di una chiusa che si apre o di una donna che prende la sua decisione, - Voi conoscete dunque quel soldato che nel mistero farà la parte della Madonna?».

    «Volete dire la parte di Giove?»

    «Eh, sì! Che sciocca! Conoscete dunque Giove?».

    «Michele Giborne? Sì, signora».

    «Ha proprio una bella barba!», disse Liénarde.

    «Sarà bello quello che diranno lassù?», chiese timidamente Gisquette.

    «Bellissimo, signorina».

    «Che cosa sarà?».

    «Il buon giudizio di Nostra Signora la Vergine Maria, commedia morale, se non vi spiace, signorina».

    «Ah! È diverso…», riprese Liénarde.

    Seguì un breve silenzio. Poi lo sconosciuto riprese:

    «Si tratta di una commedia morale nuovissima, e che non è stata mai rappresentata». Gisquette rispose:

    «Allora non è la stessa che è stata rappresentata due anni fa, il giorno dell’ingresso del signor legato, dove figuravano tre bellissime ragazze che facevano la parte...».

    «Di sirene», disse Liénarde.

    «E completamente nude», aggiunse il giovane.

    Liénarde abbassò pudicamente gli occhi. Gisquette la guardò e fece altrettanto. Lui proseguì sorridendo:

    «Era proprio piacevole a vedersi. Oggi invece si tratta di una commedia morale fatta apposta per la principessa di Fiandra».

    «Si canteranno pastorali?», chiese Gisquette.

    «Ohibò! In una commedia morale! Se fosse una farsa, allora sì».

    «È un peccato», riprese Gisquette. «Quel giorno alla fontana del Ponceau c’erano uomini e donne selvaggi che lottavano tra di loro cantando mottetti e pastorali».

    «Ciò che si addice a un legato non va bene per una principessa».

    Disse seccamente lo sconosciuto. Liénarde riprese:

    «E vicino a loro suonavano parecchi strumenti in tono basso che producevano una grande melodia».

    «E per rinfrescare i passanti», continuò Gisquette, «la fontana gettava da tre bocche, vino, latte e ippocrasso che ognuno poteva bere finché voleva».

    «E appena sotto al Ponceau», proseguì Liénarde, «alla Trinità, c’era una passione, con gli attori che non parlavano».

    «Sì, me ne ricordo bene!», esclamò Gisquette: «Dio sulla croce e i due ladroni a destra e a sinistra!».

    A questo punto le due giovani, eccitandosi al ricordo dell’ingresso del signor legato, si misero a parlare tutte e due insieme.

    «E più avanti, alla Porta dei Pittori, c’erano altri personaggi con dei costumi bellissimi».

    «E alla fontana dei Santi Innocenti, c’era un cacciatore che inseguiva una cerva con gran frastuono di cani e di corni da caccia!».

    «E al Macello di Parigi c’erano delle impalcature che rappresentavano le fortificazioni di Dieppe!».

    «E quando passò il legato, non è vero, Gisquette, fu dato l’assalto e gli Inglesi furono tutti sgozzati».

    «E davanti alla Porte du Châatelet, c’erano dei bellissimi personaggi!».

    «E anche al Ponte del Cambio, tutto parato di addobbi!».

    «E quando il legato passò, furono lanciati al volo più di duecento dozzine di uccelli di ogni specie; com’era bello, Liénarde».

    «Oggi sarà più bello ancora», riprese il loro interlocutore che sembrava ascoltarle con impazienza.

    «Ci assicura che questo mistero sarà bello?», disse Gisquette.

    «Senza dubbio, rispose lui; aggiungendo poi con una certa enfasi: «Signorine, l’autore sono io».

    «Davvero?», dissero le ragazze sbalordite.

    «Davvero!», rispose il poeta pavoneggiandosi un po’; «o meglio siamo due: Jean Marchand che ha segato le tavole ed eretto l’impalcatura in legno del teatro, e io che ho scritto l’opera. Mi chiamo Pierre Gringoire».

    L’autore del Cid non avrebbe detto con maggiore orgoglio: Pierre Corneille.

    I nostri lettori avranno avuto modo di osservare che doveva già essere passato un certo tempo dal momento che Giove era rientrato sotto la tappezzeria fino a momento in cui l’autore della nuova commedia morale si era rivelato così bruscamente alla ammirazione ingenua di Gisquette e Liénarde. Da notare anche che tutta quella folla, qualche minuto prima così bollente, ora aspettava tranquilla fidandosi delle parole del commediante; il che prova una volta di più quella eterna verità, provata ogni giorno anche nei nostri teatri, che cioè il miglior mezzo per far pazientare il pubblico è quello di annunciare con solennità che lo spettacolo sta per cominciare.

    Tuttavia, lo studente Jean non dormiva.

    «Ehilà», gridò ad un tratto rompendo quell’attesa che era seguita al tumulto, «Giove, Signora Vergine, saltimbanchi del diavolo! Ci prendete in giro? lo spettacolo! lo spettacolo! Cominciate, o ricominceremo noi!».

    Questo bastò.

    Si sentì arrivare dall’interno del palcoscenico una musica di strumenti gravi ed acuti; l’arazzo si alzò; apparvero in scena quattro personaggi variopinti e truccati, si arrampicarono sulla ripida scala del teatro e, giunti sulla piattaforma superiore, si allinearono di fronte al pubblico, salutandolo con profondi inchini; la musica cessò: aveva inizio il mistero.

    I quattro personaggi dopo essere stati generosamente ripagati con applausi per i loro inchini, in mezzo a un religioso silenzio iniziarono un prologo che vogliamo risparmiare al lettore. Del resto, come accade ancora ai giorni nostri, il pubblico si preoccupava più dei costumi che indossavano gli attori che di ciò che dicevano; e, per la verità, era giusto così. Erano vestiti tutti e quattro con tuniche metà bianche e metà gialle, differenti tra loro solo per il tipo di stoffa; la prima era di broccato d’oro e d’argento, la seconda di seta, la terza di lana, la quarta di tela. Il primo dei personaggi aveva in mano una spada, il secondo due chiavi d’oro, il terzo una bilancia, il quarto una vanga; e per dare un aiuto alle intelligenze pigre incapaci di veder chiaro attraverso quei trasparenti attributi, si leggevano delle scritte in fondo a quei vestiti: su quello di broccato, IO MI CHIAMO NOBILTÀ; su quello di seta: IO MI CHIAMO CLERO; su quello di lana: IO MI CHIAMO COMMERCIO; su quello di tela: IO MI CHIAMO LAVORO. Il sesso delle due allegorie maschili era chiaramente indicato a tutti gli spettatori di giudizio dalle tuniche meno lunghe e dai berretti che avevano in capo, mentre le due allegorie femminili avevano vesti più lunghe e in testa un cappuccio.

    Sarebbe stata necessaria anche molta cattiva volontà per non capire, attraverso la poesia del prologo, che il LAVORO era sposato con COMMERCIO e il CLERO con la NOBILTÀ, e che le due felici coppie possedevano in comune un magnifico delfino d’oro che volevano assolutamente aggiudicare alla più bella. Se ne andavano quindi per il mondo alla ricerca di tale bellezza, e dopo aver successivamente respinto la regina di Golconda, la principessa di Trebisonda, la figlia del Gran Kan dei Tartari e così via, LAVORO e CLERO, COMMERCIO e NOBILTÀ erano venuti a riposarsi sulla tavola di marmo del Palazzo di Giustizia, per intrattenere l’uditorio con tante sentenze e massime quante ce ne volevano allora per addottorarsi alla Facoltà delle arti per quegli esami, sofismi, illustrazioni, figure e atti con cui gli studenti si guadagnavano i loro berretti da laureati.

    Per la verità, tutto questo era molto bello.

    Intanto, in mezzo a quella folla sulla quale le quattro allegorie facevano a gara nel riversare fiumi di parole, non c’era orecchio più attento, non c’era cuore più palpitante, non c’erano occhi più estasiati e un collo più teso di quello dell’autore, del poeta, di quel bravo Pierre Gringoire, che poco prima non aveva potuto resistere alla gioia di dire il suo nome a due graziose ragazze. Se ne era ritornato dietro il suo pilastro, e da lì ascoltava, guardava, assaporava. I benevoli applausi che avevano accolto il principio del suo prologo, risuonavano ancora dentro le sue viscere; era totalmente assorto in una sorta di contemplazione estatica tipica di un autore che vede le proprie idee cadere a una a una dalla bocca dell’attore nel silenzio di un vasto uditorio. Degno Pierre Gringoire!

    Ci spiace dirlo, ma quell’estasi iniziale fu presto turbata. Gringoire aveva appena accostato le sue labbra a quella coppa inebriante di gioia e di trionfo, che vi cadde dentro una goccia di amarezza.

    Un mendicante cencioso, che sperduto in mezzo a quella folla, non poteva chiedere l’elemosina e non poteva neanche rifarsi con le tasche dei suoi vicini, aveva pensato bene di appostarsi in qualche posto bene in vista per attirare sguardi ed elemosine. Durante la declamazione dei primi versi del prologo si era issato, approfittando dei piloni del palco riservato, fino al cornicione che ornava la balaustra, nella parte inferiore, e si era seduto lì, attirando l’attenzione e la pietà della folla con i suoi cenci e con una piaga ripugnante che aveva sul braccio destro. Tutto questo però senza dire neanche una parola: sicché il prologo andava avanti senza incidenti: né sarebbe sopraggiunto nessun disordine, se la disgrazia non avesse voluto che lo scolaro Jean scorgesse dall’alto del suo pilastro il mendicante e le sue smorfie. Quel burlone scoppiò in una risata frenetica; e senza curarsi dello spettacolo che tuti seguivano in silenzio, gridò allegramente: «Guarda lì quel furbacchione che chiede l’elemosina».

    Chiunque abbia gettato un sasso in uno stagno pieno di rane o abbia sparato un colpo di fucile a uno stormo di uccelli, può farsi un’idea dell’effetto di quelle parole inopportune in quel silenzio generale. Gringoire sussultò come per una scossa elettrica, il prologo fu interrotto e tutte le teste si girarono simultaneamente verso il mendicante, il quale, per nulla turbato, intuì che quell’incidente poteva essere una buona occasione per mendicare e cominciò a dire con aria compassionevole, socchiudendo gli occhi:

    «Fate la carità, signori!».

    «Ma guarda», riprese Jean, «ma quello è Clopin Trouillefou. Ohilà! amico! La piaga alla gamba ti dava fastidio, che l’hai messa sul braccio?».

    E dicendo così, gettava con l’agilità di una scimmia una monetina nel cappello unto che il mendicante allungava con il braccio malato. Il mendicante ricevette sia l’elemosina che il sarcasmo senza scomporsi e continuò col solito tono lamentoso:

    «Fate la carità, signori!».

    Questo piccolo fatto era riuscito a deconcentrare l’attenzione di tutto l’uditorio e parecchi spettatori, con Robin Poussepain e tutti gli studenti in testa, applaudivano allegramente a questo bizzarro duetto che avevano improvvisato lo studente e il mendicante proprio a metà del prologo. Gringoire era molto irritato; riavutosi al primo stupore, si spolmonava gridando ai quattro personaggi in scena:

    «Continuate! Per la miseria, continuate!», senza nemmeno degnarsi di dare un’occhiata ai disturbatori. In quel momento, si sentì tirare per il soprabito: si voltò, seccato, e sorrise un po’ di malavoglia. Era il grazioso braccio di Gisquette la Gencienne che, attraverso la balaustra, cercava di attirare la sua attenzione. La ragazza disse:

    «Signore, continueranno?».

    «Senza dubbio», rispose Gringoire, infastidito da quella domanda.

    «In questo caso, messere, sareste così gentile da spiegarmi...».

    «Quello che stanno per dire? Ebbene, ascoltate!».

    «No, quello che hanno detto fino a ora».

    Gringoire sobbalzò, come uno al quale fosse stata toccata una piaga aperta, e mormorò a denti stretti:

    «Peste di una ragazza stupida e ottusa!»

    E da quel momento Gisquette non fu presa più in considerazione.

    Intanto, gli attori avevano obbedito al suo ordine e il pubblico, vedendo che quelli ricominciavano a parlare, aveva ricominciato ad ascoltare, non senza aver perso molte battute, in quella specie di saldatura che era avvenuta fra le due parti della rappresentazione così bruscamente interrotta. Gringoire pensava con amarezza a quanto era accaduto. Tuttavia la tranquillità si era a poco a poco ristabilita, lo studente taceva, il mendicante contava qualche moneta nel suo cappello, e la rappresentazione aveva riconquistato l’attenzione generale.

    Per la verità, si trattava di un gran bel lavoro, tanto che potrebbe aver successo ancora oggi, con qualche piccolo rimaneggiamento. L’esposizione, un po’ lunga e un po’ vuota, cioè perfettamente nelle regole, era semplice, e Gringoire, nel candido santuario della sua coscienza, ne ammirava la chiarezza. Come è facile immaginare, i quattro personaggi allegorici erano un po’ stanchi di aver percorso le tre parti del mondo senza trovare il modo di disfarsi convenientemente del loro delfino d’oro. E qui, elogi di quel pesce meraviglioso, con mille allusioni delicate al giovane fidanzato di Margherita di Fiandra, all’epoca dolorosamente chiuso ad Amboise, il quale non poteva nemmeno supporre che proprio per lui Lavoro e Clero, Nobiltà e Commercio, avessero fatto il giro del mondo. Questo delfino dunque era giovane, bello, forte e soprattutto (magnifica origine di tutte le reali virtù!) era figlio del leone di Francia. Io dichiaro che questa metafora ardita è ammirabile, e che la storia naturale del teatro, in un giorno di allegorie e di epitalami regali, non si scompone affatto alla vista di un delfino figlio di un leone. Sono proprio questi miscugli rari e pindarici che dimostrano l’entusiasmo. Diremo però, per conservare un minimo di senso critico, che il poeta avrebbe potuto sviluppare una idea così bella in meno di duecento versi. È vero che il mistero doveva durare da mezzogiorno alle quattro, secondo l’ordine del signor prevosto, e che bisognava pur dire qualcosa. Del resto, il pubblico ascoltava con pazienza.

    Ad un tratto, proprio a metà di un alterco fra madamigella Commercio e madama Nobiltà, mentre messer Lavoro pronunciava questo verso meraviglioso:

    Mai si vide nei boschi bestia più vittoriosa;

    la porta del palco riservato, che fino a quel momento era rimasta inopportunamente chiusa, ancor più inopportunamente si aprì; e la voce sonora dell’usciere annunciò bruscamente: Sua Eminenza monsignor cardinale di Borbone.

    III

    Il signor cardinale

    Povero Gringoire! Il fracasso di tutti i grossi doppi petardi della festa di Saint Jean, la scarica di venti spingarde, la detonazione di quella famosa colubrina della torre di Billy che, al tempo dell’assedio di Parigi, la domenica 29 settembre 1465, uccise in un sol colpo sette Borgognoni, l’esplosione di tutta la polvere da cannone immagazzinata alla

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