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Il libro dell'inquietudine
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E-book487 pagine7 ore

Il libro dell'inquietudine

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Info su questo ebook

“Non ho fatto nient’altro che sognare; è stato questo, e solo questo, il senso della mia vita. Non ho avuto nessun’altra vera preoccupazione al di fuori della mia vita interiore.”
Pubblicato postumo nel 1982, "Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares" può essere considerato come una sorta di "Zibaldone" che l'autore consegna nelle mani di Bernardo Soares, uno dei suoi numerosi eteronimi.
Leggere o ascoltare questi 481 frammenti recuperati da un vecchio baule dove erano conservati in modo disordinato equivale a sprofondare in un vortice, dove, come in un gioco di specchi tra le sue infinite personalità, Pessoa ci consegna un'autentica cornucopia di riflessioni, appunti, fantasie, sfoghi che danno forma a una sorta di diario incompiuto, quasi un romanzo, tra i più geniali del '900.
Traduzione di Matteo Gennari.
LinguaItaliano
Data di uscita6 nov 2020
ISBN9788831372206
Il libro dell'inquietudine
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Autore

Fernando Pessoa

Fernando Pessoa (1888 – 1935) foi um poeta, filósofo, dramaturgo, ensaísta, tradutor, publicitário, astrólogo, inventor, empresário, correspondente comercial, crítico literário e comentarista político português. Fernando Pessoa é o mais universal poeta português.

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    Il libro dell'inquietudine - Fernando Pessoa

    Pessoa

    AUTOBIOGRAFIA SENZA FATTI

    In queste impressioni senza nesso, né desiderio di un nesso, narro con indifferenza la mia autobiografia senza fatti, la mia storia senza vita. Sono le mie Confessioni, e, se non dico niente, è perché non ho niente da dire.

    (brano n. 12)

    Considero la vita una locanda in cui devo rimanere fino all’arrivo della diligenza dell’abisso. Non so dove mi porterà, perché niente so. Potrei considerare questa locanda una prigione, perché sono obbligato a rimanerci; potrei considerarla un luogo di socievolezza perché qui incontro altri. Non sono, tuttavia, né impaziente né banale. Lascio a ciò che sono quelli che si chiudono in stanza, mollemente sdraiati sui letti dove aspettano senza sonno; lascio alle loro occupazioni quelli che conversano nel salone, da dove le canzoni e le voci arrivano facilmente fino a me. Mi siedo vicino alla porta e imbevo i miei occhi e orecchi dei colori e dei suoni del paesaggio, e canto piano, solo per me, vaghi canti che compongo mentre aspetto.

    Per tutti scenderà la notte e arriverà la diligenza. Mi godo la brezza che mi accarezza e l’anima che mi è stata data per godermela, e non interrogo più né cerco. Se ciò che lascerò scritto nel libro dei viandanti potrà, riletto un giorno da altri, intrattenere anche loro durante il viaggio, sarà un bene. Se non lo leggeranno, e non si intratterranno, sarà comunque un bene.

    2

    Devo scegliere ciò che detesto – o il sogno, odiato dalla mia intelligenza, o l’azione, che la mia sensibilità ripugna; o l’azione, per la quale non sono nato, o il sogno, per il quale nessuno è nato.

    Risulta che, detestandoli entrambi, non ne scelgo nessuno; ma, siccome devo, in alcune occasioni, o sognare o agire, mescolo l’uno con l’altro.

    3

    Amo, durante i lenti pomeriggi d’estate, la tranquillità della città bassa, e soprattutto quella tranquillità accentuata dal contrasto con il resto del giorno in cui quelle vie sono immerse nel caos. La Rua do Arsenal, la Rua da Alfândega, la continuazione delle vie tristi che si allontanano verso est quando finisce l’Alfândega, tutta la linea separata dei moli silenziosi – tutto ciò mi conforta di tristezza, se mi inoltro, durante questi pomeriggi, dentro l’insieme della sua solitudine. Vivo in un’epoca che precede quella in cui vivo; mi piace sentirmi coevo di Cesário Verde, e dentro di me ho versi non uguali ai suoi, ma della stessa sostanza. Così io trascino, fino a notte, una sensazione di vita simile a quella di queste vie che di giorno sono piene di un suono che non significa niente; di notte sono piene della mancanza di un suono che non significa niente. Io di giorno sono nullo, e di notte sono io. Non c’è nessuna differenza tra me e le vie dal lato dell’Alfândega, tranne il fatto che loro sono vie e io anima, cosa che potrebbe non significare nulla al cospetto dell’essenza delle cose. Il destino è lo stesso, perché è astratto, per gli uomini e le cose – una designazione ugualmente indifferente nell’algebra del mistero.

    Ma c’è dell’altro… Durante queste ore lente e vuote, mi sale dall’anima alla mente una tristezza di tutto l’essere, un’amarezza d’essere tutto allo stesso tempo una mia sensazione e una cosa esterna, che io non posso cambiare. Ah, quante volte i miei propri sogni mi si rivelano nelle cose, non perché io mi sostituisca alla realtà, ma per confessarmi, quando provengono dall’esterno, d’essere uguale a lei perché entrambi non voluti, come il tram elettrico che svolta all’estrema curva della strada, o la voce del venditore ambulante di non so cosa che spunta, con intonazione araba, dalla monotona fine del pomeriggio, come uno schizzo d’acqua improvviso!

    Passano i futuri coniugi, passano i fidanzati delle sarte, passano ragazzi con la fretta del piacere, fumano durante la solita passeggiata i pensionati da tutto; su una o altra porta, senza fare nulla, i proprietari dei negozi osservano svagati. Indolenti, forti e stanche, le reclute marciano come sonnambuli, facendo più o meno rumore. Ogni tanto appare gente normale. Le automobili a quest’ora non sono molto frequenti, ma sono musicali. Nel mio cuore c’è una pace d’angoscia, e la mia tranquillità è fatta di rassegnazione.

    Tutto questo passa, e niente di tutto questo mi dice niente, tutto è estraneo al mio destino, estraneo, anche, al proprio destino – incoscienza, imprecazioni allo sproposito quando il caso lancia pietre, echi di voci incognite – insalata collettiva della vita.

    4

    …e dall’alto della maestosità di tutti i sogni, aiuto contabile nella città di Lisbona.

    Ma il contrasto non mi schiaccia – mi libera; e l’ironia che vi risiede è il mio sangue. Ciò che avrebbe dovuto umiliarmi è la mia bandiera, che sventolo; e il riso con cui dovrei ridere di me, è una tromba con la quale saluto e creo un’alba in cui mi trasformo.

    La gloria notturna d’essere grande non essendo niente! La maestosità d’ombra di sconosciuto splendore… E sento, d’improvviso, il sublime del monaco nell’eremo e dell’eremita in ritiro, compenetrato della sostanza di Cristo nelle pietre e nelle caverne dell’allontanamento dal mondo.

    E nel tavolo della mia stanza assurda, squallido, impiegato anonimo scrivo parole come la salvezza dell’anima e mi illumino dell’impossibile tramonto dei monti alti vasti e lontani, della mia statua ricevuta da piaceri, e dell’anello di rinuncia nel mio dito evangelico, gioiello immobile del mio disprezzo estatico.

    5

    Ho le due grandi pagine del registro pesante davanti a me; sollevo, da posizione inclinata sopra al vecchio tavolo, con occhi stanchi, un’anima più stanca degli occhi. Al di là del nulla che questo rappresenta, il magazzino, fino alla Rua dos Douradores, mette in fila scaffali regolari, impiegati regolari, l’ordine umano e la tranquillità dell’ordinario. Dalla vetrata proviene il suono del diverso, e il suono del diverso è volgare, come la calma che c’è sotto gli scaffali.

    Abbasso nuovi occhi sulle due pagine bianche, dove i miei numeri attenti hanno inserito i proventi della società. E, con un sorriso che è solo mio, ricordo che la vita, che ha queste pagine con nomi di stoffe e denaro, con i suoi spazi bianchi, e i segni a riga e a lettere, include anche i grandi navigatori, i grandi santi, i poeti di tutte le ere, tutti senza registro, la vasta prole espulsa di quelli che valutano il mondo.

    Nel proprio registro di un tessuto che non conosco mi si aprono le porte dell’Indo e di Samarcanda, e la poesia della Persia, che non è di questo o di un altro posto, fa delle sue strofe, senza rime al terzo verso, un lontano punto di appoggio per la mia inquietudine. Ma non mi sbaglio, scrivo, sommo, e la scritta procede, annotata come sempre da un impiegato di questo ufficio.

    6

    Ho chiesto così poco alla vita e questo poco la vita me lo ha negato. Un raggio di sole, un prato qui vicino, un po’ di tranquillità con un po’ di pane, che non mi pesasse molto sapere che esisto, e non volere niente dagli altri e che gli altri non volessero niente da me. Questo mi fu negato, come chi nega l’elemosina non per mancanza d’animo, ma per non sbottonare la giacca.

    Scrivo, triste, nella mia stanza silenziosa, solo come sono sempre stato, solo come sarò sempre. E mi chiedo se la mia voce, che è apparentemente poca cosa, non incarni la sostanza di migliaia di voci, la fame di raccontarsi di migliaia di vite, la pazienza di milioni di anime sottomesse come la mia al destino quotidiano, al sogno inutile, alla speranza che non lascia tracce. In questi momenti il mio cuore pulsa più forte perché io ne sono cosciente. Vivo di più perché vivo più grande. Sento dentro me una forza religiosa, una specie di preghiera che assomiglia al clamore. Ma la reazione contraria arriva dall’intelligenza… Mi vedo al quarto piano, alto, della Rua dos Douradores, mi osservo assonnato; l’occhio, sul foglio scritto a metà, la vita vana senza bellezza e la sigaretta a buon mercato che allungo, per spegnerla, sulla carta assorbente per inchiostro, usata. E qui, io, in questo quarto piano, a interpellare la vita! a dire ciò che le anime sentono! a fare prosa assieme ai geni, ai celebri! Qui, io, così!...

    7

    Oggi, in uno dei deliri senza motivi né dignità che costituiscono gran parte della sostanza spirituale della mia vita, mi sono immaginato libero per sempre dalla Rua dos Douradores, dal capo Vasques, dal contabile Moreira, da tutti gli impiegati, dal fattorino, dal ragazzo e dal gatto. Ho sentito in sogno la mia liberazione, come se i mari del Sud mi avessero offerto isole meravigliose da scoprire. Sarebbe allora il riposo, l’arte raggiunta, il compimento intellettuale del mio essere.

    Ma all’improvviso, e proprio mentre immaginavo ed ero in un caffè nella modesta pausa di mezzogiorno, un’impressione sgradevole ha assalito il sogno: ho sentito che avrei sofferto. Sì, lo dico come se lo dicessi in quelle circostanze: ho sentito che avrei sofferto. Il capo Vasques, il contabile Moreira, l’addetto alla cassa Borges, i buoni ragazzi tutti, il ragazzo allegro che porta le lettere alla posta, il fattorino di tutte le consegne, il gatto affettuoso – tutto questo è diventato parte della mia vita; non potrei lasciarlo senza piangere, senza capire che, per quanto mi sembrasse brutto, era una parte di me che stava con tutti loro, e separarmi da loro era come dimezzarmi: assomigliava alla morte.

    Inoltre, se domani mi allontanassi da tutti loro, e mi spogliassi del vestito della Rua dos Douradores, cos’altro mi succederebbe – perché qualcosa mi dovrebbe pur succedere? quale altro vestito indosserei – perché di un altro vestito dovrei pur vestirmi?

    Tutti abbiamo un capo Vasques, per alcuni visibile, per altri invisibile. Il mio si chiama davvero Vasques, ed è un uomo sano, gradevole, brusco alle volte ma non cattivo, interessato ma in fondo giusto, di una giustizia che manca a molti grandi geni e a molte meraviglie umane della civilizzazione, di destra e sinistra. Per altri sarà la vanità, l’ansia di maggiori ricchezze, la gloria, l’immortalità… Preferisco il Vasques uomo mio capo, che è più trattabile, nelle ore difficili, di tutti i capi astratti del mondo.

    Tenendo in considerazione che io guadagnavo poco, l’altro giorno un amico, socio di un’azienda che fa buoni affari con lo Stato, mi ha detto: Soares, lei è sfruttato. Mi ha ricordato ciò che sono; ma siccome nella vita tutti dobbiamo essere sfruttati, mi chiedo se sia meglio essere sfruttati dal Vasques commerciante di stoffe o dalla vanità, dalla gloria, dal dispetto, dall’invidia o dall’impossibile.

    Ci sono quelli che Dio stesso sfrutta, e sono profeti e santi nella vacuità del mondo.

    E rientro, come gli altri nelle loro case, in una casa d’altri, ampio ufficio, della Rua dos Douradores. Mi siedo alla mia scrivania come a un baluardo contro la vita. Provo tenerezza, tenerezza fino alle lacrime, per i miei libri d’altri nei quali registro i numeri, per il vecchio calamaio del quale mi servo, per le spalle curve di Sérgio, che riempie bolle di accompagnamento un po’ più in là. Amo tutto questo, forse perché non ho nient’altro da amare – o forse anche perché a niente vale l’amore di un’anima, e, se vogliamo donarci, tanto vale farlo nei confronti della minuta figura di un calamaio, o della grande indifferenza delle stelle.

    8

    Il signor Vasques, il capo. Provo, a volte, inspiegabilmente, l’ipnosi del signor Vasques. Cos’è quest’uomo per me, salvo l’occasionale ostacolo di essere il padrone delle mie ore, nel tempo diurno della mia vita? Mi tratta bene, mi parla in tono cordiale, eccezion fatta per i momenti bruschi di misteriosa preoccupazione nei quali tratta tutti male. Sì, ma perché mi preoccupa? È un simbolo? È una ragione? Cos’è?

    Vasques, il capo. Mi ricordo già di lui in un futuro con la nostalgia che so che proverò allora. Vivrò tranquillo in una piccola casa nei dintorni di qualcosa, sfruttando una calma nella quale non realizzerò l’opera che non realizzo ora, e, per giustificare il fatto che avrò continuato a non realizzarla, cercherò scuse diverse da quelle attraverso le quali oggi evito di preoccuparmene. Oppure vivrò rinchiuso in un ospizio per indigenti, felice della sconfitta completa, mischiato con la marmaglia di quelli che si credettero geni e non furono altro che emarginati capaci di sognare, massa anonima di chi non ebbe la forza di vincere né di rinunciare a tutto, che è vincere al rovescio. Dovunque sarò, ricorderò il capo Vasques, l’ufficio della Rua dos Douradores, e la monotonia della vita quotidiana sarà per me come il ricordo di amori che non ebbi o di trionfi che non furono i miei.

    Vasques, il capo. Ormai lo vedo già lontano, come lo vedo oggi, qui – statura media, tarchiato, rozzo, con pregi e difetti, sincero e astuto, brusco e affabile – capo, a parte il denaro, nelle mani pelose e lente, con le vene in evidenza come piccoli muscoli colorati, il collo pieno ma non grasso, le guance arrossate e allo stesso tempo tese, sotto la barba scura appena fatta. Lo vedo, vedo i suoi gesti di una lentezza energica, i suoi occhi pensosi a interiorizzare le cose di fuori, sento fastidio quando non lo soddisfo e la mia anima si allegra col suo sorriso, largo e umano, come l’applauso di una folla.

    Sarà, forse, perché non ho vicine figure di maggior rilevanza del signor Vasques, il mio capo, che spesso quest’uomo comune e quasi ordinario s’insinua nell’intelligenza e mi distrae da me stesso. Credo si tratti di un simbolo. Credo - o quasi credo - che in un qualche posto, in una vita remota, lui rappresentò per me qualcosa di più importante di ciò che è oggi.

    9

    Ah, capisco! Il signor Vasques è la Vita. La Vita, monotona e necessaria, imperante e sconosciuta. Questo uomo banale rappresenta la banalità della vita. Lui è tutto per me, esternamente, perché la vita è tutto per me, fuori.

    E, se l’ufficio di Rua dos Douradores rappresenta per me la vita, questo mio secondo piano, dove abito, nella stessa Rua dos Douradores, per me rappresenta l’Arte. Sì, l’Arte, che risiede nella stessa via della Vita, ma in luogo differente, l’Arte che allevia dalla Vita senza alleviare dal vivere, che è tanto monotona quanto la stessa vita, solo che in luogo diverso. Sì, questa Rua dos Douradores comprende per me tutto il senso delle cose, la soluzione di tutti gli enigmi, salvo del fatto che esistano enigmi, che è quanto non può essere compreso.

    10

    Sono così, futile e sensibile, capace di impulsi violenti e avvincenti, cattivi e buoni, nobili e vili, ma mai di un sentimento che resista, di un’emozione che continui e penetri nella sostanza dell’anima. Tutto in me è la tendenza ad essere altra cosa; un’impazienza dell’anima con sé stessa, come con un bambino importuno; un’inquietudine sempre crescente e uguale. Tutto mi interessa e niente mi cattura. Reagisco sempre sognando; fisso i movimenti minimi dei visi di quelli con cui parlo, raccolgo le intonazioni millimetriche dell’espressioni delle voci; ma sentendoli, non li ascolto, sto pensando ad altro e ciò che meno colsi della conversazione fu ciò che si disse, da parte mia o di colui con cui ho parlato. Così, molte volte, ripeto a qualcuno ciò che già gli ho detto, gli chiedo di nuovo ciò a cui lui già mi ha risposto; ma posso descrivere, in quattro parole fotografiche, l’apparenza muscolare con cui lui pronunciò ciò che non ricordo o l’inclinazione all’ascolto degli occhi con cui ricevette la narrazione che non ricordavo d’aver detto. Io sono due, ed entrambi mantengono la distanza – fratelli siamesi separati.

    11

    LITANIA

    Noi non ci realizziamo mai.

    Siamo due abissi – un pozzo che fissa il cielo.

    12

    Invidio – non so se è invidia – quelli di cui si può scrivere una biografia o che possono scrivere la propria. In queste impressioni senza nesso, né desiderio di un nesso, narro con indifferenza la mia autobiografia senza fatti, la mia storia senza vita. Sono le mie Confessioni e, se non dico niente, è perché non ho niente da dire.

    Cosa c’è da confessare che valga o serva? Cosa ci è successo, o è successo a tutti o solo a noi; nel primo caso non è una novità, nel secondo non importa che sia compreso. Se scrivo ciò che sento è perché così attenuo la febbre del sentire. Ciò che confesso non interessa, poiché niente interessa. Faccio paesaggi con ciò che sento. Faccio ferie delle sensazioni. Capisco bene le tessitrici per afflizione e chi fa la calza perché c’è vita. La mia vecchia zia faceva il solitario nelle sere infinite. Queste confessioni sono i miei solitari. Non le interpreto, come chi usa le carte per conoscere il destino. Non le ascolto, perché nei solitari le carte non hanno propriamente un valore. Mi snodo come una matassa multicolore, o creo con me stesso personaggi popolari, come quelli che si creano tra mani intrecciate e si passano tra i bambini. Sto solo attento che il pollice non erri la presa che gli compete. Dopo, rovescio la mano e l’immagine è differente. Allora ricomincio.

    Vivere è fare la calzetta con le intenzioni degli altri. Ma il pensiero è libero e tutti i principi incantati possono passeggiare nei parchi tra l’infilare e lo sfilare dell’ago d’avorio con la punta ritorta. L’uncinetto delle cose… Intervallo… Niente…

    Del resto, come posso contare su di me? Un’acuità orribile delle sensazioni e la comprensione profonda che sto sentendo… Un’intelligenza acuta che mi distrugge, un potere di sogno ansioso d’intrattenermi… Una volontà morta e la riflessione che la sta cullando come un figlio vivo… Sì, uncinetto…

    13

    La miseria della mia condizione non è attenuata da queste parole messe insieme, attraverso le quali formo, poco a poco, il mio libro casuale e meditato. Persisto nullo in ogni espressione, come una polvere indissolubile nel fondo del bicchiere dal quale si è bevuta solo acqua. Scrivo la mia letteratura come scrivo i miei slanci – con attenzione e indifferenza. Davanti al vasto cielo stellato e all’enigma di molte anime, la notte dell’abisso sconosciuto e il caos della mancata comprensione – davanti a tutto questo, ciò che scrivo nel registro di cassa e ciò che scrivo su questo foglio dell’anima sono fatti ugualmente ristretti alla Rua dos Douradores, quasi non riguardano i grandi spazi milionari dell’universo.

    Tutto questo è sogno e fantasmagoria, e poco vale che il sogno sia uno slancio di prosa di buona qualità. A che serve sognare principesse o la porta d’entrata dell’ufficio? Tutto ciò che sappiamo è una nostra impressione e ciò che siamo è impressione degli altri, nostro melodramma secondo il quale, sentendoci, diventiamo i nostri propri spettatori attivi, i nostri dèi per licenza della Camera.

    14

    Sapere che sarà brutta l’opera che mai si completerà. Peggio, tuttavia, sarà quella che mai si cercherà di realizzare. Ciò che si fa, almeno, è fatto. Sarà povero, ma esiste, come la pianta meschina nell’unico vaso della mia vicina zoppa. Questa pianta è la sua allegria e a volte anche la mia. Quello che scrivo, e che mi accorgo che è brutto, può comunque regalare alcuni momenti di distrazione da qualcosa di peggio a uno o altro spirito ferito o triste. Tanto mi basta o non mi basta ma serve in un qualche modo, e così è tutta la vita.

    Una noia che comprende il presentimento di una noia maggiore; la pena, oggi, di sapere che domani avremo pena d’aver provato pena oggi – grandi intrecci senza utilità né verità, grandi intrecci…

    …dove, rannicchiato in una sala d’aspetto di una stazione di terza classe, il mio disprezzo dorme sul mantello del mio avvilimento…

    … il mondo d’immagini sognate delle quali si compongono, allo stesso modo, la mia conoscenza e la mia vita…

    Lo scrupolo dell’ora presente non mi angoscia e non dura. Ho fame dell’estensione nel tempo e voglio essere io - senza condizioni.

    15

    Ho conquistato, palmo a piccolo palmo, il terreno interiore che era nato mio. Ho rivendicato, spazio dopo spazio, il pantano nel quale ero caduto nullo. Ho partorito il mio essere infinito, ma mi sono estratto col forcipe, da me stesso.

    16

    Fantasticheria tra Cascais e Lisbona. Sono andato a Cascais a pagare una tassa, del signor Vasques, per una casa che possiede all’Estoril. Ho provato con antecedenza il piacere per il fatto che avrei viaggiato, un’ora per andare, una per tornare, e osservato i paesaggi sempre variegati del grande fiume e della sua foce atlantica. In verità, all’andata, mi sono perso in meditazioni astratte, vedendo e non vedendo i luoghi acquatici che m’ero rallegrato che avrei scorto e, al ritorno, mi sono perso nel pensiero fisso di queste sensazioni. Non sarei capace di fornire un minimo resoconto del viaggio, il più inesatto estratto di ciò che ho visto.

    Ne sono uscite queste righe, per dimenticanza e contraddizione. Non so se questo sia meglio o peggio del suo opposto, che non ho idea di cosa sia.

    Il treno ora rallenta: ecco il Pontile di Sodré.

    Sono arrivato a Lisbona, ma non ad una conclusione.

    17

    Questa forse è l’ora di fare l’unico sforzo d’osservare la mia vita. Mi vedo in mezzo a un deserto immenso. A livello letterario, questo è ciò che ieri sono stato; cerco di spiegare a me stesso come sono arrivato fino a qui.

    18

    Accetto serenamente – senza niente di più di ciò che per l’anima rappresenta un sorriso - il fatto che la mia vita si limiti a questa Rua dos Douradores, a quest’ufficio, a quest’atmosfera di questa gente. Avere da mangiare e da bere, dove abitare e un po’ di tempo libero per sognare, scrivere – dormire – che altro posso chiedere agli Dèi o aspettarmi dal Destino?

    Ho avuto grandi ambizioni e sogni illimitati – li hanno avuti anche il fattorino o la sarta, perché i sogni li sognano tutti: ciò che ci rende differenti è la forza di realizzarli, o il destino che li realizza per noi.

    In sogno io sono uguale al fattorino e alla sarta. Da loro mi distingue il fatto che io sappia scrivere. Sì, questo è un atto, una realtà mia che mi rende diverso.

    Ma, nell’anima, sono uguale a loro.

    So molto bene che ci sono isole a Sud e grandi passioni cosmopolite e…

    Se io avessi il mondo intero tra le mani, accetterei di scambiarlo - ne sono sicuro - per un biglietto di sola andata per la Rua dos Douradores.

    Forse il mio destino è quello di essere eternamente aiuto contabile e la poesia e la letteratura farfalle che, posandosi sulla mia testa, mi fanno sembrare tanto più ridicolo quanto maggiore è la loro bellezza.

    Proverò nostalgia per Moreira, ma cos’è la nostalgia davanti alle grandi ascese?

    So molto bene che il giorno nel quale diventerò aiuto contabile dell’ufficio Vasques e C. sarà uno dei grandi momenti della mia vita. Lo so con anticipazione ironica e amara, ma con il vantaggio intellettuale della certezza.

    19

    Nella rientranza della spiaggia vicino al mare, tra piante e arbusti ai bordi della foresta, dall’incertezza dell’abisso nullo cresceva un desiderio incostante e acceso. Non sarebbe stato necessario decidere tra il grano e i molti ***, e i cipressi continuavano distanti.

    Il prestigio delle parole isolate, o riunite secondo assonanza, con risonanze intime e sensi divergenti e convergenti, l’importanza di frasi inserite nel senso di altre frasi, malignità delle orme, speranze nei boschi, e allora solo la tranquillità delle cisterne d’acqua tra le case di campagna di un’infanzia tra mille sotterfugi… Così, tra le mura alte di un’audacia assurda e file d’alberi e vuoti creati da piante che non crescevano più, io non vorrei ascoltare da labbra tristi la confessione negata a chi insisteva. Mai, tra il tinnire delle lance nel patio, nemmeno se i cavalieri fossero tornati percorrendo il sentiero ch’era osservabile dall’alto delle mura, ci sarebbe stata più tranquillità nella Mansione degli Ultimi. Nemmeno se ora, da questo lato della strada, mi ricordassi di un altro nome ed invece ricordo solo quello che di notte m’incantava, pieno di vita e meraviglia – parlava a me e agli spiriti delle donzelle.

    Ma poi quel bambino è morto.

    Lievi, tra i solchi d’erba - i passi s’aprivano un varco nel verde agitato - i movimenti degli ultimi dispersi risuonano come uno strascico; reminiscenze di ciò che sarebbe venuto. I vecchi sarebbero arrivati mentre i giovani non sarebbero arrivati mai.

    I tamburi allora suonavano ai bordi della strada e le trombe penzolavano nulle nelle mani molli che le avrebbero abbandonate se avessero avuto forza d’abbandonare ancora qualcosa.

    Di nuovo però, come conseguenza dello stupore, il clamore prodotto echeggiava alto mentre i cani s’attardavano tra gli alberi. Tutto era assurdo come un lutto.

    E le principesse dei sogni degli altri passeggiavano indefinite, senza prigioni.

    20

    Molte volte, nel corso della mia vita oppressa dalle circostanze, mi è successo, volendomi liberare di un gruppo di circostanze, di trovarmi subito assediato da nuove circostanze della stessa tipologia delle prime, come se, nella rete incerta delle cose, definitivamente ci fosse un’inimicizia contro di me. Stacco dal collo una mano che mi soffoca. Vedo che tra le dita della mano, con la quale ho afferrato l’altra, mi è rimasto un cappio che mi era stato appeso al collo mentre io lo liberavo. Lo getto lontano, con molta attenzione; ed è con le mie proprie mani che quasi mi strangolo.

    21

    Esistano o meno gli dèi, di essi siamo servi.

    22

    La mia immagine, così come io la vedevo negli specchi, vive tra le braccia della mia anima. Anche nei miei pensieri io potevo essere soltanto curvo e debole, come sono.

    Tutto in me è il ritratto di un principe di cromo incollato nell’album vecchio di un bambinetto, che è morto sempre da troppo tempo.

    Amarmi è avere pena di me. Un giorno, alla fine del futuro, qualcuno scriverà un poema su di me e forse solo allora io comincerò a regnare nel mio Regno.

    Dio è il fatto che non tutto si esaurisce con la nostra esistenza.

    23

    ASSURDO

    Siamo diventati sfingi, anche se false, fino al punto di non sapere chi siamo. Perché, alla fine, ciò che siamo è sfingi false e non sappiamo ciò che siamo davvero. L’unico modo per andare d’accordo con la vita è discordare da noi stessi. L’assurdo è il divino.

    Stabilire teorie, pensandole pazientemente, onestamente, solo per agire contro di esse – agire e giustificare le nostre azioni con teorie che le condannino. Prendere una scorciatoia nella vita, e in seguito fare l’opposto e non seguirla più. Acquisire tutti i gesti e gli atteggiamenti di qualcosa che non siamo, né vogliamo essere, né vogliamo che pensino che siamo.

    Comprare libri per non leggerli; andare ai concerti non per ascoltare la musica né per vedere chi c’è; fare lunghe passeggiate perché siamo stanchi di camminare e passare alcuni giorni in campagna solo perché la campagna ci annoia.

    24

    Come se le sensazioni corporee fossero oppresse da quella vecchia angoscia che a volte trasborda, oggi non ho mangiato bene né ho bevuto come al solito, al ristorante o taverna, nel cui mezzanino al piano rialzato, ho fissato la continuazione della mia esistenza. E siccome, mentre me ne andavo, l’inserviente si è accorto che la bottiglia di vino era rimasta mezza piena, lui si è voltato verso di me e ha detto: A presto, sr. Soares, e si rimetta in fretta.

    Al suono di tromba di questa semplice frase, la mia anima s’è sollevata, come se, da un cielo di nuvole, il vento si fosse allontanato all’improvviso. E così ho riconosciuto ciò che mai chiaramente avevo visto, cioè che verso quest’inservienti di caffè e ristorante, verso i barbieri e i fattorini qui dell’angolo, io nutro una simpatia spontanea, naturale, che non posso inorgoglirmi d’ispirare a coloro che si concedono nei miei confronti a una maggiore intimità, impropriamente detta…

    La fraternità ha sottigliezze.

    Alcuni governano il mondo, altri sono il mondo. Tra un milionario americano, un Cesare o Napoleone, o Lenin, e il capo dei socialisti del villaggio – non c’è differenza qualitativa ma solo quantitativa. Sotto di loro ci siamo noi, gli amorfi, il drammaturgo sconclusionato William Shakespeare, il maestro di scuola John Milton, il vagabondo Dante Alighieri, il fattorino che m’ha consegnato ieri un messaggio o il barbiere che mi racconta barzellette o l’inserviente che mi ha appena fatto la gentilezza d’augurarmi di rimettermi perché io oggi ho bevuto soltanto metà della solita bottiglia.

    25

    Senza soluzione: è un’oleografia. La fisso senza sapere se la vedo. Nella vetrina ce ne sono altre. Quella è al centro della vetrina sotto il vano scala.

    Lei stringe la primavera contro il seno e gli occhi coi quali mi fissa sono tristi. Sorride nella brillantezza della carta e il colore delle guance è rosso. Il cielo dietro di lei è azzurro di chiara casa di campagna. Ha una bocca disegnata e quasi piccola sopra alla cui espressione da cartolina, gli occhi mi fissano con una grande pena. Il braccio che trattiene i fiori mi ricorda quello di qualcuno. Il vestito o blusa è aperto in una scollatura laterale. Gli occhi sono davvero tristi: mi fissano dal fondo della realtà litografica dicendomi una qualche verità. Lei è venuta con la primavera. I suoi occhi tristi sono grandi, ma non è per questo che sono tristi… Mi allontano dalla vetrina facendo grande violenza sui miei piedi. Attraverso la strada, poi mi volto con impotente spirito di ribellione. Lei ancora trattiene la primavera che le hanno dato e i suoi occhi sono tristi come ciò che io non ho, nella vita. Vista da lontano, l’oleografia ha ancora più colori. La figura ha un laccetto di colore rosa intorno alla parte alta dei capelli; non l’avevo notato. Negli occhi umani, anche se in litografia, risiede una verità terribile: la presenza inevitabile della coscienza, il grido clandestino di chi possiede un’anima. Con un grande sforzo mi smuovo dal sonno nel quale m’ero adagiato e scuoto, come un cane, l’umidità dello scuro di nebbia. Oltre il mio gesto d’abbandono, in un arrivederci di qualcosa, gli occhi tristi di tutta la vita di quest’oleografia metafisica, che contempliamo a distanza, mi fissano come se io sapessi di Dio. Alla base della stampa c’è un calendario. La stampa è incorniciata, sopra e sotto, da due listelle nere appena convesse, e dipinte male. Tra il sopra e il sotto della sua struttura, sopra un 1929 in vignetta obsoleta e calligrafica che copre l’inevitabile primo di Gennaio, gli occhi tristi mi sorridono ironicamente.

    È curioso dove, alla fine, avevo già visto quella figura. In ufficio c’è, nell’angolo di fondo, un calendario identico, che ho osservato molte volte. Ma, per un mistero oleografico, o soltanto mio, l’identica stampa dell’ufficio non ha gli occhi tristi. È solo un’oleografia (è di carta lucida e dorme il suo vivere scolorito sopra alla testa di Alves, il mancino).

    Voglio ridere di tutto questo, ma sento un grande malessere. Sento freddo da improvvisa malattia dell’anima. Non ho forze per ribellarmi contro quest’assurdità. A quale finestra, a quale segreto di Dio mi sarei avvicinato, senza volerlo? Dove conduce la vetrina del sottoscala? Quali occhi mi fissavano dall’oleografia? Sto quasi tremando. Alzo lo sguardo involontariamente verso l’angolo dell’ufficio nel quale è posta la vera oleografia.

    Rivolgo costantemente gli occhi in quella direzione.

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    Dare a ogni emozione una personalità, ad ogni stato d’animo un’anima.

    Hanno girato l’angolo in fondo alla strada ed erano molte ragazze. Cantavano e il suono delle loro voci era felice. Loro non so se lo erano. Le ho ascoltate per un po’, da lontano, senza un sentimento definito.

    Mi si è stretto il cuore, per loro.

    Per il loro futuro, per la loro incoscienza? Non direttamente per loro – o, chi lo sa? Forse solo per me.

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    La letteratura, che è l’arte coniugata con il pensiero e la realizzazione senza macchie della realtà, mi sembra essere il fine verso il quale dovrebbe tendere ogni sforzo umano, se fosse veramente umano, e non il risultato di uno sforzo della parte animale dell’uomo. Credo che dire una cosa sia conservarne la virtù e toglierle ciò che fa paura. I campi sono più verdi quando lo diciamo, che nel verdeggiare. I fiori, se fossero descritti con frasi che li definiscano nell’ambito dell’immaginazione, avrebbero colori che resisterebbero molto più del tempo concesso alla vita delle cellule.

    Muoversi è vivere, dirsi è sopravvivere. Non c’è niente di reale nella vita se non ciò che si è descritto bene. I critici di una piccola casa sono soliti suggerire che tale poema, lungamente ritmato, dice, alla fine, soltanto che la giornata è bella. Ma dire che la giornata è bella è difficile e il buongiorno passa. Dobbiamo conservare la buona giornata in una memoria fiorita e prolissa e così agghindare con nuovi fiori o nuovi astri i campi o i cieli dell’esteriorità vuota e passeggera.

    Tutto è ciò che siamo e tutto sarà, per quelli che ci seguiranno nella diversità del tempo, uguale a come noi l’avremo intensamente immaginato, cioè a come noi saremo, interiorizzando l’immaginazione, veramente stati. Non credo che la storia sia altro, nel suo grande panorama scolorito, di un decorrere di interpretazioni, un consenso confuso di testimoni distratti. Il romanziere è tutti noi e narriamo quando vediamo, perché vedere è complesso come tutto.

    In questo momento ho tanti pensieri fondamentali, tante cose veramente metafisiche da dire che mi stanco improvvisamente e decido di non scrivere più, non pensare più e lascio che la febbre del dire mi metta sonno e io faccia festa ad occhi chiusi, come a un gatto, a tutto quanto avrei potuto dire.

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    Un alito di musica o di sogno, qualche cosa che faccia quasi sentire, qualche cosa che faccia non pensare.

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    Dopo che le ultime gocce di pioggia cominciarono a rallentare il ritmo di caduta sulle tegole dei tetti e nel centro di pietra del lastricato della strada l’azzurro del cielo si specchiò poco a poco, il suono dei veicoli assunse altro canto, più alto e allegro, e le finestre vennero dischiuse perché il sole s’era ricordato d’apparire. Allora all’angolo della stretta strada rimbombò il grido del primo venditore di biglietti della lotteria e il battito dei chiodi inchiodati nelle cassette nel negozio di fronte riverberò attraverso il chiaro spazio.

    Era un incerto giorno festivo legale, ma di poca importanza. Coesistevano riposo e lavoro, e io non avevo niente da fare. Mi ero alzato presto e tardavo a prepararmi ad esistere. Camminavo da un lato all’altro della stanza e sognavo cose senza nesso né possibilità – gesti che m’ero dimenticato di fare, ambizioni impossibili realizzate senza una direzione, conversazioni fisse e continue che se fossero esistite, lo sarebbero già state. E in questo delirio senza grandezza né calma, in questo ritardare senza speranza né fine, consumavano i miei passi la mattina libera e le mie parole alte, dette a bassa voce, suonavano multiple nella clausura del mio semplice isolamento.

    La mia figura umana, se la consideravo con un’attenzione esterna, era il ridicolo che ogni cosa umana sempre assume quando è intima. Avevo indossato, sui panni semplici del sonno abbandonato, un impermeabile vecchio, che mi serve per queste veglie mattutine. Le mie vecchie ciabatte erano rotte, principalmente quella del piede sinistro. E, con le mani nelle tasche della giacca postuma, io percorrevo il viale della mia corta stanza a passi larghi e decisi, portando a compimento con il delirio inutile un sogno uguale a quello di tutta la gente.

    Ancora, attraverso la frescura aperta della mia finestra unica, si ascoltavano cadere dai tetti le gocce grosse di accumulo di pioggia passata. Ancora, vaga, era la frescura dell’aver piovuto. Il cielo, tuttavia, era di un azzurro conquistatore e le nuvole rimaste, di pioggia sconfitta o stanca, cedevano, ritirandosi ai lati del Castello, i sentieri legittimi dell’intero cielo.

    Era occasione di allegria. Ma mi pesava qualcosa, un’ansia sconosciuta, un desiderio senza definizione, nemmeno disprezzabile. Mi frenava, forse, la sensazione d’essere vivo. E quando mi sporsi dalla finestra altissima, sulla strada che guardai senza vederla, mi sentii improvvisamente uno di quei panni umidi per pulire cose sporche che si portano alle finestre per seccare ma si dimenticano, attorcigliati, sul parapetto che macchiano lentamente.

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    Riconosco, non so se con tristezza, la secchezza umana del mio cuore. Vale più per me un aggettivo che un pianto reale dell’anima. Il mio maestro Vieira…

    Ma a volte sono differente e ho lacrime, calde lacrime di colui che non ha mai avuto una madre; e i miei occhi che ardono di queste lacrime morte ardono dentro al mio cuore.

    Non ricordo mia madre. Morì quando io avevo un anno. Tutto ciò che è disperso e duro nella mia sensibilità viene dall’assenza di questo calore e dalla nostalgia inutile dei baci dei quali non ho ricordi. Sono posticcio. Mi sono sempre svegliato su seni di altre, riscaldato per errore.

    Ah, è la nostalgia dell’altro che avrei potuto essere che mi disperde e sorprende! Che altro io sarei se mi avessero dato l’affetto di ciò che viene dal ventre e i baci sulla piccola faccia?

    Forse la nostalgia di non essere figlio è componente fondamentale nella mia indifferenza sentimentale. Chi, da bambino, mi ha stretto contro il suo viso non poteva stringermi al suo cuore. Lei era lontana, in una bara – lei che mi sarebbe appartenuta se il Destino avesse voluto che mi appartenesse.

    Mi hanno detto, più tardi, che mia madre era bella

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