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Scialuppa di foglie ed altro

Scialuppa di foglie ed altro

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Scialuppa di foglie ed altro

Lunghezza:
405 pagine
1 ora
Pubblicato:
Sep 30, 2020
ISBN:
9791220103657
Formato:
Libro

Descrizione

«Non abbiamo tra le mani una raccolta di poesie, abbiamo un diario personale, che sceglie di affacciarsi al mondo attraverso la lirica, che per sua natura è immediata ancor più della parola narrativa, poiché un’emozione non è “uno” ma dedalo di sensazioni, sfumatura dell’alba di un pensiero in nuce. Non siamo difronte ad un senso, ma ai sensi, agli incontri che ci hanno cambiato la vita, alla visione (artistica e non solo) che ha dirottato il nostro viaggio, alla spiegazione a posteriori di un evento che solo “dopo” è stato possibile comprendere. Anche nella sua articolazione strutturale, sceglie un percorso del tutto nuovo, una divisione in sezioni fuori dai canoni di pubblicazione, ma che si trasforma in un percorso sensoriale per il lettore.» (dalla Prefazione)

Doriano Modenini nasce a Casaleone (VR) nel novembre del 1948. Nel 1965 si trasferisce con la famiglia, nell’Hinterland milanese. A Milano, nel 1971, si diploma in Grafica pubblicitaria, poi nel 1974, all’Accademia dei filodrammatici. Nel 1971 pubblica Poesie (Ed. Hinterland, Milano). Dal 1974 al 1979 lavora a Roma come attore in compagnie primarie e per la Rai. Pubblica due lavori teatrali sulla rivista “Theatron” (Roma 1976, 1978). Dal 1980 al 1985 si dedica all’organizzazione teatrale, lavorando con grandi teatri, tra cui “La Fenice”, a Venezia e, dal 1985, al design, collaborando con importanti aziende lombarde ed europee. Nel 1989 pubblica il romanzo La Sonnambula (Spazio Tre, Roma). Nel 1994 allestisce un importante centro ricreativo a Tokyo con alcune sue grandi opere. Collabora con riviste di design, curando articoli e ricerche specialistiche. Nel 1993 pubblica per Electa (Milano), Dormire; nel 1996 Mitologia e significati e, nel 2000, Mitologia delle Origini (Spazio Tre, Roma). Contemporaneamente si è sempre dedicato alla pittura con esposizioni personali e collettive in Europa, Asia e Stati Uniti.
Pubblicato:
Sep 30, 2020
ISBN:
9791220103657
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Scialuppa di foglie ed altro - Doriano Modenini

1982

Prefazione di Pamela Michelis

«Scrivi, mi dici, "il raccolto

verrà", e forse vale la pena

sopportare ogni disturbo

in difesa d’illusorie speranze,

pei pochi che ami.»

Per parlarvi dell’opera di Doriano Modenini parto... dalla fine dell’opera, un approccio insolito che andiamo a spiegarvi.

Doriano Modenini è l’esempio – rarissimo e altrettanto emozionante, a mio modesto parere – di come lo spirito creativo, a 360 gradi, possa fondersi irrimediabilmente con la vita di una persona. Ricordo quando ho sentito questa espressione per la prima volta: si parlava di Federico Garcia Lorca, autore a cui sono particolarmente affezionata, e il professore cercava di trasmetterci la struggente creatività che aveva condizionato ogni attimo della sua vita e di come questa forza imponente e a tratti devastante fosse realmente mezclata, per usare una calzate parola spagnola, alla sua produzione. Difficile da spiegare in poche parole: era un’atmosfera che cercava di trasmetterci il professore, quella che si crea quando un autore vede, attraverso gli occhi del suo ingegno vitale, un mondo che è tutto da divenire.

Proprio dalle ultime pagine del volume, scopriamo che Doriano Modenini ha fatto diverse lavori ed esperienze, dalla grafica, alla pittura, alla scrittura passando per la moda, ma il dato che emerge in questo eclettismo e che sentiamo confermato dalla lettura del volume è la necessità di trovare forme sempre nuove a questa onda che lo travolge, lo inebria, la culla.

[...]

Possono farti ridere,

cantare, ballare, cadere.

Possono indurre tristezza.

Possono farti gridare

oltre ogni confine.

E possono farti paura.

Possono renderti pazzo.

Gli uccelli.

Nel giorno in cui cade il sole.

Nel giorno in cui cresce l’aurora.

Quando dormi, quando vuoi.

Quando vorresti essere felice

e senti il bisogno di morire.

Le stesse poesie, qui ora raccolte, hanno un’anticipazione editoriale risalente a diversi decenni fa ma, come scrive lui stesso, «Dopo la pubblicazione delle prime poesie, nel 1971, riserva i suoi quaderni lirici come un diario personale».

Ecco l’intuizione che ci emoziona... Non abbiamo tra le mani una raccolta di poesie, abbiamo un diario personale, che sceglie di affacciarsi al mondo attraverso la lirica, che per sua natura è immediata ancor più della parola narrativa, poiché un’emozione non è uno ma dedalo di sensazioni, sfumatura dell’alba di un pensiero in nuce.

Non siamo difronte ad un senso, ma ai sensi, agli incontri che ci hanno cambiato la vita, alla visione (artistica e non solo) che ha dirottato il nostro viaggio, alla spiegazione a posteriori di un evento che solo dopo è stato possibile comprendere.

Anche nella sua articolazione strutturale, sceglie un percorso del tutto nuovo, una divisione in sezioni fuori dai canoni di pubblicazione, ma che si trasforma in un percorso sensoriale per il lettore.

Ognuna di esse (Scialuppa di foglie, Una partita in cielo, La Sirena, Tournée, Le rondini sognano ancora, Crisalidi, Toccate, Pioggia di ciliegie, Cinque atti per Ruth) alimenta la nostra curiosità, ci consegna ad ogni pagina sfogliata quel tassello che, per quanto posizionato da subito correttamente, solo alla fine, nel quadro completo, ci fornisce un senso chiaro. Ancora di più: le diverse parti, viste da un livello inconsueto, ne restituiscono uno nuovo, e allora viene da chiedersi se in fondo l’autore non voglia proprio dirci questo: solo nella prospettiva unitaria degli insiemi l’immagine si fa nitida, ma anche la singolarità non è da meno.

È una moltitudine di voli pindarici: è come guardare uno stormo di migliaia di uccelli che nel loro avanzare compatti danno un’immediatezza di senso, eppure come non rimanere affascinati e stregati da ogni battito d’ali, nessuno uguale all’altro.

[...] Dammi la casa del tuo aspetto,

invocai, ho sonno, voglio dormire in te,

come la talpa sotto terra, sognare

le radici nell’imbuto del sorriso.

Le mani intreccia con le mie viscere,

gli sguardi si credono sirene,

i suoi lampi son alberi d’ambra,

gelsomini che si fanno colombe.

La sua carne di mirra affoca

il male che m’aveva stregato.

Fu il sole d’una notte soltanto,

labbra cedevoli come un guanciale.

Il divino non è mai dove lo si cerca;

t’aspetta dove tacciono le parole

e gli illustri ti sono indifferenti.

(Dopo una recita alle Cinque Terre)

È una raccolta per palati fini questo volume: si deve essere consapevoli del valore dell’autore e affidarsi totalmente alla sua volontà. Significa anche sfidare i nostri limiti di lettore, non soffermandoci solo sui versi che più ci coinvolgono, ma lasciarci stregare anche da quelli che potrebbero sembrarci oltre (mi viene pensato ad una sezione in particolare – ma lascio al lettore il mistero di scoprire quale sia – che nella sua figuratività estrema mi ha fatto venire in mente addirittura la sindrome di Stendhal).

È una sorta di degustazione da fare bendati: richiede fiducia e voglia di sperimentare, audacia, e voglia di mordere l’arte, con totale inconsapevolezza per quanto riguarda ciò che ci attende, ma con la certezza che non rimarremmo delusi... proprio no.

SCIALUPPA DI FOGLIE 1968-70

* Pubblicate in Poesie, a cura di Margit Seregni, Ed. Hinterland, Milano, 1971, revisione 2018.

A mia sorella Bianca

Caduta

La testa ciondola

nella dolina del grembo.

Mela che rotola.

Caduta.

Il respiro si divide in mille vene d’acqua

lacerate tra i sassi.

La pena canta senza tregua

e io la seguo,

come non la conoscessi.

Dafne

È solo un ramo di mirto

confitto nel seno di Dafne:

non ha alcuna importanza!

L’amarezza si cosparge

di cenere spenta

e non si compiace

d’indossare panni lavati.

Adopera un’unghia tagliente

per decollare il cardo più duro.

I sogni fluiscono tutti

nella medesima vena.

Le gioie hanno lo stesso fato;

scorrono tra i morti orizzonti

come arcobaleno.

In un campo di papaveri*

Correre

in un campo di papaveri

e pensare d’essere vecchio

per illudermi d’essere giovane.

In un campo di papaveri

anche la morte

ha il sapore di mille labbra rosse

dove ti addormenti

e sogni.

La ninfea*

Oggi era aperta,

ora chiusa in se stessa.

Non che abbia paura dell’aria,

del buio o della luna,

del vento che strappa le foglie

e le candide ali.

La ninfea vorrebbe stendersi

sul ninno dell’acqua,

ma ogni cosa ritorna,

tutto fuorché dormire,

e la paura d’essere

e comprendere

l’incubo reale

travestito da notte.

Forse aspetta la bufera

che la strappi alle radici

e qualcuno sulla sponda

che la veda andare via.

Vanità

La vanità scorre nelle vene

con l’assordante baccano

dei gorghi d’acqua sporca.

Mi vedo vestito

di confusione e silenzio.

A che serve salvare l’apparenza

quando nella ragione ogni corsa

termina in una caduta?

Sotto il sole*

Quando mi sento

come una rosa sotto il sole

l’affanno mi toglie di bocca

il respiro.

Un vuoto deforma

ciò che mi sta intorno.

Il desiderio ultimo

d’essere amato

irrora la carne

d’un sudore d’estasi.

Versamento d’animo*

Ieri sera mi sono rovesciato sui campi

come una cavalla impazzita.

Ieri sera, mentre i prati s’incartavano

di cellophane e cime di foglie

ardevano argento vivo.

Vivere vuol dire voler vivere.

Voglio credere che la luna

nasconda diversi colori.

Siamo vivi

Certo, è impossibile

accostarsi a queste nubi,

diffondere i loro sudari

sulle nostre carni

per poter dire siamo vivi.

La pioggia rovina

La pioggia rovina

arpeggiando sui vetri zigrinati.

Nel cavo del mio teschio

improvvise fioriture

suggono aria di umida terra.

Mi sento gli occhi

carichi di stelle.

Al davanzale

L’uomo dalle ciglia canute

tende la mano al passero.

La pioggia scende fine

come capelli di fata.

La sento ridere sussurrando.

La conosco.

Sono sempre stato qui,

al davanzale, in attesa.

Il passero vola via

e il vecchio si ripara

nell’edicola del giardino.

Riconosce i giorni

in cui s’ubriacava di latte,

si addormentava sereno

e non sospettava il domani.

Il presente non può allontanare

chi non è mai venuto.

Uno scroscio improvviso

e le viole cadono esangui,

una a una.

Giardino*

Oggi sono andato

dove nascono i gigli.

Profumavano il colore

dei miei sentimenti.

Il cuore dei gigli

non ha ricordi d’amore.

Piangevano

lacrime azzurre di rugiada.

Il mio cuore studia

il peso dell’amore.

Radici*

I piedi degli uomini

sono le radici più tenaci.

Quando potrò vedere i nostri semi

mutare in uccelli?

Volare nello sforzo di superare

l’ordinaria condizione.

Seminare fiori nel cielo

come chiocciole in mare.

Desiderio*

Come spogliarmi di vesti

vorrei spogliarmi di corpo

e restare anima nuda.

Sciogliermi come sale

in un’ampolla d’acqua.

Nutrire almeno un fiore

odoroso d’armonia.

Ho accostato il male alla felicità*

Ho accostato il male alla felicità

come il sole al garofano

e la felicità è appassita.

La felicità non è il gelsomino

che si moltiplica in cento fiori

su un medesimo stelo.

Ho accostato la felicità al male

e il male non s’è guastato.

S’è riprodotto in cento fiori

senza profumo, era cattivo

e sapeva uccidere.

Domani porterò una candela in chiesa,

benché sia ateo.

Spero ci sia ancora un dio

che accolga le mie preghiere,

perché né mio padre, né mia madre

né alcuno dei miei fratelli

sia corrotto dal mio fiore.

A sera*

Amaro nel cuore,

illusioni o ignoranza.

Un rombo mi ha spaccato in due

come un fuscello secco

e mi sonno affacciato,

accorgendomi che era già sera.

Mi sono levato dall’erba cupa

che aveva cullato le mie chimere,

mi sono avviato sulla strada

dove gremivano in cento.

Tante auto,

poi le prime luci del paese,

le giostre come inutili sirene,

le prime compagnie ubriache di niente,

le prime coppie che credevano di amarsi

al riparo, dietro i cantoni.

A volte vorrei piangere,

ma le lacrime

non hanno alcun sapore.

Da un cortile

giunge la nenia d’un cane

che non si rassegna

davanti a una porta chiusa.

Un giorno a Milano*

Oggi ho corso.

Mi lavo i piedi

sporchi di calze e polvere.

Ho corso

sotto palazzi di cemento,

dentro uffici di cristalli azzurri.

Un ascensore rosso.

Un ascensore grigio.

Sono arrossito

al cospetto di poltrone grasse

che inghiottivano uomini e bestie.

Orbite di elogi.

Disprezzi muti.

Forse, chissà,

sono davvero di poco prezzo.

Ti lasciano credere ciò che vuoi credere,

per non capire ciò che vorresti far capire.

Oggi ho corso.

Per chi? Per che cosa?

Non

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