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Professione viaggiatore Vol.2
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E-book335 pagine4 ore

Professione viaggiatore Vol.2

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Info su questo ebook

Uno zaino, un paio di scarpe comode e un biglietto. Che tipo di biglietto? Treno, aereo, nave, non importa.
Basta partire, viaggiare, scoprire nuovi posti o ritrovare vecchi amori, antichi luoghi sospesi fra il ricordo e il presente.
Un percorso che può essere tanto fisico quanto onirico, un’avventura intima per trovare la propria isola interiore o un lungo cammino fra strade accidentate, impervie salite e meravigliose vette incontaminate. Fra le pagine profumate di sorpresa e aspettativa si trovano mondi incantati lussureggianti o disadorni, esotici o quotidiani, ma narrati con il cuore di chi ha fatto dell’esplorazione il proprio credo.
LinguaItaliano
Data di uscita20 lug 2020
ISBN9791220203982
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    Professione viaggiatore Vol.2 - AA.VV.

    AA.VV.

    Professione viaggiatore Vol.2

    A cura di Nadia Finotto e Linda Lercari

    Professione viaggiatore Vol.2

    AA.VV.

    © Idrovolante Edizioni
    All rights reserved
    Director: Roberto Alfatti Appetiti
    Editor-in-chief: Daniele Dell’Orco
    1A edizione – luglio 2020
    www.idrovolanteedizioni.it
    idrovolante.edizioni@gmail.com

    prefazione

    Uno zaino, un paio di scarpe comode e un biglietto. Che tipo di biglietto? Treno, aereo, nave, non importa. Basta partire, viaggiare, scoprire nuovi posti o ritrovare vecchi amori, antichi luoghi sospesi fra il ricordo e il presente. Un percorso che può essere fisico quanto onirico, un’avventura intima per trovare la propria isola interiore o un lungo cammino fra strade accidentate, impervie salite e meravigliose vette incontaminate. Fra le pagine profumate di sorpresa e aspettativa si trovano mondi incantati lussureggianti o disadorni, esotici o quotidiani, ma narrati con il cuore di chi ha fatto dell’esplorazione il proprio credo.

    Un’antologia che è uno scrigno ricco di piccoli e grandi tesori, dove ogni racconto è una tappa nuova e inaspettata. Mille personaggi bizzarri e mille situazioni fra la fantasia e l’esperienza vissuta, fra ciò che si è provato e ciò che si vorrebbe vivere perchè l’essere umano è esploratore per natura, è creatura curiosa e vigile. Sensazioni che ben conosco, figlia di un maresciallo della Marina Militare e di una Lercari di Genova ho sempre vissuto con la valigia al fianco. Ringrazio la Idrovolante Edizioni per avermi fatto conscere tanti nuovi compagni di viaggio coi quali condividere il grande sogno senza meta, perché importante è il percorso, non la destinazione. Nello stesso vagone abbiamo piacevolmente viaggiato io e Nadia che, come me, ama scrivere e visitare posti nuovi.

    Ci siamo divertite, commosse, stupite, ogni racconto era un luogo nuovo ed esaltante. Invito i lettori a salire con entusiasmo su questo treno che li porterà verso nuove frontiere perché quella del viaggiatore è di sicuro una meravigliosa professione.

    Linda Lercari

    punta cana, natale 2017

    di Simona Grillo

    Dopo un anno difficile attendiamo questo viaggio come un sorso d’acqua fresca nelle nostre gole inaridite. Visiteremo la perla di Hispaniola, alla scoperta di quest’America colorata e festosa che tanto ci incanta. Natale a Punta Cana... sembra il titolo di un film. Il viaggio da Miami è comodo e breve. Atterriamo in un piccolo aereoporto gremito di turisti. La dogana è semplice: 10 dollari a testa, un rapido scanner dei passaporti e un bel timbro rosso messo a casaccio.

    Recuperati i bagagli, è la musica a darci il benvenuto. Allegra, fatta di cimbali e percussioni sembra la colonna sonora di questa vacanza. Dal finestrino del taxi guardo la vegetazione e mi sembra bellissima, rigogliosa e selvaggia, orgogliosamente aggrovigliata. Attraversiamo il centro abitato di Bavaro.

    Per la strada davanti ai negozi non ci sono bambini o persone anziane, solo turisti, ragazze ferme sul marciapiede e giovinastri sui motorini.

    Mi illudo che i bimbi siano con i nonni invece che davanti ai night club che costeggiano la strada principale. Le vie non hanno nome. E come fa ad arrivare la posta?, mi domando ingenuamente.

    Poi vedo il filo spinato sulle recinzioni, la security privata armata con fucili a pompa ogni venti metri e la sbarra d’obbligo con la vigilanza armata alle entrate degli hotel.

    La via principale è malamente asfaltata, le secondarie sono in terra battuta e basta una breve pioggia per riempirle di fango. Forse la posta non è il problema più urgente a Punta Cana.

    L’albergo è quello che è. Le stanze grandissime sono sporche, internet non funziona, un bagno è inagibile perché la puzza di fogna è insopportabile e cosa più grave manca un letto. L’acqua calda è un lusso per i primi tre che si fanno la doccia. Noi siamo in cinque e io me la faccio fredda. I teli doccia sono solo quattro e si devono appendere ad asciugare sulle porte, come scopro la mattina successiva dopo l’housekeeping. Il tutto viene considerato assolutamente normale.

    La cosa peggiore di tutte è la sensazione di essere sequestrati in camera. Non c’è un posto dove fare una passeggiata, la spiaggia è a due chilometri e senza taxi non ci si muove. Usiamo la navetta dell’albergo che ci porta al più vicino centro commerciale dove compriamo rapidamente l’acqua da bere, quella del rubinetto non è potabile. Con la stessa raggiungiamo la spiaggia il giorno dopo. Come si può rendere la sensazione che si prova visitando questo posto bellissimo e disperato? Rinuncia? Rassegnazione?

    Sulla spiaggia i radi bidoni sono stracolmi di spazzatura che diligentemente il vento disperde. Non è incuria, non è indolenza. È qualcosa di peggio a cui non riesco a dare un nome. È non sentirne l’esigenza perché i problemi sono altri, perché tanto niente cambia e non siamo diversi dalle farfalle e dagli uccelli, solo parte di un paesaggio. Capisci subito quanto è importante il posto in cui nasci. Sulla barca che ci porta a fare una delle più belle escursioni della mia vita, mia figlia chiede due Coca Cola. Sono per lei e per la sorella. Va mio marito a prenderne una per il nostro terzo bimbo. E torna senza saperlo con una coca corretta col Rhum. Un adulto qui chiede solo per sé e beve Rhum, i bimbi imparano subito ad arrangiarsi da soli.

    L’escursione è meravigliosa. L’oceano è di una bellezza travolgente. I suoi colori virano dal turchese al verde chiaro e dalla barca la sabbia pare scintillare mentre le palme graziosamente disegnano la costa. La prima tappa consiste in un’esplorazione del fondale. Nuotiamo con la maschera tra gli scogli e le alghe alla ricerca di pesci.

    Mi avventuro con le mie bambine: l’acqua è fredda e la corrente si fa sentire.

    La seconda tappa è qualcosa che mai avrei pensato possibile nella mia vita: nuotare con le mante e gli squali. Immergermi con una manta enorme che mi accarezza con il suo corpo sinuoso mi commuove profondamente. Nuotare pochi metri sopra due squali giganteschi portando sulla schiena il mio bimbo di quattro anni mi turba persino nel ricordo.

    L’ultima tappa è una laguna naturale dai fondali bassissimi e appena increspata da dolci onde. I falchi impavidi danzano sulle chiome rigogliose delle palme, il sole ci bacia gentilmente insistente, l’aria è carica di profumi selvaggi e marini e i miei sensi sono colmi, traboccanti della bellezza del creato.

    Ritorniamo con il vento nei capelli e il sapore del sale in bocca.

    I bimbi sono stanchi e capricciosi e decidiamo di cenare al ristorante dell’albergo. Dopo una lunghissima attesa arriva finalmente il cameriere e da questo momento comprendiamo dove siamo e cosa pensano di noi. Che importa se l’ordinazione è sbagliata, se il cibo non arriva o se manca da bere o non ci sono i tovaglioli? Mangerete e berrete di sicuro: siete o non siete seduti a un tavolo con vista piscina in attesa di essere serviti? Le vostre pance saranno prima o poi piene e le vostre teste sono senza pensieri. I camerieri non scrivono le ordinazioni forse perché non sanno scrivere. Portano i piatti uno per volta, facendo cento viaggi. Le bevande non arrivano mai. Il cibo non è quello che hai chiesto. Siamo così stanchi che ci addormentiamo senza badare alle zanzare che ci divorano.

    Ci svegliamo tardi la mattina dopo. Ci prepariamo e poi appendo religiosamente gli asciugamani umidi sulle porte come gesto di rispettosa integrazione. Andiamo a fare colazione e naturalmente l’ordinazione è sbagliata. Per fortuna l’albergo ha una bella piscina pulita. I bimbi giocano felici nell’acqua e il wi-fi in piscina funziona.

    Dopo una breve ricerca troviamo cosa fare. Il vicino centro commerciale, che è proprio carino cioè molto occidentale, ha una kids area. I bimbi non stanno nella pelle dalla voglia di giocare. Andiamo in taxi.

    L’area bambini sembra una foresta pietrificata con tanti cantucci deliziosi dove nascondersi e arrampicarsi. Facciamo poi la spesa al solito supermercato dove noto moltissime marche italiane e persino il panettone! I prezzi sono in pesos e mi fanno sorridere: detersivi a 249.000 pesos! Sembrano cifre astronomiche, ma in verità un dollaro corrisponde a 48,40 pesos. Ceniamo ad hamburger e patatine in un ristorante di una catena americana, dove tanto per cambiare sbagliano l’ordinazione e le bibite arrivano a fine pasto! Il tassista è puntuale e si orienta come un pipistrello tra le strade buie, sterrate e senza nome di Punta Cana. In camera scivoliamo presto in un sonno profondo.

    Il giorno dopo è deciso: si va in un resort. Acquistando per la modica somma di 245 dollari un pass giornaliero abbiamo diritto a godere di tutti i servizi offerti: cibo, piscina, spiaggia e alcool a volontà dalle 10:00 am alle 6:00 pm. Ci presentiamo alle 9:45 tanto è il desiderio di essere catapultati in una vacanza stile americano. Prima di ogni altra cosa andiamo a mangiare o meglio andiamo a sfondarci di tutto quello che ci offrono.

    Ho il coraggio di bere un bicchiere di ogni succo di frutta del pantagruelico buffet del resort. Bevo anche una cosa gialla e deliziosa che potrebbe essere bava di iguana per quel che ne so. Poi mangio frutta tropicale, uova strapazzate, dolci e fiumi di dulce de leche. Finito l’assalto al cibo ci dirigiamo verso la spiaggia.

    Camminiamo a piedi nudi sulla sabbia di cipria, nella brezza profumata di mare, parlando appena, con nelle orecchie lo sciabordio delle onde.

    Mi colpiscono gli enormi sacchi di iuta, colmi di sabbia, che qui servono da frangiflutti. Li esamino da vicino e faccio qualche foto. La mia testa è così piena di colori e bellezza che incomincio a ridere per niente anche se sono sobria. Ancora per poco. Sul bordo della piscina bevo il mio meritatissimo Cuba Libre a cui segue un Margarita.

    Recuperiamo i figli dal kids club e andiamo a pranzo. Ovunque piatti colmi di pizza e hot dog morsi e abbandonati.

    Vedo patatine affogate nel ketchup per puro divertimento e penso a mio padre che prima di buttare il pane lo baciava, agli orfani del terremoto della vicinissima Haiti.

    Sprecare così mi sembra blasfemo. Intorno alla piscina si affolla una moltitudine bizzarra e ustionata. Molti parlano russo, francese e naturalmente spagnolo. Tutti bevono qualcosa. Vengono serviti alcolici anche agli adolescenti. Questa cosa non mi piace per niente, perché li vedi subito barcollanti e sguaiati oltre ogni limite. Sono sicura che si faranno male e mi chiedo dove siano finiti i loro genitori. Mi passa la voglia di bere, ma non quella di osservare la gente intorno.

    Ci sono tante donne bionde e dall’incarnato nordico. Alcune sono in dolce compagnia di bellissimi uomini di colore. Dapprima sorrido compiaciuta: finalmente le barriere del razzismo cominciano a crollare! Poi mio marito, più informato, mi spiega. La Repubblica Dominicana è famosa per essere meta di turismo sessuale... al femminile. Comitive di donne arrivano qui con il preciso scopo di trovare un accompagnatore temporaneo. Condividono con lui il letto e lo stile di vita a cinque stelle nei resort per la durata della vacanza. Mi vengono i brividi e rimpiango gli squali. Chi è ricco come sempre compra: tempo, corpi, dignità altrui.

    Divento triste qui a bordo piscina, su una delle spiagge più belle del mondo. Mia figlia per fortuna mi chiede di fare insieme il bagno. I cavalloni si infrangono con violenza e l’acqua è colma di alghe ruvide che si attorcigliano alle caviglie come cose vive. Ridiamo come pazze e io sono così felice da non sentire il freddo.

    Arriva il resto della famiglia, è tempo di andare. In albergo ci laviamo, ci asciughiamo ai nostri teli umidi e ci prepariamo a passare l’ultima notte in quelle stanze ormai familiari. Il giorno dopo ci svegliamo con calma. Pranziamo al ristorante dell’albergo in attesa del taxi. Ci siamo fatti furbi e questa volta le nostre ordinazioni sono tutte uguali. Arriviamo all’aeroporto in taxi e il tassista ci ringrazia di cuore per la mancia e ci dà il suo biglietto da visita per quando ritorneremo. Lo conservo insieme a cento pesos dominicani: 2,60 dollari.

    viaggio di andata

    di Vito Grisoni

    Il volo Ryanair proveniente da Bruxelles atterrò in perfetto orario alle 13,15 all’aeroporto di Bergamo.

    Raccolto il trolley giallo, Jean si trovò fuori dall’aerostazione e si recò senza indugi al banco dell’autonoleggio. Aveva prenotato una macchinetta piccola, economica, ma durante il volo gli era venuto il desiderio di proseguire il viaggio a bordo di un SUV.

    Un bel SUV bianco.

    Jean sperava in cuor suo che un cambio fosse possibile. E così fu. L’impiegata dell’autonoleggio capì al volo la sua richiesta e gli mostrò una bella Jeep Renegade bianca che era appunto libera per la settimana. Cambio automatico e navigatore incluso. Jean ne fu contento e alle due era già sull’autostrada in direzione verso la sua destinazione alla guida dell’auto che desiderava.

    La sua mèta era Desenzano, dove il giorno seguente avrebbe avuto un incontro di lavoro con un’importante industria. Non era la prima volta che visitava quell’azienda e riteneva quel particolare appuntamento d’affari una tappa piacevole di lavoro. Il lavoro sì, certo, quello è importante, ma quell’azienda aveva sede in una bella cittadina, tra le colline moreniche ed il Lago di Garda. E poi l’atmosfera del centro cittadino era così intrigante e diversa da quella delle città industriali che lui frequentava, così che l’appuntamento d’affari per ora passava in secondo piano.

    Jean si disse che non c’era alcuna fretta di raggiungere l’albergo, parcheggiò l’auto vicino alla spiaggia e si concesse una nuotata e un po’ di relax. Verso sera si decise a raggiungere l’albergo.

    Riandò con il pensiero al momento del suo arrivo l’anno precedente. Lo aveva accolto la proprietaria, una signora giovane ed abbondantemente sovrappeso. La cameriera invece, una ragazza del luogo, si chiamava Maria. Questo se lo ricordava bene. Era bella, molto bella, proporzionata, una gran capigliatura nera e riccia, ma il particolare che gli era rimasto impresso, erano le labbra. Una bella bocca ben disegnata, con labbra ampie, carnose. Oh! Una bocca così Jean l’avrebbe baciata! Chissà se Maria c’era ancora, se... oh! Se... Ma no, un bacio da parte di Maria era sperare troppo.

    Con questi pensieri Jean arrivò all’albergo. No, chiamarlo albergo era esagerato. Era un buon ristorante, il migliore della zona, con poche camere al piano superiore. Jean parcheggiò la Jeep, si trascinò il trolley e fu accolto da Piera. Per timidezza non chiese di Maria e terminati i convenevoli gli fu data la chiave. Piera gli disse che la camera era pronta, ma mancavano gli asciugamani.

    Glieli avrebbe mandati entro pochi minuti.

    Infatti alle sei sentì bussare alla porta della camera, andò ad aprire e... sorpresa! Era Maria! Maria, con la sua testa nera riccioluta, le labbra seducenti, che teneva gli asciugamani piegati sul braccio.

    La fece entrare, lei salutò timidamente, lo riconobbe, parlarono poco anche perché l’inglese della ragazza era piuttosto lacunoso. Lui si accorse che Maria non aveva fretta di lasciare la stanza, così stettero insieme ancora qualche minuto. Lui le prese la mano, se la portò al petto per farle sentire quanto forte gli battesse il cuore. Lei arrossì, sorrise un poco, poi l’attirò a sé, la strinse, sentì il seno di Maria spingere contro il suo petto (dolce sensazione!) e la baciò sulla bocca. Un bacio lungo, non affrettato. Assaporò e si godette la morbidezza di quelle labbra che rimanevano chiuse. Non tentò di forzarle, quel bacio andava bene così. Da molto tempo gli mancava, così insistentemente l’aveva desiderato ed ora eccolo. Dopo un po’, per convenienza, non perché ne fosse sazio, si allontanò. Lei sciolse lentamente l’abbraccio, gli augurò la buona sera e uscì.

    Jean se ne andò sulla terrazza, si sedette su una poltrona di vimini e si addormentò. Si svegliò verso le otto, un venticello fresco si era alzato e lo fece rabbrividire. Le otto, in Italia è un’ora perfetta per cenare. Si lavò e intanto pensò che in quel ristorante servivano l’orata cucinata in una salsa d’arancia veramente squisita e sperò che fosse sul menù di quella sera.

    Al ristorante Piera lo fece accomodare ad un tavolo in giardino.

    Gli chiese se gli asciugamani erano arrivati. Certo - disse lui - Me li ha portati Maria. Piera rimase immobile, interdetta, e disse: Jean, credo che ti sbagli, Maria non lavora più qui, quest’anno non ha rinnovato il contratto!.

    Lui non rispose. Preferì non indagare. Che fosse lei ne era sicuro. Chi ha una testa riccioluta così, capelli così scuri e lucidi? Chi ha labbra così morbide e dolci? Non c’era risposta.

    L’orata all’arancia arrivò dopo una porzione di tagliatelle con funghi chiodini. Terminò la cena con un brandy. Salutò e si diresse verso la città. Gli piaceva tanto quel borgo antico, così diverso dalle cittadine belghe. Camminò per tutto il centro storico navigando attraverso la folla di turisti, passò lungo il porto vecchio e quando fu sazio di quell’atmosfera, raggiunse l’albergo e si ritirò in camera. Con il vino ed il brandy in corpo non gli fu difficile prendere sonno. Però verso le due si svegliò. Forse le tagliatelle ai funghi, piuttosto difficili da digerire, lo disturbavano.

    Decise di uscire sulla terrazza a prendere un po’ d’aria. Su quella stessa terrazza l’anno prima, sedotto dalla luna piena che illuminava le viuzze del centro, aveva pianto e sospirato per un amore che era finito e per la ragazza che avrebbe voluto accanto. Anche ora brillava in cielo la luna piena, ancor bassa sull’orizzonte, rossastra. Si appoggiò al parapetto di ferro battuto e sentì ancora il peso della solitudine. Un dolore acuto, cupo, lancinante. Rivolse ancora una volta lo sguardo alla luna e rientrò per cercare di riprendere sonno.

    Ma il sonno non venne, anzi, un pensiero si insinuò nella sua mente, un dubbio atroce: ma cosa stava succedendo? La luna piena!

    Non era quello il periodo di luna piena, solo due sere prima l’aveva vista in Belgio. Era luna nuova, stretta come un capello, appena una virgola in cielo. E come mai qui la vedeva piena? Una luna così, proprio come aveva desiderato di vedere!

    Passò in rassegna gli accadimenti della giornata e scoprì che ogni suo desiderio si era prontamente avverato. La Jeep Renegade a noleggio del modello e colore da lui ambiti, la spiaggia ed il lago, così come li aveva rivissuti nei suoi pensieri. Aveva desiderato di rivedere Maria e questa era apparsa nonostante non lavorasse più nel locale.

    Aveva ottenuto il bacio sperato, così come se l’era pregustato.

    Ed ora anche la luna! Non riusciva a capire.

    Fece appello alla sua mente logica e decise di fare una prova: visto che la cena gli aveva messo sete, provò a desiderare intensamente una birra. Dopo qualche istante, aprì la porta del piccolo frigo nel quale solitamente la direzione metteva solo una bottiglia d’acqua, ed invece ecco, vicino all’acqua minerale c’era una lattina di birra, e per di più della sua marca preferita.

    Questo fatto lo preoccupò seriamente. Pensò di rientrare in Belgio e contattare uno psicanalista. O forse no, si disse che la lattina poteva averla lasciata un ospite precedente. Si impose allora di tentare un’ulteriore prova. C’era il televisore in camera, che non aveva ancora acceso. Avrebbe cercato una partita di calcio, lui che ne era appassionato. Si concentrò per desiderare di vedere la finale di Champions League, Milan contro Manchester City. Questo era un desiderio irrealizzabile, infatti la finale era in programma per il sabato della settimana successiva a Tokyo.

    Accese il televisore e respirò felice: sul primo canale andava in onda un talk show. Cambiò diversi canali: vide un vecchio film in bianco e nero, un altro filmetto scadente di tipo erotico, televendite, maghi che rimescolavano mazzi di carte, ma... su Sport International ecco, c’era una partita di calcio. Non ci si poteva sbagliare: una squadra aveva i colori del Milan e riconobbe il portiere Donnarumma, e poi Montolivo, e l’altro giocatore che riceveva la palla: Patrick Cutrone. Il Manchester City vestiva la classica tenuta, pantaloncini bianchi e maglia azzurra sponsorizzata dalla Etihad. Lo speaker pronunciò il nome di Raheem Sterling di cui vide un tiro da lontano, finito a fondo campo.

    In alto a sinistra dello schermo la scritta in due lingue, inglese e giapponese diceva chiaramente: Ajinomoto Tokyo Stadium. European Champions League final match: Milan A.C. Vs Manchester City F.C. Ed il risultato 0-0.

    Stava assistendo ad una partita che non era ancora disputata!

    Ormai non vi erano più dubbi.

    Ogni suo desiderio puntualmente si avverava.

    Ma cosa stava succedendo, che vita stava vivendo? Certamente non la sua. E non sapeva come tornare alla normalità. Spense con rabbia il televisore. Si girò verso il muro e nella penombra della camera, sdraiata all’altro lato del letto matrimoniale la vide, Maria. Ormai nulla poteva più sorprenderlo, e si trovò a chiedere alla ragazza: Maria! Cosa ci fai qui? Che cosa ci sta succedendo? La ragazza si mise seduta, scosse la nera chioma, e disse, parlando piano e correttamente, senza alcuna emozione: Nulla Jean, siamo solo morti. Le nostre esistenze si sono concluse. A me è successo tre mesi fa, una leucemia ha messo fine ai miei giorni. A te è toccato questa mattina. Se ci pensi ti ricordi: eri in macchina a Bruxelles, eri in ritardo, hai pigiato sull’acceleratore, sei passato con il semaforo giallo.... Jean alzò la mano per fermare la sua spiegazione e disse: Sì, ora vedo chiaro, sono passato e l’autobus è partito in anticipo. Me lo vedo venire addosso, stettero un lungo momento in silenzio. Poi chiese ancora: Ed ora che succede? Cosa devo fare?

    Maria disse solo: Desiderare, ma stava già scomparendo e non la vide più. Dalla finestra entrava una luce bianca, non era certo la luce della luna né quella del sole che non era ancora sorto, e Jean desiderò, desiderò fortemente, di risalire a piedi quel fascio di luce, si alzo’ e semplicemente si mise in cammino.

    timbuktù

    di Elisabetta Jankovic

    Mi piacciono i concerti. Quelli negli stadi, nei palazzetti dello sport o meglio ancora quelli all’aria aperta. Dove si balla insieme ad altri sconosciuti, che in comune con te hanno solo la stessa passione per quel certo tipo di musica… E mi piacciono i concerti che non si concludono in un’unica serata, ma che prevedono più giorni.

    Così, quando dieci anni fa, sono venuta a sapere che a Timbuktù ogni gennaio, in mezzo alle dune di sabbia, si teneva uno spettacolare Festival au desert della durata di tre giorni, ho pensato: Almeno una volta voglio parteciparvi.

    Timbuktù è una città mitica, circondata dal deserto del Sahara, a pochi chilometri dal fiume Niger. Costruita con il fango, era nell’antichità la capitale di un importante sultanato. Tra il 1300 e il 1500 era ricchissima. Da lì passavano le rotte carovaniere e si racconta che Kankan Moussa, Imperatore del Mali, partì nel 1324 per la Mecca portandosi dietro 60mila portantini e 3 chili d’oro puro, proveniente proprio da Timbuktù.

    Più leggevo informazioni su Timbuktù e più cresceva il desiderio di andare a visitare questo luogo leggendario e di assistere, nello stesso tempo, a un concerto unico: sul palco erano previsti quasi esclusivamente musicisti tuareg, i cosiddetti uomini blu.

    Ero curiosa di incontrarli, di sentirli cantare e suonare strumenti sconosciuti in Europa.

    I tuareg sono una popolazione berbera che vive da sempre nel deserto. Nomadi, i tuareg girano con i loro cammelli e il bestiame tra il Mali, il Niger, l’Algeria e il Burkina Faso. Per difendersi dal vento e soprattutto dalla sabbia, usano avvolgere il capo e il viso con lunghe sciarpe di cotone blu, un blu estremamente intenso, che lascia scoperti solo gli occhi. Di solito di un nero così profondo da incutere soggezione.

    Ma arrivare a Timbuktù non è come decidere di raggiungere Zurigo. O Parigi. O Roma. A Timbuktù esiste un piccolo aeroporto, collegato unicamente con la capitale del Mali: Bamako. Quindi avrei dovuto acquistare un volo per Bamako e poi un altro per Timbuktù.

    Non me lo posso permettere - pensai con un senso di frustrazione - Ma non posso neppure permettermi di perdere il Festival au desert di quest’anno.

    Accesi il computer e navigai in internet in cerca di una

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