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Next Level to Eden
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E-book307 pagine4 ore

Next Level to Eden

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Info su questo ebook

Una protagonista giovanissima e introversa, un gioco online che influenza la psiche dei giocatori, una realtà enigmatica di cui Invitta dovrà trovare la chiave di decrittazione.-
LinguaItaliano
Data di uscita25 set 2020
ISBN9788726561319
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    Anteprima del libro

    Next Level to Eden - Lullaby

    Next Level to Eden

    Copyright © 2019, 2020 Lullaby and SAGA Egmont

    All rights reserved

    ISBN: 9788726561319

    1. e-book edition, 2020

    Format: EPUB 2.0

    All rights reserved. No part of this publication may be reproduced, stored in a retrievial system, or transmitted, in any form or by any means without the prior written permission of the publisher, nor, be otherwise circulated in any form of binding or cover other than in which it is published and without a similar condition being imposed on the subsequent purchaser.

    SAGA Egmont www.saga-books.com – a part of Egmont, www.egmont.com

    Passi echeggiano nella memoria, lungo il corridoio che mai prendemmo, verso la porta che mai aprimmo.

    (TS Eliot)

    Prima parte

    1

    Graffiti bianchi vergati con mano ferma su fondo nero.

    Linee sottili che si intersecano all’infinito.

    Curve aggrovigliate in un disegno ridondante. Una matassa di segni senza ordine e significato, se non per pura casualità.

    Là, in mezzo al guazzabuglio, un teschio o forse un fiore strano, con qualcosa di perverso, un fiore maligno, certamente velenoso, dal profumo stordente, dal nettare letale. Non l’ho disegnato intenzionalmente, piuttosto è nato per una coincidenza di segni aggrappati gli uni agli altri. È una questione di interpretazione, un po’ come l’arte moderna, ma di sicuro io non mi reputo un’artista.

    Sono due anni che ci lavoro, un po’ alla volta, un po’ per giorno, non ossessivamente, ma quasi. È la parete sud della mia camera pitturata di nero, un bel color tenebra denso e definitivo grazie a due mani di vernice coprente.

    Ricordo bene il giorno in cui decisi di trasformare l’anonima parete bianca davanti al mio letto in un sipario inquietante, viatico per le mie fantasie di cronica pessimista. E dire che la camera prima era così luminosa e linda! perché al ventunesimo piano c’è un sacco di luce, davvero tanta, persino in questa città decadente con i suoi lunghi inverni. Del resto non potrei affermare di amare in particolare la notte, ma di sicuro mi piace più del giorno.

    Adesso la parete sembra assorbire la luce che irrompe dalle finestre, come se fosse il mio buco nero personale dotato di una forza d’attrazione invincibile.

    Decidere di pitturare la parete è stata una delle mie rarissime iniziative spontanee, intrapresa sotto la spinta di un impulso improvviso, davvero insolito per me che non sono certo un tipo passionale o avventato. Un bel giorno sono uscita con quattro soldi in tasca e mi sono avviata al negozio cinese qui vicino, per acquistare una latta di vernice nera e un pennello. Poi ho spalmato la pittura su ogni millimetro quadrato di questa parete quattro per tre, senza curarmi del parquet o del tappeto a losanghe bianco e grigio davanti al letto, né dei danni collaterali e irreparabili che stavo procurando, né tantomeno dell’odore penetrante di pittura acrilica che mi ha costretto a spalancare le finestre.

    Una volta finito, ho pensato che il risultato fosse poco meno che spaventoso, in ogni caso un dito in un occhio, una specie di incubo. Il mio letto, con la coperta infantile a righe sottili bianche e azzurre e il bordino candido cucito tutto intorno, al cospetto di una parete di un insondabile colore nero. Appena le due mani di vernice si sono asciugate a sufficienza ho cominciato a grattare via la pittura, prima a caso, poi con maggior premeditazione, servendomi delle punte acuminate di un paio di forbicine. Linee curve soprattutto e qualche figurina solida, ma piccole e sparute. Ho cominciato dall’angolo in basso a destra, poi ho dovuto attrezzarmi con una scala.

    Ho trascorso ore di totale stordimento davanti alla mia parete nera, il mio muro del pianto, persa fra segni senza senso. È stato come guardare l’infinito. Qualcosa di incomprensibile, qualcosa su cui la mente vacilla e poi inciampa, ma da cui è inspiegabilmente attratta.

    Ore di vuoto completo, di assenza da tutto, come se dormissi un sonno senza sogni.

    Quando mia madre è entrata qui, nonostante le sia sconsigliato se non addirittura proibito, ero già arrivata a una buona metà.

    «Sei pazza!» ha esclamato.

    Senti chi parla ho pensato, ma non ho replicato per non innescare una reazione.

    Il silenzio è infatti l’unico mezzo per convincerla a desistere. Non ribattere, non polemizzare. Guardarla in faccia, per quanto la vista del suo volto mi provochi ribrezzo e repulsione, persino più che guardare il mio, e tacere, malgrado tutto.

    Lei è rimasta ferma davanti al muro nero esattamente per quarantun secondi, con le braccia sui fianchi o quel che ne rimane. La sua figura tozza e incurvata, i capelli biondicci spennacchiati e un senso di intimorito stupore che pervadeva la stanza. Poi se n’è andata senza guardarmi, portando altrove la sua costernazione o qualunque fosse lo stato d’animo che muoveva i suoi passi stanchi.

    Perché, cara mamma, vogliamo parlare dei segni di squilibrio tuoi e miei? Vogliamo metterli su una bilancia, confrontarli, soppesarli?

    La mia parete nera in un’adolescenziale cameretta bianca, contro la tua incapacità di tenerti un lavoro, gestire i soldi, sceglierti un uomo, importi con mio fratello, non renderti ridicola, non imbarcarti in uno strano ménage che non ha neppure la squisita qualità della perversione, ma solo quella disprezzabile dello squallore.

    Quante cose potrei dire su mia madre! ed è straordinario che sia così, dal momento che la considero solo una patetica nullità.

    Ora che neppure un centimetro quadrato di questa parete è stato risparmiato dal mio scavare sulla sua superficie martoriata, e che nemmeno una singola ferita possa esservi aggiunta senza il rischio che sia davvero troppo, mi sento sollevata e svuotata al tempo stesso.

    Adesso posso contemplarla dal mio letto, immaginandovi mondi, smarrendomi nei suoi anfratti, scorgendovi figure che non ho disegnato, ma che vi sono nate spontaneamente, come per partenogenesi.

    Al tramonto mi avventuro fuori dalla mia stanza, lungo il corridoio che è necessariamente territorio di confine, terra di nessuno e di tutti.

    Alla mia sinistra, l’antro di mio fratello, inaccessibile al resto del mondo, sempre che sulla faccia della terra esista qualcuno che possa desiderare davvero penetrarvi, cosa di cui dubito. Più avanti a destra, il boudoir della grande cortigiana, mia madre, l’ineffabile Madame Gemina. Di solito la chiamo così: Madame, o tutt’al più Gemina quando sono ben disposta verso di lei, cosa che succede sempre più di rado.

    La cucina c’è, ma è scarsamente frequentata, teatro solo di saltuarie incursioni mie e di Madame. Né io né lei ci nutriamo molto, forse a compensazione della smodata ingordigia di Sandino, mio fratello. Lui vive confinato nella sua camera, nella sua roccaforte tecnologica, ed è quasi impossibilitato a muoversi, a causa della mole debordante, ma soprattutto in conseguenza del suo totale disinteresse verso il mondo reale, eccezion fatta per il cibo.

    L’indirizzo di casa nostra è di sicuro uno dei più noti della città ai fattorini delle consegne di cibi pronti. A intervalli regolari e sempre più brevi, il campanello suona, Madame apre, una nuova consegna calda e fumante viene depositata davanti alla porta dell’antro. Madame Gemina bussa due colpi in rapida successione, poi si allontana con rassegnata discrezione.

    Non so dire con precisione da quanto io non veda mio fratello, non per intero almeno, e dire che viviamo nella stessa disgraziata casa. Forse la settimana scorsa ho avuto una visione fugace della sua mano enfia e pallida che stringeva la confezione di una pizza, un attimo prima che si ritraesse dietro la porta con il suo bottino olezzante di cipolla.

    Ho distolto gli occhi per pudore da quell’arto rapace, la cui vista mi avrebbe sicuramente spinta a rifugiarmi di nuovo in camera mia, se non si fosse dileguata in un modo così subitaneo e in un silenzio tanto perfetto da farmi pensare di averla solo immaginata.

    La verità è che ci evitiamo, mia madre, mio fratello e io, tutti e tre per ragioni diverse, ma ugualmente poco inclini a cercare la compagnia gli uni degli altri.

    Così attraverso il corridoio in fretta, senza accendere la luce. Dalla camera di Madame arriva il sommesso mormorio della televisione. Da quella di Sandino i click frenetici di un mouse e la sua voce singolarmente sottile che pronuncia parole arcane, o comunque a me incomprensibili.

    Apro la porta di casa e salgo le due rampe di scale che mi portano alla terrazza sul tetto.

    Quassù non ci viene mai nessuno, dato che nessun inquilino del palazzo ha l’ardire o l’interesse a salire fino a qui. Per questo ci vengo spesso, di solito al tramonto o a notte fonda, perché qui il respiro si allarga, i pensieri si fanno distanti e i miei occhi possono vagare sulla distesa di luci ferme o in movimento che brulicano là sotto e tutt’intorno.

    Lungo il cordolo della terrazza c’è una ringhiera di ferro formata da due sbarre parallele, l’unica barriera fra me e il vuoto. Come sempre mi siedo sul cornicione, le gambe che penzolano all’esterno, le braccia appoggiate alla sbarra più bassa, la testa appoggiata sulle braccia.

    Fa freddo, ma non tanto, e l’aria è immobile, così, nonostante non mi sia curata di indossare nulla di più pesante di una t-shirt a maniche corte, resisterò un bel po’ qui fuori sporta nel vuoto, sospesa sulla città, dal punto più alto in un raggio di diversi chilometri, dal mio punto di osservazione preferito e privilegiato.

    L’agglomerato di luci più vivide e concentrate del centro, con i suoi edifici slanciati e le guglie arroganti e lucide di vetri e acciaio sullo sfondo del cielo notturno, da qui sembra vicino, accessibile, un miraggio con un immenso potere di attrazione.

    Laggiù la vita pulsa instancabile a ogni ora, là forse si può essere felici, ma in fondo persino io so bene come non possa essere realmente così.

    Se adesso trovassi finalmente il coraggio di spingermi in fuori con un misurato colpo di reni, se non fossi schiava di un istinto di sopravvivenza che mi impone di rimanere aggrappata a questa ringhiera arrugginita e fossi finalmente capace di lasciarmi andare, quanto ci metterei a toccare il suolo? Forse nemmeno il tempo di avere paura, perché nell’attimo in cui lasciassi la saldezza ruvida del cornicione, solo pochi pensieri caotici avrebbero modo di attraversarmi la mente prima di un nulla senza rimpianti.

    Da quassù, il rumore fervido della città e delle sue dinamiche incessanti è solo un fruscìo anonimo interrotto a tratti dagli acuti dei clacson.

    Mi illudo di essere più lontana dalle mie ossessioni qui, di poter prendere le distanze da quello che so, da ciò che mi circonda, dalle mie nostalgie vere o inventate, per trovare una ragione o almeno un briciolo di sollievo.

    Qualche anno fa avevo un padre, Castelo Vargas. I suoi occhi ardevano di passione esaltata per i suoi ideali rivoluzionari e per noi, mia madre, mio fratello e io. Le sue risate forti, mascoline e lunghe, echeggiavano in casa insieme alla musica cubana. Quelle canzoni che sapevano di festa e la sua voce roboante riempivano le stanze dell’appartamento, lo stesso di adesso.

    Allora mia madre aveva ancora la sua avvenenza, quel fascino da bionda maliarda che ora, guardandola, parrebbe improbabile se non addirittura impossibile. Mio fratello e io, Sandino e Invitta, eravamo al tempo solo due bambini timidi e malfidenti verso il mondo, ma certo non verso i nostri genitori, non ancora almeno.

    Non so perché se ne sia andato, immagino che alla fine si fosse stancato di noi, o di nostra madre e delle sue sciocche pretese da piccolo borghese, o magari il suo fascino da femme fatale di provincia si era alla fine rivelato il bluff che in effetti era.

    Forse qualche rivoluzione in giro per il mondo ha avuto bisogno di lui che non ha potuto sottrarsi al suo richiamo. Di certo non abbiamo più avuto sue notizie, nessuno di noi, sicuramente non io. È sparito da un giorno all’altro ed è stato da subito chiaro che non sarebbe tornato. Con lui si è volatilizzata ogni traccia della sua presenza in casa: libri, foto, dischi, come se non fosse mai passato di qui, come se l’avessimo solo immaginato.

    Non ricordo spiegazioni, né prima né dopo. Non ricordo domande a mia madre, né mie, né di Sandino. Era chiaro che fosse andato via, per sempre ovviamente, per colpa nostra probabilmente. Da quel momento ognuno di noi è stato troppo impegnato a ricavarsi uno spazio solitario e impenetrabile nei novanta metri quadri scarsi di casa nostra, ognuno di noi geloso dei propri ricordi, ognuno di noi avvolto nella coperta corta della propria nostalgia. Nessuno dei tre ha sentito l’esigenza di condividere alcunché, neppure di incolparci a vicenda, ma nemmeno di cercare consolazione l’uno nell’altro.

    Dalla scomparsa di mio padre ho visto mia madre perdere ogni giorno di più la razionalità e spogliarsi della propria bellezza, come un albero che in autunno perda rapidamente le foglie a causa di un vento inclemente. Ho pensato che fosse del tutto naturale, addirittura doveroso, in ogni caso inevitabile.

    Ho visto Sandino lievitare di peso oltre ogni limite plausibile, l’ho visto ricavarsi un anfratto fra i quattro muri della sua stanza, collegato virtualmente col mondo, di fatto irraggiungibile e impermeabile a chiunque in carne e ossa.

    Mi sono vista arretrare nello spazio angusto e nebuloso dei miei pensieri, in bilico fra una tristezza non scevra di sensi di colpa che mi sembra doveroso provare, e un generico risentimento nei confronti di mia madre e mio fratello.

    Forse alla fine mio padre non è così lontano, magari non ha mai attraversato l’oceano né varcato confini, ma è solo una delle innumerevoli luci pulsanti davanti a me, il che non mi fa affatto sentire meglio. Se ci ha lasciati, che non sia almeno per un’altra bionda dal fascino discutibile, ma piuttosto per una nobile causa al cospetto della quale qualunque legame famigliare impallidisca, perché la sua decisione di andarsene mi ricompensi di qualcosa che assomigli a fierezza.

    Comincia a piovere, poche gocce rade. Il cielo sopra di me è nero come la parete della mia camera e, come il mio muro del pianto personale, è impenetrabile. La pioggia ticchetta ora sulle mie braccia con un ritmo incostante, una brezza improvvisamente gelida mi scompiglia i capelli danzandomi intorno insistente, ma non abbastanza da costringermi a tornare a casa. Ho freddo, ma il mio sguardo ipnotizzato continua a scrutare l’orizzonte alla ricerca di una via di fuga che so per certo non esistere.

    Poi le luci si spengono, si direbbe a una a una, in una sequenza velocissima che osservo incredula. A partire dall’orizzonte più lontano il buio avanza verso di me come un invasore silenzioso, divorando la luce e assediandomi in una manciata di secondi.

    Le facciate dei palazzi adesso sono buie superfici verticali che si perdono nel cielo. Il loro glorioso scintillio sostituito dal pallido baluginare di qualche rara luce d’emergenza. Anche da qui posso ora sentire distintamente i rumori del traffico impazzito, i clacson isterici, le frenate brusche causate dallo spegnimento dei semafori. Sono sorpresa. Non ricordo di aver mai visto un blackout così esteso e, all’improvviso, ho paura. La mia posizione in aggetto sul vuoto mi sembra di colpo pericolosa, così mi ritraggo sul terrazzo, guardandomi alle spalle, il mio esilio dorato trasformato in inquietudine. Qui non ci viene mai nessuno, mai mi ripeto, e poi che differenza fa? se anche avessi bisogno di aiuto nessuno mi sentirebbe comunque, buio o non buio.

    La pioggia aumenta d’intensità, poi sembra assestarsi su un ritmo monotono, ma incalzante, che mi convince a cercare un precario rifugio sotto lo stretto cornicione dell’abbaino.

    Passano i minuti e ne ho abbastanza. Ho freddo adesso, tanto, ma l’idea di scendere le scale e poi percorrere alla cieca il corridoio fino alla mia porta mi fa vacillare. Per un attimo penso a mio fratello e alla sua faccia sgomenta davanti ai monitor spenti, sempre che non abbia qualche generatore di emergenza, perché lui, al contrario di me, è previdente.

    Mi frugo inutilmente le tasche dei pantaloni alla ricerca di qualcosa che so già non esserci. Non posseggo cellulari perché ho orrore della tecnologia, io. Non m’importa di poter essere sempre rintracciata, non voglio condividere un bel niente, né tantomeno immortalarmi in stupide foto autoreferenziali. E non ho nemmeno accendini, dato che non fumo, non spesso almeno, comunque non tanto da tenerne uno in tasca.

    La stretta scala mi accoglie con il suo consueto odore di muffa mescolato a qualcosa di speziato, curry credo, e fritto stantìo. È un odore greve, colloso, che mi rende faticoso il respiro già affannoso per la paura e lo sforzo di concentrazione necessario a non cadere e contare i gradini, così da non rischiare di mancare il mio piano. Per fortuna io conto tutto, senza uno scopo preciso, e così so che devo scendere esattamente settantasei scalini, poi girare a sinistra e, tenendomi rasente al muro, fare esattamente quindici passi per trovarmi proprio davanti alla mia porta.

    E così faccio, imponendomi cautela, fin troppo conscia del silenzio irreale che sembra calato sul palazzo insieme al buio, come se tutti i suoi occupanti stessero trattenendo il respiro mentre attendono il ritorno della luce, ognuno rintanato nella fragile sicurezza della propria tana. O come se fossi rimasta l’unica abitante di questo vecchio edificio trascurato e fossi sul punto di scoprire che casa mia non è affatto dove penso che sia, né da nessuna altra parte.

    2

    Mai avuto un fidanzato, mai fatto sesso nonostante la mia più che matura età di diciannove anni. Non ho un buon rapporto col mio corpo, non vedo come potrei avere rapporti soddisfacenti con un corpo altrui.

    Non sono brava nelle relazioni sociali quindi non ho amiche, mai avute, neppure da piccola. Ho solo un surrogato di amico, Terso. Ci siamo conosciuti al liceo e anche lui è una specie di reietto, nonostante non ne abbia alcuna caratteristica, almeno esteriormente. Non è poi così bello mi pare, ma nemmeno brutto, e possiede senza dubbio il fascino del disadattato maledetto. Oltre a questo, è ricco, molto, e ciò dicono che aiuti. Eppure è solo almeno quanto me, forse di più. Non ricordo chi dei due abbia scelto l’altro, forse le nostre solitudini ci hanno avvicinati, nostro malgrado. Forse ciò che ci ha uniti è il fatto che non ci guarderemo mai e poi mai con compassione né con compatimento, perché siamo entrambi incapaci di tali sentimenti.

    In fondo non conosco molto di lui, ma so molto bene quale sia la sua ossessione, dato che non parla d’altro, e io lo ascolto in silenzio senza interrompere, solo permettendomi ogni tanto di avanzare timide obiezioni che lui smonta senza alcuna fatica, ma con indulgente noncuranza, senza prendermi sul serio.

    Ovviamente Terso è molto intelligente ed è maniacalmente esperto di varie materie tutte funzionali a un unico scopo, anche se solo in teoria, dato che finora non è mai passato all’azione. A volte l’ho provocato proponendogli di mettere finalmente in pratica i suoi progetti, ma ha sempre ribattuto di non essere ancora pronto.

    Quando ci incontriamo, senza darci mai appuntamento, ma semplicemente perché navighiamo fuori dalle rotte di ogni altro a scuola, lui sembra sempre ansioso oppure depresso o entrambe le cose. Lo vedo venirmi incontro con il suo passo dinoccolato e un po’ laterale, come quello di un cane randagio, le eterne magliette sbrindellate e i jeans che a malapena si reggono sui suoi fianchi stretti da maschio cresciuto solo in altezza. Non credo di averlo mai toccato, non volontariamente almeno, ma se lo facessi probabilmente la sua estrema esilità mi darebbe l’impressione di stringere qualcosa di inconsistente, difficile da afferrare saldamente. Ha i capelli lunghi e neri, più per incuria che per scelta. A volte li porta sciolti, altre volte legati in uno chignon sommario.

    Ha la pelle ambrata, dato che sua madre è di origini sudamericane (lo so per sentito dire, non perché lui mi abbia mai parlato della sua famiglia). Le voci che circolano su Terso a scuola sono tante e per la maggior parte infondate, immagino.

    Non penso di accendere la fantasia dei mie cosiddetti compagni quanto lui, dato che non sono così tragicamente bella, non sono ricca e le mie origini esotiche sono ben nascoste dietro il pallore scialbo che ho ereditato da Madame Gemina. E poi i miei occhi, di un banalissimo color nocciola, non accendono l’immaginazione di nessuno, e i miei vestiti qualsiasi sono una necessità, non una scelta snobistica.

    Terso parla poco, a bassa voce, con un tono rettilineo, senza picchi, scevro di emozioni, scegliendo accuratamente le parole, come se ognuna gli costasse molta fatica o fosse tanto preziosa da non voler rischiare di usarla invano. I nostri non sono dialoghi, non parliamo del tempo, della scuola, delle vacanze. Non facciamo mai niente insieme che non sia stare seduti in un angolo appartato del cortile della scuola o sul cornicione del mio terrazzo. È l’unico che sia mai stato ammesso nel mio eremo e anche l’unico disposto a venirci. All’inizio ho pensato seriamente che lui mi frequentasse all’unico scopo di fare di me lo sfortunato soggetto delle sue fantasie, ma poi ho capito che costituirei per lui una vittima troppo scontata.

    Fino a ora le sue complicate e a volte surreali architetture delittuose non hanno avuto un oggetto particolare, dato che quello che importa per lui non è chi uccidere, ma piuttosto il modo sofisticato e sottilmente crudele scelto per farlo.

    Dare una spinta a una qualunque ragazza inerme, non del tutto estranea a propositi suicidi e per di più seduta sull’orlo di un cornicione sospeso sulla città ad almeno ottanta metri dal suolo non sarebbe abbastanza difficile, né interessante.

    I suoi piani, che mi racconta meticolosamente soppesando mentre parla i pro e i contro, comprendono l’utilizzo di veleni, soprattutto se di origini antiche o misteriose, con una predilezione per quelli difficilmente rintracciabili, perché ovviamente farla franca è una necessità imprescindibile anche per lui, sebbene il suo sguardo inafferrabile e la sua inabilità al sorriso mi facciano pensare che la prigione, nel suo caso, non costituirebbe necessariamente una punizione. E poi complicate trappole mortali o l’uso di armi da fuoco insolite, che ovviamente conosce così approfonditamente da farmi pensare che a casa sua ci sia un arsenale.

    La vittima è citata sempre e solo come vittima, appunto, alla stregua di una cavia da laboratorio, e si suppone che non sia affatto cooperante com’è lecito aspettarsi, ma non ha sesso né tanto meno nome. Per questa ragione penso che semmai un giorno decidesse di mettere in atto uno dei suoi piani, sceglierà una persona a caso, senza alcun legame con lui, verso la quale non covi alcun proposito di vendetta e dalla cui morte non possa trarre alcun vantaggio, così che l’omicidio non abbia movente.

    Ascoltarlo imprevedibilmente non mi turba, al contrario quasi mi rilassa, alla medesima stregua di incidere linee sul muro nero, perché

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