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Compendio di Storia della Letteratura Italiana

Compendio di Storia della Letteratura Italiana

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Compendio di Storia della Letteratura Italiana

Lunghezza:
654 pagine
8 ore
Editore:
Pubblicato:
5 mar 2021
ISBN:
9791220327190
Formato:
Libro

Descrizione

Ecco un testo di Storia della Letteratura, inteso come compendio per

orientarsi facilmente nel mondo letterario di un popolo, deve essere il

più possibile chiaro e strutturato in modo semplice e facilmente

comprensibile.

Un buon manuale fornisce informazioni essenziali e costituisce una

piattaforma di lancio per eventuali approfondimenti da rintracciare in

fonti alternative.

L'insegnamento delle Lettere, pur mantenendo come obiettivo il curare

l'apprendimento e soprattutto l'affinamento delle capacità espressive e

linguistiche deve comunque mirare alla formazione di una cultura e di

un gusto letterari inquadrabili storicamente e riferibili, nello

specifico, all'evoluzione della Letteratura Italiana.
Editore:
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5 mar 2021
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9791220327190
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Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Compendio di Storia della Letteratura Italiana - Alberto Nigi

Italiana.

CAPITOLO I

LA LETTERATURA ITALIANA DELLE ORIGINI

I primi tentativi di produzione letteraria hanno più importanza culturale che non poetica e si riscontrano solo a partire XIII secolo.

Tuttavia le premesse risalgono a diverso tempo prima, intese come l’affacciarsi e lo svilupparsi di un idioma nuovo, il volgare, destinato a diventare vera e propria lingua, strumento di attività letteraria e poetica.

Le prime tracce e documenti in lingua volgare risalgono al VII e VIII secolo, ma non si può stabilire il tempo e il luogo o la nascita di una lingua che è un continuo trasformarsi a seconda delle esigenze e delle situazioni. Il fenomeno lingua è un sistema aperto ed un processo soggetto a modificazioni diatopiche (variazioni dovute alle diversità geografiche), diacroniche (variazioni dovute al passare del tempo) e diastratiche (variazioni dovute alle diversità degli strati sociali).

Possiamo, anzitutto, citare il famoso Indovinello veronese: "Se pareba boves, alba pratàlia aràba et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba. Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne Deus. (Spingeva i buoi davanti a sé, arava bianchi prati, e teneva un aratro bianco e seminava un nero seme. Ti rendiamo grazie, o Dio onnipotente ed eterno").

In realtà i buoi rappresentano le dita della mano, i prati il foglio, l’aratro la penna, il nero seme l’inchiostro.

Da ricordare poi, il famoso "Placito Capuano. Si tratta di una sentenza in latino in cui è inserito il giuramento in volgare pronunciato dai testimoni di una controversia tra il monastero di Montecassino e un proprietario terriero. I testimoni che non conoscevano il latino, dovettero giurare in volgare: Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parti sancti benedicti". (So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, le ha avute in possesso per trentanni la parte di San Benedetto).

"Il volgare di questo testo è molto diverso dal latino, e presenta caratteri tipici dell’area regionale campana e toscana: terre, kelle, la caduta delle consonanti finali"².

L’italiano è l’evoluzione del latino attraverso il tempo, lo spazio e l’ambiente sociale.

Prima, quindi, di parlare di storia della letteratura italiana conviene parlare di storia della formazione della lingua letteraria italiana.

In Italia (nel nostro caso l’Italia va intesa come pura espressione geografica) una lingua e una letteratura nazionali si manifestano con circa due secoli di ritardo rispetto alle altre nazioni d’Oltralpe. Ciò per la tenace resistenza del latino, anche per l’influenza della cultura ecclesiastica di cui il latino era ed è tutt’oggi lingua ufficiale.

Tuttavia, per quanto in ritardo, notevole è la rapidità di evoluzione e la consistenza di essa considerando l’opera di Dante Alighieri (1265 - 1321), Francesco Petrarca (1304 - 1374) e Giovanni Boccaccio (1313 - 1375).

Le prime espressioni della letteratura italiana subiscono l’influenza delle letterature d’Oltralpe.

In Italia i primi tentativi letterari del Duecento sono ancora incerti e poco precisi, fatti di temi e di posizioni contrastanti e presi a prestito. In un certo aspetto influiscono le vicine civiltà romanze, francese e provenzale. Il tema comune è l’amore. L’amore provenzale è purificato, sublimato, non ha niente di volgare e di sensuale.

Nelle Chansons de Geste, che sono poemi epici provenzali, è presente un sentimento religioso e nazionale. Spicca l’esaltazione di Carlo Magno (742 - 814) e dei Paladini.

Seguono le Chansons de Roland, le Leggende Brettoni, dove è esaltato lo spirito d’avventura, il fascino, il mistero, e dove si combatte per la gloria e per la donna amata.

Queste espressioni letterarie erano largamente diffuse negli aristocratici ambienti feudali.

NASCITA E SVILUPPO DELLE SCUOLE

La Scuola Siciliana

Nasce l’esigenza di una lingua comunemente intesa. Il primo tentativo è compiuto in Sicilia da Federico II di Svevia con l’istituzione della Scuola Siciliana tesa a costituire una lingua letteraria nazionale. Essa abbraccia, però, solamente una stretta cerchia di aristocratici, di persone colte, in ambiente intellettuale. Si tratta, dunque, di una forma letteraria convenzionale, artificiosa, destinata a soccombere. Prende, infatti, come modello la letteratura provenzale in cui l’amore altro non è che omaggio cavalleresco alla donna vista nella sua perfezione fredda e astratta.

L’espressione presenta artificiosità concettuali, immagini stereotipate, forma oscura. Si tratta di un linguaggio letterario lontano dal volgo, che quindi si compiace dell’eleganza della sua monotona squisitezza, priva di freschezza e di originalità.

L’unico vantaggio della Scuola Siciliana sta nel fatto che proprio grazie ad essa si sono potuti compiere i primi passi verso il costituirsi di un linguaggio e di un gusto ben definiti.

Alcuni rappresentanti della Scuola Siciliana sono: Pier Della Vigna (1190 - 1249), Guido delle Colonne (1210 - 1287) Jacopo da Lentini (1210 - 1260) ed infine Jacopo d’Aquino di cui s’ignorano data di nascita e di morte, ma di cui conserviamo almeno la canzone "Al cor m'è nato e prende uno disio d’amar". Sappiamo, poi, che combatté con Manfredi a Benevento nel 1266.

Cielo D’Alcamo

Poco sappiamo di Cielo d’Alcamo (detto impropriamente Ciullo) riguardo alla letteratura del Duecento. Alcuni studiosi ritengono che il nome "Cielo derivi da Celi, o Cheli, diminutivo di Micheli. Oppure da Chelo, spagnolo per Marcelo. Ciullo deriverebbe invece da un errore, scambiando una e per una u. Ciò ci porterebbe al diminutivo di Vincenzullo", nome di taglio mi giullaresco.

D’Alcamo ovvero "dal camo potrebbe derivare sia da dal camo, che d’Alcamo a seconda che ci si riferisca al camo, un panno" abbigliamento tipico dei giullari, oppure al luogo di nascita, Alcamo, in Sicilia.

Angelo Colocci, letterato del Cinquecento, attribuì a lui la paternità dell’opera "Il contrasto" composizione poetica dialogata ("Rosa fresca aulentissima ch’apari inver’ l’astate…") composto tra il 1231 e il 1250, per il fatto che le sue caratteristiche richiamano atmosfere giullaresche.

Qui un corteggiatore impenitente prende di mira una ragazza apparentemente inarrivabile che poi però, alla fine cede alle lusinghe.

Gli studiosi non sanno decidersi se quest’opera sia da annoverare in un contesto giullaresco-popolare, secondo la critica ottocentesca, oppure in un ambiente di cultura medio-alta, vicino alla corte di Federico II, come ci dice la critica contemporanea, pur non negando gli evidenti tratti popolani e giullareschi ben miscelati alla evidenza aulica della poesia cortese tipica della Scuola Siciliana.

Dante cita Cielo d’Alcamo nel "De vulgari eloquentia (I, XII, 6) come esempio di siciliano non illustre, ovvero scritto secundum quod prodit a terrigenis mediocribus (secondo quanto producono i mediocri figli della terra) e prende ad esempio "Il contrasto" parlando, appunto, di stile popolare. Notando la doppia caratteristica aulica e popolare dell’opera, Dante furbescamente evita di riportare i primi due versi di stampo aulico e cortese, limitandosi, quindi, alle seguenti strofe:

"Rosa fresca aulentissima ch’apari inver’ la state,

le donne ti disiano, pulzell’ e maritate:

tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate;

per te non ajo abento notte e dia,

penzando pur di voi, madonna mia".

Considerato ciò, ci è lecito inserire "Il contrasto", che vagheggia modelli tematici e stilistici tipici della letteratura provenzale, all’in-terno della Scuola Siciliana? Forse Cielo d’Alcamo non ha fatto parte direttamente di quella Scuola, tuttavia sembra ne abbia almeno subito l’influenza.

La Scuola Toscana

L’attività letteraria in Toscana è assai simile a quella siciliana, a parte l’idioma che si arricchisce di termini toscani e fiorentini. Permane comunque freddezza e convenzionalità e aderenza agli schemi svevi, di stampo provenzale, forse in modo anche più accentuato.

Figure notevoli della Scuola Toscana sono: Guittone del Viva d’Arezzo (1235 - 1294) in cui si nota un desiderio di pregresso tecnico, Chiaro d’Avanzati (? - 1303), Monte Andrea (?) nei quali già si delineano le premesse al Dolce Stil Nuovo. Da ricordare, inoltre, Brunetto Latini (1220 - 1295), che fu precettore di Dante, e il suo Tresor, raccolta di materiale scientifico in lingua d’oil.

Altre forme di produzione letteraria italiana

Nelle opere prodotte in altre zone d’Italia, si nota rozzezza, fragilità sintattica e gram-maticale, elementarità nella poesia popolaresca religiosa e morale.

Di coscienza artistica quasi inesistente, tutti i documenti più antichi presentano affinità di aspetto e sono espressi in versi. I motivi sono per lo più di carattere ascetico.

Da ricordare: Francesco D’Assisi (1182 - 1226), col suo Cantico delle Creature e le sue Laude, Giacomino da Verona (1255 - ?) di cui si ricorda la Jerusatem Celesti dove, con ingenua materialità e vigoria di rappresentazione l’autore parla delle gioie del paradiso.

Questo genere di opere, chiamate "Laude", si sviluppano in Umbria, in Toscana nelle Marche e spesso hanno funzione di canti religiosi.

Altri aspetti della produzione popolare

Ritroviamo frammenti di poesia nella lirica popolare e popolareggiante. Si tratta di simpatiche rappresentazioni (ritmi, ballate, mimi) per quanto prive di spontaneità e di intensità poetica.

Esse ritraggono l’uomo nei suoi atteggiamenti più comuni e quotidiani, più popolari e realistici, nei suoi rapporti d’amore, d’amicizia, d’affari, di contesa, di litigi, di divertimenti.

Le caratteristiche della letteratura realistica in Toscana sono soprattutto l’uso di un idioma energico e colorito, ricco di vocaboli popolari, di modi di dire grossolani associati a sintassi arida, movimentata e scorretta. Vi si coglie, però, sempre quel qualcosa di voluto e di com-piaciuto, di poco spontaneo.

I principali rappresentanti sono Cecco Angiolieri (1260 - 1312) che ci descrive ambienti di vizio e di miseria, che ci parla di amore sensuale e plebeo, con uno spirito arguto e bizzarro, con vivacità e incisività, di rappresentazione.

Abbiamo poi Folgore di S. Gimignano (1270 - 1332) che, al contrario, trasporta tanta ma-terialità su un piano ideale e non autobiografico e colorisce di sogno quel mondo crudo e sensuale.

La prosa popolare e la prosa d’arte

Notevole per il suo realismo e la sua obiettività storica per la sua rigorosità scientifica abbiamo il Milione di Marco Polo (1254 - 1324).

Una figura eminente nella produzione letteraria religiosa Umbra è Jacopo De Benedetti, detto "Jacopone Da Todi" (1236 - 1306).

Nato a Todi nel 1236, morto a Colazzone nel 1306 è un ricco procuratore legale, il quale conduce dapprima una vita mondana e dissipata. Dopo l’improvvisa e tragica morte della moglie, fa dono delle sue ricchezze e nel 1268 si dedica alla vita ascetica e di penitenza tutta rivolta a Dio. Milita tra i frati Spirituali, sostenitori della regola rigorosa di S. Francesco, con spirito fanatico e si scaglia contro la mondanità, contro la corruzione della Chiesa e contro la teoria dei Francescani Conventuali meno rigorosi nel seguire le regole monastiche. Per la sua ostilità a Bonifacio VIII fu incarcerato e scomunicato. Nel 1303 fu riabilitato da Benedetto XI.

Nelle sue opere possiamo cogliere diversi aspetti: abbonda l’intento satirico nelle invettive. Jacopone Da Todi detesta mescolarsi con le masse e dal suo stato d’isolamento deriva lo sfogo nella lirica, uno slancio che trabocca talvolta in eloquenza commossa. Si nota, a volte, una sorta d’intellettualismo dovuto alla volontà di descrivere. Utilizza un linguaggio ricco di umanità, per quanto sintatticamente irregolare e contorto.

La sua opera più notevole è "Il pianto della Madonna".

IL DOLCE STIL NUOVO

Col "Dolce stil nuovo si entra in un mondo del tutto nuovo per l’espressione letteraria italiana, e come anche Dante Alighieri (1265 - 1321) ci fa arguire nel canto XXIV del Purgatorio, c’è una barriera tra il mondo letterarie precedente e quelle del Dolce stil nuovo".

Qui il centro è l’Amore. È essenziale l’idea che identifica la gentilezza (o nobiltà) con la virtù e quindi l’amore con la gentilezza, sorta di sillogismo³ teso a identificare l’amore con la virtù, cioè come sorgente di purificazione morale, di elevazione spirituale, dì congiunzione con Dio per mezze della cosiddetta "Donna-Angelo".

I problemi più importanti che si pongono in merito a questo movimento sono:

se si tratta di poesia o filosofia;

se si tratta di una vera e propria scuola oppure no.

In merito al primo problema il critico letterario Francesco De Sanctis (1817 - 1883) vede nell’espressione stilnovistica un’origine dottrinaria e, secondo lui, non sì può parlare di poesia, bensì di filosofia. S’insiste, cioè, sempre sullo stesso concetto dei trovatori "Amore e cor gentil sono una cosa". C’è, comunque, l’impegno culturale dì mettere l’amore su un piano spirituale superiore, ma si tratta dì aspetti culturali e non poetici, limitati al campo del programmatico del dottrinario, del filosofico.

II critico tedesco Karl Vössler (1872 - 1949), vede nel "Dolce stil nuovo" la confluenza dei motivi provenzali e i sistemi propri della filosofia scolastica, nota per il suo modo di aggredire i problemi, dì classificarli, inquadrarli, schematizzarli.

Queste però sono tesi astratte e non più accettabili. Si avvicina di più alla verità il critico italiano Fernando Figurelli (1923 - 1997), discepolo di Benedetto Croce (1866 - 1952) quando parla dì ideologia dove non c’è solo raziocinio filosofico, ma vi rientra la partecipazione sentimentale.

Costui, cioè, intende vedere nell’amore l’espressione più sublime delle possibilità intellettuali dell’uomo. Dunque in questa fede, in questa aspirazione consiste il valore poetico del "Dolce stil nuovo".

A favore del valore poetico del "Dolce stil nuovo" stanno quei critici che si soffermano sulle singole personalità poetiche e nella particolare loro produzione.

Natalino Sapegno sostiene che non si può parlare di filosofia, bensì di cultura e il merito sta nella persuasione di possedere un complesso dì schemi psicologici originali, più pro-fondi, più sottili, più agili di quelli della precedente tradizione, ed un complesso di atteggiamenti e di immagini adatti ad esprimerli.

Si assiste, quindi, alla ricerca di una dimensione nuora per l’espressione umana e quella che qui si studia è la "Storia dell’espressione Letteraria".

Nel "Dolce stil nuovo" c’è un po’ il risultato di tutta la cultura medievale. V’influiscono il platonismo, il cristianesimo con la sua esaltazione dello spirito, la filosofia araba tesa ad esaltare l’intelligenza dell’uomo. Non vi è presente invece quell’aspetto ascetico, fanatico del Medioevo, che vede nella donna solo motivo di corruzione e di peccato.

Si nota nell’uomo la tendenza all’interiorizzazione e il modificarsi dell’interiorità a motivo di cause esterne, come ad esempio l’amore. L’uomo si pone di fronte a se stesso in relazione al motivo esteriore che lo modifica internamente. Si scopre, così, la possibilità di portare lo spirito su terreni più elevati e quindi un tentativo di nobilitare l’uomo stesso. Abbiamo, quindi la percezione di un clima, un fatto culturale, una nuova fede nella cultura.

Riguardo al secondo problema (scuola o non scuola) Dante, mettendo in risalto la differenza tra sé e i poeti, precedenti vorrebbe farci pensare a una scuola, ma di vera e pro-pria scuola non si può parlare e, infatti, il critico Francesco Flora nega che si tratti di una scuola e parla piuttosto di clima, di cultura. Clima nel quale si esprimono poeti dalle personalità varia e contrastanti per quanto permanga una convergenza di gusti e di ten-denze non esclusa la tendenza all’imitazione.

Riassumendo, l’importanza del "Dolce stil nuovo" sta:

Nell’esigenza d’elevazione spirituale;

nel formarsi di un clima linguistico. (Si registra un passo in avanti nella raffinatezza e nella purezza della lingua. Una lingua completamente diversa dalla precedente, di stampo guittoniano);

nell’accento sulla funzione della donna angelicata, tramite fra l’uomo e Dio.

Per quanto riguarda il Dante stilnovista avremo modo di approfondire la questione nel prossimo capitolo dedicato specificatamente a Dante Alighieri. Accontentiamoci, per ora, di poche essenziali nozioni.

Beatrice è un personaggio femminile che non ha nulla di materiale, umano e corporeo. Essa è il simbolo della pura spiritualità, dove l’amore è tutto interiore e si manifesta nella funzione che la donna ha di angelo nei confronti dell’uomo. Essa è considerata, secondo la tradizione letteraria del "Dolce Stil Nuovo, come messaggera dell’amore di Dio. L’amore fra Dante e Beatrice è un amore" tutto celeste e slegato da sentimenti e passioni umane e terrene. Esso si sublima nel desiderio di realizzare l’amore divino. Mentre per gli amanti Paolo e Francesca e Guiscardo e Ghismonda l’amore è sentimento e passione e quindi legame umano, per Dante e Beatrice l’amore è un sentimento spirituale che non si realizza nel legame umano e terreno, bensì nell’unione divina e celeste.

Questi sono due diversi modi di vedere la donna:

- la donna borghese, musa mediatrice tra scrittore e poesia, che vive l’amore carnale, terreno, passionale, pur nobile e profondo, ma tuttavia soggetto alla mortalità, come quello degli amanti considerati;

- la donna angelicata, Beatrice, mediatrice fra uomo e Dio, che vive l’amore celeste, casto, idealizzato, il quale supera e trascende ogni limite umano.

Il Medioevo, l’epoca in cui Dante stesso è vissuto, è un’epoca carica di mistero, di segreto e di magia. Anche se non dichiaratamente, Dante doveva appartenere al gruppo di iniziati legati alla scuola di dotti e poeti, cosiddetti "Fedeli d’Amore riconducibile alla tradizione dei templari e quindi influenzata dallo gnosticismo. Ecco perché noi, crediamo che Dante abbia voluto lanciare anche un messaggio di tipo esoterico, ovvero riservato a dotti iniziati, che per essere decriptato necessita di particolari chiavi logiche, che forse soltanto le conoscenze più attuali possono fornire. Insomma, Dante è vissuto in un’epoca particolarmente magica" in cui le stesse cattedrali erano divenute il tempio di una teologia visionaria in cui dominano teofanie e metamorfosi e dove tutta la simbologia allude ad una conoscenza di tipo gnostico tramite la quale si rende possibile afferrare per via intuitiva la natura e la costituzione della realtà totale e dunque i profondi rapporti sussistenti fra Dio, uomo e cosmo. Si tratta di tempi in cui fiorivano le società iniziatiche, come I Fratelli del libero spirito, oppure Gli Amici di Dio, anche se talvolta soggetti a persecuzioni non indifferenti, da cui anche la necessità del segretismo e della mascheratura.

Com’è noto, l’Ordine del Tempio, i famosi Templari di cui tanto si parla, fu soppresso nel 1312⁴.

Principali rappresentanti del "Dolce stil nuovo" -

Guido Guinicelli o Guinizzelli (1230 - 1276) - Nei suoi versi traspare tutta un’ingenuità e un’acerbità adolescente, non un affetto, ma la contemplazione di un affetto. Dalle sue parole emana un fervore giovanile dall’esperienza ristretta che rifugge ogni contatto con la realtà.

L’atmosfera è elevata e rarefatta con la presenza costante e abbondante di similitudini. Egli certamente dimostra la capacità di addentrarsi in un difficile mondo di concetti che si ispi-rano anche alla fisica (sole, stelle, fiamma).

Qui si esce un po’ dalla generica storia della cultura e ci si addentra in un concreto mondo di poesia.

Guido Cavalcanti (1255 - 1300) - Secondo solo per ordine cronologico, è considerato il caposcuola dello "Stil Nuovo perché riassume tutte le caratteristiche del Dolce stil nuovo", specie per quanto riguarda quel sillogismo che fa coincidere l’amore con la virtù.

Di Cavalcanti abbiamo cinquantadue composizioni. Alcune di esse si distaccano dagli schemi stilnovistici e sono ispirate a motivi quando culturali, quando popolareggianti, ma più che altro alcune se ne distaccano per il senso doloroso della passione amorosa.

Quella di Cavalcanti è la prima espressione che nasce dalla discesa nei sentimenti più profondi dell’uomo. Nel mondo poetico e letterario del Cavalcanti, vi è più apertura, meno ristrettezza, c’è la costante presenza di un dramma, di una personalità irrequieta, ricca di esperienze. Dai suoi versi emerge tutta un’impetuosità che fanno di lui il maggior rappre-sentante della lirica cortese prima di Dante Alighieri.

Cino da Pistoia (1270 - 1336) - Con questo autore si rientra nel consueto, nel convenzionale, nel freddo. Si ripetono gli stessi schemi, manca il calore personale. Non vi è originalità e qui si scopre chiaramente come la poesia, se si riduce a un programma, diventa freddezza.

Altri rappresentanti, ma di scarso rilievo sono: Lapo Gianni (?), Gianni Alfani (?), Dino Frescobaldi (1271 - 1316), Sennuccio del Bene (1275 - 1349).

CAPITOLO II

DANTE ALIGHIERI

(Firenze, tra il 22 maggio ed il 13 giugno 1265 - Ravenna, 14 settembre 1321)

VITA

Dante può essere definito il genio in cui albergano la vastità di interessi spirituali, l’intensità e la vigoria degli affetti, massimo rilievo di intensità poetica.

La sua è una personalità al di fuori dei limiti di tempo e di spazio.

Tuttavia, per quanto poeta di stampo universale, per capire Dante è bene inquadrarlo anche nel suo tempo.

Il momento della civiltà che conclude il Medio Evo e prepara il Rinascimento comprende una tendenza al rinnovamento della vita politica ed intellettuale, accoglie elementi mondani e razionalistici.

La storiografia dà sempre più campo alle faccende, alle passioni, ai contrasti della vita d’ogni giorno.

Si dibatte il problema dei rapporti tra Chiesa e Impero, assistiamo allo svilupparsi dei Comuni e al nascere delle Signorie. Cresce il bisogno di una disciplina artistica atta ad inquadrare la ricca materia di idee e di sentimenti in forme originali e decorose.

In particolare ciò che anima Dante è il proposito didattico, allegorico e morale.

Il sommo poeta nasce a Firenze nel 1265 da Alighiero e donna Bella, famiglia di piccola nobiltà. Primo suo maestro è Brunetto Latini (1220 - 1295). Studia a Bologna e privatamente si forma una vasta cultura.

Ha come amici Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Cino da Pistoia. Sposa Gemma di Manetto Donati, (famiglia dalla parte dei Guelfi Neri) da cui ebbe tre figli: Jacopo, Pietro e Antonia che prese i voti col nome di Suor Beatrice.

Nel 1289 combatte a Campaldino contro i Ghibellini d’Arezzo. Più tardi partecipa alla conquista del Castello di Caprona. Nel 1295 prende parte attiva alla vita politica della città di Florentia (Firenze). Si iscrive all’ordine dei "Medici e Speziali". Entra nel consiglio speciale dei Capitani del Popolo. Fa parte dei Savi, poi entra nel consiglio dei Cento.

Nel 1300 è tra i Priori. Schivo degli interessi personali prende a cuore quelli del Comune. Si dimostra estraneo alla faziosità che vedeva allora divisi i Guelfi in Bianchi e Neri. Nelle lotte tra Bianchi e Neri egli, per quanto simpatizzante dei Bianchi, si mostra imparziale e fa esiliare i rispettivi capi delle due fazioni, tra cui persino l’amico Cavalcanti.

Ostile a Bonifacio VIII si oppone anche a Carlo II d’Angiò.

Con l’aiuto del Papa, per mezzo di Carlo di Valois e approfittando dell’assenza di Dante allora ambasciatore dal Papa a Roma, i Guelfi Neri, prendono il sopravvento sui Bianchi e condannano Dante stesso in contumacia al pagamento di una somma e a fare atto di umiltà.

Dante, indignato, non fa ritorno a Firenze, e per questa sua mancata comparizione, con una seconda più grave sentenza, è condannato al rogo nel 1302.

Inizia così il duro pellegrinaggio durante il quale Dante acquisterà un patrimonio di esperienze atte a maturarlo, dove scoprirà "quanto sa di sale lo pane altrui e duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale". (Paradiso, XVII, 58-60).

In un certo momento spera di riconquistare il Comune con l’aiuto degli altri Bianchi fuoriusciti, ma deluso da essi, la "compagnia malvagia e scempia" (Paradiso, XVII, 62), fa parte a sé.

Lo ospita Cangrande della Scala a Verona, poi nel 1306 è in Lunigiana presso i Malaspina.

Le speranze di Dante si riaccendono nel 1313 con la discesa in Italia di Arrigo VII di Lussemburgo, che avrebbe dovuto cancellare il potere temporale dei Papi, ma per la morte improvvisa di costui tutti i sogni svaniscono e continua il pellegrinaggio.

Viaggia nel Lucchese, nell’alto Veneto. Poiché ormai era stato escluso dall’amnistia del 1311, in occasione di una successiva amnistia del 1315 si rifiuta di rientrare a Firenze per non voler ammettere colpe e fare atto di umiltà. Così, nello stesso anno gli viene inflitta una nuova e definitiva sentenza di morte estesa anche ai suoi figli.

Dante, durante l’esilio, viene talvolta assalito da uno sconforto tale da portarlo a scrivere accorate suppliche a Firenze onde essere riabilitato. Non solo, ma le sue opere dottrinali più importanti nascono proprio anche dal desiderio di mettersi in buona luce agli occhi dei Fiorentini, sottolineando la cultura e la scienza da lui possedute e la consistenza della sua personalità di uomo dotto.

Viste vane le suppliche, si rifugia preso Uguccione della Faggiola e a Verona presso Cangrande. Soggiornò infine a Ravenna presso Novello da Polenta.

In questi anni, durante il ritorno da un’ambasceria a Venezia per conto del Da Polenta, colto da febbre, muore nel Settembre del 1321. Alcuni sostengono che il Sommo Poeta fosse a conoscenza di segreti inenarrabili e molto compromettenti e che per questo motivo sia stato avvelenato.

OPERE

La Vita Nova

La Vita Nova è la storia dell’amore ideale di Dante per Beatrice.

Dante vede Beatrice per la prima volta a nove anni in chiesa. La rivede dopo nove anni per strada e la saluta. Dante ha paura dei pettegolezzi e, in chiesa, crea la donna dello schermo, cioè finge di guardare un’altra donna che si trova nella stessa direzione di Beatrice. Inoltre Dante compone versi per altre donne onde non lasciar trapelare il suo vero amore per Beatrice. Ma costei interpreta male l’agire del poeta e gli nega "lo suo dolcissimo salutare" (Vita Nova, Capitolo X). Egli allora si chiude nella solitudine dell’amore spirituale per la sua donna.

Dante fa un sogno premonitore in cui Beatrice muore. Poco dopo, l’amarezza di tale sogno si avvera. Beatrice muore e Dante cade nella disperazione. Poi incontra una giovane bella e si riaccende di desiderio passionale, ma subito si pente e decide di dedicare l’intera sua vita a Beatrice, creatura celeste, e scrivere di quella "benedetta" con parole mai dette d’alcuno e mai dette per alcun’altra donna: "Io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sae veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna". (Vita Nova, Capitolo XLII).

La Vita Nova è un’opera di caratare stilnovistico, in cui Dante raggiunge la poesia attraverso la letteratura. Vi si confondono vita e poesia che sono slancio sincero e sentimento puro, letteratura e scienza psicologica, aspetti che, invece, ne delineano lo schema esteriore. Si tratta di un’opera complessa e multiforme, dove si mescolano, poesia calda e prosa ampollosa e squallida. Vi è qualcosa d’immaturo e di acerbo in queste pagine e il poeta risente dell’influsso della Scuola.

L’Opera, scritta tra il 1283 e il 1292, risente dell’influsso prima di Guittone d’Arezzo (1235 - 1294), poi man mano tende al modo di Cavalcanti (1255 - 1300) e Guinicelli (1230 - 1276). Le rime pertanto appaiono di valore diseguale. Tuttavia cogliamo una notevole intensità poetica nella lode a Beatrice. Questi versi assumono grande valore poetico per l’am-mirazione estatica, per l’impulso irriflesso e più spontaneo che li caratterizza.

La prosa invece è animata da un tono medesimo d’ispirazione: essa è costruita come trama logica e compatta, astratta e pedantesca e persegue un intento artistico, alla stregua di un’architettura simbolica.

Le Rime

Le "Rime" costituiscono il canzoniere di Dante che è collocato nei limiti del gusto poetico della scuola stilnovistica e tende a raggiungere la poesia per le vie dell’arte. Dunque suscita interesse piuttosto formale che sostanziale. Si tratta piuttosto di abbozzi ed esperimenti per la poesia futura. Dante si evolve e questo è il cammino del suo spirito che si amplia e si arricchisce di materia nuova e si fa via via più abile ad accoglierla e a tradurla liricamente.

Nel contenuto esse esprimono una passione sensuale e violenta per Donna Pietra, conosciuta prima dell’esilio. Da questi versi emerge un sentimento fervido, ma sovrabbonda la perizia tecnica e l’interesse che suscitano è più che altro quello dell’esercizio letterario.

Nelle Rime scritte dopo l’esilio al poeta d’amore succede il cantore della rettitudine e appare un mondo più solenne e virile. Durante l’esilio, la donna che è raffigurata nelle rime, rappresenta forse la personificazione simbolica del suo desiderio di tornare in patria.

Il Convivio

Il Convivio è un’opera (incompiuta) di vasto disegno che doveva essere composto di quindici trattati, ma s’interrompe dopo il quarto. Il motivo ispiratore, pedagogico e didattico non è nuovo né originale per quanto Dante vi apporti il suo personale entusiasmo e il fervore della sua vita intellettuale.

Ciò che conta di quest’opera è la partecipazione sentimentale di Dante che è spinto da una sincera fede nel voler istruire il volgo e sfamarlo col pane della scienza.

Nella forma emerge un tono esuberante e prolisso, fastidioso e scolastico, condotto sulla traccia del "Tresor" di Brunetto Latini (1220 - 1295).

All’inizio (in una specie d’introduzione) Dante parla di ciò che si propone di dire con il suo Convivio, poi comincia a trattare della prima "vivanda" la poesia, poi la seconda, la filosofia e così via.

Come si è già accennato, Dante intende rivalutare ed elevare la sua fama di saggio per vedersi riaprire le porte di Firenze. Notevole è la logica di esposizione dell’opera.

Sono assai godibili i capitoli dell’elogio alla lingua volgare, oramai divenuto strumento capace di esprimere tutte le forme e gli affetti del suo pensiero.

Spesso Dante combatte contro il pensiero del suo tempo, contro la nobiltà intesa come privilegio ereditario appoggiando la filosofia di Aristotele. Si scaglia anche contro le superstizioni degli astrologi. Infine vi si delinea la concezione dell’impero universale.

De Vulgari Elequentia

L’opera è scritta in latino perché destinata ai dotti, di modo che non sfugga loro il problema del volgare. Anche quest’opera rimane incompiuta e s’interrompe al quattor-dicesimo capitolo del secondo libro.

Attraverso l’esame dei dialetti italici, Dante vuole fissare un linguaggio comune per tutti i popoli della penisola, inteso, però, come strumento letterario.

Tenta per la prima volta, anche se con metodo inadeguato, una classificazione sistematica dei vari idiomi. (Ovviamente parte dalla teoria biblica della torre di Babele).

Il volgare illustre deve essere la nuova "grammatica" che fisserà in una relativa stabilità il perenne variare dei dialetti.

Erra chi vede in Dante il proposito di voler trarre il volgare da una mescolanza di dialetti.

Tuttavia, per finire, l’errore di Dante sta nell’aver posto in rilievo l’aspetto letterario della lingua, trascurando quello parlato, quello più vicino al popolo.

De Monarchia

Opera scritta in latino, riassume in tre libri la teoria ideologica e politica di Dante. È la sola opera compiuta tra le dottrinali, e anche la meglio costruita logicamente. In essa traspare la vasta preparazione filosofica dell’Autore. Il problema è sentito e vivamente meditato da Dante. In quelle pagine vi è tutta la sua esperienza personale e concreta. Si evidenzia il suo desiderio di pace, di libertà e giustizia che potrebbe realizzarsi soltanto nella "monarchia universale". Si tratta di una concezione utopistica, che Dante esprime in solenne architettura e in forma scolastica, ma con grande commozione.

Essa si compone di tre libri:

Primo libro: La Monarchia Universale è necessaria al benessere del mondo e all’attuazione dell’intelligenza umana.

Secondo libro: Il popolo romano si è attribuito a buon diritto l’uffizio dell’impero.

Terzo libro: La monarchia temporale deriva e dipende da Dio e non dal suo vicario nel mondo (Papa). Quest’ultima e la nota più audace del libro.

Questio De Acqua Et Terra

Si tratta di una tesi filosofica atta a dimostrare che in nessun punto del mondo il livello dell’acqua può superare quello della terra. Il linguaggio è espresso in forma scolastica, schietta e scientifica.

LA COMEDÌA

POI RIBATTEZZATA DIVINA COMMEDIA

SINTESI DELL’INTERA OPERA PER SCHEMI

MAPPA DEI DATI ESSENZIALI

Inizio del viaggio di Dante:

- notte fra giovedì e venerdì santo, 7 e 8 Aprile 1300

Fine del viaggio di Dante:

- mezzanotte del 14 aprile, giovedì di Pasqua (meridiano di Gerusalemme)

Protagonisti:

Dante:

- figura epicentrica con costante riferimento a Virgilio nell’Inferno

- figura eccentrica con costante riferimento a Virgilio nel Purgatorio

- figura omnicentrica con costante riferimento a Beatrice nel Paradiso

Le anime:

- anime dannate: periferiche

- le anime purganti: coepicentriche

- le anime beate: omnicentriche

Gli ambienti:

- paesaggio infernale

- sfondo nebuloso del purgatorio

- dimensione delle trasparenze celesti

Per tutto il corso del viaggio Dante fa costantemente la parte di colui che ignora ed è pieno di dubbi. Sarà via via Virgilio (la poesia e la conoscenza umana o anche la ragione) ad istruirlo nell’Inferno e nel Purgatorio, mentre in Paradiso lo farà Beatrice (la Grazie e la Sapienza divina o anche la Fede).

COLLOCAZIONE E CONTESTUALIZZAZIONE

Collocazione logistico-ambientale

Contesto delle descrizioni

Dante descrive e fornisce immagini di ambienti per cui è possibile fissare l’immagine visiva dei luoghi come:

Dalla descrizione di questi luoghi si deduce l’aderenza al modello cosmologico tolemaico.

Dante descrive e fornisce immagini di personaggi per cui è possibile fissare la loro fisionomia:

Collocazione testuale-letterale

Contesto delle narrazioni e dichiarazioni

Dante scrive e fornisce nozioni e notizie di eventi e parole per cui è possibile apprendere:

- il verificarsi della comunicazione

- l’espressione dei concetti

- lo sviluppo dei fatti

- il simbolismo allegorico

Pensiero (concetti)

Filosofia:

Dante si ispira, più che altro, alla scuola peripatetica di Aristotele.

Teologia:

Dante si basa sulla teologia di San Tommaso D’Aquino.⁸ (Scolastica)

Dante comunque non disdegna la filosofia di Sant’Agostino.⁹ (Patristica).¹⁰

Il mondo pagano, storico e soprattutto mitologico, con i suoi "dèi falsi e bugiardi (Inferno, Canto I, v.72) è posto nell’inferno per una sorta di colpa culturale".

Pensieri, il pensare (considerazioni)

Parole

- ad esempio l’elogio di Dante a Virgilio, la profezia del Veltro, e così via.

Situazioni

- ad esempio lo smarrimento di Dante nella selva oscura, paura delle belve feroci, e così via.

Interpretazioni

- ad esempio il significato allegorico delle tre fiere (lonza, leone, lupa), del colle luminoso e così via.

Punti Cardine

- DANTE

- LE ANIME

- IL PAESAGGIO

ARCHITETTURA DEL POEMA

Come possiamo verificare nel "De vulgari eloquentia, la Comedìa" è un dramma a lieto fine. Si tratta di un testo poetico in lingua volgare di argomento umile, redatto in stile familiare.

La forma della commedia (comedìa) nel medioevo dantesco, si contrapponeva alla tragedia, dramma a fine triste, di argomento aristocratico. Per amore della tradizione il testo delle opere tragiche era redatto in stile espressivo elevato.

Dante, intitolando così la sua opera maggiore, rivaluta la commedia come genere letterario, ritenendola adatta alla comunicazione di materie di notevole spessore anche dal punto di vista didascalico e morale.

La "Comedìa" è realizzata in lingua volgare (volgare illustre) appunto perché Dante intendeva dimostrare che la lingua volgare era ormai divenuta uno strumento così raffinato e versatile da poter esprimere i sentimenti più profondi (poesia) e i pensieri più elevati (filosofia e scienza). Poteva, insomma, essere in grado di trattare compiutamente e ad alto livello argomenti dotti, filosofici e teologici e dunque di esprimere in forme sublimi anche la più toccante poesia d’amore, quella che può condurre alla visione del paradiso. Soltanto così Dante (come anticipa nella Vita Nova, XLII) poteva più degnamente parlare di "quella benedetta (Beatrice) e immortalarla con parole mai dette per alcun’altra donna".

Non ci sono direttamente pervenuti i testi autografi dell’Opera dantesca, compresa la "Comedìa". Dal punto di vista euristico è stato fatto quanto era umanamente possibile per recuperare tutto il relativo materiale specificamente documentario (pubblico e privato), per ricercare le fonti narrative e artistiche e persino per incamerare le informazioni derivanti da avanzi, da tradizioni e così via. La Commedia è stata veramente oggetto di speciale e abbondante attenzione. Pertanto oggi disponiamo di versioni affidabilissime, elaborate sulla scorta di manoscritti redatti in epoca assai vicina a quella in cui Dante è vissuto (Leonardo Bruni, 1436) e anche in epoca successiva (Pietro Bembo, 1502). Comunque, tutti i filologi e i vari studiosi impegnati nella ricerca che fino ai tempi nostri hanno partecipato alla designazione della redazione ufficiale (oggi di comune adozione del capolavoro dantesco), hanno tenuto conto di ogni minimo particolare (diretto o indiretto) biografico, storico, culturale linguistico e così via, allo scopo di ottenere una versione il più possibile fedele all’originale.

Qualità dell’Opera: poema allegorico-didattico, morale e profetico

Trama

Viaggio nell’oltretomba di tipo visionario ed onirico. L’esperienza di Dante rappresenta simbolicamente il viaggio dell’umanità verso la redenzione. L’umanità è intorpidita dalla vita mondana ed anzi addormentata. E Dante esordisce nella sua Opera dicendo: "Tant’era pieno di sonno a quel punto che la verace via abbandonai" (Inferno, I, 11-12).

In questo senso, l’umanità è insidiata dal tentatore e frenata dall’oppositore. Me anche sorretta dalla fede (ovvero fiducia nella salvezza e nel Salvatore) e dalle ragioni filosofiche. Non manca l’aspetto onirico (come nella Vita Nova) ed anzi onirico-profetico" come nel sogno in cui appare Lia:

"Mi prese il sonno; il sonno che sovente,

anzi che’l fatto sia, sa le novelle"

(Purgatorio, Canto XXVII, vv. 92-93).

Composizione

Poema ripartito in tre cantiche per complessivi cento canti.

Titoli delle tre cantiche:

Inferno, Purgatorio, Paradiso.

Numero di Canti per ciascuna Cantica -

- Inferno: 34 canti

- Purgatorio e Paradiso: 33 canti

Prosodia e metrica:

Terzine di endecasillabi a rima incatenata (A B A B C B C D C…)

Numero complessivo dei versi dell’intera opera: 14.233

Tempo approssimativo di composizione: ventuno anni

Redazioni: prima versione a stampa realizzata a Foligno da Johann Numeister di

Magonza verso la fine del ‘400 (1472).

Architettura dell’Opera e struttura del cosmo: basati sul principio della simmetria, della analogia e della omologia.

Particolari interessanti:

- tutte e tre le cantiche si chiudono con la parola "stelle"

- grandiosa architettura d’insieme

- ricchezza immensa di particolari

- potenza di rappresentazione psicologica

Numerologia: segue prevalentemente la magia del numero tre e dei suoi multipli secondo

la concezione cristiana ispirata al mistero della trinità.

Caratteristiche

Cultura:

Letteratura:

- proposito oratorio associato ad ispirazione poetica

- classicità, intesa come fermo dominio di una materia affettiva

- attitudine a tradurre la materia affettiva in netto disegno regolato da intento artistico

Ideologia: impeto etico e politico nelle invettive

Tono: ardore apocalittico nelle profezie

Atteggiamento:

- incisiva severità dei giudizi specialmente riguardo ai fatti recenti e contemporanei

- frequente pietà e umanità di Dante di fronte alle debolezze umane

INFERNO

ARCHITETTURA E STRUTTURA

ORGANIZZAZIONE DELLA CANTICA

ARCHITETTURA DELLA PRIMA CANTICA (Inferno)

Canti: 34

Numero complessivo dei versi: 4.720

Genere poetico: drammatico

Tipo di paesaggio: tridimensionale, scultoreo, cerchi

Tipo di atmosfera: oscurità, terrore, terribilità

Tipologia e collocazione dei peccatori: Incontinenti (dal 1° al 6° cerchio) - Violenti (7° cerchio) - Fraudolenti (8° e 9° cerchio)

Condizione delle anime: dannazione, contrappasso, disperazione

Andamento dell’azione: rabbioso e agitato

Umore delle anime: attaccamento alla terra, al passato, caparbietà e ribellione, vivi ricordi, odio verso Dio e verso la causa della dannazione

Espressione dei personaggi: individualità

Prospettiva temporale: eternità, direzione all’indietro, il passato diviene un eterno presente

Progressione: dalla colpa meno grave alla più grave

STRUTTURA DELL’INFERNO

L’inferno ha la forma di un imbuto rovesciato e si estende, restringendosi, da Gerusalemme fino al centro della Terra.

Si suddivide in nove cerchi che, a loro volta, dal settimo in poi, si ripartiscono in altri settori.

Il settimo cerchio è ripartito in tre gironi.

L’ottavo cerchio è ripartito in dieci bolge.

Il nono cerchio è ripartito in quattro zone.

LUOGHI:

Selva Oscura - (Canti I-II)

Argomento: la via della salvezza indicata da Virgilio (Canto I, v. 91). Inutile salire al colle luminoso per chi ha ricevuto il messaggio di Cristo.

Personaggi:

- Dante

- Virgilio (che visse "a Roma sotto ‘l buono Augusto" (Canto I, v. 71)

Fatti notevoli: incontro con Virgilio "delli altri poeti onore e lume" (Canto I, v. 82)

Figure allegoriche: in ordine di apparizione:

- lonza (lussuria)

- leone (superbia)

- lupa (avarizia)

Altro:

- il colle luminoso (regno della filosofia, della saggezza, della totale conoscenza

terrena e della massima rettitudine umana espressa dalle quattro virtù

cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza)

- la profezia del Veltro.

Vestibolo dell’Inferno - Ignavi - (Canto III)

FIUME: Acheronte, fiume d’acqua, metamorfosi del personaggio mitologico Acheronte, figlio del sole e della terra.

PRIMA TIPOLOGIA GENERALE DI DANNATI

INCONTINENTI

1° Cerchio - Non battezzati - Limbo - (Canto IV)

2° Cerchio - Lussuriosi - (Canto V)

3° Cerchio - Golosi - (Canto VI)

4° Cerchio - Avari e prodighi - (Canto VII)

5° Cerchio - Iracondi e accidiosi - Palude Stigia - (Canto VIII)

6° Cerchio - Città di Dite - Eretici - (Canti IX - X - XI)

FIUME: Lo Stige (da "stix,, che significa odio, da cui anche stizza", collera) è un fiume di fango posto fra i primi sei cerchi infernali e il settimo.

SECONDA TIPOLOGIA GENERALE DI DANNATI

VIOLENTI

7° Cerchio (suddiviso in tre gironi) - Custode: Minotauro (Canti XII - XIII - XIV - XV- XVI - XVII)

1° Girone - Canto XII (violenti contro il prossimo, contro persone e cose) - Il girone è attraversato dal fiume Flegetonte fatto di sangue bollente (da "flogo che significa fuoco, calore, bollore").

2° Girone - Canto XIII (violenti contro se stessi, suicidi e scialacquatori)

3° Girone - Canti XIV - XV - XVI - XVII (violenti contro Dio)

- Canto XIV - bestemmiatori (violenti nella persona)

TERZA TIPOLOGIA GENERALE DI DANNATI

FRAUDOLENTI

8° Cerchio - suddiviso in dieci bolge - Custode: Gerione - Canti XVI - XVII - XVIII - XIX - XX - XXI - XXII - XXIII - XXXIV - XXV - XXVI- XXVII - XXVIII - XXIX - XXX

1^ Bolgia - Seduttori - (Canto XVIII)

2^ Bolgia - Adulatori - (Canto XVIII)

3^ Bolgia - Simoniaci - (Canto XIX)

4^ Bolgia - Indovini - (Canto XX )

5^ Bolgia - Barattieri - (Canti XXI - XXII)

6^ Bolgia - Ipocriti - (Canto XXIII)

7^ Bolgia - Ladri - (Canti XXIV - XXV)

8^ Bolgia - Consiglieri fraudolenti (Canti XXVI - XXVII)

9^ Bolgia - Seminatori di discordie - (Canti XXVIII - XXIX)

10^ Bolgia - (Canti XXIX - XXX)

Falsificatori di metalli

Falsificatori per sostituzione di persone

Falsificatori di denaro

Falsificatori di parole (falsa testimonianza)

POZZO DEI GIGANTI (Canto XXXI)

In questo pozzo infernale vi sono immersi, dall’ombelico in giù, esseri giganteschi che torreggiano mostruosi posti a custodia del nono cerchio dell’inferno.

9° Cerchio (suddiviso in quattro zone) - (Canti XXXII - XXXIII - XXXIV)

LAGO: Cocito Nel fondo dell’inferno, al centro della terra, si trova il Cocito, lago di ghiaccio. Esso è la sede di Satana, il quale vi è immerso, e ravvolto. Il termine "Cocito deriva dal greco cochiuma che significa pianto".

1^ Zona - caina (da Caino, assassino del proprio fratello) - traditori dei parenti -

(Canto XXXII)

2^ Zona - antenora (da Antenore, traditore di Troia) - traditori della patria -

(Canti XXXII - XXXIII)

3^ Zona - tolomea (da Tolomeo XII di Egitto, traditore di Pompeo) - traditori degli

amici - (Canto XXXIII)

4^ Zona - giudecca - (da Giuda, traditore di Gesù) - traditori dei benefattori -

(Canto XXXIV).

Al centro della terra, maciullati dalle bocche di Satana, graffiati sulla schiena dai suoi artigli, si trovano i massimi traditori religiosi e politici:

Giuda, traditore di Gesù, conficcato a mezzo busto per la parte della testa nella bocca centrale rossa di Satana.

Bruto, traditore di Giulio Cesare, conficcato a mezzo busto per la parte dei piedi nella bocca nera laterale sinistra di Satana.

Cassio, traditore di Giulio Cesare, conficcato a mezzo busto per la parte dei piedi nella bocca gialla laterale destra di Satana.

PURGATORIO

ARCHITETTURA E STRUTTURA

ORGANIZZAZIONE DELLA CANTICA

ARCHITETTURA DELLA SECONDA CANTICA (Purgatorio)

Canti: 33

Numero complessivo dei versi: 4755

Genere poetico: elegiaco

Tipo di paesaggio: bidimensionale, pittoreo, cornici

Tipo di atmosfera: crepuscolarità, nostalgia, malinconia

Tipologia e collocazione dei purganti: Negligenti (Antipurgatorio - 1° Balzo - 2° Balzo - Valletta Fiorita), Superbi (1^ Cornice), Invidiosi (2^ Cornice), Iracondi (3^ Cornice), Accidiosi (4^ Cornice) Avari e Prodighi (5^ Cornice), Golosi (6^ Cornice), Lussuriosi (7^ Cornice).

Condizione delle anime: purificazione, perdono, espiazione e rappresentazioni educative

Andamento dell’azione: triste e monotono

Umore delle anime: quieto e rassegnato, distacco dalle cose terrene e attesa

Espressione dei personaggi: coralità

Prospettiva temporale: temporalità, transizione, direzione in avanti, verso l’eternità

Progressione: dalla colpa più grave alla meno grave

Custode del Purgatorio: Catone Uticense "un veglio solo" (Canto I, v. 31)

STRUTTURA DEL PURGATORTIO

LA MONTAGNA DEL PURGATORIO si ripartisce in:

- Antipurgatorio che a sua volta si suddivide in due balzi e una valletta fiorita dove si trova la porta del purgatorio.

- Purgatorio che a sua volta si suddivide in sette cornici e, alla sommità, il paradiso terrestre.

ANTIPURGATORIO

Spiaggia situata fra il mare e la montagna del purgatorio

- Catone (Canto I)

- Casella (Canto II)

1^ schiera dei negligenti - scomunicati - (Canto III)

1° BALZO

2^ schiera di negligenti - convertiti in punto di morte - (Canto

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