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Lo Zen e la Montagna

Lo Zen e la Montagna

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Lo Zen e la Montagna

Lunghezza:
206 pagine
1 ora
Pubblicato:
Jul 31, 2020
ISBN:
9791220102131
Formato:
Libro

Descrizione

Lo Zen e la montagna. Un connubio perfetto per coloro che desiderano compiere un percorso di raccoglimento interiore, di meditazione, di ricerca di se stessi e del proprio equilibrio. Le pagine scritte da Stefano Del Nero mostrano l’evoluzione di un incontro, in forma dialogica, tra un allievo di nome Nhion e il suo maestro, un uomo che ha un’esperienza di vita profonda e una saggezza superiore. Il loro percorso, che non è solo a senso unico, inizia alle pendici di una montagna e attraversa vari sentieri, alcuni più impervi, altri più agevoli. Le risposte che il Maestro offre al suo allievo non sono verità chiuse, precostituite, ma in divenire, e rappresentano la forma più nobile per accrescere la propria consapevolezza interiore. Nello Zen, che deriva dal buddismo, il praticante cerca il significato profondo e intrinseco di ogni cosa tendendo verso la propria illuminazione. La montagna, con le sue asperità, necessita di sforzo psicofisico, di un’anima sempre vigile. È così che lontano dal caos delle città, in luoghi dove riecheggiano solo i suoni molteplici della natura, l’uomo è in grado di riflettere sul valore dell’esperienza, sul dolore, sull’essere illuminato, sulla giusta dimensione, sul rispetto e su tante altre idee e pratiche di vita che possono mutare in senso positivo la sua capacità di vivere serenamente il rapporto con gli altri e con l’universo intero.

Stefano Del Nero nasce a Roma il 27 marzo 1969. Per lavoro si trasferisce in Alto Adige dove, militare, è un istruttore di alpinismo e sci. Nello stesso tempo insegna karate e si laurea in psicologia, frequentando il corso triennale all’Università Padova e terminando il corso magistrale a Trento. La sua passione per la montagna, per la psicologia e le arti marziali trova una naturale sintesi nel libro: lo Zen e la montagna. Uno scritto, di genere epidittico, che si svolge attraverso la tradizione del dialogo con storie, aneddoti e riflessioni tratte dalle sue esperienze e i suoi studi. Nel 2007 ha pubblicato il suo primo libro dal titolo: Ura - il karate invisibile. Nel 2015 partecipa al concorso “Premio Claudia Augusta”, a Bolzano, con la sua tesi di laurea triennale di tipo psicologico-antropologico dal titolo: Il fenomeno dei krampus – funzioni psicologiche, economiche e sociali.
 
Pubblicato:
Jul 31, 2020
ISBN:
9791220102131
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Lo Zen e la Montagna - Stefano Del Nero

Stefano Del Nero

Lo Zen e la Montagna

EDIFICARE

UNIVERSI

© 2020 Europa Edizioni s.r.l. | Roma

www.europaedizioni.it

I edizione elettronica luglio 2020

ISBN 979-12-201-0213-1

Distributore per le librerie Messaggerie Libri

Il cuore è più ingannevole di qualunque altra cosa

ed è difficile da correggere. Chi lo può conoscere?

(Geremia 17:9)

Indicare la Luna

Un maestro, nell’atto di individuare la luna, chiese ad un suo allievo: dimmi, cosa sto facendo?. L’allievo lo guardò bene e rispose: stai indicando la luna.

Il mentore allora disse: il tuo Zen è acerbo, devi studiare ancora….

Dopo anni di esperienze e tirocinio, il maestro, designando ancora la luna, chiese al suo solito allievo: dimmi, cosa sto realizzando?. Il discepolo rispose: mi stai indicando la via, la ricerca dell’illuminazione, lo studio dell’essenza di ogni cosa.

I tuoi studi sono terminati, disse il maestro all’allievo, ora puoi iniziare a sviluppare il tuo essere.

Quando il maestro indica la luna, lo stolto guarda il dito… racconta una storiella Zen dalle origini perse nel labirinto della storia. Ma è proprio questa la domanda: soffermarci solo e sempre alla superficie delle cose, e rimanere così degli ingenui intellettuali, oppure cercare umilmente di provare, in un costante esercizio mentale, ad indirizzare il proprio pensiero verso la conoscenza di cosa si celi dietro ogni apparenza? Ciò significa esercitare la propria mente attraverso due fattori: il tramite e il fine.

Per tramite intendo ciò che traspare superficialmente, dall’aneddoto specifico dell’insegnante a tutto il colloquio che si sviluppa tra i due (maestro e discente) e che trova la sintesi nell’espressione finale del dito che indica la luna. Il fine, invece, corrisponde al significato sovraordinato del tramite, cioè al significato intrinseco dell’aneddoto intero. Sembra che alcuni individui tendano a soffermarsi solo sul tramite, per due motivi. Il primo potrebbe ricercarsi in una sorta di pigrizia mentale derivante da una mancanza di esercizio cognitivo dovuto, forse, alla carenza di un insegnante o un insegnamento educativo. Il secondo motivo potrebbe derivare da una certa tendenza evolutivamente adattiva verso una forma di scorciatoia mentale (una cosiddetta euristica). L’euristica è un meccanismo cognitivo che si traduce in una reazione automatica ad ogni stimolo ambientale ricevuto (volti, storie, eventi, ecc.) che, attraverso delle pre-conoscenze o dei pre-giudizi, dà la possibilità ad ognuno di emettere immediatamente una valutazione o spiegazione apparentemente vera. Ciò è funzionale nel non sentirsi persi nell’incertezza. È un meccanismo evolutivamente creato per avere una capacità adattiva all’ambiente.

Il problema nascosto di queste stime automatiche, soprattutto quando mosse da scarsa riflessione, però, è il fatto che tendono a condurre l’individuo verso soluzioni più o meno lontane dalla verità e ciò, di conseguenza, potrebbe indurre a particolari errori di valutazione che saranno sì, in primo luogo, funzionali nel dare la percezione di un rapido adattamento alla realtà del nostro habitat ma, in secondo luogo, ci faranno rimanere costantemente superficiali davanti ad ogni evento non riuscendo ad afferrare mai in profondità l’essenza di ciò che osserviamo.

La metafora dell’acqua che bolle

Possiamo immaginare una mente riflessiva come l’acqua bollente, un liquido che presenta al suo interno molecole in continuo movimento; l’energia occorrente per il mantenimento dell’ebollizione potrebbe equivalere ai nostri continui esercizi mentali nel cercare di andare al di là delle apparenze, di possibili illusioni o di potenziali inganni. Se non impieghiamo, ogni volta e davanti ad ogni quesito, questa energia chiamiamola meditativa, l’acqua diventa fredda. All’interno del liquido vi sarà poco movimento molecolare fino ad arrivare ad un metaforico congelamento e una cristallizzazione di idee fatale (e morale) per ognuno di noi; da quel momento in poi potremmo diventare, di conseguenza, e, quel che è ancora più grave, a nostra insaputa, ottimi ricettacoli di stereotipi, pregiudizi e luoghi comuni. In altri termini potremmo trasformarci in esseri strumentalizzabili e plasmabili da chiunque lo voglia e abbia gli strumenti per farlo. Avremmo così perso la nostra vera indipendenza, intesa come la facoltà e capacità di attuare una scelta libera e personale al di là di ogni conformismo ed ogni sorta di esplicito o subdolo influenzamento.

Cos’è lo Zen?

Deriva dal Buddismo. È una dottrina semplice ed individuale che coinvolge il fisico e la mente. Zen in giapponese significa meditazione ed è proprio su questa ricerca introspettiva che si basa la disciplina. Attraverso la riflessione, il praticante cerca il significato profondo ed intrinseco di ogni cosa verso la ricerca della propria illuminazione. Questo obiettivo si potrebbe tradurre nel raggiungere l’interpretazione nascosta insita in ogni evento, situazione o regola di qualsiasi genere. La meditazione dovrebbe eliminare il superfluo o il disordine mentale per arrivare all’essenza di ogni cosa e ad una sorta di realizzazione o risveglio (Satori in giapponese). Il Satori è un momento di estrema sintesi che riunisce il complesso di problematiche (che ci affliggono e alle quali non riusciamo a dare una soluzione immediata) in una unità essenziale nella quale troviamo la nostra spiegazione attraverso la stimolazione di una sorta di ancestrale saggezza insita in ognuno di noi. Spesso il cammino della riflessione è supportato da un maestro che attraverso aneddoti, esperienze vissute, metafore, domande, storie o indovinelli spinge il discepolo nello sviluppare una propria riflessione e nel trovare la sua soluzione. Alcune storie o dialoghi, utili per stimolare la riflessione nel giovane discepolo, prendono il nome di Koan. I monaci buddisti Zen li studiano per moltissimi anni. Sono uno strumento e un tramite suggestivo per aiutare a raggiungere il Satori e a comprendere la filosofia Zen e il Buddismo. Lo Zen predilige l’esperienza diretta al nozionismo filtrato da questa o quella corrente di pensiero. Lo scopo sovraordinato è abbandonare ogni sistema preordinato e precostituito di pensiero per accedere alla realtà semplice e trasparente. Il praticante dovrebbe, per arrivare in maniera diretta alla verità delle cose, spogliarsi di ogni sorta di superflua e superficiale ridondanza materiale o nozionistica. Pulire la polvere dal proprio specchio interiore è un detto spesso recitato, dove la polvere sta ad indicare ogni sorta di materialità e agglomerati di preconcetti; lo specchio (o il lago) interiore simbolizza il proprio sé in una metafora didattica che indica la via per la liberazione interiore e la ricerca della verità (pulire il proprio specchio dalle polveri dei pregiudizi). Ed è anche bene sapere che lo Zen rimane un’esperienza diretta e non trasmessa da concetti perché limitare la meditazione e le conoscenze derivanti attraverso lo studio di precetti che ne indicano i contorni e i contenuti è fuorviante e quindi fuori dalla vera natura di questo orientamento mentale. Procedere seguendo nozioni e idee riguardanti la disciplina e le illuminazioni che ne possono scaturire, non farebbe altro che creare nuove sovrastrutture concettuali che, naturalmente, imprigionerebbero la nostra mente verso la conoscenza diretta e non filtrata di ogni realtà oggettiva. Questa breve introduzione è solo un tentativo, spero meno errato possibile, per provare a dare una semplice, ma chiara, indicazione su questo sistema o via di riflessione.

Lo Zen non ha niente di mistico o esoterico: è un metodo razionale che ci aiuta a diventare persone migliori.¹

Termini mutuati dallo Zen o dalle arti marziali

Nella discussione o riflessione tra maestro e allievo, si usano termini tipici giapponesi che nell’ambito dello Zen hanno dei significati specifici. Lungi da me sviluppare un glossario completo ed esaustivo, citerò solo alcuni vocaboli che ho mutuato dalla disciplina mentale e dall’arte marziale karate e che ho usato nelle conversazioni.

Koan: I Koan, nello Zen, sono una sorta di indovinelli paradossali o forme di dialoghi. Sono un tramite per l’illuminazione o il Satori. L’illuminazione è vista come una sorta di insight, intuizione, per aver compreso il significato nascosto di un dialogo apparentemente semplice o banale.

Satori: È, come spiegato sopra, una sorta di improvvisa intuizione che porta ad una completa comprensione della vera natura di ciò che stiamo osservando, leggendo o ascoltando. In realtà, l’improvvisa intuizione è detta kensho ma per non soffermarci troppo su una articolazione troppo specifica lo semplifichiamo in Satori ossia un’istante di autorealizzazione.

Osu: Più comunemente Oss. Nel karate italiano ha molteplici significati inerenti al contesto nel quale viene usato. Osu può indicare una riverenza, se siamo davanti al maestro; è una parte del cerimoniale Rei (il saluto che precede la lezione); una risposta alla comprensione di una spiegazione dell’insegnante; un’esclamazione, nell’aver intuito ciò che l’insegnante vuole trasmettere all’allievo.

Varie sono le interpretazioni dell’ideogramma Osu, in questo caso significa: dare sempre il massimo nell’impegno fisico e morale. Sia il maestro che l’allievo nel loro lavoro continuo verso la ricerca del proprio sé e della verità, pronunciano: Osu! per sottolineare la massima dedizione e perseveranza.²

Shu-Ha-Ri: concetto, anch’esso mutuato dalle arti marziali, indica il percorso evolutivo dell’allievo nel suo processo di apprendimento.

Il primo gradino, Shu, si potrebbe interpretare con prendere esempio, mimare ed osservare ogni più piccolo insegnamento del mentore e seguirne ogni regola in maniera perfetta e meccanica.

Dopo un certo periodo l’allievo evolve nel secondo gradino, Ha, che possiamo interpretare come rompere le regole così diligentemente seguite e iniziare a costruire ciò che si sta apprendendo sul proprio sé, sul proprio modo di essere. L’allievo comincia ad interiorizzare i concetti ed a farli propri secondo le sue caratteristiche, la sua storia, il proprio modo di vedere il mondo.

Infine, colui che continua il suo do, la sua via, è destinato a salire il gradino più alto, Ri. A questo livello il discepolo prende piena maturità e coscienza di sé, nel suo divenire maestro a sua volta, nella piena consapevolezza di aver impostato un suo modo di essere in armonia con l’universo. Ora il praticante si separa definitivamente dal maestro.³

Termini mutuati dalla psicologia

Concetto di sé: in psicologia è metaforicamente la struttura centrale ed interiore che racchiude

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