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Lei: Lo specchio e il suo rituale di composizione e decomposizione

Lei: Lo specchio e il suo rituale di composizione e decomposizione

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Lei: Lo specchio e il suo rituale di composizione e decomposizione

Lunghezza:
126 pagine
1 ora
Pubblicato:
Oct 15, 2020
ISBN:
9791220104425
Formato:
Libro

Descrizione

Il silenzio parla e fa più rumore di qualsiasi suono, insegna l’arte di ascoltare se stessi e gli altri. LEI ha imparato a dialogare con il suo silenzio affidandosi ai propri rituali quotidiani, osservando i suoi cambiamenti fisici e interiori e il divenire di tutto ciò che la circonda, soprattutto le persone. 
A un certo punto della sua vita, però, LEI sente il bisogno di trovare un nuovo equilibrio, la dimensione di pace nella quale vive entra in crisi, mettendo in dubbio la solitudine che prima la faceva sentire al sicuro. Più si osserva dentro e fuori, più avverte il richiamo di nuovi bisogni esistenziali, tra i quali quello di generare una nuova vita che compensa attraverso un taccuino, per lei embrione del suo figlio di carta: un romanzo.

Annalisa Alfano nasce a Spoleto (PG) nel 1976, si è laureata in Lettere Moderne presso l’università degli Studi di Napoli “Federico II”. Autrice dei saggi I Media, breve percorso sugli effetti, Pittura/A-Pittura: virtualità in una nuova espressione pittorica, I balletti russi e Riscoperta del corpo d’attore, si è occupata della sezione Arte e Cultura de “Il Meridiano”. Ha già pubblicato I figli dell’aquila, In viaggio verso la libertà, distacchi e Diversamente amanti. 
 
Pubblicato:
Oct 15, 2020
ISBN:
9791220104425
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Lei - Annalisa Alfano

Beauvoir)

UNO

Lo specchio non tradisce. Lo specchio riflette quello che sei. LEI lo sa bene. Sa anche, però, che pur guardandoci ogni giorno, vediamo sempre un’immagine diversa. Tanto dipende dall’istante in cui ci guardiamo. LEI oggi si guarda con gli occhi di chi è stanca e provata. La persona che vede riflessa nello specchio le fa tanta tenerezza perché ancora non ha smesso di rincorrere l’irraggiungibile e la frustrazione e l’ansia per l’insuccesso si poggiano sui fianchi e sul ventre, che si trasformano ogni giorno di più. Quel corpo che vede non è lo stesso di dieci anni prima, ma neanche lo stesso di ieri e non sarà lo stesso di domani se continua a ostinarsi e a non ammettere che tutto si trasforma e spesso accadono cose che solo apparentemente sembra che nessuno voglia. Guardando la donna dello specchio, non può fare a meno di paragonarla alla donna di Willendorf, dall’evidente fisico steatopico. Se, come si dice, siamo noi la causa delle nostre trasformazioni sia interiori che fisiche, LEI si chiede perché quella donna abbia scatenato la metamorfosi. L’istinto è di abbracciarla perché le sembra che non si voglia bene. Il fisico di quella donna trattiene più del dovuto per mancanza di amore. Si stringe in un fortissimo e tenerissimo abbraccio e adesso la donna che vede nello specchio si sta teneramente coccolando accarezzandosi. Le mani non tralasciano nessun centimetro di pelle e indugiano proprio lì dove i vuoti si sono riempiti di tessuto adiposo. Le mani riescono a percepire la stanchezza di quel corpo appesantito e invecchiato, nonostante abbia da poco superato la soglia dei quarant’anni. Le fa tanta tenerezza quella donna. LEI inizia a piangere, pensando a quanta sofferenza e solitudine si sono create attorno alla donna dello specchio. LEI piange pensando che la donna dello specchio è diventata tutto ciò che non voleva. Avrebbe dovuto capire che la mente fa strani scherzi e anche tutto ciò che non vogliamo ci arriva prepotentemente perché comunque attratto. La donna dello specchio avrebbe probabilmente trascorso tutta la giornata a piangere se una sveglia non l’avesse distolta.

DUE

Ennesima notte insonne. Quando suona la sveglia, sono già in piedi da diverse ore. L’intera notte trascorsa davanti allo specchio. È da un po’ che lo faccio. Non so di preciso quando è iniziata quest’abitudine, che sembra essere diventata un rituale di accettazione. Mi sembra, privandomi dei vestiti per indossare il pigiama e poi, piano piano, togliere anche quello e l’intimo, di vivere quotidianamente quel processo di composizione e decomposizione che ci accomuna tutti. Non c’è corpo che tenga: saremo tutti cibo per vermi. Io no, non finirò così. Diventerò concime per piante. La mia urna sarà un bellissimo vaso in cui sarà piantato un piccolo albero di acacia. L’acacia, segno di forza, quella che fino ad ora mi è mancata.

L’acacia rappresenta anche la saggezza e la rinascita. Nell’antichità, era simbolo del legame tra visibile e invisibile. Nella cultura egizia, era l’albero iniziatico che simboleggiava il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza.

Ho pianificato tutto. Un testamento biologico che non lascia spazio a decisioni altrui. A prescindere da legami familiari o di altro tipo, il mio corpo è mio e solo mio e spetta a me decidere cosa farne del mio cadavere. Un piccolo testamento con pochissime e chiarissime frasi: sì alla donazione degli organi, no all’accanimento terapeutico, sì alla cremazione. Ancora non so chi designerò per l’importante compito di travasare la pianticella di acacia nel luogo da me scelto. Se non dovessi incontrare la persona adatta, per ora, i miei genitori sono in pole position. Mi sono sempre chiesta perché karmicamente io abbia scelto di tornare sulla terra attraverso loro. Tanto, tantissimo amore, ma poca affinità. Forse è solo di questo che ho bisogno in questa vita: amore. E devo dire che non mi è mancato. I miei genitori si sono presi cura di me, mi hanno innaffiata ogni giorno, concimandomi quanto basta per farmi venire su asciutta e forte. Ci ho pensato io alla tragica trasformazione. Perché? Se lo sapessi, avrei già cambiato rotta.

Qualsiasi cosa indosso, ovunque vada, un rametto di acacia è sempre con me. Trovo sempre un modo per metterlo addosso, anche quando non si vede. Cosa mangerò a colazione? Ormai le ho sperimentate tutte e se, da un lato, mi sento appagata per aver rinunciato a qualche peccato di gola, in un altro angolo di me stessa mi sento mogia per non essermi coccolata con qualcosa di dolce. Carenza di affetto? Forse. Di quale? Del mio? Ho poco tempo per pensare. La stanchezza per la notte insonne mi rallenta anche nei movimenti. Devo essere fuori casa tra dieci minuti. Il caffè, immancabile in ogni mia colazione, sta salendo nella moka. Il ferro è acceso e l’armadio spalancato. Come sempre, prendo i vestiti che sono più a portata di mano e finisco con l’indossare sempre le stesse cose. Mi sono chiesta spesso se il mio atteggiamento sia inconsciamente dovuto al fatto che, forse, i vestiti che non indosso mai, in fondo, non mi piacciono. Ma, allora, perché non buttarli via? Anche a questa domanda non ho saputo ancora trovare una risposta. Ogni volta che decido di mettere ordine e tiro fuori tutto, ogni vestito, che siano pantaloni o maglie, per la maggior parte ormai logorati dall’usura, diventa uno schermo attraverso il quale rivedo il momento in cui l’ho indossato. Riesco perfino a ricordarmi le sensazioni, i profumi, i suoni. O almeno credo di ricordare tutto così come è accaduto. Non mi sono mai posta il problema se sia la mia mente a trasformare, col passare degli anni, i ricordi a proprio piacimento. E se anche fosse? Poco importa. È tardi, dannatamente tardi. I vestiti meno sgualciti? Ecco: t-shirt e jeans. L’uno, per fortuna, non ha bisogno di essere stirato. L’altra, comprata ieri e ancora piegata a dovere nella busta del negozio.

TRE

LEI, tornata a casa più tardi del solito, vorrebbe non passare davanti allo specchio, ma non ci riesce. Sa già che basterebbe un solo sguardo per far iniziare tutto il rituale. Ha trascorso una piacevole serata coi colleghi, di quelle che accadono raramente. Non si aspettava neanche l’invito, avendone declinati molti altri. Ha pensato che per una sera le avrebbe fatto meglio ascoltare qualche banalità che ritornare a casa. Ha pensato che il ritirarsi più tardi e qualche bicchiere di vino l’avrebbero stancata e distolta. Invece, no. Lo specchio da parete è lì, al solito posto, appeso ad un’anta del caotico armadio. È alto poco più di lei e riesce a specchiarsi tutta. Ha necessità di vedersi tutta, piedi compresi.

Tutto è iniziato perché aveva letto da qualche parte che lo specchio, che ha come principio la percezione diretta, è simbolo della mistica gnostica. L’oggetto permette la concretizzazione dell’avvicinamento di soggetto e oggetto e diventa, per questo, simbolo dei simboli.

Davanti allo specchio, LEI si chiede se l’immagine che vede corrisponda alla realtà. È davvero così come la vedono i suoi occhi? Quasi stenterebbe a crederlo. Oggi si sente attraente. Oggi si sente una persona diversa. Saranno stati quei cinque minuti che ha dedicato a se stessa per truccarsi e acconciarsi per la serata? Non può essere solo questo. E se fosse stata, invece, la compagnia? Stenterebbe a crederlo. Ha sempre cercato in tutta la sua vita momenti di solitudine. Da ragazzina, bastava davvero poco per stare bene con se stessa: chiudere

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