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Keith Jarrett. Improvvisazioni dall'anima

Keith Jarrett. Improvvisazioni dall'anima

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Keith Jarrett. Improvvisazioni dall'anima

Lunghezza:
192 pagine
2 ore
Pubblicato:
3 set 2020
ISBN:
9791280133212
Formato:
Libro

Descrizione

Alessandro Balossino tratteggia la storia di uno dei pianisti più geniali della recente storia della musica: Keith Jarrett. Un viaggio all'interno della sua opera ma anche degli aspetti umani che hanno travagliato la sua vita materiale e spirituale, dai momenti terribili della malattia all'interesse per le illuminanti teorie filosofiche di Georges Ivanovic Gurdjieff, dalle intuizioni sul palco alla turbolenza nei rapporti con gli altri. E poi la musica, la sua ricerca dell'improvvisazione pura. Keith sale sul palco non sapendo ancora cosa suonare. Si concentra mentre in sala non vola una mosca, rendendo a volte l'attesa persino imbarazzante. Poi, come per miracolo, si china sulla tastiera, le mani si avvicinano ai tasti, li sfiorano e finalmente arriva la prima nota. A volte l'attacco è faticoso, Jarrett non riesce a trovare il seme giusto e gli riesce difficile uscire dalla situazione in cui si è cacciato. Poi accade quello che nessuno pensa sia possibile, arriva un'altra nota; quella giusta. Keith compone all'istante, senza partitura, senza rete, suona quello che la mente gli suggerisce. Lo sforzo è sovraumano, si contorce, ondeggia, si alza dallo sgabello, batte i piedi sul legno del palco, si agita, cerca di accompagnare le note con il corpo, canticchia la melodia un attimo prima di eseguirla con le mani, ansima. Il più delle volte la musica è meravigliosa, si sentono Chopin, il blues, il jazz, la poesia, un ritmo ostinato, una melodia indiana, così come accadde durante il suo famoso concerto di Colonia, "The Koln Concert", il disco più venduto nella storia del jazz.
Pubblicato:
3 set 2020
ISBN:
9791280133212
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Keith Jarrett. Improvvisazioni dall'anima - Alessandro Balossino

jazz

Introduzione

11 Giugno 2018, dal sito internet de La Repubblica:

Keith Jarrett non potrà esibirsi per problemi di salute il prossimo 29 settembre a Venezia, nell’ambito della Biennale Musica. Il pianista e compositore statunitense, premiato dalla Biennale di Venezia con il Leone d’Oro alla Carriera, ha problemi di salute che lo hanno tenuto e lo tengono lontano dai teatri, facendogli cancellare tutti gli impegni per il 2018, a partire dal concerto alla Carnegie Hall di New York del 21 marzo e inclusa l’annunciata performance solista a Venezia del 29 settembre.

Questo sintetico annuncio della stampa ha fatto immediatamente rivivere in me lo stesso senso di preoccupazione che mi colse una decina di anni fa quando, passando davanti alla vetrina di un ormai rarissimo negozio di dischi, notai come l’ultimo lavoro di Keith Jarrett si intitolasse Testament - Paris/London.

Subito pensai al peggio.

Per vincere lo stato di incertezza mi precipitai dentro ad acquistare il triplo compact disc. Sfasciai la confezione mentre stavo ancora attendendo il resto per capire se fra i crediti fosse spiegato cosa diavolo volesse dire quel male augurale Testament.

Fortunatamente non c’era da preoccuparsi. Scorrendo rapidamente il libretto contenuto all’interno capii che Jarrett stava bene e, come al solito, era riuscito a spiazzarmi. Tra le note di copertina si poteva leggere l’aperta confessione del celebre pianista sul difficile periodo che stava vivendo nei giorni precedenti quei tre live tenuti a Parigi e Londra alla fine del 2008 che componevano appunto il cofanetto per via della dolorosa separazione dalla moglie Rose Anne.

Rose Anne Colavito era stata la donna che lo aveva sempre sostenuto. La splendida moglie che con molta pazienza aveva contribuito attivamente alla sua guarigione proprio quando, alla fine degli anni novanta, Jarrett aveva sofferto di quella che venne diagnosticata come "sindrome da affaticamento cronico¹. È una malattia che per quattro anni l’ha tenuto recluso in casa. Keith Jarrett è il più grande pianista jazz dell’ultimo quarto di secolo, e il più grande pianista jazz dell’ultimo quarto di secolo non poteva ammalarsi di una malattia comune"².

Una malattia che, a partire dal novembre del ’96, gli causò due anni di inferno, costringendolo a letto per lunghi periodi, mentre la memoria se ne andava per tornare sempre più di rado. Mesi di depressione, dolori muscolari, cefalee, sonno non ristoratore e debolezza fisica.

Durante quel triste isolamento nella sua fattoria del New Jersey – al confine con la Pennsylvania, a due passi da Allentown, la cittadina dove era nato – confessò Jarrett qualche anno dopo, Rose Anne fu il suo solo e unico spiraglio di luce.

Quindi non potevo capire come potesse essere stato abbandonato da una compagnia tanto fedele e amorevole.

Proprio la stessa Rose Anne che qualche anno prima aveva fatto questo tipo di dichiarazioni in un’intervista rilasciata al film-maker Mike Dibb per il suo documentario Keith Jarrett/The Art of Improvisation (Euroarts 2005)³:

Rose Ann: A Boston dividevo il mio appartamento con altre due donne, entrambe studentesse di musica. Un giorno una di loro stava ascoltando un album, si trattava di Forth Yawuh e il pezzo era Still Life. Uscii dalla mia camera e dissi: ma cos’è questo? Non riuscivo a smettere di ascoltarlo.

Mike Dibb: Quindi in un primo momento Keith l’ha sedotta con la musica.

RA: Certamente. E nel 1979, cinque anni dopo il primo nostro incontro, andai a vivere con lui nella sua casa in New Jersey.

MD: È mai mancata in tutto questo periodo ai suoi concerti?.

RA: Rarissimamente e sempre per causa di forza maggiore. In tutti questi anni ho perso solo un concerto. Mi occupo del suo vestiario e di tutti i dettagli, come fare e disfare i bagagli e tutti i preparativi per le tournée: senza di me sarebbe perso.

E il pianista, nella stessa intervista, ricordava con gratitudine il suo indispensabile aiuto nei terribili momenti della malattia:

"Nel 1996 smisi di suonare, fu tremendo; guardavo il pianoforte ma non avevo l’energia per aprirlo. C’erano giorni in cui non riuscivo ad alzarmi da letto e tutti pensavano che fosse un disturbo psicosomatico, ma per fortuna incontrai un medico di Nashville che sospettava che la causa fosse diversa. E aveva ragione. Ricordo che dicevo a Rose Anne di sentirmi come se degli alieni avessero invaso il mio corpo. Il medico non volle parlarmi più di tre minuti, dopodiché mi disse che ci sarebbe voluto almeno un anno prima che fossi stato in grado di fare qualcosa. Pensavo che non avrei più suonato. Stavo ore seduto in veranda a guardare l’erba del mio giardino.

Poi, nel Dicembre del 1997, registrai The Melody Of A Night With You facendo uno sforzo immane per fare un regalo di Natale a Rose Anne. D’altronde, non potendo uscire di casa, non avevo alternativa. Il giorno di Natale ci siamo scambiati dei pacchettini e il mio conteneva un paio di cassette DAT. Avevo accettato la malattia, volevo andare avanti, e lo feci nel modo più personale possibile.

Rose Anne scoppiò a piangere dicendo che era troppo romantico, troppo dolce… perché lo sforzo di aver suonato due o tre minuti alla volta per lei l’aveva commossa. Subito non avevo intenzione di pubblicarlo a causa della sua semplicità ma poi… la malattia mi ha insegnato molto. Più si è maturi più la semplicità acquista spessore".

La sindrome da affaticamento cronico ha costretto Jarrett a cambiare non solo la propria vita ma anche la musica. Ha reinventato il proprio modo di suonare. Ha riscoperto la melodia (*1)⁴, il fuoco della canzone, il gusto semplice della ballata d’amore. Questa è stata la sua terapia.

Non appena arrivato a casa inserii il primo dei tre concerti nel lettore, curioso di ascoltare direttamente dalle mani del pianista il suo modo di esprimere sulla tastiera quel groviglio di pathos, rabbia, amore e disperazione che aveva dichiarato sulle note di copertina.

Chiusi gli occhi mentre lui iniziava a creare un universo compiuto. Un universo che prima non esisteva.

Per i non addetti ai lavori, questa è solitamente l’esperienza che un concerto di Jarrett offre al suo pubblico.

Keith fa parte di quella piccola schiera di musicisti dotati di poteri soprannaturali. La musica celeste è un fatto, non una semplice figura retorica; penso che Pitagora non si abbandonò all’immaginazione quando parlò della musica delle sfere. Egli pensava che ognuno dei globi celesti avesse il suo suono, o meglio il suo tono (*2) determinato, e tutti assieme potessero generare la sinfonia celeste, come se i sette pianeti formassero le corde della lira di Apollo. Pitagora fu il primo filosofo greco ad occuparsi dell’aspetto cosmologico della musica, stabilendo che esisteva uno stretto legame tra cosmo, numeri e suoni. Scoprì che in una scala musicale (*3) i suoni stavano tra di loro in un preciso rapporto matematico. Un rapporto facilmente verificabile empiricamente con il monocordo, uno strumento musicale formato da una sola corda fissata ai due estremi e da un cursore capace di spostarsi su di essa per tutta la sua lunghezza e fissarsi in un punto a piacere, riducendo così la forza vibrante della corda stessa.

Pitagora provò quindi a dimezzarne la lunghezza mediante un ponte mobile producendo la medesima nota ma più acuta: pur essendo la stessa nota, questa aveva una frequenza esattamente doppia rispetto alla prima, ed era detta ottava. Applicando sempre la medesima tensione, Pitagora accorciò la corda secondo la sezione aurea dei due terzi, ottenendo una nota detta quinta. Con questo metodo, della metà e dei due terzi, ottenne la scala musicale detta diatonica.

Questa scala è la pietra miliare su cui si è sviluppata la storia della musica occidentale essendo alla base della creazione di formule per altre scale musicali ed è composta di sette note che si susseguono con precisi intervalli: cinque toni e due semitoni.

Poiché la musica è legata alla matematica, per la scuola pitagorica conoscere le Leggi dei Numeri significava conoscere l’essenza del Tutto.

Per Pitagora l’universo cantava e l’uomo era una nota dell’immensa sinfonia cosmica.

Ho la netta sensazione che colui che pensa in musica possa accedere alle più alte vette di coscienza spirituale: alcuni brani musicali, anche alcune singole note, possono comunicare in modo istantaneo messaggi o stati d’animo che, utilizzando soltanto le parole, servirebbero un numero imprecisato di frasi per esprimere.

Come fossero echi di musica celeste che ci raggiungono, qui nel Mondo Fisico, ma di cui solo pochi musicisti riescono a percepire le melodie più dolci. Artisti, come Jarrett, capaci di tradurre tali atmosfere sublimi in suoni della vita terrena, risvegliando in noi sensazioni indefinite in grado di procurarci gioia e tristezza, sorrisi e pianti, coraggio e sconforto. La musica è forse il più elevato modo di espressione della vita dell’anima e differisce da tutte le altre arti. Se pensiamo a una statua o un quadro, una volta creati, sono duraturi, facilmente cristallizzati; mentre la musica, e in particolare l’improvvisazione, è più elusiva e deve essere ricreata tutte le volte.

Il musicista tenta di trasmetterci l’atmosfera della sua anima traducendola in suoni della vita terrena parlando un linguaggio che nessuna bellezza impressa nel marmo o su tela può eguagliare.

È questo che esprime Keith Jarrett durante le sue improvvisazioni, per le quali ha anche imparato a formarsi mani dalle dita sottili e sensibili, capaci di riprodurre totalmente le melodie che sente dentro.

Teoricamente l’improvvisazione è tutto ciò che è stato elaborato come espressione personale in una certa situazione, e ciò che è stato improvvisato è riproducibile solo da colui che l’ha prodotto e da nessun altro.

Il triplo CD Testament ripercorre, con lo stile immediatamente riconoscibile del piccolo pianista della Pennsylvania, tutto il mondo interiore che noi appassionati ben conosciamo: movimenti lievi, grande ispirazione, feroce concentrazione e rabbia descritte con pagine musicali di un’intensità sconcertante.

Provate ad ascoltare la Part III sul primo CD inciso alla Sala Pleyel di Parigi il 26 Novembre 2008.

Sette minuti di improvvisazione che sgusciano fuori dall’anima durante i quali abbiamo la sensazione di ascoltare un Preludio di Chopin (forse in onore alla Sala Pleyel che accolse il grande compositore per i suoi memorabili concerti parigini) che in seguito va a sposarsi in modo geniale con il gospel e l’african piano di Dollar Brand, eseguiti su un piano gran coda magnificamente accordato che ci dona a tratti anche le vibrazioni per simpatia delle corde non suonate⁵.

Non mi vergogno a dirlo: per qualche momento mi sono commosso. Avvertii le stesse sensazioni che avevo provato nel 2006 guardando il DVD Tokyo solo e, in precedenza, ascoltando l’album Radiance del 2002.

Ovviamente la memoria mi riportò alla prima volta in cui mi scesero le lacrime ascoltando il suo album più celebre. Era un LP: il doppio The Koln Concert del 1975.

Allora compresi nitidamente come la musica di Jarrett mi penetrasse interamente il corpo. In quel preciso momento imparai che non si godeva appieno un capolavoro ascoltandolo soltanto con l’orecchio. Bisogna ascoltarlo con tutto il corpo, immobili, quasi a fare da cassa di risonanza per vibrare con esso e far vibrare quella corda invisibile all’interno della nostra anima.

Vissi queste stesse emozioni anche ai concerti del celebre pianista a Umbria Jazz del 1974, e poi nel 2003 e nel 2007, nella nuova location dell’Arena Santa Giuliana, nonostante il suo comportamento venne definito dalla stampa come inqualificabile.

Nel bel mezzo

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