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Historia Romana, Vol. III

Historia Romana, Vol. III

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Historia Romana, Vol. III

Lunghezza:
917 pagine
12 ore
Pubblicato:
15 mar 2021
ISBN:
9791220277426
Formato:
Libro

Descrizione

Ban Chao. Il Generale dei Due Imperi - Commodo. Cesare Erculeo - Attila. Il
Flagello di Dio

3 Romanzi in 1

Il racconto di tre figure le cui vite sono indissolubilmente legate all'impero
Romano. Alcuni ne hanno fatto la storia, altri avrebbero potuto farla.
Ban Chao, il generale Cinese che partì a Occidente con l'obiettivo di coronare
il sogno dell'imperatore Hedi di creare un'alleanza tra Cina e Roma.
Commodo, il giovane figlio dell'augusto filosofo Marco Aurelio che non riuscì
a seguire le orme del suo pio e illuminato padre.
Attila, l'Unno che arrivò a diventare la principale minaccia per un impero
d'Occidente ormai avviato verso i suoi ultimi giorni.
Tre racconti profondamente diversi, ma contraddistinti da un punto comune.
L'impronta che le vite dei loro protagonisti erano destinate a lasciare
nella millenaria storia dell'impero di Roma.


 
Pubblicato:
15 mar 2021
ISBN:
9791220277426
Formato:
Libro

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Historia Romana, Vol. III

Patrizio Corda

Ban Chao. Il Generale dei Due Imperi

BAN CHAO

IL GENERALE DEI DUE IMPERI

Patrizio Corda

A Giulia

I

I figli della nebbia

Pamir, Dicembre 94 d.C.

Era anziano.

Indubbiamente il più avanti con l’età nel grande reggimento che era ai suoi ordini per esplicito volere dell’imperatore Han Hedi.

Eppure era arrivato per primo a quel costone roccioso, surclassando anche la propria avanguardia.

Aveva sessantadue anni, Ban Chao.

Il suo fisico non nascondeva gli anni. Sebbene fosse alto, si era fatto particolarmente corpulento nell’ultimo periodo. Anche la sua lunga barba e i capelli raccolti alla sommità del capo avevano ormai il colore della cenere. Ma gli occhi e la mente, quelli erano rimasti gli stessi della gioventù, quando aveva iniziato la sua prodigiosa scalata alle gerarchie militari dell’impero Cinese.

Dopo aver osservato il suo respiro tramutarsi in piccole nuvole d’aria congelata, guardò sotto di sé.

Gli Xiongnu si stavano ritirando, ormai certi di non poter prevalere in quell’ultima battaglia. Li vide riversarsi per le vallate sottostanti, loro e quei cavalli coi quali vivevano in simbiosi, come le onde del mare in tempesta. La caccia spietata che avevano dato loro alla fine aveva dato i propri frutti.

Proprio come l’imperatore aveva richiesto.

Quelle genti oscure e terribili erano una minaccia che angustiava la Cina da tempo immemore. Un giorno di quasi trecento anni prima erano emersi dalle terre più estreme, là dove non vi era che neve e il sole non sorgeva mai. E da quel preciso istante avevano invaso qualsiasi territorio limitrofo, vagando secondo la loro natura nomade e portando distruzione ovunque fossero passati.

Niente in loro era umano o civile. Non coltivavano la terra, né possedevano greggi. Avevano solo quei cavalli, sui quali passavano anche la notte, e grazie ai quali si erano spinti fino a loro.

Inizialmente nessuno era riuscito a contrastarli, perché troppo feroci e numerosi. Di loro si era a lungo detto – lo ricordava bene per averlo studiato – che per ciascuno che ne morisse, altri dieci o cento ne nascessero. E combattendoli per gran parte della sua vita aveva spesso constatato come quell’affermazione non fosse del tutto falsa. Nessuno era mai giunto al loro luogo d’origine.

Non ve n’era stato il tempo.

In tanti avevano fallito nel ricacciarli indietro, e ciò aveva permesso agli Xiongnu di arrivare ad avere un dominio dai confini tanto estesi da essere indefinibili. Ciò che era certo era che nessuno, in quel momento ormai lontano, avrebbe potuto competere con loro per forza e grandezza.

Poi, circa cent’anni dopo questi si erano scontrati con un altro popolo nomade, gli Wusun. E avevano perso clamorosamente.

Da allora quei mostri non erano stati più gli stessi, quasi come se un incantesimo li avesse privati del loro potere primordiale.

Si erano ritirati nell’ombra per un breve periodo.

Poi erano riapparsi.

E proprio allora era entrato in gioco lui, Ban Chao, in qualità di acclamato generale dell’impero Cinese.

Quella ritirata che osservava, ora attorniato dai suoi uomini, pareva essere la degna conclusione di un conflitto durato anni e che aveva avuto come solo obiettivo quello di restituire alla dinastia Han le propaggini Occidentali del loro impero, nuovamente infestato da quei nomadi. Ma adesso, era tutto finito.

O almeno, così volle credere Ban Chao.

Il suo titolo di protettore delle terre d’Occidente non sarebbe stato in discussione per diverso tempo. Sospirando, si rese conto che l’armatura ormai gli era sempre più scomoda.

Non vedeva l’ora di tornare a Luoyang e di riferire a Hedi il successo che avevano ottenuto.

«Avete visto?» domandò voltandosi verso i soldati che attendevano ordini. L’espressione dura sul suo volto squadrato e segnato dal tempo li fece irrigidire all’istante.

Era così che doveva essere.

Solo la disciplina assoluta e l’obbedienza avrebbero permesso a quei giovani di sconfiggere quelle bestie. E così era stato, anche se spesso gli era dispiaciuto dover essere più severo di quel che fosse realmente necessario.

«Date ordine di smantellare il campo» aggiunse con voce profonda. « Ritorniamo a casa».

Un crescendo di esclamazioni gioiose ma appena sussurrate gli fece capire che anche i soldati erano in fondo felici che tutto fosse finito. Si erano spinti sino al massiccio del Pamir, ad altezze che avrebbero provato anche l’uomo più duro e coraggioso.

Avevano a lungo temuto che il gelo di quelle lande che rarefaceva l’aria li uccidesse. E in tanti avevano sofferto l’implacabile furia del freddo, perdendo dita o addirittura interi arti.

Come poteva un paesaggio tanto bello e maestoso rivelarsi così crudele? Quei monti innevati, sculture magnifiche sormontate dal cielo, non erano forse un dono del quale godere?

Fece girare il cavallo, e si mise al seguito del grosso dell’armata che iniziava a discendere a valle.

Ma prima di farlo, guardò nuovamente ai piedi del rilievo.

Gli Xiongnu erano ormai lontani, appena visibili all’orizzonte.

Una macchia nera e minuscola, che sino a poco prima era stato però un esercito di uomini. Primitivi, avvolti in pelli animali.

Eppure ugualmente terribili, anche per loro.

Sarebbero mai riapparsi?

Non poteva saperlo. Quello che era sicuro, era che ora l’impero era protetto. Grazie soprattutto a lui.

L’ombra dei demoni che avevano affrontato, però, sarebbe rimasta nei ricordi di tutti. Avrebbero echeggiato in eterno le grida di quelle genti, che si erano propagate in Cina così come in Persia.

E anche in quel dominio oscuro e lontano, quasi leggendario, che si diceva esistesse oltre i monti e il grande mare interno che divideva un mondo dall’altro.

Forse anche loro, un giorno, vi sarebbero arrivati.

Ma non era il momento di pensarci.

Ban Chao non vedeva l’ora di ritornare a casa.

II

Sette passi

Dintorni di Roma, 18 Settembre 96 d.C.

« Dominus, perdonatemi se vi interrompo».

Marco Cocceio Nerva sollevò lo sguardo, aggrottando la fronte. Quel mattino aveva deciso di rilassarsi nell’ampio e verde giardino della sua villa nelle campagne Laziali, e aveva dato ordine a tutta la servitù di non importunarlo per nessun motivo. Si voleva dedicare alla lettura di alcuni dei suoi componimenti preferiti.

Quindi, se il suo fido e obbediente Ortensio aveva deciso di interrompere quel suo ozio doveva esser successo qualcosa di importantissimo. Guardando l’uomo, ben più anziano di lui, si rese conto che questi aveva in mano un messaggio.

Il servo intuì la sua curiosità e glielo porse.

«L’ha portato un messo del Senato, chiedendo che tu lo leggessi con la massima urgenza».

Con un sorriso garbato, Nerva prese il messaggio e lo lesse.

Istantaneamente il suo volto s’illuminò e i suoi occhi splendettero di una vitalità gioiosa, come se fosse improvvisamente ritornato un giovane pieno d’entusiasmo. Si alzò in piedi di colpo.

«Mio caro Ortensio, prepara subito la toga e il laticlavio» disse fremendo di eccitazione. «Il gran giorno è arrivato!»

Uomo di estrema bonomia e cordialità, Nerva non aveva mai fatto mistero delle proprie aspirazioni, neppure a chi lo serviva.

E proprio quella condivisione aveva fatto sentire chiunque lo conoscesse come parte di una grande famiglia. Proprio per questo, Ortensio sorrise a sua volta con sincerità.

«Quale lieta notizia, mio signore!» esclamò inchinandosi. «E quale onore, anche per un umile come me!»

Detto questo, si girò e corse verso il porticato dalle tinte color ocra che faceva da anticamera alla villa. Un gran vociare echeggiò per tutte le sale della residenza. Nerva annuì compiaciuto.

Tutti sapevano già che fare. Non solo le sue vesti senatorie sarebbero state presto pronte, ma anche i cavalli e il mezzo che l’avrebbe condotto a Roma. Per accettare ciò che aveva sognato una vita intera. La porpora imperiale.

Combattendo la frenesia che il suo animo gli imponeva, decise di camminare un poco per tranquillizzarsi. Tutto gli parve improvvisamente più bello. Dai cipressi che torreggiavano su di lui, l’uno appresso all’altro, fino al verdore dei prati e all’azzurro del cielo. Uno stormo d’uccelli si levò cantando sopra il suo capo.

Lo stavano salutando. Ne era convinto.

La sua nomina giungeva, però, in concomitanza con la fine di un altro principato. Quello di un uomo inizialmente acclamato ma che poi si era rivelato un sadico, e probabilmente un folle.

Domiziano.

L’augusto era stato assassinato, in un colpo di stato che era stato l’apice di quel movimento a lui avverso creatosi tempo prima.

Ormai, nobiltà e Senato – che spesso annoveravano gli stessi volti – erano stanchi delle sue sanguinose repressioni e della sua smodata attitudine accentratrice.

E così, per l’ennesima volta nella veneranda storia di Roma, ciò aveva portato a un Cesaricidio.

Perché di questo si trattava. Era giusto chiamarlo a quel modo.

Ma la sua nomina ad imperatore non era solo dovuta alla fine di Domiziano. Era semmai la giusta ricompensa per una carriera ineccepibile, forse scevra di glorie militari rispetto ad altri ma non meno fulgida e meritevole. Aveva dedicato tutta la propria esistenza a servire l’impero, sempre con umiltà e dedizione.

Il Senato intero lo ammirava, non solo per quel che aveva fatto ma principalmente per l’uomo che era.

Chiuse gli occhi e respirò profondamente, per poi sorridere.

Aveva solo un cruccio.

Quello di essere arrivato così tardi al massimo onore: infatti era ormai anziano e prossimo a compiere sessantasei anni.

Ma il suo aspetto era ancora quello di un uomo integro. Alto e snello, la sua pelle era candida e distesa, per nulla piagata dalle rughe. I suoi capelli, corti e mossi, conservavano ancora il colore fulvo della giovinezza. Stesso discorso per i suoi occhi, energici e cangianti.

Eppure, la paura di non poter godere appieno di quell’opportunità l’avrebbe accompagnato. Lo sapeva già. Era un uomo troppo accorto e attento ai dettagli per riuscire a dominare quell’apprensione che oscillava tra ragionevole timore e paranoia.

Con un leggero sospiro, tornò alla sua abitazione.

Trovò tutta la sua servitù schierata di fronte a sé, sorridente e in ammirazione. Alcuni gli parvero persino commossi.

Li ringraziò con un breve cenno della mano, poi si avviò verso le proprie stanze. Lo seguirono alcune delle sue serve più anziane, che ebbero premura di lavarlo e vestirlo come aveva richiesto.

Mentre ciò avveniva, Nerva continuò a pensare a quanto letto.

Domiziano era stato ucciso con sette pugnalate.

Tanto era bastato a far cadere il tiranno che aveva terrorizzato Roma. E a lui sarebbe spettato l’arduo compito di cancellare il suo ricordo nel modo più rapido e indolore possibile per tutti.

Avrebbe potuto trascorrere il resto della propria vita in pace, lontano da doveri e responsabilità. Un’esistenza bucolica e più consona alla propria età. Ma gli Dei avevano deciso altro per lui.

E ne era felicissimo.

Ereditava un impero in tumulto, ancora traumatizzato dalle nefandezze compiute dal suo predecessore e dal clima di perenne tensione e sospetto che egli aveva contribuito a creare.

Riportare tutto alla normalità, concretamente ma anche nelle menti dei suoi sudditi non sarebbe stato facile. Ma in quel caso sì, la sua esperienza e il suo equilibrio sarebbero state utili.

Scosse il capo, quasi divertito.

«Non siete comodo, dominus?» chiese una delle donne arrestandosi immediatamente con espressione preoccupata.

«Io?» chiese Nerva, stupito. «Niente affatto. State facendo un ottimo lavoro, come sempre. Ero solo immerso nei miei pensieri. Continuate pure» disse con affabilità.

In quella profonda riflessione, per quanto seria fosse, aveva comunque trovato un che di ironico.

Proprio qualche giorno prima, durante una notte insonne, si era scoperto a immaginare cos’avrebbe fatto lui per l’impero se mai avesse vestito la porpora. Preso da una foga inspiegabile, si era dunque deciso a mettere per iscritto quelle sue intenzioni.

E il risultato erano stati sette interventi. Proprio come le pugnalate che avevano ucciso Domiziano, dando a lui l’impero.

Li riepilogò a mente, con crescente soddisfazione.

Punto primo.

Restaurare la nobiltà del Senato e il rispetto ad esso dovuto, ora che questo gli aveva a tutti gli effetti affidato l’Urbe.

Punto secondo.

Prodigarsi per i poveri, resi ancora più miseri da anni di salassi immotivati a cui erano seguite tasse insostenibili.

Punto terzo.

Severe punizioni ai delatori. Roma sarebbe rinata riabbracciando i valori del mos maiorum, e non soggiacendo al vile desiderio di chi sperava di emergere affossando gli altri.

Punto quarto.

Cancellare la lesa maestà. Il Cesare sarebbe tornato ad essere il primo tra i cittadini, e non più un’entità semidivina.

Punto quinto.

Tolleranza religiosa, specialmente verso quei Cristiani spesso perseguitati senza aver mai avuto reali colpe.

Punto sesto.

Alleggerire le tasse, anche nei confronti degli Ebrei, altro gruppo da sempre osteggiato ciecamente.

Punto settimo.

Il più importante di tutti, nonché il risultato ultimo dei sei che lo precedevano. Pace.

Perché solo con essa l’impero sarebbe risorto, liberandosi del peso opprimente degli ultimi anni.

Abbattendo le barriere tra i cittadini, che fossero sociali, religiose o etniche, Roma avrebbe ritrovato l’antico splendore.

La città più bella e importante del mondo non sarebbe mai tornata tale, senza accettare chiunque vi viveva e contribuiva alla sua grandezza. E lui avrebbe fatto in modo che tutti lo capissero.

Si guardò allo specchio.

Vide un senatore anziano, sì, ma energico e animato come non mai. Presto, quello stesso uomo sarebbe stato imperatore.

E perché no, forse il fondatore di una nuova età dell’oro.

Sperò solo che gli Dei gli consentissero di trasformare quei suoi sogni in realtà, accordandogli quanto più tempo possibile.

III

Ambizioni frenate

Luoyang, Ottobre 96 d.C.

L’intenso profumo degli incensi e delle essenze che ardevano nei bracieri. Ban Chao non lo sentiva da tantissimo tempo.

Gli era mancato.

Era stato riaccolto nella capitale Cinese come un eroe, una celebrazione che francamente l’aveva commosso. Gli echi della sua impresa l’avevano preceduto, facendo sì che al suo arrivo l’intera popolazione lo ricevesse ringraziandolo per quanto aveva fatto.

Se l’impero era ancora una volta salvo dalla minaccia dei demoni delle steppe, il merito era il suo.

Guardando negli occhi l’imperatore Han Hedi, si chiese se anche questi fosse conscio dell’importanza di ciò che aveva realizzato.

Il sovrano supremo non era che un ragazzo, a malapena diciassettenne. Ma malgrado la sua età aveva già vissuto più di tanti uomini nel pieno della maturità.

Era straordinario pensare che quel giovane esile, dai capelli corvini lucenti e il viso ovale e gentile avesse sotto di sé milioni di persone. Ancor più incredibile era poi la serie di vicissitudini nelle quali era stato coinvolto.

Perché Hedi, che ora dominava sulla Cina, era stato a lungo solo uno strumento. Ban Chao lo sapeva bene. E così chiunque altro.

Sin da quando suo padre Zhang era passato a miglior vita il potere era finito in mano alla sua matrigna, l’imperatrice madre Dou.

Questa aveva dal principio auspicato a regnare da sé, usando il figliastro come un mero fantoccio per mantenere intatta la forma.

Nessuno aveva dato una sola possibilità di emergere a Hedi, allora poco più che un bambino. Era troppo buono e mansueto per prendersi ciò che era suo. Ma poi era accaduto l’impensabile.

Grazie al supporto degli eunuchi di corte, il ragazzo aveva progressivamente inibito e poi eliminato tutti i membri della dinastia Dou, compresi i figli dell’imperatrice madre. Sino ad annullare del tutto l’influenza della matrigna, che lui aveva sempre creduto essere colei che gli aveva dato la vita.

Solo quando questa si era spenta, sola e pentita di ciò che aveva fatto, i cortigiani avevano rivelato a Hedi le sue vere origini.

Egli era infatti nato da una relazione tra suo padre e una concubina di umili origini. Quella era la ragione per cui il suo diritto al dominio era stato osteggiato dalla dinastia Dou.

Ma ora quella minaccia non era più.

Ban Chao guardò ancora l’imperatore.

Non fosse stato per lo sfarzo del palazzo in cui abitava e per la raffinatezza della seta che l’avvolgeva, sarebbe passato per uno qualsiasi tra i ragazzi che correvano per le strade di Luoyang.

Hedi rimase immobile, delicatamente adagiato sul seggio.

Poi sorrise.

Con gentilezza e bonarietà, come l’aveva sempre visto fare.

Non sembrava più turbato dall’idea di essere in verità un meticcio, una persona dal sangue non del tutto nobile.

«Ti ringrazio per quanto hai fatto, generale» disse questi finalmente, interrompendo quel silenzio cerimonioso ma anche snervante. «Ancora una volta, mi hai reso un gran servizio. Sarà mia premura premiarti congruamente ai tuoi sforzi».

«Mi onori, imperatore. Non merito tanta riconoscenza».

«Sì, invece. Sei una fonte d’ispirazione per tutti noi, a maggior ragione vista la tua strabiliante ascesa. Le tue doti di combattente non rispecchiano il tuo retaggio, quello di membro di una famiglia di storici e dotti».

Ban Chao socchiuse gli occhi, già ridotti a due fessure.

Non pensava che quella fosse una subdola allusione, eppure avvertì un poco di fastidio.

Sapeva bene di venire da una famiglia di intellettuali, e che la sua vocazione non rispecchiava quella dei propri parenti.

Ma ciò non avrebbe dovuto costituire una ragione per sminuire quel che aveva fatto. Anche perché, secondo quel ragionamento, anche lui avrebbe potuto pensare lo stesso di lui.

Ma non si sarebbe mai permesso. Hedi era l’imperatore, e a lui Ban Chao doveva la massima fedeltà. Dunque decise di dissipare quei pensieri futili, accennando un inchino come da etichetta.

«Quindi gli Xiongnu hanno lasciato le terre d’Occidente».

«Sì, imperatore» rispose lui prontamente. «Li abbiamo sbaragliati e poi inseguiti finché questi non si sono rifugiati oltre le montagne».

Hedi gli regalò un sorriso raggiante.

La serenità che questi gli infuse ebbe l’effetto di stemperare del tutto la tensione che aveva provato sino a quel momento.

Poi, contravvenendo alle sue solite abitudini, l’imperatore si accarezzò il volto. Gli parve pensieroso, forse affascinato da qualcosa che gli aveva attraversato la mente.

«Torneranno, vero?»

«Non è da escludere» ammise Ban Chao. Sperò di non averlo turbato con quella sua confessione.

Ma Hedi sorrise di nuovo.

«Son certo che saprai allontanarli di nuovo, spero una volta per tutte. Ma non ti nascondo, generale, che c’è dall’altro che mi affascina. Tu hai visto i monti del Pamir, la loro strabiliante grandezza. Mi chiedo cosa vi sia oltre di essi».

«Credo che vi siano altri domini, ben diversi dai nostri. Dubito però che possano essere potenti e nobili quanto il tuo».

L’imperatore annuì.

«Mi piacerebbe scoprire quei luoghi, un giorno. È un’idea che mi ha sfiorato diverse volte, recentemente. Ma ci sarà tempo per parlarne. Ora puoi andare, generale. E grazie ancora».

Con deferenza, Ban Chao si inchinò e lasciò la grande sala.

Ma quelle parole misteriose pronunciate da Hedi restarono con lui, lasciandolo perplesso.

A cosa aspirava davvero l’imperatore?

IV

Il valore dell‘esperienza

Roma, Ottobre 96 d.C.

Ora erano lì, davanti a lui.

Ma sotto di lui, nella realtà dei fatti.

Volti che conosceva bene, anzi benissimo. Non uno di questi si era sottratto negli anni precedenti a un breve colloquio o a un cordiale scambio d’opinioni con lui. Tanti di essi erano persino suoi amici, e li aveva ospitati nelle proprie dimore all’infuori dei condivisi impegni politici. Nerva li guardò ancora.

Ammirati, concentrati, pronti a sentire la sua voce.

Il Senato era al gran completo per quella che sarebbe stata la prima seduta ad essere presieduta da lui.

Marco Cocceio Nerva, il dodicesimo imperatore di Roma.

Ancora faticava a ricordare la cerimonia d’incoronazione. Tale era stata l’emozione in quel giorno da azzerare del tutto la sua memoria, riducendola a un ammasso di immagini confuse e nebulose accompagnate da un gran fragore.

Quello delle acclamazioni di un popolo che non aveva mai creduto lo conoscesse e stimasse a quel modo.

Ma Nerva era troppo esperto per credere che chiunque l’avesse lodato, anche nella Curia Iulia nella quale sedeva in quel momento, fosse realmente animato da sentimenti puri e sinceri.

La storia lo insegnava.

Chi deteneva il potere era automaticamente esposto all’astio e all’invidia di qualcuno. E quel qualcuno, se sufficientemente astuto, poteva alla fine raggruppare sotto di sé un numero abbastanza nutrito di oppositori e tentare di rovesciare chi regnava.

Probabilmente ciò sarebbe accaduto anche a lui.

Anche Domiziano, in principio, aveva goduto del favore dei più.

Ma la sua fine era stata troppo cruenta ed eclatante perché lui la scordasse e non la interpretasse come un monito.

Il Senato era avvolto da un silenzio carico di apprensione.

Quelli che sino a poco tempo prima erano stati suoi colleghi ora aspettavano che parlasse, introducendosi a chi da secoli decideva dei destini di Roma. O almeno, di questo ancora s’illudevano.

Perché dal giorno in cui Ottaviano Augusto, oltre un secolo prima, si era proclamato princeps, il Senato aveva di fatto perso tutto il suo potere e la sua rilevanza. Erano occorse congiure e sollevazioni per contrastare il potere di chi aveva vestito la porpora, spesso ricorrendo a misure estreme come l’assassinio.

Forse, eleggendolo unanimemente a nuovo Cesare i padri coscritti avevano pensato di poter finalmente recuperare il lustro perduto.

Nelle loro menti un ex Senatore avrebbe ascoltato le loro opinioni, mostrandosi accomodante a differenza di chi li aveva progressivamente spogliati di qualsiasi voce in capitolo.

Doveva esser così.

Tutti conoscevano la sua bonomia e la sua educazione.

Probabilmente l’avevano scambiata per debolezza, vedendovi uno spiraglio per tornare a imporsi a suo scapito.

Inoltre, la sua elezione era stata incoraggiata anche in virtù della sua lontana parentela con la dinastia dei Giulio-Claudii. Suo fratello aveva infatti sposato tempo prima una nipote di Tiberio.

Tra tutti i membri del Senato, rifletté, egli era uno dei più anziani e poteva vantarsi di aver ricoperto il consolato più volte.

Ecco, proprio l’anzianità poteva esser stata una delle ragioni principali che avevano portato alla sua incoronazione.

Ritenendolo vecchio e malleabile, avevano deciso che potesse essere il profilo ideale da sfruttare a loro vantaggio.

A Nerva dispiaceva immensamente assecondare quei sospetti che l’avevano accompagnato nei giorni precedenti, ma non poteva esimersi dal farlo. Gli ultimi regni erano stati estremamente turbolenti e contrassegnati proprio da dinamiche simili, fattori che non era possibile ignorare.

Era anche certo che alcuni tra loro non fossero davvero felici del ruolo che gli era stato conferito. Certi potevano vantare un curriculum militare di tutto rispetto, gesta che non potevano non contare a livello di influenza e rispetto. Eppure era stato scelto lui, che si era sempre e solo occupato di politica intraprendendo un cursus honorum ben diverso da quello di tanti altri.

Improvvisamente, quelle espressioni serafiche e deferenti che aveva davanti si tramutarono in maschere dietro alle quali si celavano sospetti, invidie e giudizi poco lusinghieri.

Ma Nerva non si lasciò intimidire.

Sapeva che una volta giunto al potere la sua prospettiva sarebbe cambiata. E fortunatamente aveva avuto tempo e modo di prepararsi a tutto questo.

E non solo per pochi giorni, ma per tutta la vita.

Recitò a mente le formule che avrebbe dovuto recitare per dare ufficialmente inizio alla seduta, ma al contempo fece anche un breve discorso a sé stesso.

Gli era stata data un’occasione unica, per la quale in tanti avrebbero ordito e ucciso. Non se la sarebbe fatta sfuggire.

Aveva l’opportunità di rendere Roma nuovamente grande, nel rispetto della sua storia secolare e della sua nobiltà.

Non avrebbe certo permesso a chi conosceva tanto bene di ostacolarlo, o peggio ancora di deporlo.

Avrebbe preso tutte le precauzioni necessarie per evitare di capitolare, così da poter regnare come si era prefissato.

E come era convinto di meritare.

Perché nessuno, là dentro, era più degno di lui.

V

Fiducia in Cesare

Germania Superiore, Dicembre 96 d.C.

«La situazione è veramente così grave?»

«Sì, governatore. I soldati sono insorti non appena hanno ricevuto la notizia dall’Urbe. A quel punto si sono rifiutati di eseguire i loro doveri e hanno messo a ferro e fuoco il loro stesso campo».

Scuotendo il capo con fare spazientito, Marco Ulpio Traiano scese dal carro senza continuare la conversazione e si guardò attorno.

Il campo legionario non era distante. Poteva scorgere le palizzate ergersi oltre la nebbia che ricopriva ogni cosa, lasciando visibili a malapena i primi tratti di quella piana ricoperta di brina che aveva davanti a sé. Tendendo la mano, ordinò che gli fossero portati i paramenti militari. Dopodiché si vestì da solo senza richiedere l’aiuto dei propri assistenti.

Montò a cavallo agilmente, e si guardò dietro.

I suoi grandi occhi fiammanti furono sufficienti a far capire a tutti che era il momento che lo seguissero. Si diresse dunque verso il perimetro del campo, sorvegliato da alcuni armati.

Fermandosi a pochi passi da loro, aspettò che lo facessero passare.

Ma così non fu.

«Cosa aspettate?» chiese.

«Non siamo stati informati di nessuna visita oggi» rispose uno dei soldati con fare borioso. «Quindi non possiamo aprire le porte a nessuno».

Quella corsa forsennata l’aveva già irritato. Non aveva più intenzione di aspettare. Traiano allora scese da cavallo e si tolse l’elmo. Gli uomini riconobbero il suo volto serio, la chioma folta già in parte imbiancata e il suo sguardo duro.

Capirono immediatamente chi era, e chinarono il capo.

«Fatemi passare. Adesso. A meno che non vogliate finire a spalare la merda dei vostri stessi cavalli».

Senza dir nulla, i sorveglianti aprirono le porte del campo.

Quando vi fu dentro, Traiano sgranò gli occhi per lo sconcerto.

Sembrava che fosse stato devastato dai nemici. Le nubi di fumo erano persino più dense della nebbia, e ovunque ardevano i fuochi appiccati alle tende. Gli parve di udire richiami sconnessi, in una lingua che non sembrava neppure latina.

Scortato dalla sua guardia, avanzò in quel contesto spettrale.

Poi si ritrovò di fronte un soldato, o almeno questo avrebbe dovuto essere in una situazione normale. L’uomo era scalzo, con addosso una veste rabberciata che gli arrivava a malapena alle ginocchia. Era scarmigliato e maleodorante.

In un attimo balzò a terra e lo afferrò per la spalla. Questi gli rivolse uno sguardo furioso, simile a quello di un’animale selvatico.

Ma Traiano serrò la presa.

«Cosa diavolo è successo qui?»

«Non sono affari che ti riguardano» biascicò il legionario, «nessuno può permettersi di interrompere la nostra protesta!»

Udendo dei passi in prossimità, Traiano capì che altri legionari stavano arrivando. Potenzialmente, con l’intento di aiutare il loro compagno. Decise dunque di farne un esempio.

Con un ringhio lo afferrò per il bavero, sollevandolo ben oltre la propria testa.

«Brutto bastardo, hai idea di chi ti sta parlando?» gli gridò arrivando a scuoterlo. «Io governo su questa provincia, ed è solo a me che tutti voi dovete obbedienza!»

Detto questo, lo scagliò al suolo facendolo cadere rovinosamente.

La sua carriera militare era ben nota a tutti. Non sarebbe stato certo un soldatuccio qualunque a rappresentare una grana per lui.

Quando si voltò, capì di essere circondato.

Ma se anche qualcuno dei legionari avesse avuto l’idea di fargli del male, questa si era già dissolta.

Tutti avevano capito di trovarsi davanti al governatore della Germania Superiore. Se ne rese conto dai loro sguardi.

Risalendo a cavallo, passò vicino a loro come se li stesse controllando prima di scendere in battaglia.

E i legionari, senza neppure accorgersene, si rimisero in ordine.

Ma il loro aspetto era deplorevole. Sembravano regrediti ad esseri animaleschi, ben peggiori delle tribù che avrebbero dovuto combattere. I loro abiti erano sgualciti e imbrattati, e niente in loro avrebbe suggerito in quel momento che facessero parte del glorioso esercito di Roma. Indignato, Traiano sputò per terra.

Che capissero quanto si vergognava di loro.

«Non c’è bisogno che vi dica perché sono qui. Sono al corrente di tutto. Semmai, dovreste essere voi a dirmi cosa vi ha spinto ad assumere un comportamento tanto ignominioso».

Un uomo avanti con l’età e con ancora la lorica indosso mosse verso di lui. Doveva essere un veterano.

«Governatore, la protesta…»

« Tu la chiami protesta?» lo interruppe Traiano. «Una protesta nasce da ragioni plausibili ed si svolge con un minimo d’organizzazione. Qui sembra di stare in una porcilaia, legionario. La maggior parte di voi si è abbandonata ai più bassi istinti, distruggendo persino quanto aveva distrutto. Chiamala piuttosto una rivolta, alla stregua di quelle dei Germani che sareste chiamati a sconfiggere in nome di Roma!»

«Sì. La…la rivolta…è nata quando abbiamo saputo chi è stato eletto ad augusto. Non riteniamo giusto che un vecchio come Nerva, che ha solo visto il Senato, regni sull’impero. Noi crediamo sia più consona una persona che perlomeno sappia cosa vuol dire battersi per Roma». Quelle parole pronunciate con paura ebbero comunque l’effetto di scaldare nuovamente gli animi di alcuni.

Traiano si prese del tempo per elaborare una risposta.

Non aveva bisogno delle loro disamine. Conosceva Nerva.

Egli era un uomo stimato da tutti, per personalità e doti. Aveva servito l’impero diversamente da tanti, forse, ma ciò non era una pecca. In quei tempi occorrevano saggezza e capacità amministrative. Ciò di cui era stato del tutto carente Domiziano, anche se proprio lui aveva raggiunto l’apice della propria carriera sotto il defunto imperatore.

Tuttavia, dubitò che i legionari potessero capire la ragion di stato.

Sarebbero servite parole ben più semplici, ma comunque efficaci.

Si schierò dunque davanti a loro.

Aspettò che fossero tanto tesi e intimoriti da reputarli finalmente alla propria mercé, poi parlò.

«L’augusto Nerva è l’uomo giusto per l’impero. Questo e nient’altro deve interessarvi. Il suo ruolo sarà governare, così come il vostro è lottare per lui. Tutto il resto sono chiacchiere. E aldilà di questo, qua siete obbligati a ubbidirmi e a rispettare Cesare come faccio io. Altrimenti, il vostro ultimatum diverrà realtà. Perché potrei davvero sciogliere questa legione e lasciarvi in queste terre desolate, a combattervi il poco cibo che c’è con chi dovreste tenere lontano dai confini».

Sì, quella minaccia aveva sortito l’effetto desiderato.

Lo vide nelle loro facce. Erano tutti terrorizzati all’idea di ritrovarsi senza soldi e lavoro, abbandonati a loro stessi a causa di quell’immotivata insurrezione.

«Persino tu saresti meglio di lui, governatore!» gridò una voce lontana. Un coro di insulti gli impedì però di capire chi era stato a parlare.

«Chiediamo perdono, governatore» disse allora il veterano inginocchiandosi. «Ti prometto a nome dei miei compagni che tutto ciò non si verificherà più».

«Vi conviene» rispose Traiano guardandoli in tralice, uno per uno. «Vi conviene».

Sapeva di non poter sciogliere una legione. Ma quella menzogna era servita a riportare ordine. Da quel momento, gli uomini avrebbero rispettato Nerva in virtù della loro lealtà nei suoi confronti. Era legittimo, pensò, che quell’uomo avesse tempo e strumenti per operare come meglio credeva.

Aveva fiducia in lui.

Forse, sarebbe potuto essere davvero l’uomo giusto per l’impero.

E se l’eco di quella sua prova di lealtà fosse giunto fino alle sue orecchie, a Roma, la sua elezione avrebbe anche potuto aprirgli porte fino a prima impossibili da immaginare.

Aveva fatto la cosa giusta.

VI

Tra realtà e leggenda

Luoyang, Dicembre 96 d.C.

«Ti ringrazio, Gan Ying» disse Ban Chao con un cenno del capo, prendendo tra le mani la coppa d’infuso fumante.

Gan Ying lo guardò con fare accomodante, lisciandosi i lunghi e sottili baffi neri mentre si sistemava la morbida tunica vermiglia.

Si conoscevano da tantissimo tempo, e la loro frequentazione era continuata negli anni non solo perché erano della stessa età, ma anche per via delle loro affinità caratteriali. Entrambi erano uomini pragmatici ma dal grande intelletto, moderati eppure consci delle proprie capacità. E avevano affrontato le rispettive vite con la medesima risolutezza, pur scegliendo strade diverse.

Perché mentre Ban Chao era diventato uno tra i più importanti generali della Cina, Gan Ying aveva vissuto a corte, completando gli studi ed emergendo come un eccellente ambasciatore.

La sua eleganza era stata, di fatto, il volto dell’impero degli Han in innumerevoli spedizioni oltre i confini, e mai egli era tornato dalla dinastia reale senza aver portato a termine il proprio compito.

C’era un motivo se anche l’imperatore Hedi lo teneva in grandissima considerazione.

«Dunque l’imperatore si è mostrato riconoscente per quanto hai realizzato».

«Sì» ammise Ban Chao sorridendo. «Più di quanto mi sarei mai aspettato, se devo essere onesto con te».

«So che all’inizio tutti nutrivamo riserve su di lui, ma si sta rivelando un ragazzo molto acuto. E l’onore ricevuto non ha inficiato le sue attitudini. Se avrà modo di crescere consigliato da uomini altrettanto onesti, diverrà un ottimo reggente».

«Sono d’accordo. Credo che tutti noi fossimo in agitazione perché temevamo come avrebbe reagito all’incoronazione. Spesso il potere ha effetti spiacevoli su chi ha sempre vissuto nell’ombra, specialmente in gioventù, vedendosi negati i propri sogni e la possibilità di dare vita alle proprie ambizioni».

Era vero. Non restava che augurare all’imperatore e a loro stessi che tutto andasse per il meglio.

Ma Ban Chao sapeva anche di volersi confessare con Gan Ying.

Era convinto che ciò che Hedi gli aveva detto non sarebbe stato inopportunamente divulgato dal suo amico.

Sospirò appena, poi lo guardò intensamente.

«L’imperatore non si è limitato a complimentarsi con me».

«Cosa vorresti dire?» chiese Gan Ying aggrottando la fronte.

Ban Chao posò la coppa, e si accarezzò per un po’ le gambe incrociate con le mani.

«Mentre discutevamo della spedizione appena conclusa, egli mi ha chiesto cosa possa esserci oltre i monti del Pamir. Ha voluto farla passare come una semplice curiosità, ma non vorrei ci fosse dell’altro sotto. Non credo che avventurarci così oltre possa essere utile, specialmente adesso che siamo in pace ma non del tutto fuori pericolo. Sinceramente, la cosa mi preoccupa».

Gan Ying rise con delicatezza.

«La tua è un’affermazione, amico mio, ma ti conosco troppo bene per non sapere che in realtà le tue parole celano curiosità. E sono altrettanto convinto che vorresti chiedermi qualcosa».

«Come potevo pensare di nascondere le mie intenzioni a un uomo tanto avvezzo all’arte della dialettica?» scherzò lui.

«Per l’appunto. Immagino allora che tu voglia sapere da me cosa c’è oltre il Pamir».

Ban Chao annuì, arrendendosi scherzosamente.

«Se volgiamo a Occidente, troviamo l’impero dei Parti con il quale intratteniamo delle proficue relazioni commerciali. Ma dubito che tu non ne sia al corrente. In realtà vorresti sapere se ci sono altri popoli oltre ad essi. Magari, ancora più lontani».

«Mi hai letto nel pensiero».

Allora Gan Ying bevve a sua volta, guardandolo di sottecchi.

Poi soffiò appena sul liquido ancora bollente.

«La mia risposta è che purtroppo, neanche io che ho viaggiato per tutta la mia vita so veramente chi abiti le terre oltre l’impero dei Parti. Ho cognizione dell’esistenza di questi ultimi, ma aldilà di ciò neppure io saprei aiutarti. E comunque dubito che Hedi possa anche solo concepire una qualche spedizione militare a una tale distanza. Sarebbe inutile e dispendioso».

«Dunque concordi con me. Non c’è niente oltre i Parti».

«Non ho detto questo. Ho detto che non so chi siano queste genti, ed è ben diverso».

Quella risposta frustrò Ban Chao. Aveva sperato che l’amico, dall’alto della sua esperienza diplomatica, avrebbe potuto aiutarlo.

Fece dunque leva sulle sue gambe per risollevarsi e salutarlo.

Ma Gan Ying gli mostrò il palmo destro, intimandogli di aspettare.

«C’è però una spiegazione alle fantasie dell’imperatore».

«Ovvero?» domandò Ban Chao rimettendosi a sedere.

«Questi potrebbe esser caduto vittima dell’antico fascino di una leggenda che aleggia da decenni nel palazzo degli Han, e che a suo tempo rapì anche suo padre. Non saprei dire se questa custodisca un fondo di verità. Ma forse, è proprio lì che risiede il suo irresistibile fascino».

VII

I guerrieri d‘Occidente

Luoyang, Dicembre 96 d.C.

«Hai mai sentito parlare degli annali degli Han?»

Ban Chao rimase interdetto per un attimo. Era una domanda del tutto ovvia per lui, che conosceva bene la famiglia imperiale.

«Certamente» rispose. «A redigerli è stato proprio il mio defunto padre, Ban Biao».

Gan Ying annuì. Ma fu subito evidente che sapeva qualcosa di più.

«Immaginavo avresti risposto così. Quindi conoscerai gli annali che egli ha scritto e che son noti a tutti. Ma forse non sai che il tuo onorevole padre non si limitò solo a questo. Oltre ai libri che tutti noi conosciamo, egli ha scritto degli altri libri su commissione della dinastia».

«Di che genere?»

«Parlo di libri che non dovevano essere noti a nessuno se non agli imperiali. E che contenevano informazioni non del tutto verificate, legate al passato e al presente, ma che gli Han hanno voluto conservare ugualmente. Forse, la risposta ai tuoi quesiti è proprio in uno di questi libri».

Quella rivelazione paralizzò Ban Chao. Per quanto avesse creduto di conoscere il padre, egli non gli aveva mai rivelato il suo coinvolgimento in quell’opera oscura. Tale era stata la sua lealtà verso la dinastia finché era rimasto in vita.

«Non ti allarmare, e non esserne deluso. Si trattava di un progetto particolare, la cui segretezza era fondamentale. Se ne avesse fatto parola con qualcuno, avrebbe pagato con la vita».

Ban Chao sospirò pesantemente, e si mise in ascolto.

«Bene» disse Gan Ying annuendo. «Sappi che in uno di questi libri è raccontato un episodio singolare, risalente al periodo in cui la dinastia Han si ritrovò a dover combattere quella degli Hun per la supremazia sulla Cina. Si racconta in questi libri di uno scontro tra le fazioni, in cui gli Hun annoverarono tra le proprie fila un gruppo di mercenari del tutto diversi da noi per fattezze e stile di combattimento».

«Cosa intendi per diversi?»

«Questi erano alti, con i capelli dello stesso colore dell’oro. I loro fisici erano poderosi, e i loro occhi molto più grandi dei nostri. Durante lo scontro mostrarono una tecnica del tutto nuova che mise in crisi i guerrieri Han. Costoro si assembrarono diventando un corpo solo, unendo gli scudi così da sembrare singole scaglie di un grande pesce insensibile a qualsiasi attacco».

«Tu però mi parli di un avvenimento lontano nel tempo, seppur incredibile. Sono passati decenni».

«È vero. Ma lasciami finire. Perché aldilà di quel singolo episodio, c’è dell’altro. Venne anche approfondita la possibile origine di questi uomini, e ciò che ricordo di aver letto potrebbe soddisfare la tua curiosità».

«Parla, dunque».

«Ancor prima della battaglia tra Han e Hun, pare vi sia stato un terribile scontro tra i Parti e un popolo sconosciuto proveniente da terre ancora più a Occidente rispetto a loro. Questi però furono sconfitti, e un gran numero di essi venne fatto prigioniero. Dopo essere stati impiegati probabilmente come schiavi, alcuni riuscirono a sfuggire. E così ripararono come mercenari sotto gli Hun».

Solo allora Ban Chao si rese conto di essersi chinato sempre di più verso Gan Ying man mano che questi parlava.

Quel racconto era assurdo, eppure l’ambasciatore l’aveva fatto sembrare più che credibile. Ecco cos’aveva rapito il giovane imperatore Hedi.

«So che questa è già una gran sorpresa per te. Ma non ho ancora finito».

«C’è dell’altro?»

Gan Ying annuì lentamente.

«Sì. Perché questi uomini, la cui terra natia affascina tanto il nostro imperatore, non sono scomparsi. Sono ancora tra noi, o almeno così si narra».

«E dove si trovano?»

«Se non ricordo male, gli scritti dicono che gli eredi di quei valorosi combattenti si sono insediati nel villaggio di Liqian. Ma da allora, nessuno si è mai sincerato che queste parole corrispondano alla realtà. Quindi ti prego di prendere con estrema cautela queste informazioni».

Un popolo giunto dall’Occidente, sconfitto e tratto in prigionia e poi stabilizzatosi proprio in Cina, vicinissimi a loro.

Ban Chao stentò a crederci.

Ogni razza aveva le proprie leggende, ma l’impatto di queste era ben diverso quando le si scoprivano tanto vicine.

E cavalcando quell’onda che montava inarrestabile, Ban Chao fu pervaso dal desiderio di dare una dimensione definitiva a quel racconto di tempi lontani. Capendo, finalmente, se questi uomini esistessero ancora. O se fossero mai esistiti.

A prescindere da ciò che gli aveva detto l’imperatore.

Ora era lui a bramare quella conoscenza.

Lentamente, si alzò.

Gan Ying lo guardò senza però seguirlo.

Aveva già capito quali fossero le sue intenzioni.

E quel loro scambio di sguardi bastò come saluto.

Ban Chao abbandonò l’abitazione dell’amico, con la schiena curva ma animato da nuovi ed esaltanti propositi.

Sarebbe partito molto presto.

VIII

La riforma della rinascita

Roma, Gennaio 97 d.C.

Si rese conto di essersi per un attimo assopito, il volto sorretto dai palmi quasi in un prodigio di equilibrio. Quando gli occhi tornarono a vedere, Nerva realizzò che era notte fonda.

Davanti a sé erano ancora le bozze di leggi alle quali aveva incessantemente lavorato per giorni, rifiutandosi di mangiare e dormire pur di completare il lavoro quanto prima.

Perché per lui nulla era prioritario quanto risollevare Roma, ed era sinceramente convinto che quei provvedimenti avrebbero potuto favorirne la rinascita.

Perdendosi nella penombra, arrivò a domandarsi come avesse fatto alla sua età a trovare tanta energia e inventiva. Aveva sempre temuto di rammollirsi nel corpo e nella mente, quasi condannato a una dolce e oziosa prigionia nei suoi possedimenti. Ma poi era giunta la porpora, ed era stato come rifiorire e tornare agli anni della gioventù che ormai sbiadivano nella sua memoria.

Quale che fosse stato quel portento, non poteva che esserne lieto. Si sentiva finalmente felice e realizzato, con un nuovo ruolo al mondo e una direzione concreta da seguire.

Prima di mettersi al lavoro aveva però voluto visitare l’Urbe in lungo e in largo, di primo mattino o a notte fonda. Sempre sotto mentite spoglie. Ciò che aveva visto l’aveva profondamente turbato.

No, partecipare alle sedute in Senato non poteva dare la giusta panoramica sullo stato della città. Solo camminando per le strade si poteva arrivare a capire in che condizioni questa versasse.

E Nerva era contento di averlo fatto, anche se assistere a certe scene gli aveva fatto male. Ricordava bene quelle immagini.

La scellerata politica di Domiziano aveva ampliato ancora di più il divario tra le classe più abbienti e quelle umili. Da parte sua, aveva trovato le casse imperiali quasi vuote e quelle ristrettezze combaciavano perfettamente con quanto visibile per Roma.

Le strade erano piene di miseri e appestati, di bambini pidocchiosi che elemosinavano e di uomini senza più lavoro costretti a vivere di espedienti. Ragazze giovanissime vendevano il loro corpo al migliore offerente, facendo le fortune dei lenoni sempre pronti a rimpinguare di carne fresca i loro bordelli.

Migliaia e migliaia di persone pregavano perché le distribuzioni di cibo arrivassero quanto prima, senza mai cessare.

Come poteva l’augusto rimanere indifferente davanti a quello spettacolo straziante?

Non poteva.

Non lui.

Ecco perché aveva dovuto riflettere subito sulla gravità della situazione, e concertare soluzioni su come riportare tutto alla normalità. O perlomeno all’umanità per tutti, nessuno escluso.

La risposta era semplice.

A Roma vi erano più popolani che nobili, e le tasse avevano reso i primi sempre più poveri portandoli a perdere le loro occupazioni e ogni avere, spesso costringendoli a compromettersi proprio con chi poteva garantire prestiti a tassi non di rado improponibili.

Senza il popolo comune e la sua forza lavoro, Roma non si sarebbe mai ripresa. Dunque costoro andavano rimessi in condizione di produrre, di non finire per strada, di essere nuovamente una preziosa risorsa per lo stato.

E c’era solo un modo per farlo. O meglio, più d’uno.

Avrebbe dato nuove terre a chi non possedeva nulla, cosicché potessero coltivarle. E non importava a chi appartenessero queste: se necessario, avrebbe concesso loro anche le proprie.

In aggiunta, avrebbe alleggerito il più possibile le tasse.

Senza i tributi a gravare sulle classi meno ricche, queste avrebbero avuto denaro a disposizione da far circolare con immediati benefici sull’economia imperiale.

Trovava poi vergognoso che fossero i cittadini, malgrado le tasse già versate, a sostenere servizi pubblici come quelli postali.

Molto presto, essi sarebbero stati interamente a carico delle casse imperiali, che confidava tra non molto avrebbero potuto rifiatare.

Era certo che il Senato non sarebbe stato contento di ciò.

Per i padri coscritti i suoi interventi sarebbero stati un evidente segnale di vicinanza a un ceto a cui non appartenevano, cosa che li avrebbe spaventati non poco. Ma a Nerva non importava.

Occorreva che l’economia ripartisse il prima possibile, e con il contributo di tutti. Ma tutti dovevano esser messi nelle condizioni di contribuire allo stesso modo.

Qualcuno forse gli avrebbe suggerito di lanciare una campagna militare, per appropriarsi delle ricchezze di altri territori.

Ma non era pensabile. Una guerra andava finanziata, e per trovare i fondi avrebbe dovuto contravvenire a tutto ciò che riteneva giusto ed etico. Facendo soffrire ancora la gente.

Non l’avrebbe fatto.

Non voleva né sangue, né povertà.

Lui voleva solo che la luce tornasse a splendere su Roma, così come il sole sarebbe tornato a illuminare la città di lì a poco.

Avrebbe dato tutto sé stesso per avviare quel cambiamento.

Inizialmente nel concreto, e poi nelle menti di tutti.

Ognuno avrebbe dovuto battersi e lavorare per una causa comune, senza più soffermarsi su pensieri inutili e dannosi come il giudizio del prossimo in base alla razza, al culto o al ceto sociale.

Era possibile.

Nerva ci credeva.

Un fioco raggio di luce gli attraversò il viso, preannunciando l’inizio di una nuova giornata. Allora si lasciò andare sullo scrittoio, cedendo al sonno che il suo corpo tanto agognava.

Era stremato.

Ma alla fine di tutto, felice. Sperò di non dormire troppo.

Non vedeva l’ora di ricominciare a lavorare.

Per Roma, per l’impero, e per la rinascita di tutti loro.

IX

La chiamata dell‘imperatore

Luoyang, Gennaio 97 d.C.

Era tutto pronto.

Ci aveva pensato per giorni, chiedendosi se fosse un’idea saggia oppure una pericolosa cedevolezza all’immortale fascino dell’ignoto. Si era sentito anche puerile, alla sua veneranda età, per aver orchestrato quel piano. Ma alla fine, come nei momenti salienti di ogni battaglia che aveva vinto, si era risolto ad ascoltare l’istinto. E così si era immerso nei preparativi.

Aveva caricato il suo miglior cavallo di provviste sufficienti, vestiti di ricambio e armi. Si era però trattenuto dall’includere nel proprio bagaglio armature e oggetti che avrebbero potuto renderlo riconoscibile. Nel cuore della propria dimora, Ban Chao chiuse gli occhi e prese un lungo e profondo respiro.

Probabilmente ciò che stava per fare era insensato, stupido, folle.

Ma sentiva di volerlo fare.

La brama di conoscenza era un fuoco che aveva preso ad ardere in lui all’improvviso, e che non poteva spegnere in alcun modo.

Non gli rimaneva che assecondarlo, e augurarsi che tutto andasse bene. Mosse dunque verso l’uscita della propria dimora.

Era notte fonda, e la città intera riposava.

Si sarebbe messo in marcia silenziosamente, senza fare il minimo rumore. Aveva persino fasciato gli zoccoli del cavallo, prendendo in prestito quella tecnica proprio dagli Xiongnu che la usavano per rendersi il più silenziosi possibile durante le loro incursioni.

Avrebbe speso qualche giorno in viaggio, sostando là dove la natura gliel’avrebbe permesso. E poi, se la mappa che possedeva era corretta, sarebbe giunto al villaggio di Liqian.

Là avrebbe scoperto se quella leggenda era solo una diceria, o se realmente corrispondeva al vero.

Prima di poter abbandonare la propria abitazione, però, udì dei fruscii. Si arrestò immediatamente, rendendosi conto allo stesso tempo di non aver nessun’arma con sé.

Chi poteva essere?

Ladri? O forse semplicemente degli animali che muovevano in libertà protetti dalle tenebre?

Rifiutandosi di provare timore, uscì ugualmente.

Ma ciò che vide lo paralizzò.

Davanti a lui apparvero due uomini, le loro sagome a malapena distinguibili. Gli parvero subito giovani, forti e possibilmente malintenzionati.

Tese le braccia pronto a difendersi, ma uno di questi fece un passo nella sua direzione. E rischiarato dalle luci della sua casa, assunse fattezze decisamente più rassicuranti.

Tornando a respirare, Ban Chao ritornò a una posizione normale.

Le loro armature in cuoio e bronzo, che li ricoprivano quasi del tutto, gli suggerirono che si trattava di soldati imperiali.

Ma perché l’avevano raggiunto lì? E perché proprio in quel preciso momento? Non ne aveva fatto parola con nessuno.

«Non temere, nobile generale» disse il guerriero provando a calmarlo a gesti. «Ti prego».

«Cosa volete da me a quest’ora della notte?» chiese Ban Chao provando a mostrarsi più tranquillo.

«L’imperatore desidera conferire con te, e con la massima urgenza» rispose l’altro, che sino ad allora era rimasto in disparte.

«E di cosa vorrebbe discutere?»

«Questo non lo sappiamo. Non ci è consentito di essere a conoscenza di informazioni così riservate. Ci è solo stato ordinato di condurti a palazzo. Ora ti prego di seguirci».

Non avevano fatto menzione della sua imminente fuga.

Forse, nessuno sapeva.

Ma questo l’avrebbe scoperto solo una volta trovatosi di fronte all’imperatore Han Hedi.

Rassegnandosi a quell’incombenza, Ban Chao acconsentì.

E sparì con i due guerrieri nella notte.

Niente era andato come si aspettava.

X

Il volere degli Han

Luoyang, Gennaio 97 d.C.

Sforzandosi di ignorare il nodo che aveva in gola, Ban Chao rimase immobile mentre il giovane imperatore lo guardava.

Apparentemente, con fare serafico.

Ma aveva speso troppo tempo nell’insidiosa corte reale per credere nei comportamenti altrui. Rimase dunque in attesa.

«Innanzitutto ti chiedo scusa, generale, per aver richiesto la tua presenza qui e a quest’ora poco consona».

«Non devi scusarti, mio signore. Ogni tuo desiderio è un ordine per me».

«La tua lealtà mi scalda il cuore. E proprio per questo ho pensato mi potesse rasserenare averti qui a palazzo. Ricordi, generale, il nostro ultimo discorso?»

Quella domanda insospettì Ban Chao, che per un istante lo guardò interdetto. Hedi si accarezzava le mani, apparentemente con ostentata noncuranza.

«Certamente, imperatore. Rammento».

A quel punto, il giovane reggente si guardò attorno cambiando del tutto espressione. Da disteso, il suo volto si fece duro e risoluto.

I suoi occhi sottili guizzarono per l’ampia sala in penombra.

«Desidero rimanere solo con il generale Ban Chao» disse allora con una determinazione inedita per lui.

Le decine di guardie imperiali che erano schierate lungo le pareti furono colte di sorpresa da quell’imposizione, ma poco dopo lasciarono ordinatamente la stanza.

Rimasero solo loro due.

Quell’ulteriore ed estrema intimità spaventò Ban Chao.

Era già sospetto il modo in cui era stato condotto a palazzo, e ora l’imperatore ordinava un colloquio personale con lui.

Cos’aveva in mente? Per caso intendeva punirlo per ciò che aveva progettato senza interpellarlo?

Mille e più scenari catastrofici invasero la sua testa, ma sorprendendolo ancora una volta Hedi gli sorrise.

«Sono lieto che le mie parole abbiano spazio nella tua memoria. Ma se pensi che mi riferisca agli Xiongnu ti sbagli».

Il sospetto si trasformò in paura. L’imperatore si stava chiaramente riferendo all’oggetto delle sue fantasie.

Un mistero che aveva attratto anche lui.

«Vedi quella teca?» disse Hedi indicando un mobile rettangolare dalle pareti in vetro. «Guarda pure cosa contiene».

Annuendo, Ban Chao si avvicinò con passo incerto alla teca che sino ad allora aveva ignorato. Quando vi fu accanto, notò che essa conteneva dei fogli di carta. Erano ricoperti di iscrizioni, al punto da non esservi più una porzione di superficie libera.

«Cosa sono?»

«Quei fogli sono la ragione per la quale il mio sguardo volge ad Occidente. Stai osservando uno degli annali segreti della dinastia Han. Anche questi furono redatti dal tuo nobile padre, generale».

Lo sapeva bene.

Ma non poteva mostrarsene a conoscenza. Cercò quindi di fingersi sbalordito. La sua messa in scena sembrò funzionare.

«Fu mio padre a commissionargli la scrittura di questi libri, contenenti aneddoti e anche leggende. Una di queste riguarda proprio un popolo proveniente dall’estremo Occidente, oltre l’impero Partico, che combatté per gli Hun quando questi insidiarono il nostro dominio. Quel racconto è la prova che il mondo è per noi ancora in parte inesplorato. Ma c’è qualcosa di ancor più strabiliante».

«Di cosa parli, mio imperatore?»

«Apparentemente, queste genti sono ancora tra noi. Dopo la battaglia, si liberarono dal giogo dei Parti e ripararono in un luogo che divenne il loro rifugio. Il villaggio di Liqian. Lì, forse abitano i discendenti di quei guerrieri».

«Una…una storia incredibile» disse Ban Chao.

«Proprio così, generale. Ma a questo punto, io mi chiedo: se davvero la prole di questa gente è ancora viva ed è così vicina a noi, non conoscono forse la strada per la propria terra natia? Non potrebbero rivelarcela? Se così fosse saremmo capaci di interfacciarci con un nuovo impero, forse potente quanto il nostro. E avremmo nuovi alleati con i quali combattere non solo gli Xiongnu, ma qualsiasi altro nemico».

Ecco cosa auspicava l’imperatore. Le sue fantasie erano l’anticamera di desideri più concreti. In verità egli voleva conoscere la strada per l’estremo Occidente, sfruttando le conoscenze di quel popolo remoto e avvolto nel mistero.

Si preparò all’inevitabile.

«Voglio che ti rechi a Liqian» disse Hedi congiungendo le mani. «Prenditi pure il tempo per riunire i tuoi uomini migliori per questa spedizione. Avrai denaro e risorse a volontà. Questo è il mio volere. Spero che la cosa ti onorerà».

Ban Chao guardò l’imperatore ancora un poco, cercando di capire se questi gli avesse ordinato di avviare quella missione di sua spontanea volontà o se l’avesse fatto sulla scia di qualche rivelazione. Ma ancora una volta, cercò di dissuadersi da quel dubbio dicendosi che in verità non ne aveva fatto parola con nessuno. Proprio come suo padre, tempo fa, non aveva detto ad anima viva di aver redatto quegli scritti preziosissimi.

Inchinandosi, decise di accommiatarsi.

Dunque era deciso.

Si sarebbe diretto verso il villaggio di Liqian, nel tentativo di scoprire un mistero antichissimo e capire se esso fosse realtà.

In tal caso, tutto sarebbe cambiato.

Ma non importava. O almeno, non in quel momento.

Quando fu fuori dal palazzo reale, tirò un sospiro di sollievo.

Ne era uscito sano e salvo.

Ed era la sola cosa che contasse.

XI

Incompreso

Roma, Gennaio 97 d.C.

Nerva si sforzò di mantenere la calma.

Ma in realtà avrebbe voluto urlare contro quegli ingrati la sua frustrazione. Fu tentato di alzarsi in piedi, ma farlo avrebbe leso la sua reputazione di uomo equilibrato e perbene.

Agitavano i pugni.

Qualcuno addirittura si era messo a gridare il proprio disappunto, sbracciandosi e trovando subito l’appoggio di altri.

Era incredibile!

Si chiese se quelle fossero le stesse persone con le quali aveva condiviso i seggi della Curia sino a poco tempo prima.

Purtroppo lo erano. Ma allora non era mai stato nella posizione di mettere in pericolo i loro privilegi, facendo tremare la terra sotto i loro piedi. Avrebbe dovuto immaginarlo.

Si era aspettato qualche moderata protesta, ma non una vera e propria insurrezione come quella a cui stava andando incontro.

Inaudito!

«Tolleranza religiosa verso i Cristiani! Proprio quando costoro sono stati la causa degli eventi più nefasti degli ultimi decenni!»

«Questo ci renderà ridicoli davanti a quei parassiti!»

«E gli Ebrei, Cesare? Perché agevolare anche loro, mettendoli sullo stesso piano dei nostri concittadini?»

Quelle erano solo alcune delle voci che rimbombavano nelle sue orecchie. Provò nausea per quei vecchi egoisti.

Da quando in qua avevano a cuore gli interessi degli altri Romani? Costoro non erano forse gli stessi a cui prestavano denaro per poi spogliarli di quanto avevano al momento della riscossione?

E cosa gli importava di Cristiani ed Ebrei? Cos’avevano mai fatto questi contro l’impero? Non avevano mai chiesto nulla, se non la possibilità di professare i rispettivi culti in privato e nel rispetto di quelli altrui!

Ma ciò che gli aveva fatto più male era stata un’altra accusa.

Tutte le misure che aveva deciso di prendere, sul piano fiscale e religioso erano state accolte da grida scandalizzate. Qualcuno, però, era andato oltre.

Una voce che non era riuscito a riconoscere aveva detto che quelle decisioni erano una manifestazione di debolezza.

La sua debolezza.

Proprio come aveva temuto all’inizio. Era stato eletto per la propria mansuetudine, e ora veniva tacciato proprio di eccedere in quella che era stata la dote che l’aveva condotto alla porpora.

Un gioco ideato al fine di destabilizzarlo, per poi spargere in città la voce di un Cesare succube di chi Romano non era.

Ma la realtà era ben diversa.

Nerva non aveva paura, né parteggiava per chi aveva un culto o un ceto sociale diverso dal suo.

Erano loro ad aver paura. Per la loro rilevanza appena riacquisita, per il loro secolare lustro, ma soprattutto per le loro tasche.

Temevano che lui li avrebbe costretti a pagare per le classi più in difficoltà, forse chiedendo loro di cedere addirittura le terre che possedevano e che li avevano resi ricchi.

Ai loro occhi era lui il reazionario, il folle, il problema.

E non era che all’inizio del proprio regno.

Il fastidio per quel putiferio scatenatosi davanti a lui e che cresceva davanti alla sua indifferenza lo portò a chiedersi se in fondo non avessero fatto bene gli altri Cesari a militarizzare l’impero. Almeno, quando gli armati avevano marciato per l’Urbe le proteste e le maldicenze erano drasticamente diminuite.

Ma lui non voleva essere un reggente dispotico.

Aspirava a regnare in concordia con Senato e popolo, facendo sì che venisse stimato realmente e non a causa della paura altrui di manifestare la propria opinione.

Che parlassero, dunque.

Lui non li avrebbe certo inibiti dal farlo.

Sarebbe stato un grave errore lasciarsi trasportare dall’ira.

Eppure rimase stupito dalla bramosia di quella gente, dall’odio che ardeva nei loro occhi. Stava scoprendo un lato dei suoi ex colleghi che non aveva mai visto per anni.

Come poteva far capire loro che quelle leggi erano necessarie?

Erano davvero tanto stolti da non capire che se si continuava ad arricchire pochi eletti, in migliaia sarebbero morti di fame segnando un destino analogo per tutto l’impero?

Non potevano essere tanto ciechi.

O forse sì.

Provò ad aspettare per un poco, nella speranza che alla fine si stancassero di strepitare e agitarsi, mentre gli rivolgevano epiteti di qualunque tipo. Altri imperatori li avrebbero fatti decapitare per delle simili mancanze di rispetto.

Ma il frastuono non cessò.

Più lui si rifiutava di scendere al loro livello, più i Senatori s’infuriavano perdendo progressivamente tutta la loro dignità.

Quella visione grottesca convinse Nerva che non ci sarebbe stato verso di condurli alla ragione, se non uno.

Aveva sperato di non dovere arrivare a tanto, ma era stata colpa loro. L’avevano costretto.

Se proprio non volevano capire l’importanza di quelle azioni che erano finalizzate al bene comune, li avrebbe indottrinati.

E se intendevano continuare a insultare lo stesso Cesare che avevano eletto, avrebbe ricordato loro chi comandava.

Suo malgrado, avrebbe dovuto almeno per il momento svestire i panni dell’imperatore buono e aperto al dialogo.

Da quel momento in poi, avrebbe mostrato i denti.

E il silenzio sarebbe tornato nella Curia Iulia.

XII

Autoritas

Roma, Gennaio 97 d.C.

«Dunque è questo che è accaduto?»

«Sì, Cesare» disse l’anziano cortigiano con fare untuoso. «Purtroppo sono scoppiate diverse rivolte una volta che si è sparsa la notizia della tua incoronazione. Ma posso dirti che fortunatamente sono state tutte sedate, e ora la situazione è definitivamente rientrata».

Nerva si accarezzò il volto, accorgendosi che questo era rugoso e disidratato. Per tutto quel tempo, si era del tutto negato qualsiasi cura personale per mostrare il proprio impegno politico.

Evidentemente non era bastato.

«E le legioni?» chiese.

«Sia in Pannonia che in Germania Superiore si è rischiato il loro scioglimento, ma ora sono tornate all’ordine. Questo grazie al tempestivo intervento di chi hai confermato come governatore di quelle province».

Sentendosi dire ciò, Nerva cercò di far mente locale. Non rammentava chi fosse stato incaricato di gestire la Pannonia, ma ricordava chi era il governatore della Germania Superiore.

Marco Ulpio Traiano.

Lo conosceva molto bene. Era un giovane che aveva sempre stimato, di origini Ispaniche e che aveva servito sotto diversi imperatori tra cui Vespasiano e Domiziano. Proprio sotto quest’ultimo si era già trovato a sedare ribellioni ai confini imperiali. Inoltre, era già giunto a ricoprire il consolato.

Non era dunque sorpreso che questi fosse stato in grado di riportare alla ragione quei legionari rivoltosi.

Ciò nonostante quanto aveva appena udito non era un buon segnale. Era da capire se le insurrezioni degli armati fossero state sobillate da qualche Senatore, o se fossero nate spontaneamente.

Ad ogni modo, ora sapeva di essere osteggiato da più parti contemporaneamente.

Così come era convinto che anche a palazzo non mancassero degli oppositori: chissà, forse tra questi era anche l’uomo che si trovava davanti e che aveva speso tutta la propria vita appresso ad altri imperatori. Nulla era da escludere.

Lo guardò con attenzione.

Ingobbito e completamente glabro, questi continuava a fregarsi le mani con un’espressione sorniona quasi si aspettasse una qualche ricompensa per il servizio prestato. Proprio il tipo di atteggiamento pieno di piaggeria che detestava.

«Ti ringrazio per avermi dato queste preziose notizie. Le terrò a mente. Ora puoi andare».

«Oh…certamente, Cesare» disse questi colto di sorpresa.

Nerva lo guardò allontanarsi interdetto, quasi stupito per non aver ricevuto alcuna lode in

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