Goditi milioni di eBook, audiolibri, riviste e tanto altro ancora con una prova gratuita

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Emotion, Love & Power. L’epopea degli Emerson Lake & Palmer
Emotion, Love & Power. L’epopea degli Emerson Lake & Palmer
Emotion, Love & Power. L’epopea degli Emerson Lake & Palmer
E-book380 pagine5 ore

Emotion, Love & Power. L’epopea degli Emerson Lake & Palmer

Valutazione: 0 su 5 stelle

()

Leggi anteprima

Info su questo ebook

Gli Emerson, Lake & Palmer sono stati tra gli alfieri del rock d’avanguardia; una band che seppe plasmare uno dei più importanti idiomi musicali degli anni ’70 utilizzando ardite alchimie sonore e dando vita a un’intensità espressiva senza precedenti: futuristiche fanfare si alternano a impetuose improvvisazioni, ballate romantiche esplodono in ritmiche vorticose… il concetto di musica epica nel rock moderno nasce anche grazie al coraggio degli ELP.
In questo libro si raccontano gli eventi gloriosi e tragici che hanno caratterizzato il percorso artistico dei protagonisti e sono approfondite le vicende umane di quello che rimarrà per sempre il trio delle meraviglie: Palmer il signore delle percussioni, Lake l’angelo della voce, Emerson l’arcano incantatore.
LinguaItaliano
Data di uscita10 set 2020
ISBN9791280133168
Emotion, Love & Power. L’epopea degli Emerson Lake & Palmer
Leggi anteprima

Leggi altro di Fabio Rossi

Correlato a Emotion, Love & Power. L’epopea degli Emerson Lake & Palmer

Ebook correlati

Articoli correlati

Recensioni su Emotion, Love & Power. L’epopea degli Emerson Lake & Palmer

Valutazione: 0 su 5 stelle
0 valutazioni

0 valutazioni0 recensioni

Cosa ne pensi?

Tocca per valutare

La recensione deve contenere almeno 10 parole

    Anteprima del libro

    Emotion, Love & Power. L’epopea degli Emerson Lake & Palmer - Fabio Rossi

    Prefazione a cura di Vittorio Nocenzi

    Il significato che voglio dare a questo mio piccolo contributo alla pubblicazione di Fabio Rossi sugli ELP è prevalentemente umano, personale. Secondo quanto mi hanno insegnato da ragazzo riguardo al significato della memoria, essa è l’unico modo vero di trattenere fra noi chi non c’è più. Memoria vuol dire prolungare la vita delle persone cui abbiamo voluto bene, che abbiamo stimato e a cui siamo rimasti legati, al di là delle cose terrene e delle dinamiche di presenza e assenza. Keith Emerson e Greg Lake per me sono stati, prima ancora che due grandi artisti europei del XX secolo, due persone alle quali ero legato da un affetto privato che sentivo molto. A essi ero legato da ricordi per me preziosi perché importanti nello svolgersi della mia esistenza; ed anche perché, essendo due veri grandi artisti, l’amicizia che ci univa era qualcosa che mi regalava orgoglio e privilegio.

    Quanto siano stati unici nella storia del rock progressive europeo non sarò io l’ennesimo a sostenerlo. Voglio almeno dire, però, quanto sono stati noiosi i confronti fatti da pseudo critici musicali e fan improvvisati tra Emerson e altri tastieristi coevi, di cui non voglio fare il nome, ma che erano lontani mille miglia dalla creatività dei fraseggi emersoniani, scambiando tecnicismi virtuosistici accademici con creatività musicale purissima, sempre per quella vecchia malattia di molti di avere bisogno delle contrapposizioni del partito di Bartali contro Coppi, dei Beatles contro i Rolling Stones eccetera. Paccottiglia che non ho mai amato, soprattutto quando si prova a parlare di valori assoluti come bisogna fare se si parla degli ELP. Non si può ridurre tutto a classifiche da maniaci collezionisti, feticisti. La musica ci innalza a quei livelli dove è obbligatorio respirare aria pura e contemplare i panorami lontani come libri famigliari nei quali trovare le nostre radici più intime e più vere. La musica è un vecchio gioco di verità e di meraviglie, di stupori e doni inattesi che non possiamo umiliare con le banalità più ovvie. Ogni tanto faremmo bene a ricordarlo. Sentirti stringere in gola dalla commozione solo per aver ascoltato qualcosa che ha a che fare con la bellezza più generosa è sempre una sensazione che ci ricorda quanto siamo meravigliosi nel creato noi uomini, campioni assoluti del bene e del male che possiamo e sappiamo fare. E la musica è uno degli strumenti speciali e miracolosi che abbiamo inventato e che ci contraddistingue fra tutte le creature del pianeta forse come nient’altro. Nessun altro essere è stato in grado di costruire gli strumenti musicali da cui, noi uomini, riusciamo a trarre suoni ed emozioni divine come nessun’altra creatura è in grado di fare, e nessun altro è capace a emozionarsi nel profondo di sé come sappiamo fare solo noi ascoltando un concerto o un semplice canto quando si libra nell’aria libero come un aquilone miracoloso che porta con sé messaggi celestiali o dolore cocente, o rabbia sconfitta, o semplicemente migliaia di sogni.

    Mentre scrivo queste parole mi tornano in mente, aggrovigliate le une alle altre, le emozioni mozzafiato del primo ascolto che feci da ragazzo dell’album della colomba, con dentro le pagine di Bach e di Bartók citate con nonchalance e sempre in modo appropriato, mai fuori luogo! Fu una rivelazione mistica! Il buongusto espresso con energia e chiarezza d’idee e mancanza di paura! Viva la faccia! Emerson liberò dagli steccati i classici e li accolse come amici nel suo mondo elettrico e muscolare, coccolandoli e facendo loro raccontare le storie del loro tempo come se potessero essere naturalmente anche le nostre di uomini del XX secolo.

    La musica sa essere una macchina che fa viaggiare nel tempo come nient’altro. Nell’affermare questo non dimentico i miracoli della pittura, dell’architettura o della letteratura. Voglio però dire che il suono in qualche modo coinvolge fisicamente ed emotivamente più delle altre arti, come se le onde sonore delle frequenze musicali, coinvolgendoci fisicamente, riuscissero a toccarci più intimamente per la loro natura. Non so se questo si possa sostenere scientificamente, sarebbe interessante ricercare in questo senso, ma resta comunque il fatto che la musica, con i suoi suoni, sembra essere un linguaggio che ci tocca in modo più fisico delle altre arti, ci colpisce non solo emotivamente ma anche proprio materialmente. Il glide del Moog di Emerson è una scarica di adrenalina pura. La matericità delle sue performance dal vivo, le torture inflitte brutalmente al suo povero organo Hammond durante i concerti, emettevano rumori e suoni indecifrabili, quasi antichi ruggiti di animali preistorici, mentre il nostro sfogava le sue pugnalate sulla tastiera per sacrificarla al Dio dello show! Ed io, che ne amavo perdutamente i fraseggi, mi arrabbiavo per questi momenti così kitsch che avrei preferito che Emerson lasciasse appannaggio di altri circensi, visto che lui certamente non lo era!

    In questa prefazione, quindi voglio raccontare di alcuni momenti della mia vita che ho condiviso con lui. Il Banco aveva firmato un contratto discografico con la Manticore, la loro etichetta, e il loro manager Stewart Young organizzò la presentazione alla stampa internazionale del primo album inglese del BMS a Venezia al teatro Malibran. Il giorno del concerto c’era un’emozione consapevole dell’importanza dell’appuntamento, erano state fatte le cose nel migliore dei modi; il teatro era stracolmo, il pubblico chiedeva di cominciare il concerto ma degli ELP, sul palchetto teatrale loro riservato, nemmeno l’ombra. Non si poteva aspettare ulteriormente. Un po’ dispiaciuti cominciamo e il concerto cresce, aumenta d’intensità, arriva al suo climax e arriviamo al bis. Solo allora vediamo apparire i nostri attesi ospiti. Poi il tripudio di gente, la cena, i giornalisti, le interviste. Passano gli anni e non ho mai saputo cosa fosse successo quella sera agli ELP.

    Trent’anni dopo ero con Francesco Di Giacomo in RAI a Roma per una trasmissione in diretta sulla ra