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1941 Mistero Nell’atlantico

1941 Mistero Nell’atlantico

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1941 Mistero Nell’atlantico

Lunghezza:
295 pagine
4 ore
Pubblicato:
Sep 30, 2020
ISBN:
9788830628243
Formato:
Libro

Descrizione

Tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, lungo le coste dell’America Latina, viene rinvenuta una serie inspiegabile di teste mozzate di cetacei, come capodogli, megattere e balenottere. La cosa più indecifrabile è il taglio netto e preciso con cui sembrano essere stati decapitati, in modo del tutto anomalo, questi animali. Anni più tardi, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, i convogli americani diretti in Europa carichi di rifornimenti militari per il Regno Unito e i suoi alleati subiscono pesanti perdite a causa di affondamenti navali misteriosi. C’è chi sembra sostenere che questi oscuri avvenimenti possano essere in qualche modo legati tra loro. La Royal Navy, perciò, organizza una spedizione di ricerca per provare a decifrare il mistero che si cela nel Nord dell’Oceano Atlantico. 
Il 21 agosto del 1941 viene fatta una grande scoperta, che cambierà per sempre la vita di un ricercatore dell’Università, del capitano West e di tutto l’equipaggio che a bordo della Vespucci è partito per risolvere il mistero. Cosa si nasconde nelle profondità dell’Oceano? Una nave nemica, un grosso animale o quale mostro narrato nelle leggende può rintanarsi nelle acque profonde? Un’avventura che ci farà sprofondare negli abissi marini e che ci parlerà di diffidenza, paura, riscatto personale ma, soprattutto, di coraggio.

Francesco Concas è nato nel 1996. Vive da sempre nel suo amatissimo Mugello (FI). Nel corso degli anni ha cercato di studiare e fare esperienze che lo aiutassero ad arricchire la sua conoscenza e a migliorare il rapporto che ha con le persone e con le cose. Ha lavorato nel sociale a contatto con realtà molto difficili, ha conseguito un diploma nazionale di educatore cinofilo e il brevetto di lancio con paracadute, e ha viaggiato molto. Tutte esperienze di vita, queste, a cui cerca di attingere e che lo ispirano, assieme alla lettura e allo studio, nella scrittura, la sua passione senza dubbio più grande. Ama molto le storie d’avventura, che lo emozionano più di ogni altra cosa, e la Storia, che da sempre studia per passione. Ama inventare e utilizzare la fantasia e la musica per creare storie nuove.
Pubblicato:
Sep 30, 2020
ISBN:
9788830628243
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

1941 Mistero Nell’atlantico - Francesco Concas

babbo

Prefazione di Barbara Alberti

Il prof. Robin Ian Dunbar, antropologo inglese, si è scomodato a fare una ricerca su quanti amici possa davvero contare un essere umano. Il numero è risultato molto molto limitato. Ma il professore ha dimenticato i libri, limitati solo dalla durata della vita umana.

È lui l’unico amante, il libro. L’unico confidente che non tradisce, né abbandona. Mi disse un amico, lettore instancabile: Avrò tutte le vite che riuscirò a leggere. Sarò tutti i personaggi che vorrò essere.

Il libro offre due beni contrastanti, che in esso si fondono: ci trovi te stesso e insieme una tregua dall’identità. Meglio di tutti l’ha detto Emily Dickinson nei suoi versi più famosi

Non esiste un vascello come un libro

per portarci in terre lontane

né corsieri come una pagina

di poesia che s’impenna.

Questa traversata la può fare anche un povero,

tanto è frugale il carro dell’anima

(Trad. Ginevra Bompiani)

A volte, in preda a sentimenti non condivisi ti chiedi se sei pazzo, trovi futili e colpevoli le tue visioni che non assurgono alla dignità di fatto, e non osi confessarle a nessuno, tanto ti sembrano assurde.

Ma un giorno puoi ritrovarle in un romanzo. Qualcun altro si è confessato per te, magari in un tempo lontano. Solo, a tu per tu con la pagina, hai il diritto di essere totale. Il libro è il più soave grimaldello per entrare nella realtà. È la traduzione di un sogno.

Ai miei tempi, da adolescenti eravamo costretti a leggere di nascosto, per la maggior parte i libri di casa erano severamente vietati ai ragazzi. Shakespeare per primo, perfino Fogazzaro era sospetto, Ovidio poi da punizione corporale. Erano permessi solo Collodi, Lo Struwwelpeter, il London canino e le vite dei santi.

Una vigilia di Natale mio cugino fu beccato in soffitta, rintanato a leggere in segreto il più proibito fra i proibiti, L’amante di lady Chatterley. Con ignominia fu escluso dai regali e dal cenone. Lo incontrai in corridoio per nulla mortificato, anzi tutto spavaldo, e un po’ più grosso del solito. Aprì la giacca, dentro aveva nascosto i 4 volumi di Guerra e pace, e mi disse: Che me ne frega, a me del cenone. Io, quest’anno, faccio il Natale dai Rostov.

Sono amici pazienti, i libri, ci aspettano in piedi, di schiena negli scaffali tutta la vita, sono capaci di aspettare all’infinito che tu li prenda in mano. Ognuno di noi ama i suoi scrittori come parenti, ma anche alcuni traduttori, o autori di prefazioni che ci iniziano al mistero di un’altra lingua, di un altro mondo.

Certe voci ci definiscono quanto quelle con cui parliamo ogni giorno, se non di più. E non ci bastano mai. Quando se ne aggiungono altre è un dono inatteso da non lasciarsi sfuggire.

Questo è l’animo col quale Albatros ci offre la sua collana Nuove voci, una selezione di nuovi autori italiani, punto di riferimento per il lettore navigante, un braccio legato all’albero maestro per via delle sirene, l’altro sopra gli occhi a godersi la vastità dell’orizzonte. L’editore, che è l’artefice del viaggio, vi propone la collana di scrittori emergenti più premiata dell’editoria italiana. E se non credete ai premi potete credere ai lettori, grazie ai quali la collana è fra le più vendute. Nel mare delle parole scritte per esser lette, ci incontreremo di nuovo con altri ricordi, altre rotte. Altre voci, altre stanze.

PARTE PRIMA

I

La prima volta che venni a sapere della spedizione fu il 12 luglio del 1941. Mi trovavo nella sala docenti dell’Università, dove mi recavo tutti i giorni per passare la maggior parte delle ore della mia giornata. Chi avesse avuto desiderio di parlarmi sapeva bene che nei giorni di pioggia mi avrebbe senz’altro trovato lì o in biblioteca. Sono luoghi silenziosi e tranquilli, in cui da sempre riesco a trovare una pace interiore da me tanto ricercata, specie negli ultimi tempi. Preferivo trascorrere là il mio tempo, piuttosto che nell’alloggio assegnatomi. Non che non apprezzassi la stanza che mi era stata generosamente messa a disposizione dal rettore, il quale non potrò mai ringraziare adeguatamente, ma in questo modo nella sala docenti riuscivo ad intrattenere piacevoli, o meno piacevoli, conversazioni con gli altri insegnati che di tanto in tanto bazzicavano da quelle parti. Al rettore, perciò, non fu difficile trovarmi quel pomeriggio; essendo una giornata molto piovosa era escluso che mi fossi avventurato al di fuori dell’università per la mia solita passeggiata in campagna, e così non ebbe che da scegliere tra lì e la biblioteca per rintracciarmi.

Ero assorto nella lettura quando egli entrò nella stanza, e non mi accorsi della sua presenza che all’ultimo momento. Avevo rivolto la poltrona leggermente verso la finestra per guardare la pioggia battere contro il vetro, creandomi un cantuccio incantevole in cui nascondersi con un buon libro.

«Disturbo?» mi chiese sedendosi sulla poltrona dirimpetto alla mia.

Ovviamente non mi disturbava, il suo era un modo gentile per interrompere la mia attività. Charles sapeva quanto la sua compagnia fosse speciale per me, ed immaginava altrettanto bene quanto potessi sentirmi solo in quel momento. Avere una bella chiacchierata assieme, come ai vecchi tempi, era sempre cosa gradita da entrambi. Gli sorrisi in risposta, chiusi il libro poggiandolo sul tavolino di legno che avevo davanti a me, e mi sfilai gli occhiali dal naso, porgendo a lui completa attenzione.

Charles sedeva sulla poltrona con portamento composto e distinto. Era sempre stato un uomo di gran classe e fin da piccolo ricevette un’educazione d’altri tempi, vestiva molto elegantemente e i suoi modi erano quelli di un signore. Adesso che avevo conosciuto il Charles rettore dovevo ammettere che queste caratteristiche, che quando era ragazzo trovavo un po’ buffe, ora facevano da cornice al suo personaggio in modo squisito. Era nato per quel lavoro e per rivestire quel ruolo, glielo dicevo tante volte e lui ne rideva sempre; ero uno dei pochi che poteva permettersi battute del genere.

Io, invece, facevo purtroppo da triste contraltare alla sua elegante compostezza. Me ne stavo sprofondato nella mia poltrona come se avessi dovuto passarci sopra la vita intera. Ero ingobbito e rannicchiato nella mia tana personale, protetto dalla morbidezza del velluto verde.

Senza badar troppo ad inutili convenevoli, Charles infiammò la nostra conversazione venendo dritto al punto con la delicata domanda che era venuto fin là a pormi.

«Ti ricordi dei ritrovamenti delle teste decapitate di balena?»

Gettando ogni cautela al vento, Charles non avrebbe potuto rievocare evento più delicato con minor tatto.

«Certo che mi ricordo» dissi io. «Come potrei mai scordarmi? È più facile che dimentichi il mio nome. Ci ho perso una vita dietro a quella faccenda; tempo buttato purtroppo.»

Con la sua domanda Charles si riferiva ad una serie inspiegabile di ritrovamenti lungo le coste Atlantiche, soprattutto quelle dell’America Latina ed in parte del Portogallo, di alcune teste mozzate di cetaceo (capodogli, megattere e balenottere nello specifico) avvenuti tra gli anni Venti e gli anni Trenta di questo secolo e, in numero minore, alla fine del diciannovesimo secolo. Si trattò di reperimenti del tutto eccezionali e a cui nessuno scienziato è mai riuscito a dare una spiegazione. Nel corso degli anni sono state avanzate le ipotesi più disparate, ma nessuna è stata in grado di far luce sull’origine di questo strano fenomeno. La cosa più inspiegabile è il taglio netto e preciso con cui sembrarono essere state decapitate tutte quelle bestie. Non esiste pescatore o baleniere che possegga o che usi strumenti da taglio e metodologie di pesca simili, e del resto fu chiaro fin da subito che non poteva nemmeno trattarsi di un predatore; non vi è, infatti, bestia al mondo capace di infierire un danno simile ad animali tanto grandi. Le recisioni con cui furono tranciati i cetacei erano talmente nette e decise che, se fosse stata opera del morso o dell’artiglio di una qualche bestia infernale, staremmo parlando di qualcosa grande almeno quanto una portaerei.

I più fantasiosi nella comunità scientifica teorizzarono l’esistenza di un esemplare di orca assassina particolarmente grossa poiché, oltre all’uomo, essa è l’unico animale che si permetta di attaccare capodogli e megattere, ma tale ipotesi è facilmente smontabile dato che è altrettanto noto che essa non abbia mai predato alcuna balenottera e che, sempre per i motivi che spiegavo prima, se essa fosse stata davvero la colpevole dell’uccisione brutale di quei cetacei, staremmo dunque discutendo di un esemplare dalle dimensioni gargantuesche, e la cosa non solo è inammissibile scientificamente, ma è anche piuttosto comica. Il taglio con cui vennero decapitare quelle bestie, infatti, fin da subito ci si accorse che era stato inferto con un unico e ben assestato colpo; dare la colpa di ciò ad un animale, un’orca nella fattispecie, vorrebbe dire sostenere che essa ne abbia decapitato la testa con un morso solo. Fu ben chiaro, dunque, che questa bizzarra teoria non poggiasse su elementi concreti e razionali, ma fosse bensì frutto di qualche mente fantasiosa e inaffidabile. Ciò che, però, rimaneva insoluto ed inspiegato era il mistero concernente il ritrovamento di queste teste, visto che di certo esse non si erano mozzate da sole.

Il tutto quindi costituì, e continuava a costituire in quel momento, un enorme ed affascinante mistero. Non si fu mai in grado di dare spiegazione a questo fenomeno. Come si può immaginare la notizia ai tempi fece parlare molto, e c’è chi ci fantasticò sopra mettendo in giro voci assurde sull’esistenza di mostri marini di ogni genere, come viene fatto di consueto quando non si è in grado di dare risposta razionale ai misteri del mare. Queste strampalate leggende trovarono buona fortuna poiché vennero rimbalzate dai vari organi di stampa che in questo modo riuscivano a vendere moltissime copie dei propri giornali, suscitando sincera curiosità nei lettori.

Io personalmente ho speso anni di ricerca e di lavoro, impegnandomi anche economicamente, per cercare di risolvere questo intrigante caso scientifico. Ho vissuto quattro anni in Argentina, pagandomi le spese come insegnate privato in famiglie altolocate, per poter studiare da vicino i resti dei cetacei che in quel periodo venivano rinvenuti in grandi quantità lungo le coste sudamericane. Per me era diventata una vera e propria ossessione, tanto da portarmi all’esaurimento viste le difficoltà nel compiere anche il più piccolo dei passi in avanti.

Col tempo poi i ritrovamenti diminuirono e l’attenzione pubblica scemò. Io ritornai in Italia e proseguii il mio percorso post-laurea all’università. Continuai a pensare al mistero irrisolto per molto tempo ma col passare degli anni esso finì per diventare solo un ricordo; di tanto in tanto mi tornava alla mente ma ormai non era più un’ossessione. Ai tempi se ne parlò molto anche con Charles, benché lui non fosse mosso dalla mia stessa passione e non nutrisse la mia stessa curiosità scientifica, considerato soprattutto il differente percorso di studi, ma era una vita che non tornavo sull’argomento anche con lui, perciò il fatto che egli avesse tirato fuori quell’argomento così all’improvviso mi destabilizzò non poco.

«Ho delle importanti novità a riguardo» disse l’amico.

La sua frase mi smosse tutto, in modo molto impacciato e rumoroso mi sistemai più decorosamente sulla poltrona, cercando di darmi un tono dato che le sue parole meritavano l’attenzione di mente e corpo.

«Sono tutto orecchi» gli risposi una volta ricompostomi.

Egli sorrise genuinamente della reazione che la sua frase aveva provocato in me. Probabilmente si era immaginato che avrei reagito in quel modo, quindi continuò:

«Una telefonata da Londra da parte di uomini di una certa importanza mi ha rivelato una notizia che necessita una certa discrezione. Mi hanno pregato di mantenere il massimo riserbo ed io, in via del tutto eccezionale, te ne faccio confidenza sia perché conosco il tuo onore, sia perché so che tu più di chiunque altro hai speso tempo ed energie nell’approfondire la questione. Ti prego, comunque, di darmi la tua parola che ciò che sto per dirti rimarrà segreto.»

Il tono usato era molto serio ma percepivo che erano cose che Charles era quasi obbligato a dirmi. Capii dunque che doveva trattarsi di qualcosa di grosso, altrimenti mai mi avrebbe fatto una predica simile. Mi parve doveroso rispondere con serietà alla stessa con cui il mio fedele amico mi aveva chiesto massima discrezione.

«Certamente Charles, non parlerò con anima viva di ciò che mi racconterai» dissi, e senza dargli possibilità di risposta aggiunsi «Si tratta forse di altri ritrovamenti? Sono state rinvenute altre teste di balena mozzate?»

L’eccitamento che trattenevo a stento fece sorridere di nuovo Charles, il quale cominciò col suo racconto:

«No, non si tratta di altri ritrovamenti, ma ho delle notizie ben più interessanti a riguardo. Sembra che il governo del Regno Unito si sia interessato direttamente alla questione. Ipotizzano che essa possa essere collegata in qualche modo ad un problema che sta dando loro ben più di una seccatura.

Ti spiego: tu sarai ben al corrente della legge Lend-Lease statunitense?»

Ovviamente lo ero, la legge Lend-Lease è un programma di sostentamento materiale firmato dal presidente Roosevelt nel marzo del 1941(al momento in cui scrivo essa è tuttora in vigore), con cui gli americani hanno iniziato ad offrire aiuto ai Paesi alleati, soprattutto Regno Unito, rifornendo loro di tutto ciò che essi possano aver bisogno per fronteggiare la guerra contro le potenze dell’Asse, come aerei, carri da guerra e veicoli vari, prodotti industriali e anche soldi; molti soldi. È un aiuto importante che fin dal principio ha giovato tanto ai paesi in guerra quanto all’economia statunitense.

Non vedevo il nesso tra questo e le balene decapitate, mi limitai ad un rapido cenno del capo per rispondere affermativamente alla domanda di Charles, che quindi continuò:

«I materiali da guerra forniti dagli americani sono un aiuto di fondamentale importanza per il Regno Unito. Senza di essi non sarebbe possibile fronteggiare la Germania in questo tremendo conflitto. Questi aiuti, ovviamente, giungono in Europa via mare: grossi convogli scortati dalla Marina Canadese ed Americana, e supportate da quella Britannica, salpano dalle coste americane per giungere a Terranova, dove sostano prima di avventurarsi nell’Atlantico del Nord. Come punto di connessione con l’Europa è stato scelto il Sud dell’Islanda, qui avviene il passaggio di consegna con la Royal Navy che scorta finalmente i convogli nel Regno Unito. Il problema che interessa e, soprattutto, preoccupa Londra è che ci sono stati degli incidenti, lo avrai letto dai giornali, e molte navi non sono giunte a destinazione. Questa è ovviamente una grana per tutte le forze alleate, ma soprattutto per noi.»

«E cosa c’entra questo con i nostri cetacei?» domandai a Charles, interrogando più me stesso che lui.

«Fammi arrivare al punto. Il fatto è che queste navi sono come scomparse nel nulla; la maggior parte di esse occupava le ultime posizioni dei convogli, quelle più arretrate, quando si sono accorti delle loro sparizioni. A scomparire sono stati sia cargo che navi delle Marine, ma ciò che stupisce è che nessuno ha mai visto niente. Una costante in tutte queste sparizioni misteriose, se così vogliamo chiamarle, è che sono tutte avvenute sempre di notte, e talvolta il convoglio si è accorto della mancanza di una o più navi solo alle prime ore di luce. Istintivamente, la prima cosa a cui si potrebbe pensare sono i sommergibili tedeschi, che per certo stanno abbattendo ben più di qualche nave, ma il numero degli affondamenti è davvero molto elevato, e per due validi motivi c’è chi non è convinto di questa teoria: il primo è che solitamente i sommergibili tedeschi non si spostano così ad ovest; la maggior parte delle navi, infatti, è scomparsa nella parte più occidentale dell’Atlantico, ma potrebbe anche darsi che i tedeschi abbiano cambiato abitudine: il secondo motivo, invece, riguarda il modo in cui queste navi sono sparite; per affondare le imbarcazioni, infatti, i sommergibili di tutto il mondo usano siluri, e non una singola esplosione o boato è stato veduto od udito prima delle sparizioni delle navi. Esse sono semplicemente scomparse nel nulla, senza lasciare traccia. Che i tedeschi abbiano dotato la Kriegsmarine di sommergibili di nuova generazione, forniti di tecnologie avanzate che noi non possediamo ancora? Possibile, ma non ci sono prove, ed inoltre, altra cosa stranissima, non sono mai stati rinvenuti superstiti o resti delle navi affondate. Come fa un sommergibile a far scomparire nel nulla una nave con tutto il suo equipaggio? La Marina Inglese ha pattugliato per un periodo le acque di passaggio dei convogli in cerca di risposte, senza però avere fortuna. Non hanno trovato alcun segno delle imbarcazioni scomparse neppure dopo giorni dai fatti; si aspettavano di ripescare qualche cadavere, magari, o alcuni pezzi degli scafi venuti a galla, e invece niente. Non hanno neanche trovato qualcosa che potesse giustificare un incidente o qualcosa di simile. Sono acque ben note del resto, non c’è probabilità alcuna che sia spuntato all’improvviso uno scoglio o un isolotto rasente la superficie del mare che possa aver speronato le navi; le quali, però, continuano a sparire. Il pattugliamento è durato qualche tempo ma l’Oceano è grande e la guerra è in Europa. La situazione nel vecchio continente sta peggiorando ed è qui che la Marina ha bisogno di tutte le navi e di tutti i suoi uomini. Quindi la questione, per quanto grave, è rimasta in sospeso fino agli avvistamenti delle ultime settimane. E qui iniziamo ad avvicinarci alle tue balene, caro amico mio» Charles fece una pausa teatrale e riprese, io ero completamente rapito dal suo racconto. «Mi hanno informato che circa due settimane fa un cacciatorpediniere della Marina Inglese, l’HMS Campbeltown, che stava percorrendo le acque dell’Atlantico del Nord, si è imbattuto in qualcosa di non identificato.»

«Che cosa intendono per non identificato?» domandai con la curiosità che mi divorava dentro. «L’avvistamento è avvenuto di notte, i membri dell’equipaggio svegli a quell’ora giurano di aver visto qualcosa di enorme, una massa scura non uniforme, una silhouette non corrispondente con quella di nessuna nave alleata o in forza alle Marine dell’Asse, distante circa un paio di miglia nautiche, emergere dall’acqua improvvisamente per poi ributtarcisi di colpo, generando onde d’acqua di impressionante grandezza. Non sanno dire cosa fosse, era notte ed il cielo coperto di nuvole, si distingueva a fatica l’orizzonte. Hanno provato a seguire l’oggetto o la cosa in questione, ma è sparito senza lasciare traccia. La Campbeltown ha trascorso qualche giorno pattugliando quelle acque ma, non ottenendone nulla, a quel punto sono dovuti rientrare.»

Io non avevo parole. Non sapevo nemmeno cosa rispondere a quelle potenti rivelazioni. Charles dovette percepire la mia confusione e mi dette qualche istante per elaborare le informazioni.

Dopodiché riflettei ad alta voce:

«Di cosa potrebbe mai trattarsi? Che sia quel sottomarino di nuova generazione che dicevi? Sappiamo bene quanto siano tecnologicamente preparati i tedeschi.»

«No, a Londra lo escludono. Non esiste mezzo militare di quelle dimensioni. I marinai della Campbeltown parlano di qualcosa di troppo grande per essere un’imbarcazione, e la velocità con cui affermano esso sia emerso ed immediatamente immerso esclude qualsiasi sottomarino, anche il più moderno ed il più tecnologicamente avanzato. No, pensano si tratti di altro e, a dirla tutta, non ci sono nemmeno delle prove tangibili che esso abbia qualcosa a che fare con gli affondamenti delle navi americane.»

«Ma cosa c’entrano i nostri capodogli?» me ne ero quasi dimenticato.

«A dire il vero c’è stato anche un altro avvistamento, anzi due. Il primo è avvenuto più di tre settimane prima di quello della Campbeltown e sembrerebbe essere molto più preciso nella descrizione. Si tratta di un peschereccio irlandese che si trovava molto più a nord rispetto al cacciatorpediniere inglese, in pieno Mare del Labrador. Anche questo avvistamento è avvenuto di notte e…» Charles fece una pausa guardandomi dritto negli occhi, poi riprese con tono grave. «Prendi con la dovuta cautela le parole che ti riporto esattamente come a me sono state riferite. Un ragazzo dice di aver avvistato un grosso, enorme, animale spuntare dalla superficie dell’acqua per poi rituffarcisi. Potrebbe essere una balena, del resto quelle acque sono popolate da diverse specie di cetacei, ma il ragazzo parla di qualcosa di molto più grosso e afferma di aver visto dei tentacoli spuntare dall’acqua. Tentacoli lunghissimi di colore scuro, violaceo. Il racconto del giovane non è stato preso in considerazione perché quella notte era ubriaco fradicio, da buon irlandese. Dicono non si reggesse nemmeno in piedi quando ha chiamato gli altri dell’equipaggio per riferire quanto visto, perciò, quando il racconto è arrivato a chi di dovere, non hanno ritenuto importante approfondire la questione; la Marina ha ben altro da fare in questo momento che rincorrere le visioni di un ragazzo alticcio. Ma con l’avvistamento della Campbeltown le parole del giovane urgono nuova e più attenta considerazione, sia perché i due avvistamenti sono avvenuti a poca distanza, geografica e temporale, l’uno dall’altro, sia perché essi hanno diversi elementi in comune. I marinai del cacciatorpediniere non erano certo ubriachi quella notte, e del resto il ragazzo irlandese deve pur aver visto qualcosa; non avrebbe avuto motivo, infatti, di inventarsi una storia simile. È perciò necessario capire quanto la visione del giovane sia stato frutto dei fumi dell’alcol e quanto ci sia di vero.»

Finalmente capivo cosa c’entravano i ritrovamenti dei capodogli ma Charles sembrava proprio non voler arrivare al punto. Percepii molto scetticismo nel modo con cui egli mi raccontava quei fatti, quindi pensai di incalzarlo, anche se io stesso stentavo a credere a ciò che dalla mia bocca stava per uscire.

«E c’è qualcuno che quindi ha avanzato l’ipotesi che tutto questo possa essere legato ai nostri cetacei decapitati? Che si tratti magari di un super-predatore, che vagherebbe nei mari a caccia di balene con cui cibarsi, e che spiegherebbe dunque il mistero delle teste mozzate» dissi divertito. La mia osservazione sembrò quasi turbare Charles, come se avessi detto ad alta voce qualcosa che avrei dovuto solo intuire silenziosamente, senza farne menzione.

«Sì, esatto,» rispose l’amico con sforzo «C’è chi ha avanzato questa ipotesi. Si è parlato di una nuova razza di squalo gigante, di grossi mammiferi marini e quant’altro, ma potrebbe tranquillamente non essere niente di tutto ciò. A mio parere si stanno facendo tutti trasportare troppo dalla fantasia; di nuovo. Secondo me ciò che ha visto il giovane è un calamaro gigante, teoria che tra l’altro spiegherebbe i tentacoli che dice di aver visto: sai meglio di me, infatti, quanto possano essere giganteschi i calamari; in passato sono stati rinvenuti esemplari lunghi più di dodici metri, e niente esclude che nell’immensità

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