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I Secondi Flavi. La Restaurazione dell'Occidente

I Secondi Flavi. La Restaurazione dell'Occidente

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I Secondi Flavi. La Restaurazione dell'Occidente

Lunghezza:
821 pagine
17 ore
Pubblicato:
25 ott 2020
ISBN:
9791220212199
Formato:
Libro

Descrizione

453 d.C. - In seguito alla morte di Attila e alla diaspora degli Unni, il giovane Flavio Oreste fa ritorno
nell'impero Romano d'Occidente con la speranza di servire sotto quanto resta del suo esercito.
Le sue modeste aspettative saranno stravolte da una visita a Roma, reduce dall'umiliante saccheggio Vandalico.
Realizzando le disastrose condizioni in cui versa l'impero, e rifiutandosi di vederne svanire i valori,
Oreste dedicherà la sua vita a una sola missione: restaurare l'Occidente, riportandolo ai suoi antichi
fasti. Una vocazione che trasmetterà anche al suo unico erede, quel Romolo che a sua differenza arriverà a
vestire la porpora. I Secondi Flavi: la restaurazione dell'Occidente racconta la loro storia.
La storia di ciò che sarebbe potuto accadere se Roma non avesse mai ceduto alla pressione dei popoli barbari che la insidiavano.

 
Pubblicato:
25 ott 2020
ISBN:
9791220212199
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Libro

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LIBRO I. FLAVIO ORESTE

I

Il demone magnanimo

Pannonia Orientale, Dicembre 449 d.C.

Il fiato gli si accorciava ogni volta che imboccava l’ingresso di quella gigantesca tenda fatta di pelli acconciate, i cui pennacchi garrivano fieramente al vento. Eppure si sarebbe dovuto sentire più sicuro di sé, dopo oltre due anni di permanenza all’accampamento Unno. Ma c’era qualcosa che Flavio Oreste, Romano di Pannonia, non riusciva a scacciare.

La sensazione di essere costantemente in pericolo.

Aveva deciso di affrontare immediatamente quell’incombenza, senza neppure concedersi il minimo riposo. Anche perché il nervosismo l’aveva privato della tranquillità necessaria.

Non appena fu avvolto dalla penombra, si rese conto di essere circondato da quei volti truci che ben conosceva.

Occhi piccoli come fessure si adagiarono su di lui, e sentì quelle mani affusolate stringersi sulle lame. Solo quando lo riconobbero, udì qualche saluto cameratesco nei suoi confronti.

Non assomigliava minimamente a quella gente.

Alto e di corporatura robusta, Oreste aveva grandi occhi verdi che spiccavano su una carnagione quasi scura. I suoi capelli, lisci e corti, erano di un nero profondo così come la sua barba.

Il volto squadrato, con la mandibola prominente, rendeva palese la sua provenienza. Al contrario, gli Unni intorno a lui erano piccoli e snelli, con volti tondi e giallastri. I loro sorrisi biechi spesso rivelavano denti piccoli e acuminati come quelli di animali selvatici. Si vestivano di pelli, e l’igiene personale era l’ultima delle loro priorità. Il risultato di secoli spesi a vagabondare per il mondo, spingendo le loro tende più in là giorno dopo giorno.

Fino ad arrivare a minacciare il suo stesso mondo.

Perso in quei pensieri, si accorse troppo tardi della sagoma che andò ad urtarlo. Indietreggiando, vide ai suoi piedi un capo Unno del quale non ricordava il nome. Era pesto e con le vesti sbrindellate: questi lo guardò con vergogna, prima di dileguarsi.

«Flavio Oreste!» tuonò una voce, facendogli capire di essere finalmente stato notato. «Ti attendevo con ansia».

Più il ringhio di un lupo, che la parlata di un uomo. Anche nei momenti di cordialità, essa preservava un che di sinistro.

E non sarebbe potuto essere altrimenti, per Attila.

Il re degli Unni allargò le braccia, rimanendo seduto sul suo trono.

Attorno a lui erano i suoi guerrieri scelti, uomini nati per combattere ma soprattutto per uccidere.

Oreste si inchinò immediatamente al cospetto del suo signore, che tempo prima aveva ottenuto di stanziarsi nelle terre in cui lui era nato. L’ennesima concessione fatta dall’impero d’Occidente a un popolo barbaro a causa della sua incapacità di difendersi.

Attila aveva un aspetto ancor più torvo della sua voce: pur di bassa statura, era incredibilmente muscoloso. L’ampiezza del suo petto era spropositata, e ogni fibra del suo corpo sprizzava vigoria.

Ma era il suo viso a rendergli realmente giustizia.

Allungato e con gli zigomi sporgenti, questo si contraddistingueva per il naso adunco e il mento prominente. I suoi occhi, poi, potevano bastare a terrorizzare il più coraggioso degli uomini.

Chiarissimi, quasi del colore del ghiaccio, erano infossati ma non per questo meno penetranti.

Oreste lo osservò accarezzarsi il ciuffo caprino di barba che s’era fatto crescere.

«Com’è andata a Costantinopoli?» gli domandò nel suo Latino gutturale e masticato.

«In modo eccellente, potente re. Sono stato accolto con tutti gli onori del caso, e ti annuncio che la corte d’Oriente ha confermato il versamento del tributo nei tuoi confronti».

«Parlano ancora di pace?» scherzò Attila.

«Sì» sorrise Oreste. «Hanno detto esattamente così».

«Quanto orgoglio!» disse il re con una risata raggelante. «Dev’essere proprio umiliante per loro sapere di dovermi ricoprire d’oro se vogliono sopravvivere. Mi chiedo come si senta l’augusto Teodosio, quando si guarda allo specchio. Penso sia cosciente del fatto di essere mio suddito, ormai».

Oreste preferì non rispondere. Pur al servizio degli Unni, rimaneva comunque un Romano. E gli dispiaceva sapere che una parte dell’impero era costretta a soggiacere al volere dei barbari.

Non che l’altra ne fosse esente.

«Dopotutto, dopo che il tentato assassinio nei miei confronti è stato scoperto non avevano grandi alternative» considerò Attila guardandosi attorno. «A meno che non volessero rivederci sotto le loro celeberrime mura».

Difficile dire se un giorno Costantinopoli sarebbe caduta. Le mura erette da Teodosio il Grande erano apparentemente indistruttibili, e anche Attila lo sapeva. Ma tutto poteva essere possibile, con lui.

Approfittando di un momento di silenzio, Oreste si rese conto che le mani di alcuni guerrieri erano sporche di sangue rappreso.

Evidentemente, qualcuno aveva fatto infuriare il re prima che lui arrivasse nella sua tenda.

Probabilmente si trattava dell’uomo che aveva incrociato prima.

Attila era incredibilmente esigente, anche se ad occhi poco attenti poteva sembrare solo il capo di una gigantesca tribù di selvaggi.

La loro concezione di civiltà non era assente: era solo diversa.

Per gli Unni, la vita ruotava attorno alle migrazioni e all’occupazione di terreni funzionali alle loro abitudini.

Non coltivavano, né allevavano bestiame. Preferivano la caccia.

E quella tendenza permaneva anche nelle relazioni con popoli a loro stranieri, che solevano braccare fino a cancellarli del tutto.

Ma se quella gente era così tremenda, allora perché aveva accettato di rimanere tra loro?

La risposta era semplice, oltre ad essere sempre la stessa.

Per qualche strana ragione, Attila provava simpatia per lui.

Dal giorno in cui l’aveva incontrato, si era esaltato per quel suo fisico possente e le sue abilità di combattente. Ma ancor di più aveva visto in lui un prezioso collaboratore diplomatico, un utilissimo tramite per conferire con quell’impero che continuava a ignorare la sua potenza. Proprio per quello l’aveva mandato a Costantinopoli per farsi confermare il tributo annuale in oro.

Il sovrano l’aveva sempre trattato con enorme rispetto, riconoscendo le sue origini e mai denigrandolo per questo.

In fondo Attila stesso in gioventù aveva speso un periodo a Ravenna come ostaggio, e non molto prima era diventato amico di Flavio Ezio quando questi era stato mandato tra gli Unni.

Forse, quel sentimento che lo legava al patrizio d’Occidente era la sola cosa che lo trattenesse dall’invadere un impero ormai allo sbando. Ma niente era certo. L’aveva imparato molto in fretta.

Quanto a lui, sicuramente le sue ampie vedute e l’accettazione dei costumi barbarici gli avevano garantito l’affetto della corte Unna.

E Oreste intendeva conservare quei privilegi.

Si accorse di essere rimasto in silenzio più del previsto.

Risollevando lo sguardo, trovò Attila intento a osservarlo mentre cercava tra i denti qualche resto del pranzo appena consumato.

«Puoi riposare ora, Flavio Oreste» disse in modo quasi minaccioso. «Ma ti chiedo di non abbandonare l’accampamento per alcun motivo. Tra non molto, avrò nuovamente bisogno di te».

«Certamente. Posso sapere di cosa si tratta?» chiese lui.

Ma Attila emise uno sbuffo sarcastico.

«Penso proprio che dovrai seguirmi. Non so ancora dove, ma credimi. Accadrà molto presto».

II

Pugni Chiusi

Pannonia Orientale, Febbraio 450 d.C.

Il cielo era così azzurro, pensò Oreste, da far sembrare davvero che gli Dei avessero scelto di favorire il popolo Unno.

Quella distesa verde, seppur immensa, era occupata nella sua totalità da migliaia di tende. A dimostrazione che per quella gente, la loro natura nomade non poteva intaccarne la percezione dell’unità. Muovevano come un corpo solo: uomini, donne, anziani e bambini viaggiavano insieme a prescindere dalle circostanze.

E proprio come il loro re Attila, sembravano ormai considerarlo uno di loro. Si vide improvvisamente seguito da dei ragazzini che fino a poco prima giocavano in un piccolo pantano.

Li salutò affettuosamente, per poi rivolgersi ad alcuni vecchi che sedevano su un tronco ai margini della loro tenda.

Nei loro occhi era possibile vedere rispetto, per la persona che era e per il servizio che prestava alla loro comunità.

Cosa che gli scaldò il cuore come mille altre volte, ma che lo portò a porsi ancora una volta la stessa domanda.

Gli Unni erano veramente un popolo così terribile?

Era davvero così vergognoso ciò che chiedevano?

L’aria frizzante e il fervido sole primaverile stimolarono la sua mente, facendo sì che si immergesse in quella conversazione con sé stesso che aveva tenuto in mille e più occasioni.

A quanto vedeva, no.

Così come tanti altri popoli barbarici, gli Unni chiedevano solamente delle terre dove stanziarsi e l’opportunità di far parte di quell’impero che avevano sempre visto dall’esterno.

Lo stesso Attila, che pur aveva detestato l’umido clima di Ravenna, gli aveva confessato di essere rimasto stupito dall’elaborata architettura delle città Romane e dalla loro organizzazione.

I barbari erano cresciuti con un’idea dell’impero ben precisa, ovvero quella di un dominio retto da uomini giusti che ponevano l’ordine e il suo rispetto sopra ogni cosa.

Tuttavia, ogni qual volta avevano cercato di bussare alle sue porte si erano visti sdegnosamente respinti.

Non erano mai stati ritenuti degni di diventare cittadini Romani.

Questo anche quando l’impero, specialmente ad Occidente, era entrato nella sua fase di declino.

Ormai a quest’ultimo non rimaneva che la potestà sull’Italia, la Dalmazia e piccole porzioni della Gallia. La burocrazia aveva paralizzato un sistema che inizialmente ne aveva fatto il suo cardine, e questo a causa della crescente corruzione che aveva portato individui non meritevoli a ricoprire cariche cruciali.

Ma anche i costumi erano andati deteriorandosi.

Se le strade e gli edifici erano ormai abbandonati e vittime dell’incuria, gli antichi valori non versavano in miglior stato.

I veri Romani, ovvero gli Italici e chi viveva in prossimità della penisola, non volevano più combattere.

Preferivano indugiare nel vizio, o tutt’al più cospirare per ottenere qualche titolo che gli permettesse di arricchirsi in fretta.

Il popolo si era ritrovato solo, circondato da arrivisti e ricchi possidenti che non disdegnavano lo strozzinaggio.

L’economia si era così contratta, in parallelo con l’emergere proprio di quei barbari che Roma aveva sempre combattuto.

Questi, ormai stanchi di rimanere in disparte, avevano capito che essere i mercenari occasionali di un impero in crisi non sarebbe mai stata la soluzione. E così si erano presi quanto desideravano.

L’Hispania, gran parte della Gallia e della Germania, l’Africa e anche i Balcani erano stati invasi in massa da una moltitudine di popoli.

Franchi, Visigoti, Svevi, Burgundi, Vandali e altri ancora.

Costoro erano riusciti a spartirsi egualmente quel territorio un tempo sterminato, perpetrando invasioni e razzie.

Ma solo a causa dell’ostinazione di chi aveva fondato quell’impero.

Solo l’amicizia tra Ezio e Attila aveva evitato che la Pannonia venisse messa a ferro e fuoco.

Ma si trattava comunque di una straordinaria eccezione.

Per Oreste, sarebbe bastato credere ancora in quel messaggio di inclusione e tolleranza che aveva reso grande Roma nei secoli.

Invece, intestardendosi sulla purezza del loro sangue, avevano causato la loro stessa fine.

Sedendosi su un masso, si disse che gli dispiaceva per gli Unni.

Questi pagavano anche la brutta reputazione del loro re.

Con l’affronto a Costantinopoli, Attila si era attirato le antipatie di chiunque avesse sposato la causa anti-barbarica.

Integrando quelle genti, Roma avrebbe potuto trarre enorme giovamento per sé. Si sarebbe ritrovata con centinaia di migliaia di guerrieri feroci e leali. Nessuno l’avrebbe mai insidiata.

Ma aveva deciso di fare di un potenziale amico un terribile avversario. Un antagonista che non poteva più fermare.

Delle volte, temeva che Attila cogliesse quell’inerzia e decidesse di far suo l’Occidente. Era possibile, in fondo. Il re era imprevedibile.

Sospirò.

Se solo Roma non fosse stata così cieca!

Tendere la propria mano le avrebbe evitato tanti problemi.

Invece, aveva preferito ascoltare il suo secolare orgoglio e tenere i pugni chiusi.

Questi, però, potevano essere utili solo se si intendeva lottare.

E l’impero non aveva più nessuno disposto a farlo.

Eccetto che per un uomo.

Solo a questi doveva la sua sopravvivenza.

III

Diventare Immortale

Pannonia Orientale, Settembre 450 d.C.

I fumi del braciere davanti al quale sedeva non si potevano vedere, nell’oscurità. Ma Attila poteva comunque respirarli, sentirli mentre si annidavano nel suo torace.

Aveva bisogno di riflettere. Da mesi sentiva il bisogno di fare qualcosa. Chi aveva viaggiato per il mondo non poteva resistere troppo a lungo nello stesso luogo.

E gli ultimi avvenimenti sembravano essersi susseguiti proprio per dargli la spinta decisiva ad assecondare i suoi istinti.

A dispetto dell’ultima spedizione di Oreste, c’erano stati grandi cambiamenti a Oriente. Il pavido Teodosio era spirato, e al suo posto era stato eletto Flavio Marciano. Questi, dall’alto della sua lunghissima carriera militare, aveva deciso di dare un colpo di spugna alla politica del predecessore.

Affrontando a muso duro proprio gli Unni, e dichiarando decaduto il tributo che si aspettava di percepire.

Non si sarebbe mai aspettato un simile smacco. Sapeva poco di Marciano, ma era evidente come questi non lo temesse.

Meritava forse una punizione?

L’impero d’Oriente sembrava diretto verso una riforma, che l’avrebbe portato ad essere più organizzato militarmente. Il che significava che difficilmente avrebbe fatto sua Costantinopoli.

E poi, sarebbe stato chiedere troppo ai suoi guerrieri.

L’Occidente, per contro, appariva in profonda crisi.

Il povero Ezio, suo amico d’infanzia, era chiamato all’impresa titanica di tener buoni tutti i popoli barbari stanziati entro i confini, chi come federato e chi no.

Lo stesso Genserico, re dei Vandali che dominavano in Africa, gli aveva inviato dei messi invitandolo a unirsi a lui.

Assieme, avrebbero stretto l’Italia in una morsa letale.

Solo i sentimenti che nutriva verso Ezio l’avevano portato a rifiutare quell’allettante proposta.

Anche se in ginocchio, la penisola rimaneva un forziere colmo di ricchezze inestimabili. Il suo clima mite sarebbe stato ideale per stabilirvisi definitivamente.

E poi, c’era quell’anello che teneva tra le dita.

Il pretesto perfetto per scendere in Italia.

Perché con sua gran sorpresa Onoria, sorella dell’imperatore Valentiniano III, aveva chiesto il suo aiuto.

Uno schiaffo al buon nome della sua dinastia, il frutto di anni spesi a corte come una reietta. Fortemente insoddisfatta, Onoria aveva chiesto il suo aiuto proponendogli addirittura un’unione.

Sancita, appunto, da quel pegno sotto forma di anello.

Se solo avesse voluto, Attila avrebbe potuto reclamare ufficialmente l’impero per sé e mettere alle strette il povero Valentiniano. Questi, oltre ad essere un imperatore imbelle e del tutto inutile, era completamente sprovvisto di un esercito.

La sola parvenza di forza armata che avesse era proprio in mano a Ezio. Ironicamente, però, questi si era rivolto proprio a lui per avere alcune migliaia dei suoi feroci Unni.

Attila si sentiva quasi ingrato.

La vittoria gli veniva offerta su un piatto d’argento.

Aveva la possibilità di azzannare alla gola una preda inerme, senza che nessuno potesse intromettersi.

Tra i popoli barbarici che bramavano la fine dell’impero, nessuno poteva essere considerato alla pari degli Unni.

Erano superiori per numero e per ferocia.

Automaticamente, chiunque sarebbe diventato un suo sottoposto.

Ma la condizione per tutto ciò era una sola.

Doveva lasciare la Pannonia.

Era anche il suo spirito a invocare quella decisione.

Da tempo si sentiva incompleto, come fuori posto.

Era potente, certo, e unanimemente rispettato dalla sua gente.

Ma sarebbe ugualmente passato alla storia accontentandosi di vivere in quei territori?

Sapeva cos’avrebbe potuto ottenere, se solo si fosse convinto.

L’impresa più grande di tutti i tempi, la sottomissione e disgregazione dell’impero di Roma, era a un passo dal diventare realtà. Solo lui poteva compierla.

E solo così avrebbe potuto far echeggiare il suo nome in eterno.

L’ago della bilancia pendeva in una sola direzione.

Ed era verso Occidente.

Attila sospirò profondamente. In gioco c’erano migliaia di vite.

E poi, niente era sicuro al mondo. I Romani si erano risollevati un’infinità di volte, anche da situazioni peggiori.

Qualcosa sarebbe potuto andare storto.

Ma quell’indecisione valeva forse la condanna all’anonimato?

No.

Non poteva permettersi di cedere alla paura.

Non Attila, il signore degli invincibili Unni.

Maturò quella decisione epocale in un istante.

Un battito di ciglia che era il culmine di mesi passati a riflettere.

Proprio in quel momento una lucerna fece capolino dall’ingresso della tenda. L’ambiente ne venne immediatamente rischiarato.

Sollevando il capo mentre rimaneva seduto a gambe larghe, Attila sorrise. Dunque era arrivato.

Molto presto, la sua obbedienza sarebbe stata quella di tutti i Romani.

«Sono qui come avete ordinato, re» disse Oreste accennando un inchino.

«Lo vedo, Oreste. Lo vedo».

«Posso sapere perché mi avete mandato a chiamare?»

La risposta di Attila fu un sorriso, che assunse poi i contorni di un ghigno famelico. Dando al suo prediletto un assaggio di quello che sarebbe stato di lì a poco.

IV

La preghiera di Oreste

Metz, 7 Aprile 451 d.C.

Più il fumo riempiva il cielo, sporcandolo e creando un’atmosfera apocalittica, più Oreste prendeva coscienza di quanto stava accadendo. Per tutto quel tempo si era detto che Attila non poteva davvero ambire a distruggere l’impero d’Occidente.

Le parole che egli gli aveva detto erano solo il delirio di un uomo che s’illudeva di poter usare un anello come un pretesto.

Davanti al rifiuto di Valentiniano, però, il re Unno si era finalmente deciso. In testa alla sua intera nazione si era mosso verso quei confini che aveva promesso di non valicare.

L’Italia era la sua meta finale, nonché preda designata.

Prima, però, Attila aveva intenzione di far sua la Gallia.

E a giudicare dalla devastazione che aveva portato sino a quel momento, ci stava riuscendo a pieno.

Ciò che sconvolgeva Oreste non era la crudeltà degli Unni: sapeva bene come questi si trasformassero in battaglia, scordando qualsiasi pietà. Donne, anziani e bambini non potevano scampare alla loro furia. Stesso discorso per preti e monaci.

Questi erano stati passati a fil di spada nelle loro stesse chiese, macchiando indelebilmente gli altari col loro sangue.

A terrorizzarlo era l’inazione di Roma.

Nessuno sino a quel giorno si era minimamente premurato di andare incontro al nemico. Non un soldato imperiale era stato avvistato in settimane di marcia ininterrotta.

Metz era solo l’ultima di un’interminabile sequela di città che gli Unni avevano razziato e poi dato alle fiamme.

Se Valentiniano avesse tergiversato ancora, presto se li sarebbe ritrovati alle porte di Roma.

Anche Attila lo stava sorprendendo.

Sapeva benissimo che questi era un uomo spregiudicato e violento, ma mai si sarebbe aspettato che oltrepassasse ogni suo limite pur di entrare nella storia. Quell’opportunità gli aveva permesso di tirar fuori il peggior lato di sé.

L’uomo acuto che conosceva stava diventando una bestia, pur mantenendo l’intelletto e l’astuzia che l’avevano reso sovrano.

Una combinazione letale.

Il timore che il potere potesse corromperlo definitivamente fece dubitare Oreste sulla bontà della sua scelta di vita.

Come poteva continuare a servire chi aspirava a cancellare la realtà a cui apparteneva?

Anche se membro di rilievo della corte Unna, rimaneva un Romano. Non poteva rinnegare le sue origini.

Aveva a lungo sognato di rivedere l’impero forte e unito, una speranza frustrata dal susseguirsi di Cesari incapaci e del tutto inadatti alla porpora.

Ma mai avrebbe pensato che quei secoli di acredine coltivata silenziosamente avrebbero portato i barbari a vestire i panni dei boia di un regno nobile e secolare.

Cavalcò stancamente, riconoscendo l’elmo di Attila mentre questi faceva impennare il cavallo per scatenare l’entusiasmo dei suoi.

Sullo sfondo, Metz continuava ad ardere.

I bei tetti di quella città, che col tempo si era rimpicciolita come ogni altro insediamento imperiale, erano del tutto anneriti.

Si potevano ancora udire, nelle pause tra un coro e l’altro degli Unni, i lamenti e le preghiere di chi era sopravvissuto a stupri e mutilazioni.

Nessuno sarebbe venuto in loro soccorso.

Dov’era l’augusto?

E soprattutto, dov’era Flavio Ezio?

L’uomo riconosciuto da tutti come protettore dell’Occidente era diventato uno spettro. Persino Attila, che gli voleva bene nonostante tutto, aveva scherzato pubblicamente al riguardo.

Oreste l’aveva udito paragonare il patrizio a uno spettro.

Una sorte che rischiava di diventare quella di migliaia di innocenti.

Probabilmente, anche gli altri popoli barbari erano terrorizzati.

Contando tutti gli individui arruolabili a disposizione, Attila poteva arrivare a muovere con oltre centomila effettivi. Una marea umana che nessun regno avrebbe potuto respingere.

E lui faceva parte di quell’orda.

Ora che conosceva i loro veri obiettivi, Oreste si vergognò di sé.

Un vero Romano non avrebbe mai appoggiato chi si apprestava a spazzare via oltre mille anni di storia.

Una storia anche sua.

Non voleva che tutto finisse. Non a quel modo.

Ma scrutando le nubi che formavano una lugubre cupola sopra Metz, gli fu impossibile sperare nella salvezza.

Si ritrovò circondato da barbari.

Quelli che aveva chiamato fratelli divennero per lui mostri, creature enormi e grottesche dai volti raccapriccianti.

Incrociò brevemente lo sguardo di Attila.

Il re parve comprendere subito le sue emozioni, ma in quel momento non aveva tempo per lui. Si voltò nuovamente, guardando davanti a sé e lanciando un grido raggelante che fu rinforzato da migliaia di barriti a seguire.

A quel punto, Oreste chinò il capo e seguì il resto dell’esercito mentre si lasciava alle spalle un altro gigantesco rogo.

Con sua grande sorpresa, si scoprì a recitare una preghiera.

Ma non al Signore.

Neanche lui poteva salvarli da quelle bestie.

Piuttosto, invocò Flavio Ezio.

Che il patrizio facesse presto, e muovesse contro di loro con qualsiasi armata riuscisse a radunare.

Altrimenti, niente sarebbe sopravvissuto al passaggio di Attila.

L’impero sarebbe diventato un enorme cumulo di ceneri.

V

Il segno del declino

Orléans, Giugno 451 d.C.

Ezio continuò a cavalcare come un forsennato appresso all’orda Unna, credendo di poterla raggiungere scacciandoli definitivamente. Presto, però, si rese conto che non avrebbe mai potuto arrivare a colpirne la retroguardia.

Quindi ordinò di fermarsi.

Attorno a sé udì un susseguirsi di comandi in decine di dialetti diversi. Pochissimi di questi in Latino.

La sconfortante realtà di quanto stava vivendo lo investì con un impeto che ebbe l’effetto di privarlo di ogni sprono.

Orléans era di fronte a loro. Avevano salvato la città quasi per miracolo, marciando senza concedersi una sola pausa.

Quel soccorso era stato imbastito in fretta e furia, al pari della costituzione di quello che sarebbe dovuto essere l’esercito imperiale. Anche se nelle fila di questo, c’erano pochissimi Romani. La stragrande maggioranza degli uomini sotto di sé, come era stato negli ultimi anni, era di origine barbarica.

Si era dovuto affidare al nobile Gallo Eparchio Avito per ottenere l’appoggio dei Visigoti, compiendo da parte sua uno sforzo diplomatico senza precedenti per garantirsi l’aiuto degli altri domini che con la forza – o con ricatti travestiti da atti di sudditanza – si erano appropriati di territori che appartenevano a Roma.

Franchi, Alani, Burgundi, Sassoni, Bagaudi.

Era solo grazie a loro se adesso poteva tentare quella disperata difesa, ergendosi a ultimo baluardo contro la minaccia di quell’uomo del quale era sempre stato amico.

E del quale aveva scoperto la vera natura.

Gli Unni erano persino riusciti ad aprire una breccia nelle mura di Orléans, e solo l’ingegno militare del loro re e la sua autorità aveva impedito ai quei selvaggi di riversarsi per le strade e massacrare migliaia di innocenti. Era ovvio, tuttavia, che questi si sarebbero rifatti in seguito distruggendo qualsiasi cosa avrebbero incontrato durante la loro inusuale ritirata.

Un confronto decisivo, e in campo aperto, era imminente.

Ma Ezio non aveva idea di come sarebbe andata.

Gli Unni erano cavalieri formidabili, ed arcieri ancor più temibili.

Per la prima volta nella loro storia, erano incredibilmente vicini a ottenere qualsiasi cosa avessero sempre desiderato.

In aggiunta, Attila sembrava essere il più determinato tra loro.

Anche solo respingerli sarebbe stato un risultato straordinario.

Ma poteva davvero fidarsi di chi gli aveva promesso fedeltà?

Il suo esercito era quanto di più lontano da un’armata Romana.

I barbari che avrebbe dovuto coordinare erano del tutto indisciplinati e per tanto tempo erano stato in conflitto tra loro.

Chi gli garantiva che non avrebbero disertato davanti alla prima difficoltà, com’era sempre accaduto in precedenza?

Per secoli Roma si era salvata solo grazie alla loro debolezza mentale. Al primo cenno di sbandamento, anche gli invasori più feroci avevano perso di coesione per poi ritornare nelle foreste dalle quali erano venuti.

Fosse accaduto anche in quel frangente, per lui non ci sarebbe stata alcuna possibilità di salvarsi.

I pochi superstiti sarebbero stati travolti dagli Unni, e Attila avrebbe avuto la strada spianata verso l’Italia.

Il pensiero di vederlo ascendere al trono dei Cesari, lasciandosi dietro una scia interminabile di cadaveri e città sventrate lo fece rabbrividire.

Per cercare di proteggere l’Occidente aveva dovuto supplicare Valentiniano di concedergli pieni poteri. L’augusto, forse davvero ignaro della minaccia di Attila, aveva tentennato a lungo.

Poi le notizie delle devastazioni in Gallia erano giunte anche a lui.

Senza fondi, tuttavia, Ezio si era visto costretto a fare promesse che non avrebbe potuto mantenere. E una volta conclusosi il conflitto, i suoi alleati l’avrebbero realizzato.

Obbligandolo a combatterli senza più l’appoggio di nessuno.

Quale che fosse stato l’esito di quella battaglia decisiva, si sarebbe ritrovato con nuovi problemi da risolvere.

Ma era insensato pensare al futuro, quando questo non era affatto certo. Scendendo da cavallo, osservò le ultime centinaia di Unni sparire dietro il profilo di una collina.

Conoscendo la conformazione dei territori vicini, non dubitava che Attila avrebbe posto il suo accampamento in una piana non molto lontana. Lì l’avrebbe affrontato, dando ai suoi la possibilità di combattere nel contesto a loro più congeniale.

Era costretto ad accettare le sue condizioni.

Sospirò profondamente, mentre un uomo a cavallo gli si avvicinava. Questi, togliendosi l’elmo piumato, si rivelò essere proprio Avito. Doveva a quell’uomo, e a nessun altro, la formazione del suo esercito. Aldilà dei suoi sforzi, senza i Visigoti di Teodorico non avrebbero mai potuto scendere in campo.

Avito si riavviò la chioma mossa e ingrigita.

«Cosa ti preoccupa, nobile patrizio?»

Ezio tacque per un po'. Poi lo guardò intensamente.

Aveva tenuto per sé quanto aveva visto poco prima, ma ora non riusciva più a trattenersi.

«Sai cosa mi fa soffrire più della distruzione attorno a noi, amico mio?» gli chiese. Avito lo guardò stranito.

«Ho visto Attila, anche se per un frangente. Ma non è questo ad avermi abbattuto» continuò. «Accanto a lui era un uomo. Un giovane Romano. Ne sono convinto».

Avito intuì a cosa si riferisse.

«E cosa significherebbe?» chiese ugualmente questi.

L’amaro sorriso che Ezio gli rivolse fu una risposta sufficiente.

«Significa che siamo veramente prossimi alla fine, se chi minaccia di distruggere l’impero ha con sé dei nostri Romani mentre noi cerchiamo di combatterlo con un’accozzaglia di suoi simili. Questo penso».

Avito non obiettò.

In fondo, anche lui pensava la stessa cosa.

VI

Opzioni

Campi Catalauni, 20 Giugno 451 d.C.

Non c’era storia.

Nessun miracolo avrebbe potuto salvare Flavio Ezio e quell’esercito striminzito contro le ondate degli Unni.

Lo sapeva lui, lo sapeva Attila e ora ne era consapevole anche Oreste. Questi affiancò il re mentre prendeva posizione al centro dello schieramento, aprendosi un corridoio tra le migliaia di guerrieri in adorazione. Era quello il momento più alto della storia di quel popolo, il giorno in cui chiunque avrebbe voluto combattere per il proprio onore.

Roma era in ginocchio, troppo orgogliosa per evitare lo scontro ma tragicamente condannata. Sarebbe bastato quell’unico combattimento per cambiare definitivamente il corso degli eventi, spazzando via oltre mille anni di storia.

Oreste capì che Attila ne era pienamente cosciente.

La furia che aveva visto nei suoi occhi per mesi adesso sembrava sotto controllo, sottomessa a una lucidità per niente sua.

Davanti al traguardo, persino lui aveva chiamato a sé il poco raziocinio rimastogli. Difficilmente si sarebbero viste le solite incursioni a testa bassa degli Unni.

Ogni guerriero sarebbe stato prezioso, anche se la loro superiorità numerica era disarmante. Ezio era il miglior generale vivente, e neppure lo stato miserevole in cui si era presentato poteva impedirgli di avere qualche intuizione geniale.

Per la prima volta nella loro storia, gli Unni avrebbero usato la tanto detestata disciplina.

Mentre gli ululati dei barbari riempivano il silenzio che era sceso su quella piana arida, Oreste guardò davanti a sé.

Era già possibile scorgere l’esercito imperiale.

Gli si formò un nodo in gola, nel constatare che non c’era l’ombra di un Romano in quel calderone di razze diverse tenute in piedi solo dalla condivisa paura di Attila.

Ezio aveva già compiuto un’impresa a presentarsi lì senza esser stato tradito e condotto in catene dal re Unno.

Ciò nonostante, la sua opinione non cambiò.

L’impero d’Occidente era spacciato.

Al primo accenno di pressione, gli squadroni barbari che combattevano in suo nome avrebbero ricordato di non rispettare alcuna bandiera. Avrebbero così voltato le spalle, curandosi solo di sé per poi darsi alla fuga.

Lasciando Ezio solo e alla mercé dei suoi carnefici.

Era una scena triste e commovente. Da una parte, erano gli Unni che già festeggiavano. Dall’altra, un Romano alla testa di migliaia di barbari. In silenzio, a chiedersi che sarebbe stato di loro.

Oreste chinò il capo. Si chiese perché fosse lì e non col patrizio.

Ma la sua sofferenza non passò inosservata.

Malgrado il caos generato dai guerrieri, sentì nitidamente gli zoccoli di un cavallo muovere verso di lui.

Alzando lo sguardo trovò davanti a sé Attila, che prima l’aveva lasciato per arringare brevemente i suoi.

Il re lo squadrò con durezza, senza scendere di sella.

«Posso capire come ti senti» disse sbalordendolo. «Sappi che se non vuoi assistere alla fine del tuo mondo, puoi tornare all’accampamento. È il massimo che posso concederti, Flavio Oreste. E non ti serberò rancore, stanne pur certo».

Quel tono minaccioso celava un intento in realtà nobile.

Grazie al rispetto che s’era guadagnato da parte sua, Attila gli concedeva addirittura di non prender parte a quella carneficina annunciata. Oreste gliene fu grato.

Ma adagiando la mano destra sul cuore, lo stupì.

«Sei infinitamente magnanimo, mio re. Ma desidero rimanere. Se tutto dovrà finire, desidero esserci. E godere della vista di quanto è stato finché mi sarà possibile».

Attila non rispose. Annuì, poi si voltò e lo lasciò dov’era.

Che osservasse con estrema attenzione, allora.

VII

Sentimenti contrastanti

Campi Catalauni, 20 Giugno 451 d.C.

Ritirata.

L’aveva sentito davvero.

Oreste sgomitò nella ressa, cercando di guadagnare sufficiente spazio per sé così da allontanarsi il più possibile dal campo.

L’intero esercito Unno era in preda alla confusione, e già era impossibile scorgervi Attila che sino a poco prima aveva chiamato tutti a sé per l’attacco finale.

Nel momento decisivo, in cui l’esercito imperiale era sembrato prossimo al collasso, il re aveva ordinato di prendere possesso di una piccola altura che sorgeva alla loro destra. Grazie a quella avrebbe potuto completare l’accerchiamento iniziato al lato opposto e finalizzare l’assalto in massa al blocco centrale nemico.

Ma proprio quando tutto sembrava deciso, dopo una giornata che aveva portato alla morte migliaia di guerrieri, era accaduto l’impensabile. Senza farsi notare, un gruppo di militari agli ordini di Ezio aveva aggirato quel rilievo impossessandosene per primo.

La sorpresa era stata troppa per gli Unni.

A quel punto, captando il loro scoramento, il patrizio d’Occidente aveva lanciato un grido che aveva echeggiato per tutta la piana e quel drappello si era lanciato giù per il pendio.

Abbattendosi sugli avversari con un impeto indescrivibile.

Lo sbandamento Unno aveva sbalordito persino Attila, al quale non era bastato agitare la sua spada che tutti credevano avesse poteri magici e fosse il simbolo della sua vittoria decisa dagli Dei.

Incapace di controllare i suoi uomini e riportarli all’ordine, questi era rimasto sbigottito nel vederli cadere uno dopo l’altro per mano di quell’ammasso di popoli così diversi tra loro.

In un lasso di tempo irrisorio, l’equilibrio dello scontro era stato completamente stravolto e gli Unni avevano perso sempre più terreno rinunciando completamente a difendersi.

E dire che sino ad allora non c’era stata storia.

Ezio e i suoi non avevano fatto altro che indietreggiare, limitandosi a mantenere le posizioni al costo di morire lì dov’erano.

Adesso, invece, li avevano in pugno.

Ma anche davanti a una possibile sconfitta, Attila si era ripreso.

Conscio che il patrizio non possedeva forze sufficienti ad annientarli, aveva deciso di optare per la soluzione più saggia.

Ritirarsi e preservare quanti più effettivi possibile.

Incredibile per chi sembrava capace di poter porre fine all’Occidente un solo giorno prima.

La foga dell’esercito imperiale era andata crescendo, rendendo impossibile una riorganizzazione delle linee.

E così, l’orda aveva seguito gli ordini del suo signore.

Il gigantesco accampamento Unno, le cui migliaia di tende riempivano l’orizzonte, non era poi così lontano.

Ma la paura lo faceva sembrare distantissimo, quasi irraggiungibile mentre le frecce si abbattevano senza sosta sui guerrieri che cavalcavano offrendo la schiena come bersaglio.

Oreste ne vide cadere a decine, mentre scivolavano via dai cavalli che continuavano la loro corsa isterica scordando la direzione presa. Tutt’intorno, i Romani e i loro alleati gridavano al cielo la loro euforia per quel risultato insperato quanto indecifrabile.

Perché in verità non c’era un vincitore, né un vinto.

Questo gli fu subito chiaro.

Anche se si stavano ritirando in modo confuso e disordinato, gli Unni non potevano dire di aver perso.

Sino a quell’attacco improvviso sul fianco da parte di Ezio, erano stati a un soffio da annientare quell’accozzaglia amorfa.

Da parte sua, Roma poteva sì essere felice di com’era andata ma non poteva proclamarsi vittoriosa.

Troppi uomini erano morti in quello scontro epico, la cui importanza sarebbe stata raccontata nei secoli.

Quando tutto sarebbe finito, la piana avrebbe testimoniato quanto avevano contribuito a realizzare.

Presto migliaia di cadaveri avrebbero ricoperto quel suolo annerito da sangue e viscere, diventando pasti succulenti per uccelli e animali selvatici.

Una bestialità che sarebbe stata impossibile da dimenticare.

In preda ai sudori freddi, Oreste si concentrò sulle tende che andavano ingrandendosi ai suoi occhi. Cercò protezione andandosi a insinuare in un gruppo nutrito di Unni e sperando che nessun Romano si avventurasse fin lì.

Anche se probabilmente l’accampamento sarebbe stato preso d’assedio più tardi. Si pose una domanda, una sola.

Forse il Signore era giunto in soccorso dei suoi figli?

Poteva Ezio, un uomo solo e abbandonato dal suo stesso imperatore, essere indicato come il solo eroe di quella battaglia?

Non avrebbe mai pensato che potesse finire a quel modo.

Sempre che il confronto si potesse dire concluso.

Finalmente, dopo una lunga cavalcata, ritrovò Attila.

Lo vide incedere scortato da decine dei suoi fedelissimi, con l’elmo ancora sul capo e la spada ben salda nella mano destra.

I suoi occhi, però, erano quelli di un uomo confuso che per primo non sapeva capacitarsi dell’accaduto.

Stava cercando di celare la sua delusione per non deprimere i suoi sudditi, ma sarebbe stato difficile. Soprattutto per lui, che più di tutti era stato convinto di poter trionfare.

Oreste si dispiacque, con sua gran sorpresa, per il re.

Ma dentro di sé, gioì.

A prescindere da ciò che era realmente successo, l’impero era salvo. E con esso, quel mondo a cui sentiva di appartenere e che era stato drammaticamente vicino a sparire per sempre.

Chissà quanto ancora avrebbe resistito.

VIII

Amara certezza

Gallia Occidentale, Luglio 451 d.C.

Ezio aveva ancora profondi tagli sul viso a distanza di settimane da quella battaglia che sarebbe diventata leggenda.

Già c’era chi andava raccontando del prode guerriero che, sorretto dalla Fede in Dio, aveva ricacciato indietro le forze del male. Ma lui non era mai stato un grande devoto. Credeva alle cose concrete.

E davanti ai suoi occhi era la realtà delle cose.

La disperazione di centinaia di migliaia di persone davanti alla marcia di Attila aveva reso possibile l’irrealizzabile.

Romani e barbari si erano alleati, mettendo da parte dispute e acredini antiche di secoli per fronteggiare un nemico comune che minacciava egualmente ciascuno di loro. Un evento impossibile da replicare, figlio della diplomazia ma ancor più di uno dei sentimenti più antichi e viscerali che l’uomo conoscesse.

Il terrore.

Adesso Attila era chissà dove, intento a rimettere insieme i pezzi.

Avrebbe avuto bisogno di mesi per capire cosa fosse andato storto, e per restaurare in sé e nel suo popolo la sensazione d’invincibilità che li aveva portati a invadere l’Occidente.

Ma una cosa era certa. Sarebbe tornato, prima o poi.

Non era più il ragazzo che aveva conosciuto, e col quale aveva condiviso quel magico periodo della vita che era l’adolescenza.

Adesso egli era un re, sanguinario e ambizioso.

Aveva deciso di dedicare la sua esistenza a rendere gli Unni il popolo più grande e potente mai esistito. E non si sarebbe di certo accontentato, dopo essere stato così vicino a realizzare la sua utopia.

Il solo pensiero lo fece rabbrividire.

E non tanto perché temesse Attila, del quale comunque stimava le doti di re e comandante.

Al contrario, a renderlo così pessimista era la realizzazione di quanto impotente egli fosse. Mentre radunava i pochi Italici a sua disposizione, continuò a guardare davanti a sé.

Ognuno degli eserciti barbarici che aveva combattuto con lui stava prendendo strade diverse, diretto ai rispettivi domini.

L’armata d’Occidente si disgregava ancora una volta.

Tra non molto, ciascuna delle sue componenti sarebbe tornata alla vita di prima. E a farsi reciprocamente la guerra.

Quel che era peggio, era il fatto che lui avrebbe dovuto mantenere tutte le promesse fatte pur di averli dalla sua parte.

Concedendo loro denaro e terre che non possedeva.

Nessuno dei ricchi possidenti d’Italia avrebbe mai accettato di dividere i propri latifondi con dei vili barbari, anche se questi li avevano salvati dalla fine di ogni cosa.

Per di più, l’erario imperiale era vuoto.

Non c’erano fondi per aiutare le migliaia di indigenti che vagavano nella capitale: figurarsi se sarebbe stato possibile remunerare gli alleati per il loro preziosissimo contributo.

Dopo aver perso gran parte delle sue province più prospere, l’Occidente si era ritrovato orfano di qualsiasi ricchezza.

Questo aveva contribuito a ridurre in povertà un numero inusitato di civili. In molti si erano rivolti alla Chiesa, che da quel momento aveva visto nella cura dei miseri la possibilità di accrescere il proprio potere e diventare una forza politica a tutti gli effetti.

Per molti, il Papa era un’autorità ben più credibile di Valentiniano. Ed Ezio non dava a costoro tutti i torti.

L’augusto aveva avuto un ruolo marginale in quella vicenda, se non addirittura nullo.

Il peso di quell’impresa era ricaduto interamente su di lui.

E se non fosse stato per il rispetto che s’era guadagnato tra i barbari, difficilmente questi avrebbero creduto alle sue bugie.

C’era anche da considerare un altro fattore.

Il re degli alleati Visigoti, Teodorico, era morto in battaglia.

Era stata necessaria tutta la diplomazia di Avito per evitare che questi andassero a cercare vendetta nell’accampamento Unno.

Adesso il trono sarebbe spettato al giovane figlio Torismondo.

Ma Ezio sapeva bene come la successione in ogni dominio barbarico potesse rivelarsi imprevedibile. Spesso, l’erede designato veniva ucciso a tradimento favorendo l’ascesa di un cospiratore. In quel caso, Roma avrebbe potuto perdere l’ennesimo amico e trovarsi di fronte un nuovo antagonista.

Ecco perché ogni qual volta veniva definito vincitore, accoglieva quel titolo con un sorriso disilluso.

Non era così.

Non poteva dire di aver vinto, se a causa sua erano morte migliaia di valorosi. E non poteva essere felice di quel risultato pur straordinario, sapendo cosa sarebbe venuto dopo.

Sconfitto – temporaneamente – un nemico, avrebbe dovuto subito capire come calmare gli alleati quando questi avrebbero scoperto di non poter essere premiati.

Si profilava un futuro immediato costellato di nuovi scontri.

E lui non aveva che qualche migliaio di veterani per evitarlo.

Aveva la sensazione che l’Occidente, anche se in festa, avesse a malapena guadagnato qualche mese di vita in più.

Poche boccate d’aria fresca, prima di sentire nuovamente i polsi tremare.

Non avrebbe trovato l’appoggio di nessuno.

Valentiniano si era affidato a lui, ma in fondo era geloso della sua reputazione. Il Papa detestava il fatto che egli non l’avesse mai riconosciuto come un suo pari, mostrandosi in aggiunta poco avvezzo alle opere pie.

Come se aver salvato l’impero decine di volte non lo fosse.

Decise di abbandonare quella vista così desolante.

Ma non riuscì a illudersi che tutto sarebbe andato per il meglio.

Perché Attila, un giorno, sarebbe tornato.

E allora ripetere il miracolo dei Campi Catalauni sarebbe stato impossibile.

IX

La preda

Pannonia Orientale, Ottobre 451 d.C.

L’aveva mandato a chiamare, ma non parlava.

Attila rimase chino su sé stesso, a giocare con quell’anello che era stato la causa di tutto. Malgrado l’esito della battaglia l’aveva conservato gelosamente. Confidava ancora di potersi appellare alla richiesta di Onoria per far suo l’Occidente.

Eppure non ne faceva parola, al pari di tutti gli Unni.

Per loro, era come se lo scontro con Ezio non fosse mai avvenuto.

Tutti erano ritornati alla solita vita, quasi felici che fosse andata a quel modo. Ma Oreste sapeva che non poteva essere così.

Il re non poteva dirsi soddisfatto.

Si risolse allora a iniziare la conversazione.

«Sono a tua disposizione, re. Come sempre» mormorò.

Attila espirò sonoramente dalle narici, annuendo.

«Lo so, Flavio Oreste» rispose con voce roca. «Lo sei sempre stato, e te ne sono grato. Il fatto di essere rimasto con noi durante la battaglia ti fa molto onore».

«Le tue parole mi onorano».

Ma Attila tacque di nuovo. Si concentrò ancora sull’anello, rimirandolo come non l’avesse mai visto prima.

Che fosse diventata un’ossessione per lui?

Improvvisamente, però, egli lo mise da parte. Passò a guardarsi le grandi mani con le vene in superficie.

Poi puntò gli occhi su di Oreste.

Come tante altre volte, gli fu impossibile capire a cosa stesse pensando. Voleva dargli un incarico?

O forse si sarebbe liberato di lui per sempre?

Con il terribile re Unno, non si poteva mai sapere.

«Tu pensi che siamo stati sconfitti, Oreste?»

Quella domanda a bruciapelo lo fece gelare.

Capì subito che la sua vita sarebbe potuta continuare o interrompersi lì a seconda di cos’avrebbe detto.

Ma non ebbe esitazioni. Fu l’istinto a parlare per lui.

«No» rispose convinto. «Credo si sia trattato di una circostanza irripetibile, e dovuta solo al genio di Flavio Ezio. Sai meglio di me, re, come l’esercito d’Occidente sia in realtà una menzogna. Nessuno di quei popoli è realmente fedele a Roma».

Attila accolse quella spiegazione storcendo il muso, e annuendo pensieroso. Poi si guardò attorno con fare incuriosito.

«Esattamente ciò che pensavo. Confermi ogni giorno di più come abbia fatto bene a tenerti con me».

Oreste tirò un enorme sospiro di sollievo.

Forse la sua fine non era ancora giunta.

«Ezio è…davvero straordinario» continuò l’Unno.

Quell’ammissione nei confronti dell’amico e rivale fu sorprendente quanto condivisibile. «Ha fatto la sola cosa possibile per lui, e con un tempismo encomiabile. Un attimo di ritardo, e non staremmo più a parlare dell’impero».

Ancora rigido, Oreste si limitò ad annuire.

«Cosa farai, ora?»

Si morse immediatamente la lingua.

Perché gliel’aveva chiesto? Come aveva osato?

Immaginò subito una reazione irosa di Attila, e l’accusa di voler interferire nei suoi affari. Per un istante, vide la sua testa rotolare al suolo a causa di quell’imperdonabile insolenza.

Ma Attila rise.

«Bella domanda!» esclamò battendo le mani. «Vuoi davvero saperlo?»

Senza più alternative, Oreste fece un cenno del capo.

Sì, voleva saperlo. Se proprio doveva morire, che almeno scoprisse cosa sarebbe stato dell’Occidente.

«Se ascoltassi i miei sentimenti, farei questo: cercherei di portare Ezio dalla mia parte con qualsiasi mezzo. Ma lo conosco fin troppo bene. Egli è leale a Roma, anche se questa non è che l’ombra di ciò che crede sia. Con lui al mio fianco, saremmo invincibili. Ma anche ora, non esiste nessuno capace di fermarci davvero. Quindi userò la logica. Darò il giusto riposo ai miei guerrieri e permetterò che i caduti vengano pianti com’è legittimo che sia. Poi, torneremo all’attacco».

Il ghigno che il re gli rivolse fece capire ad Oreste che faceva sul serio. Attila aveva capito come quella battaglia fosse stata condizionata da una casualità, e intendeva riprovarci.

Sapeva anche che l’armata d’Occidente non si sarebbe più potuta riformare. Ezio avrebbe dovuto contare sui pochissimi uomini rimastigli. L’impero, a questo punto, si stava offrendo a lui.

E rifiutarlo sarebbe stato folle.

«Questa volta, però, muoverò solo con chi potrà combattere. Avrò dunque bisogno di qualcuno che mantenga l’ordine al campo. E questa persona sarai tu, Oreste».

«Io?» disse lui puntando l’indice su di sé. «Mi onori, re. Ma se posso permettermi…perché? Ti ho forse deluso? Non son degno di cavalcare al tuo fianco?»

«Affatto. Sai bene quanto ti apprezzi. Ma ora dovrò concentrarmi sulla conquista di Roma. Non posso permettermi di prendermi cura di migliaia di persone che non possono essere utili alla causa. So che capirai».

A Oreste però non sfuggirono alcune parole.

La conquista di Roma.

E Attila capì dalla sua espressione che desiderava sapere.

Giungendo le mani, rise in modo sinistro.

«Proprio così, mio giovane amico. Questa volta, non perderò tempo in Gallia. La preda è indifesa, ormai. E io punterò dritto al suo cuore. Scenderò direttamente in Italia. Così tu, rimanendo qua, potrai evitare di dolertene troppo. Consideralo un favore».

X

L'ultimo difensore di Roma

Ravenna, Agosto 452 d.C.

I carri sfilarono lentamente fuori dalle mura di Ravenna, chiaramente diretti verso il Meridione. Una fuga in piena regola che confermava la viltà di Valentiniano nei momenti critici.

Oltre che le previsioni di Ezio.

Il patrizio si era rintanato di proposito in una delle pinete circostanti la città, dopo aver abbandonato il palazzo imperiale.

Il confronto con l’augusto che aveva richiesto e ottenuto si era rivelato un fallimento totale.

Non era passato molto tempo, prima che Attila decidesse di tentare nuovamente l’assalto all’impero d’Occidente. Questa volta, però, l’Unno si era risparmiato un’inutile traversata della Gallia.

Riunendo tutti i guerrieri sopravvissuti dopo la loro ultima sfida, era sceso direttamente in Italia.

Ezio aveva sempre seguito l’andamento delle cose a debita distanza, per capire quanto il vecchio amico fosse determinato ma soprattutto per l’impossibilità di intervenire. Aveva solo poche migliaia di veterani con sé, stanchi e legati più a lui che alle insegne imperiali.

Affidarsi nuovamente ai popoli barbarici federati sarebbe stato impossibile: questi gli avevano già fatto capire che se non avesse mantenuto le promesse fatte, avrebbero seguito l’esempio di Attila. Anche di questo aveva discusso con Valentiniano.

Occorrevano fondi e terre per potersi garantire protezione.

Altrimenti avrebbero dovuto concedere l’Italia agli Unni senza neanche orchestrare una difesa.

La risposta dell’augusto era stata un vergognoso silenzio.

Allargando le braccia, quell’imbelle gli aveva addirittura detto che erano nelle mani di Dio, a quel punto.

Combattere non sarebbe servito.

La visione pessimistica che ammorbava l’Occidente, secondo la quale la fine di ogni cosa era vicina stava venendo usata come scusa dall’imperatore per conservare i suoi privilegi.

Lui, così come ogni altro cittadino abbiente, si sarebbe rinchiuso nella sua villa fortificata e ben sorvegliata dal proprio esercito personale. Al popolo sarebbe invece spettata ben altra sorte.

Il suolo Italico sarebbe stato impregnato del loro sangue, in nome di una disparità sociale che era il vero male dell’Occidente.

Unità e qualsiasi ideale di società erano venuti meno.

Ognuno pensava per sé.

E fuggendo a Roma, Valentiniano ne stava dando prova.

Attila era riemerso dalle tenebre come una furia, senza il minimo preavviso. Così com’era successo in Gallia, una sequela di città erano già capitolate al suo passaggio.

Trieste, Aquileia, Padova.

A quanto sapeva, l’Unno era riuscito a prendere anche Milano.

Addirittura si era insediato nel palazzo reale, macchiandosi di un affronto senza precedenti.

Aveva infatti stravolto le fattezze di un bel dipinto che ritraeva i Cesari trionfanti sul nemico. Adesso, questo raffigurava lui assiso sul trono mentre i potenti di Roma versavano borse colme d’oro ai suoi piedi.

E probabilmente sarebbe successo davvero.

Ezio aveva avuto notizie di un potentissimo esercito formato dall’augusto d’Oriente, Marciano. Quest’armata si sarebbe dovuta stanziare nei pressi del Danubio, bloccando qualsiasi via di fuga agli Unni. Ma questo presumeva una pressione applicata anche dall’Occidente.

Cosa irrealizzabile, senza più uomini da impiegare.

Questa volta sembrava davvero finita.

Il patrizio pensò che in fin dei conti, quella strenua resistenza era durata anche più del previsto. C’era solo da sperare che l’ira degli Unni finisse per danneggiarli. Con un seguito così ampio, Attila avrebbe avuto grossi problemi a foraggiare tutti i suoi effettivi se avesse permesso loro di indugiare ancora in roghi e devastazioni.

C’era anche un’altra speranza, a dire il vero.

Ma per Ezio era impossibile credervi.

Valentiniano, appurato il suo sconcerto per le parole vuote con le quali si era giustificato, gli aveva preannunciato la formazione di un’ambasceria che avrebbe dovuto convincere Attila a desistere dai suoi intenti.

A capo di questa, assieme a nobili e Senatori, sarebbe stato l’unico uomo capace di ricordare al barbaro la sacralità di Roma.

E le pene indicibili che avrebbe patito se l’avesse violata.

Nientemeno che Papa Leone I.

Questi sarebbe dovuto essere il salvatore dell’impero.

Non lui, l’eroe di mille battaglie.

Ripensandoci, Ezio scosse il capo per poi ritirarsi tra gli alberi.

Forse il mondo stava davvero giungendo alla fine.

XI

Il potere della Croce

Pannonia Orientale, Ottobre 452 d.C.

Non importava quanto le vie di comunicazione imperiali fossero in mal arnese: quando una notizia era clamorosa, sembrava capace di viaggiare sospinta dal vento. E Oreste non riusciva veramente a credere a quanto aveva sentito.

Uscì dalla sua tenda con la testa tra le mani, vagabondando per l’accampamento esterrefatto. Al contrario, gli Unni festeggiavano.

Erano prevalentemente donne e bambini, felici di poter riabbracciare i rispettivi mariti e padri.

Poco potevano capire di cosa significasse per loro quello straordinario evento.

Attila si ritirava. Di nuovo.

Ma questa volta, il ripensamento del re aveva dell’incredibile.

Nessuno era stato capace di opporsi alla sua discesa: non un solo drappello Romano aveva ostacolato i suoi guerrieri.

Flavio Ezio sembrava essersi volatilizzato, forse fuggito in cerca di riparo dopo aver appurato di non poter più far niente.

E così, mentre le città di mezza Italia si inginocchiavano all’invincibile invasore, a Roma si era ricorsi all’ultima speranza.

L’intervento divino.

Un’ambasciata priva di militari aveva chiesto di essere accolta dal re, ricevendo il suo assenso. Era stato quindi organizzato un incontro, in un’amena località di campagna nei pressi del fiume Po.

Attila era arrivato all’incontro pensieroso e preoccupato.

Per settimane, aveva assistito impotente all’ammalarsi di centinaia dei suoi uomini. Febbri inarrestabili e dissenteria ne avevano stroncato parecchi, facendogli temere di aver chiesto loro troppo con quella traversata senza pause.

Al contempo, aveva scoperto un’Italia diversa da come la ricordava. Con un’economia al collasso, questa si reggeva principalmente sulle donazioni della Chiesa. Chi prima lavorava le terre si era diretto verso Roma, dove il Papa provvedeva giornalmente a sfamare migliaia di miserabili.

Gli Unni si erano quindi ritrovati senza fattorie e colture da razziare, costretti a vivere d’espedienti e ad abbeverarsi in corsi d’acqua e stagni che probabilmente avevano causato loro quei malanni.

Per questo, secondo Oreste, si era fatto impressionare dalle parole del Papa. Già si narrava come questi avesse fatto prostrare l’Unno imponendo la Croce mentre gli angeli volavano attorno a lui.

Inverosimile, oltre che segno di una propaganda ecclesiastica figlia delle ambizioni di potere del Santo Padre.

Con tutta probabilità Leone, che pure era noto per essere un uomo tenace e senza paura, aveva fatto leva sul suo lato superstizioso.

Si diceva anche che gli avesse ricordato che Roma era protetta dal Signore, oltre ad accennare alla triste fine di Alarico.

Questi aveva violato e umiliato Roma oltre quarant’anni prima, permettendo ai suoi Visigoti di spogliarla di ogni ricchezza.

La capitale, da allora, non si era più ripresa.

Ma Alarico non aveva potuto festeggiare quel suo successo: era morto in circostanze misteriose poco tempo dopo, stroncato da un male sconosciuto.

Forse, temendo che quel morbo si stesse già diffondendo tra i suoi come un monito, Attila aveva dato a quelle parole più peso di quanto non ne avessero. In aggiunta, la notizia dell’esercito formato da Marciano non doveva averlo certo rallegrato.

Per questo aveva deciso di ritirarsi silenziosamente, lasciando sbalorditi tutti quanti.

Per Oreste, la versione più credibile era quella che poteva avere

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