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I migranti siamo noi

I migranti siamo noi

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I migranti siamo noi

Lunghezza:
165 pagine
2 ore
Pubblicato:
21 ott 2020
ISBN:
9788869632501
Formato:
Libro

Descrizione

L’Unione europea si compone di 29 stati. Alcuni sono al nord, altri a sud, altri all’est ed altri all’ovest. Nessuno è uguale ad un altro, ma alcuni si somigliano. Ci sono differenze sostanziali tra nord e sud, tra est ed ovest, che incidono in negativo sul tenore di vita delle popolazioni. Con la nascita dell’Unione Europea (CEE) nel lontano 1957, molte di queste differenze sono state appianate. Di questo ne ha beneficiato anche il nostro Paese ottenendo la possibilità di inviare nei Paesi del centro e del nord Europa migliaia di treni carichi di uomini in cerca di lavoro, lavoro che la patria non era in grado di dar loro. Meta principale di questi migranti è la Germania. Questo Paese, inutile girarci intorno, ha accolto centinaia di migliaia di nostri connazionali, come pure di altri migranti provenienti da diversi Paesi europei ed extra europei. Ma qual ragione la Germania, come pure altri Paesi del nord Europa, possono assorbire, oltre alla propria, anche tanta manodopera straniera? Questo libro cerca di spiegare il perché e cerca altresì di spiegare in che modo l’Italia potrebbe risolvere, o quanto meno attenuare, il problema della sua galoppante disoccupazione.
Pubblicato:
21 ott 2020
ISBN:
9788869632501
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

I migranti siamo noi - Raimondo Carlin

Raimondo Carlin

MIGRANTI SIAMO NOI

Elison Publishing

© 2020 Elison Publishing

elisonpublishing@hotmail.com

ISBN 9788869632501

Manca il lavoro, non la voglia di lavorare.

Come creare nuovi posti di lavoro.

Saggio

Il saggio è un’opera di prosa dal tono disinvolto, semplice e famigliare, dove l’autore esprime le proprie opinioni, conoscenze e inventive, le proprie aspirazioni.

Un grande, infinito ringraziamento a quanti hanno operato, operano e opereranno per la salute dei cittadini nella lotta contro il corona-virus!

Questo saggio è una raccolta di appunti e di riflessioni politiche e sociali sull’ultimo decennio d’Italia, frutto del mio decennale soggiorno lavorativo al nord Europa negli anni’60, nonché dai miei tanti viaggi di lavoro in giro per l’Europa, compiuti dopo il mio ritorno in patria. Giornali e TV parlano tanto di politica, di divi, di calciatori e similari, quasi mai di posti di lavoro. Cerco di parlarne largamente in questo libro.

Servono posti di lavoro? Sì, infinitamente! Allora creiamoli! Sono del parere che lungo queste pagine vi sia il materiale necessario per capire il modo e la procedura!

Frecciatine e molto altro

I migranti siamo noi? Manca il lavoro o la voglia di lavorare? Si può contraddire questa affermazione? Sfido chiunque a farlo! Siamo all’ottavo posto nel mondo per emigrazione. Solo all’interno di Schengen siamo tra i 289.000 e i 347.000 in più ogni anno, il triplo delle cancellazioni nelle anagrafi comunali. E le nascite calano.

Questi numeri comproverebbero che non sarebbe la voglia di lavorare che ci manca, bensì la possibilità di trovare un lavoro qualsivoglia. E allora… si possono creare dei posti di lavoro?

Certo che si può! Ecco un esempio: notate come nel Bel Paese abbondino gli edifici che necessiterebbero di un piccolo o di un grande restauro, le strade di un’asfaltatura, i corsi d’acqua d’un’accurata pulizia dei letti, le zebre pedonali di un sollecito rinfresco? E altresì si potrebbe notare come un’infinità di altre cose che creerebbero lavoro e sicurezza, bellezza e armonia all’ambiente e un habitat più pulito e più sano potrebbero essere migliorate. E in un ambiente rinnovato e ripulito anche la malavita faticherebbe di più a metter piede.

Giovani e meno giovani disoccupati, non avete nulla per sbarcare il lunario? Eccovi un consiglio: munitevi di una certa dose di faccia tosta e suonate alla porta delle abitazioni ove il bisogno di un piccolo o grande restauro sia evidente e proponete con garbo al proprietario dell’immobile di bonificare quanto di fatiscente appaia alla vostra vista! E suonate anche alla porta dei sindaci per le vie scassate, le piazze imbrattate, i marciapiedi con le erbacce e per ogni cosa che vi sembri aver bisogno di una urgente manutenzione e proponetevi per gli interventi: e non scoraggiatevi al primo rifiuto!

Naturalmente non a tutti difetta la voglia di lavorare, ci mancherebbe, nondimeno sembra che difetti guardando l’aspetto esteriore di molti fabbricati del nostro Paese. Si parla spesso, specie in questi ultimi tempi, di Germania e Olanda, e in genere del nord Europa. Ma prendiamo a caso un paesino di lassù e confrontiamolo con uno del nostro Paese. Quel paesino lassù avrà le strade asfaltate, pulite e ben manutenute, le piazze piastrellate e non si vedrà una cartaccia per terra, le case saranno moderne, ben tenute e non si vedrà una crepa sulle facciate.

Tutto ciò comporta una continua richiesta di manovalanza e di prodotti, quindi di costante occupazione, di conseguenza di costante produzione di materiali e attrezzature indispensabili all’uopo. La voglia di lavorare non manca a chi decide di emigrare, perché sa che là ove approderà, dovrà pur lavorare se vorrà campare e se vorrà inviare un po’ di soldi a chi ha lasciato a casa.

Che difetta potrebbe essere la capacità di distinguere il bello dal brutto, ossia il lavoro ben fatto dal mal fatto. Ciò vuol dire che colui che l’ha eseguito non ha frequentato la debita scuola professionale e gli manca la capacità di distinguere il bello dal brutto. Viene così a mancare la domanda dei materiali essenziali alle bisogna, di conseguenza la relativa richiesta all’industria e da qui i posti di lavoro che essa produrrebbe.

Per questo centinaia di migliaia di italiani sono costretti a emigrare nei Paesi del nord Europa e a rimpatriare all’età della pensione e per questo quei Paesi sono in grado di offrire posti di lavoro ai nostri connazionali, ciò che non riusciamo a fare noi.

Sono i Paesi cosiddetti frugali, l’Olanda, la Danimarca, la Svezia, l’Austria, la Finlandia e le repubbliche baltiche che ce l’hanno con noi. "Frugal" in inglese vuol dire stile di vita parsimonioso, economico, attento alle spese. Ma perché i Paesi frugali ce l’hanno con noi? Perché loro conoscono meglio noi di quanto noi conosciamo loro?

Si fa tanto parlare, spesso a sproposito, dei migranti che arrivano dall’Africa, dall’Asia, dal Sudamerica, ecc., ma a quanto pare a nessuno preme parlare dei nostri propri, i quali superano di gran lunga quelli che arrivano da noi. Sarà perché i nostri inviano annualmente in Patria circa 5 miliardi di euro senza nemmeno infestare il natio suolo?

Ma siamo un popolo pieno di potenzialità, di creatività e di fantasia e con un po’ di collaborazione fra governo e cittadini possiamo riuscire a migliorare la nostra situazione economica e lavorativa… basta volerlo seriamente!

Da oltre vent’anni vivo in una minuscola e solitaria valle alpina dove è più facile imbattersi in un camoscio o in un capriolo che in un essere umano e forse è proprio questo il motivo per cui vedo le cose nella maniera pepata, ma rispettosa, con cui le espongo. In fondo… siamo o non siamo in democrazia?

Quanti bastoni tra le ruote!

Mercato interno. Il mercato interno è un malato grave, cronico e apparentemente inguaribile. Colpa della super mole di pubblicità che carichiamo sui prezzi dei prodotti, miliardi che foraggiano le emittenti radio-televisive pubbliche e private, che lo rendono conseguentemente debole e sofferente, mentre l’esportazione, non gravata dalla pubblicità, tira abbastanza bene.

Governo. Uno dei mali che affliggono il nostro Paese è la debolezza e l’instabilità dei governi che, aggiunta alla modestia dei suoi poteri e alla farraginosa complessità dei suoi ingranaggi, risulta essere una delle cause principali della nostra debole crescita e dell’enorme debito pubblico accumulato negli ultimi trent’anni. L’instabilità innesta diffidenza negli investitori, lo spread sale e salgono gli interessi. Possibile che non si riesca una volta tanto a metter su una buona legge elettorale che assicuri la durata lungo tutto il cammino del mandato?

Debito pubblico. Il debito pubblico italiano ha l’onore dei primi posti nelle graduatorie mondiali: a gennaio 2016 eravamo a 2.300 miliardi, il 132,6% del PIL, a fine 2017 a 2.441 (Italia oggi), pari al 133% circa del PIL, a inizio 2018 sfioriamo i 2.300 miliardi, il 131% del PIL, 2.410 a fine 2019, 134 del PIL (Soldionline) e nel 2020 rischia di arrivare a 2.500 mld. Di euro (PF finanza). E pur essendo allarme rosso non rientra nel dibattito politico e insistiamo a chiedere flessibilità all’EU, ossia l’autorizzazione di attingere al debito. La Germania è al 78,4%, la Spagna al 93,9%, la Francia al 93,5%. Il debito ci costa più di 80 miliardi di euro all’anno. A rigor di logica ogni cittadino italiano dovrebbe conoscere il motivo per cui siamo arrivati a tanto, in ragion del fatto che ogni elettore ha la facoltà di eleggere i propri rappresentanti.

Produttività. Per produttività del lavoro si intende il rapporto tra il fatturato generato e la quantità di lavoro impiegato nel processo produttivo. L’indice della nostra produttività è inferiore a quella di molti nostri concorrenti e a questi livelli il nostro futuro è a rischio. Bassa produttività vuol dire bassa crescita. Visti i trend attuali, il nostro Paese sarà destinato a uscire dal club dei grandi, se non dall’euro, con tutte le disastrose conseguenze facili da immaginare.

Meritocrazia. Significa: "Concezione della società in base alla quale le responsabilità direttive, e specialmente le cariche pubbliche, dovrebbero essere affidate ai più meritevoli, ossia a coloro che mostrano di possedere in maggior misura impegno, intelligenza e capacità naturali." Questa parola è stata in parte bandita dal nostro vocabolario. Lo conferma il fatto che gli italiani che si recano all’estero per lavoro trovano lì dei fertili terreni, ove fanno nascere dei frutti che non avrebbero ottenuto in patria. Costoro non fuggono dalla guerra, ma dall’incapacità di crear lavoro e dalla scarsa meritocrazia in casa propria. Laddove questa viene praticata l’italiano fiorisce. Siamo un Paese rissoso, incapace di pensare in grande e in modo universale. L’odio per le riforme, la sfiducia nei giovani, la difesa delle posizioni di rendita, la corruzione soffocano le aspirazioni di giovani e anziani.

Evasione fiscale. L’evasione fiscale ammonta a circa 270 miliardi di euro all’anno, pari al 18% del PIL, un PIL sommerso di 540 miliardi, cui si potrebbero aggiungere altri 200 miliardi derivanti dall’economia criminale: siamo maglia nera in Europa (Qui Finanza). È un mare di quattrini nel quale stiamo affogando, danaro che potrebbe risolvere i nostri problemi. Anche in questa specialità siamo ai vertici mondiali. Da noi è fin troppo facile (e normale) evadere le tasse. In America l’evasore fiscale va in galera. E in galera ci si va anche in molti Paesi dell’UE. Da noi pare quasi che più si riesca ad evadere e più ammirati e imitati si risulti. Ciò deriva dallo scarso rispetto delle regole, un malanno che inabissa l’economia, ma è pure la carenza di disciplina e rigore che rende possibile questa situazione.

Pubblicità. Da molti decenni la pubblicità ha preso il posto della ricerca. Le nostre aziende investono più in pubblicità che in tecnologia e la mole di réclame che utilizzano per promuovere i prodotti non ha eguali nel mondo occidentale. Questi costi gravano sui prezzi dei prodotti che consumatori e contribuenti pagano, penalizzando il potere d’acquisto, ovvero il 75% circa del PIL, impedendoci di stare al passo con l’Europa. Sulle TV nordeuropee si passano giornate, serate, nottate senza incorrere nella dispotica e parassitica pubblicità ed è vergognoso che pure alla vigilia di Natale, a Natale, S. Silvestro, Capodanno e Pasqua le nostre TV, sia pubbliche che commerciali, insistiamo a imbottire come crassi panini le trasmissioni con grossolani e rozzi spot reclamistici. Le istituzioni dovrebbero porvi un limite di razionalità e ragionevolezza.

Criminalità organizzata. Non sono un esperto di organizzazioni criminali, ma chi non sa che si chiamano Mafia, Ndrangheta, Camorra, Sacra corona unita, Mafia Capitale? Alcune di esse si sono ramificate su gran parte del territorio nazionale e internazionale. Queste associazioni a delinquere fatturano circa 150 miliardi di euro all’anno, stima della Banca d’Italia e rappresentano un macigno per la nostra economia. Il loro volume d’affari è generato dal traffico di droga, di esseri umani, di armi, dallo smaltimento dei rifiuti, dalla prostituzione, dalle estorsioni.

Corruzione. Se l’Italia avesse lo stesso grado di corruzione della Germania e di altri Paesi europei, il reddito annuo pro capite salirebbe di quasi 10.000 euro (Il Sole 24 ore). Bustarelle, ruberie, spreco di danaro pubblico, assenteismo di dipendenti e dirigenti statali, sono normalità. L’Italia si piazza al 61° posto nella classifica mondiale dei Paesi virtuosi. Secondo la Corte dei Conti questo fenomeno comporta un sovrapprezzo di 100 miliardi l’anno. Secondo la CGIL, provoca la perdita di 123.000 posti di lavoro, specie nel meridione e ci costa 330 miliardi all’anno. E i costi non sono solo in danaro. Per pagare le bustarelle, colui che le paga deve tagliare sulla qualità di manufatti e prodotti che risulteranno di scadente qualità, tanto che ogni acquazzone lascia dietro di sé devastanti tracce.

Formazione. L’istruzione scolastica di base, professionale e universitaria è un’altra causa dei contesti critici e farraginosi che imperano nel mare delle nostre magagne. Questo ramo strategico per la formazione dei giovani non è al passo con i tempi e viene esercitato in luoghi inadeguati e con insegnanti non sempre all’altezza. L’alternanza scuola-lavoro è indispensabile per la formazione professionale.

Tassazione. Anche la nostra pressione fiscale è da primato mondiale ed è la causa principale della fuga dal Paese di cittadini e aziende, gli uni costretti a cercar lavoro altrove, le altre oberate dalle tasse, costrette a cercar sbocco in nazioni con tasse più leggere. Si aggiunga la fuga di investitori e capitali, la fuga all’estero di migliaia di pensionati con le relative pensioni e il quadro si fa più che complicato.

Rigore e disciplina. La carenza di rigore, vitale per il funzionamento di una democrazia moderna e della sua economia, cosa che noi contestiamo ai Paesi nordici ma che in realtà li fa esser quel che sono, fa sì che le regole più elementari dell’amministrazione statale vengano calpestate a beneficio di terzi.

Televisioni. L’insieme delle nostre TV pubbliche e commerciali (sono centinaia!) è dispendioso, sontuoso e fuori da ogni logica di economia e di utilità del cittadino. Se seguiamo le TV degli altri Paesi europei ci parrà che le nostre TV non sappiano ove buttare i soldi, ma che sappiano fin troppo bene dove raccoglierli. Contribuenti e consumatori son chiamati a foraggiarle, i primi con le tasse, i secondi con la pubblicità sui prodotti che acquistano. Le nostre TV sono delle autentiche voragini mangiasoldi, una zavorra al potere d’acquisto di stipendi e pensioni, un freno per il mercato interno e l’obbligo dei cittadini a sostenerle è una rapina ai loro danni. Pubblicità e contributi statali a favore di queste TV (per la RAI c’è anche il canone) sanno di mero strozzinaggio, mentre i contenuti, rapportati a quelli medi europei, sono di infima, spesso squallida, qualità.

Spesa pubblica. L’uso e l’abuso di soldi pubblici rimane incontrollato fino a data da stabilire. La revisione della spesa pubblica, la cosiddetta spending review, viene

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