Goditi milioni di eBook, audiolibri, riviste e tanto altro ancora con una prova gratuita

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Sono solo affari di famiglia
Sono solo affari di famiglia
Sono solo affari di famiglia
E-book221 pagine3 ore

Sono solo affari di famiglia

Valutazione: 0 su 5 stelle

()

Leggi anteprima

Info su questo ebook

Gilda e Mafalda, nipoti della signorina Matilde Ancibello, nubile; ricche ma avare, pur di aggiudicarsi la fetta più succulenta dell’eredità sono disposte a tutto. La morte improvvisa della congiunta le getta nello sgomento. Esiste un testamento? Se c’è dov’è nascosto? Nell’attesa di svelare il mistero, occultano il cadavere, lasciando credere che la zia sia ancora in vita. La situazione si complica creando episodi paradossali e comici allo stesso tempo. La sorpresa finale è destinata a sbalordire il lettore.
LinguaItaliano
Data di uscita2 feb 2021
ISBN9788833467856
Sono solo affari di famiglia
Leggi anteprima

Leggi altro di Ottavio Nicastro

Correlato a Sono solo affari di famiglia

Categorie correlate

Recensioni su Sono solo affari di famiglia

Valutazione: 0 su 5 stelle
0 valutazioni

0 valutazioni0 recensioni

Cosa ne pensi?

Tocca per valutare

La recensione deve contenere almeno 10 parole

    Anteprima del libro

    Sono solo affari di famiglia - Ottavio Nicastro

    Epilogo

    Prologo

    La signorina Matilde Ancibello è morta, nessun dubbio al riguardo. È morta all’improvviso. Un attimo prima si dimenava con vigore, parlava ad alta voce. Gridava persino. L’attimo a seguire si è irrigidita ed è stramazzata al suolo.

    Subito il viso si è fatto cereo, le rughe sono cresciute. Gli occhi sono diventati vitrei e spenti. Ha sporto la lingua all’esterno serrandovi sopra le labbra e così è rimasta. Un espressione sardonica e macabra allo stesso tempo.

    A guardare il cadavere steso per terra, si sarebbe potuto scambiarlo con uno stoccafisso immerso nel sale. Non so spiegare quale somiglianza avrebbe potuto esserci tra uno stoccafisso e la signorina Matilde Ancibello adesso defunta. Nessuna. Pur tuttavia è lo stoccafisso a dominare la scena grazie all’illusoria presenza.

    Ad ogni buon conto la sfortunata donnina ha abbandonato questa valle di lacrime traghettando in un mondo migliore. Lì avrebbe incontrato la nuova vita. Oh no? La riserva è d’obbligo. Perché vi starete chiedendo?

    Ebbene, tutti conoscono la condizione della signorina Matilde Ancibello. Individuo che ha trascorso l’esistenza da persona umile e povera in canna. Ha abitato un modesto alloggio popolare che il comune assegna alle persone indigenti, posto al terzo e ultimo piano di un edificio altrettanto misero e malandato. Nessun vizio, nessuna virtù. Nessun piacere concesso a se stessa, tranne il dolce alla ricotta che le due nipoti Gilda e Mafalda, a turno, le portavano sia la domenica sia nei giorni di festa.

    La signorina Matilde Ancibello vestiva abiti fuori moda, che nessuno avrebbe mai indossato, poiché logori e brutti a vedersi. Ferma nel suo proposito, non ne comprava mai di nuovi, riciclando quelli vecchi fino a quando erano i vestiti ad abbandonarla per la troppa usura.

    Che dire degli alimenti che d’abitudine consumava? Pochi, per nulla appetitosi, nessun piacere concesso alla buona tavola. Le pietanze costose esulavano la sua sfera d’attenzione. Il raro lusso di un pasto decente se lo concedeva quando le nipoti, nelle ricorrenze importanti, la invitavano nella propria abitazione.

    Nell’occasione la signorina Ancibello ingollava di tutto, raccogliendo dal piatto pensino le briciole. Un piacere raro e prezioso che avrebbe rivisto la luce al prossimo invito. Una povera donnina. Questo di lei si sarebbe detto, e, infatti, tutti o quasi di tale condizione erano convinti. Ahimè, non è questa la verità.

    La signorina Matilde Ancibello era ricca da far paura, e forse neppure lei sapeva fino a che punto si spingessero le sue sostanze. I denari e le proprietà li aveva avuto da un vedovo benestante ma ahimè, anziano; paralitico; e bisognoso di sostegno, da lei accudito quand’era una donnina giovane e prestante. Come segno di riconoscenza, il vedovo le aveva trasmesso la sua smisurata fortuna designando la signorina Ancibello erede universale. Era andata così, oppure … chi può dirlo? Ai giorni nostri contraffare un testamento è pratica diffusa, in special modo se dal lato opposto non c’è un parente stretto a invalidarlo.

    Come risultato, piuttosto che cambiar vita godendo i benefici della ricchezza acquisita, la signorina Matilde Ancibello gioiva al piacere di contare i suoi denari, crescendoli sempre più grazie agli interessi e ai benefici che questi le procuravano. Nel corso dei decenni la neo fortunata, aveva costruito attorno a se una facciata illusoria e lontana dalla realtà, mostrandosi all’occhio del prossimo nella veste di persona nullatenente e bisognosa. Solo in pochi erano al corrente del segreto da lei gelosamente custodito. Le nipoti Gilda e Mafalda tra queste. Da parte sua la signorina Ancibello, si era adattata a un’esistenza di privazioni, rinunciando ai piaceri che la vita avrebbe potuto concederle come beneficio alla vita medesima.

    Bene fin a qui ci siamo arrivati. A questo punto la richiesta è d’obbligo: Che fine avrebbero fatto le sue ingenti sostanze? A chi sarebbero andate? Le nipoti Gilda e Mafalda sono pronte a tutto pur di aggiudicarsi il tesoretto. Ma davvero a tutto.

    Finita la premessa, mettiamoci comodi e scopriamo che cosa sta per succedere nel piccolo e polveroso appartamentino posto al terzo e ultimo piano del rione popolare dove la signorina Matilde Ancibello, nubile; ricca e benestante, ha trascorso la sua misera esistenza, crogiolandosi nell’avarizia di cui era pervasa fino al midollo.

    1

    Terra di Sicilia, un paesino non meglio precisato nell’entroterra dell’isola.

    Inizio primavera 1961

    La vecchia radio impolverata, posata sopra il comò, è accesa. Il volume alto procura le fastidiose vibrazioni che disturbavano l’allegra canzoncina eseguita dal Trio Lescano. Aspetto curioso, la stanza modesta, contenuta nelle proporzioni, per nulla elegante, è deserta.

    Un piccolo tavolo al centro; quattro sedie ai margini. Nella parete in fondo un vecchio armadio logorato dal tempo. Anche il comò nella parte dirimpettaia è usurato dal peso degli anni. Posati sopra due ritratti incorniciati all’interno di telaietti di legno. Raffigurano un uomo e una donna gravati dal peso dell’età. L’uomo dallo sguardo espressivo e burbero allo stesso tempo ha dei grossi baffi all’Umberto. Sopra c’è la foto di sua santità papa Giovanni XXIII, con la mano sollevata nell’atto di benedire. I lumini accessi fungono da corollario. Di poco spostato sul margine sinistro c’è il lettino di ferro battuto, in parte arrugginito. I pomelli in maggior misura, anneriti in modo appariscente. Di fianco a questo il comodino sormontato da una abatjour impolverata e scura. A poca distanza la sveglia dal ticchettio fastidioso per una persona dal sonno leggero. Le lancette segnano le diciassette e cinquanta. Impolverata pure questa, a riprova che la pulizia nella piccola e dimessa dimora, è praticata in modo saltuario quanto superficiale. Pur tuttavia i mobili avrebbero acceso l’interesse di un antiquario. La cassapanca primo tra tutti. Posta a ridosso della porta d’ingresso che comunica col pianerottolo adiacente. Non solo antica, ma impreziosita da intarsi a scalpellino, un vero pregio a vedersi.

    Oltre a quella d’ingresso di porte se ne vedono altre due. La prima comunica col bagnetto, l’altra con la cucina. E dalla cucina si sono udite le grida di due persone che litigavano, coperte in parte dal volume della radio. Adesso tutto tace, a sentirsi è solo la canzoncina col volume elevato.

    L’appartamentino ubicato al terzo piano del fatiscente edificio nel rione popolare è tutto qui. Un alloggio che il comune assegna alle persone povere e bisognose

    Il brano eseguito da trio Lescano è finito. Attimi di silenzio prima che lo speaker annunci il successivo. A precederlo lo scricchiolio della porta della cucina che si apre. Dal lato opposto compare un uomo e una donna, schiena curva in avanti. L’uomo è di spalle, la donna mostra il viso. Avanzano a fatica poiché trascinano da una stanza all’altra il corpo senza vita di una gracile vecchina.

    Sollevava di più – dice l’uomo – altrimenti spazzoliamo il pavimento. basso di statura, esile nel fisico. veste un abito grigio. Giacca a doppio petto sbottonata davanti. Camicia bianca e cravatta allentata sul collo. Suda dalla fronte in modo appariscente. Ovvio che la fatica non sia la causa principale. Di certo è il nervosismo legato al particolare momento, a procurargli l’agitazione.

    La donna è di tutt’altra levatura. Alta, corpulenta. Graziosa in viso, sguardo profondo e indagatore. Il genere di persona che sa bene ciò che vuole e il modo giusto per ottenerlo. Al pari dell’uomo tradisce il nervosismo sia attraverso i gesti, sia nelle pieghe della faccia. I capelli sono in parte spettinati, gli abiti in disordine. Arranca a fatica, non certo a causa dello sforzo. Poca cosa in verità. Il corpo della gracile donnina che spostano da una parte all’altra, è piccolo e contenuto nelle proporzioni.

    Sei tu che metti poca forza, razza d’imbecille. Lo spavento ti ha rammollito i muscoli? ribatte la donna. Afono è strascicato il tono di voce. Sorregge la vecchina per le gambe. L’abito che indossa le ostacola i movimenti, poiché è stretto alla vita.

    Faccio del mio meglio Gilda. Si scusa l’uomo.

    Beh, metti più impegno e accelera il passo.

    Mi muovo all’indietro, rischio di battere contro un ostacolo.

    Lo spazio è libero. Meno ciance Ugo e datti una mossa.

    Ascolta Gilda io …

    Hai deciso di farmi saltare la mosca al naso? sbuffa la donna. Lascia le gambe della vecchina che cadono di peso sul pavimento. Veloce raggiunge il mobile dov’è posata la radio e la spegne. Nella stanza cala il silenzio.

    Alla buon’ora – l’uomo respira dentro di sé, anche lui lascia il cadavere e si solleva da terra – il baccano di quel coso era insopportabile. Prima di chiuderti in cucina con tua zia, era necessario alzarlo?

    Idiota eri alla nascita e tale sei rimasto dopo lo sviluppo.

    Ma Gilda insomma …

    Che cosa …?

    Possibile che ogni occasione è buona per … sono tuo marito dopotutto.

    Le sventure non arrivano mai da sole. Prima c’era zia Matilde a complicarmi l’esistenza, poi sei spuntato tu. Ma che cosa avevo in testa quando ho accettato di prenderti a marito?

    Questo è troppo …

    No, è poco invece. Adesso torna dov’eri e aiutami a spostare il cadavere di zia Matilde da questa parte della stanza.

    E dopo che lo avremo fatto?

    Beh ... ci sto pensando.

    D’accordo. Ma che cosa credi le sia successo? Un infarto? Un ictus? Siamo certi che sia morta? Non potrebbe essere soltanto …

    È schiattata. Al momento è la sola certezza. Il resto è buio pesto.

    Quale resto?

    Oh Dio … non è possibile. Afferrala per le spalle, io penso alle caviglie. Il tono di Gilda non ammette repliche. Torna sul corpo della vecchina e la afferra per le caviglie. Ugo la solleva per le spalle.

    Dritto al centro, superato il tavolo posala per terra. Suggerisce Gilda.

    Non sarebbe più opportuno adagiarla sopra il letto?

    Come no. Dopo le rimbocchiamo la coperta e la lasciamo riposare in pace.

    Beh, i morti così vanno sistemati. Prima di finire in una cassa di legno si capisce.

    Per quello c’è tempo. Al momento abbiano un problema da risolvere.

    Ah si? Quale?

    C’è bisogno di chiederlo?

    Ho capito. Temi che qualcuno possa incolparti di …

    Che cosa? Sentiamo.

    Beh, sei stata tu a trascinarla in cucina tirando in ballo la sua cospicua eredità. Il discorso si è accesso e … sì, insomma… Perché la cucina e non qua?

    È più distante dal pianerottolo. Hai scordato chi abita dal lato opposto?

    La signora Pratesi.

    Persona insipida, dalle orecchie grandi da elefante e dalla lingua smisurata e biforcuta. In aggiunta alla fantasia cui il padreterno l’ha ampiamente dotata.

    Tipetto imprevedibile.

    Soprattutto pericoloso, in special modo il suo hobby preferito. Riferire al prossimo ciò che ha sentito da un’altra parte.

    Col volume della radio alle stelle, non può aver sentito nulla.

    Lo spero ma non ne sono sicura. Ad ogni modo la situazione è precipitata il momento in cui zia Matilde si è prima irrigidita, poi è sbiancata in viso. Si è toccato il petto e … amen. Adesso non c’è più

    Pace all’anima sua. Che cosa pensi di fare a questo punto?

    Non lo so accidenti … mi serve tempo per rifletterci sopra.

    Non sarebbe meglio chiamar gente? Tua cugina Mafalda ad esempio?

    Ti sei bevuto il cervello? Lei è l’ultima persona a dover sapere che zia Matilde ha reso l’anima a Dio.

    Non capisco. Vuoi tenerla all’oscuro della morte di tua zia?

    Solo il tempo necessario.

    Per fare che cosa?

    Stabilire a chi andrà la fortuna della pestifera e avara vecchiarda.

    Mm … non sappiamo neppure a quanto ammontano le sue sostanze. Quanto pensi che siano?

    Di preciso non lo so. Parecchio denaro ad ogni modo. L’invalido da lei accudito era un ricco possidente. Immobili; terreni; un cospicuo conto in banca.

    E tua zia si è pappato tutto. Come c’è riuscita?

    Nessuno l’ha mai capito. A un tratto è saltato fuori il testamento e …

    Pensi che sia stata lei a contraffarlo?

    Una possibilità tutt’altro che remota. Poco importa, i soldi ci sono e a qualcuno dovranno andare.

    E vorresti essere tu il beneficiario, sbaglio?

    Perché a te dispiacerebbe?

    Certo che no. A chi non piacciano i denari? Hanno significato tanto anche per tua zia. Nonostante ciò guarda dove ha trascorso l’esistenza. Un tugurio che ha scroccato al comune spacciandosi per persona bisognosa. Tirchia com’era, ha risparmiato su tutto conducendo una vita di stenti.

    Tanto di guadagnato per gli eredi. Troveremo il pacchetto più sostanzioso. Pensa un po’ agli interessi che ha maturato in questi venticinque anni?

    La sorpresa potrebbe procurarci un mancamento.

    Mancamento un corno. Allegria e solo quella. Dobbiamo fare in modo che il pacchetto di maggioranza finisca nelle nostre mani.

    Come? Mafalda è nipote quanto te. Metà di quelle sostanze spettano a lei, a meno che non ci sia un …

    Testamento a stabilire il contrario.

    Hai detto bene, ma non credo che tua zia ne avesse scritto uno.

    Di questo non siamo certi.

    Mm … temi che possa esistere e avvantaggi Mafalda rispetto a te?

    Al momento è solo un’ipotesi. Ciò nonostante meglio prepararsi al peggio e correre ai ripari.

    In che modo?

    Ci sto riflettendo.

    In fretta però. Tra non molto zia Matilde comincerà a puzzare.

    Se per questo puzzava di marcio anche da viva.

    Figuriamoci adesso che ha reso l’anima a Dio. Ripensando a prima … quando in cucina hai puntato l’accento sul suo cospicuo patrimonio invitandola a pronunciarsi al riguardo …

    Ebbene?

    Ha detto che prima di esprimersi in tal senso, le restava un’ultima cosa da fare.

    Sì … lo ricordo perfettamente.

    Cosa pensi abbia voluto dire?

    Non ne ho idea. Subito dopo è sbiancata in viso ed è crollata a terra.

    Lasciando la frase incompiuta.

    Adesso non sapremo mai a che cosa si riferiva.

    Mm … vero. Ad ogni modo la circostanza lascia supporre che …

    Non abbia ancora stabilito nulla. A mio avviso un testamento non c’è.

    Lo penso anch’io, ma se invece …

    Ti dico che non c’è Ugo. Se ci fosse stato, il discorso di prima avrebbe imboccato un’altra via. Sospettavo già che la vecchia megera nascondesse qualcosa, adesso ne sono certa.

    Sì … hai ragione Gilda. A conferma di ciò, da qualche tempo a questa parte il comportamento di zia Matilde era cambiato. Chiusa in se, lo sguardo perso nel vuoto come se cercasse la risposta a un quesito che la assillava.

    Quale quesito?

    Questo lo ignoro. La mia in fondo, è una sensazione e nulla di più.

    Che potrebbe rispecchiare la realtà.

    Certo … potrebbe.

    Ci stiamo perdendo in chiacchiere inutili. Le lancette corrono Ugo e il tempo a nostro vantaggio si assottiglia sempre più. Per adesso abbiamo un cospicuo margine di vantaggio. Quindi non sprechiamolo.

    L’idea che stavi cercando è arrivata?

    In parte. Abbiamo supposto che un testamento non c’è.

    Quindi?

    Ipotizziamo invece che zia Matilde abbia lasciato un foglio con le sue ultime volontà.

    Pensi davvero che …

    Lasciami finire Ugo. Quel foglio magico designa unica erede me, lasciando a Mafalda le briciole e il dispiacere che la circostanza le procurerebbe.

    Aspetta un momento … stai pensando di … scrivere un falso testamento spacciandolo per quello di zia Matilde?

    La stessa cosa che la vecchia megera ha sicuramente fatto col ricco invalido.

    Chi ci assicura che il lascito non sia stato onesto?

    Come no, riconoscente per avergli pulito il culo, il vedovo la designa erede universale. Non ci casco. Zia Matilde l’ha circuito. L’invalido non aveva parenti prossimi e lei ne ha approfittato pappandosi tutto.

    Allo stesso modo di come tu adesso, stai progettando di fare ai danni di Mafalda.

    Rubare ai ladri non è peccato. Riordino delle sostanze è la giusta definizione.

    "E Mafalda? Come

    Ti è piaciuta l'anteprima?
    Pagina 1 di 1