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Non piangere
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E-book356 pagine5 ore

Non piangere

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Info su questo ebook

A Chicago, la giovane Esther Vaughan scompare senza lasciare traccia dall'appartamento che condivide con un'altra ragazza, Quinn Collins. Quando tra i suoi effetti personali viene ritrovata una lettera che inizia con le parole Mia adorata, la coinquilina inizia a chiedersi dove sia finita e se sia davvero la persona che lei credeva.

Contemporaneamente, in una piccola cittadina portuale alle porte di Chicago, una donna si presenta nella caffetteria in cui Alex Gallo lavora come lavapiatti. L'attrazione tra i due è istantanea, ma quella che inizia come una cotta innocente presto si sviluppa in qualcosa di molto più torbido.

Mentre Quinn continua a cercare Esther, tra dubbi sempre più pressanti e foschi presentimenti, e Alex sprofonda sempre di più nella rete di seduzione della misteriosa sconosciuta, la tensione cresce e in un susseguirsi di colpi di scena conduce il lettore a un'ineluttabile conclusione: non importa quanto sei veloce, il passato ti raggiungerà ovunque tu vada.
LinguaItaliano
Data di uscita29 giu 2017
ISBN9788858967669
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    Anteprima del libro

    Non piangere - Mary Kubica

    successivo.

    Dedica

    Per Pete

    DOMENICA

    Pagina Romanzo

    1

    QUINN

    Con il senno di poi, avrei dovuto capire subito che qualcosa non andava. Quel rumore stridente nel cuore della notte, la finestra aperta, il letto vuoto. In seguito, ho attribuito quella mia superficialità a un sacco di fattori, a partire da un semplice mal di testa fino alla stupidità più totale.

    Eppure avrei dovuto capire subito che c'era qualcosa che non andava.

    A scuotermi dal sonno è il suono della sveglia. La sveglia di Esther, che strepita a distanza, due porte dopo la mia camera.

    «Spegnila» mugugno, premendomi il cuscino sulla testa. Mi giro a pancia in giù e scivolo sotto un secondo cuscino per attutire il suono.

    Niente.

    «Accidenti, Esther» borbotto, mentre calcio via le coperte e mi alzo. Dall'altro lato del letto giunge un mormorio di protesta, un sospiro scocciato. Occhi imbambolati che reclamano la coperta. Sento tornarmi su il sapore dell'alcol di ieri sera, qualcosa che si chiamava cranberry smash, più un bourbon sour e un Tokyo iced tea. La stanza comincia a vorticarmi intorno come un hula-hoop, e ho il ricordo improvviso di me che volteggio su una pista da ballo sudicia, in compagnia di un ragazzo di nome Aaron o Darren, o forse Landon, o Brandon. Quello che mi ha chiesto di prendere un taxi insieme a me per tornare a casa, quello che è ancora qui disteso nel mio letto. Gli do dei colpetti col gomito, e strappandogli la coperta dalle mani lo informo che se ne deve andare. «La mia coinquilina si è svegliata. Devi andartene» gli dico, con qualche spintarella sulle costole.

    «Hai una coinquilina?» mi chiede, mettendosi seduto, ancora imbambolato dal sonno. Si strofina gli occhi ed è allora che lo vedo chiaramente, illuminato dalla luce di un lampione poco distante che filtra dalla finestra e raggiunge il letto sfatto: ha il doppio dei miei anni. Quei capelli che sembravano castani nella luce incerta del bar – e dopo una generosa quantità di alcol – ora sono grigio peltro. Le fossette non sono fossette, ma segni di espressione. Rughe.

    «Accidenti, Esther» borbotto di nuovo tra i denti, sapendo che presto l'anziana signora Budny del piano di sotto comincerà a battere sul soffitto con il manico della scopa per far smettere quel baccano.

    «Devi andartene» gli dico di nuovo, e stavolta lui ubbidisce.

    Seguo il rumore fino ad arrivare alla stanza di Esther. La sveglia continua con il suo trillo monotono di cicala. Impreco silenziosamente lungo il tragitto, mentre con la mano rasento il muro e procedo lungo il corridoio buio. Manca almeno un'ora perché faccia giorno. Non sono nemmeno le sei del mattino. La sveglia di Esther continua a urlarle addosso, come ogni domenica. È ora di prepararsi per andare in chiesa. Esther, con la sua voce argentina, canta nel coro della chiesa cattolica di Catalpa tutte le domeniche, da quando la conosco. Santa Esther, la chiamo io.

    Quando entro nella sua camera, la prima cosa a cui faccio caso è il freddo. Dalla finestra si insinuano gelide folate di vento novembrino. Sulla sua scrivania una pila di fogli – tenuti fermi da un grosso libro dell'università: Introduzione alla terapia occupazionale – svolazza rumorosamente. La parte interna delle finestre è coperta dalla brina, strisce di condensa attraversano i vetri. La finestra è completamente alzata. La retina in vetroresina è staccata, ed è stata appoggiata di proposito sul pavimento.

    Mi sporgo verso l'esterno per vedere se Esther si trova sulla scala antincendio, ma fuori, nel nostro piccolo quartiere residenziale di Chicago, tutto è buio e silenzioso. Ai lati della strada, l'ultima ondata di foglie cadute dagli alberi ricopre le macchine parcheggiate, incrostate di ghiaccio. L'erba gialla è ormai tutta avvizzita: presto morirà. Dalle canne fumarie delle case vicine si alzano pennacchi di fumo che vagano nel cielo ancora buio. Tutta Farragut Avenue è addormentata, tranne me.

    La scala antincendio è deserta. Esther non c'è.

    Mi allontano dalla finestra e vedo le coperte sul pavimento, una trapunta arancione vivace con sopra un plaid verde acqua. «Esther?» chiamo, e comincio a girare nella sua stanzetta angusta, in cui trova a malapena posto il letto matrimoniale. Inciampo in un mucchio di vestiti buttati sul pavimento; i piedi mi rimangono impigliati in un paio di jeans. «Forza, giù dalle brande» dico, sbattendo la mano sulla sveglia per spegnerla. Invece accendo involontariamente anche la radio, e la stanza si riempie di un'accozzaglia di rumori: un giornale radio del mattino mescolato al trillo della sveglia. «Accidenti» impreco; ormai ho perso la pazienza. «Esther!»

    E allora, quando gli occhi si sono ormai abituati all'oscurità della stanza, me ne accorgo: Santa Esther non è nel suo letto.

    Alla fine riesco a spegnere la sveglia e accendo la luce. La testa prende a farmi male, faccio una smorfia di dolore. I postumi di una serata di stravizi. Riguardo più attentamente, per essere sicura che Esther non mi sia sfuggita per qualche motivo, e controllo anche sotto il mucchio di coperte sul pavimento. È ridicolo, me ne rendo conto, ma lo faccio ugualmente. Guardo dentro l'armadio, poi nel bagno, dove passo in rassegna il nutrito assortimento di cosmetici che condividiamo, buttati alla rinfusa sul mobile del lavabo.

    Ma Esther non è da nessuna parte.

    Prendere decisioni in fretta non è il mio forte. In quello la specialista è Esther. E forse è proprio questo il motivo per cui non chiamo subito la polizia: perché non c'è Esther a dirmi di farlo. E comunque, in tutta sincerità, il mio primo pensiero non è che sia successo qualcosa a Esther. Non è nemmeno il secondo, né il terzo che mi attraversa la mente, così mi lascio sopraffare dal mio post-sbronza, chiudo la finestra e me ne torno a letto.

    Quando mi sveglio per la seconda volta sono le dieci passate. Il sole è ormai alto e lungo Farragut Avenue c'è tutto un andirivieni di gente che entra ed esce dai negozietti di caffè e bagel per comprarsi la colazione, o il pranzo, o come altro si voglia chiamare quello che la gente mangia e beve alle undici del mattino. Tutti intabarrati nelle loro giacche a vento e nei cappotti di lana, le mani ficcate in tasca, i cappelli calcati in testa. Non occorre essere dei geni per capire che fa freddo.

    Io, comunque, me ne sto seduta in soggiorno sul piccolo divano rosso e aspetto che Santa Esther torni con un caffè alla nocciola e un bagel. Perché è questo che fa ogni domenica dopo aver cantato nel coro della chiesa: porta a casa bagel e caffè, e insieme ci sediamo al piccolo tavolo della cucina a mangiare, parlando di tutto, dai bambini che urlano durante la messa, al direttore del coro che ha perso lo spartito, a qualsiasi cosa insulsa possa aver fatto io la sera precedente: bere troppo, portare a casa qualche tizio che a malapena conosco, un individuo senza volto che Esther nemmeno vede ma sente attraverso i muri del nostro appartamento, sottili come carta velina.

    Ieri sera sono uscita, ma Esther non è venuta. Voleva stare a casa a riposare. Diceva di covare un'influenza, ma adesso che ci penso non le ho visto nessun segno evidente di malattia: niente tosse, né starnuti, né occhi lucidi. Era sul divano, sepolta sotto le coperte, con il suo comodo pigiama di flanella. Vieni con me, l'ho supplicata. Sulla Balmoral aveva aperto un nuovo locale, e noi morivamo dalla voglia di andarci. Era uno di quei posticini chic, con la luce soffusa, dove servono solo Martini.

    Vieni con me, l'ho implorata, ma lei mi ha risposto di no.

    Sarei solo una guastafeste, Quinn ha replicato. Vai senza di me. Ti divertirai di più.

    Vuoi che rimanga a casa con te? le ho chiesto, senza troppa convinzione. Ordiniamo qualcosa d'asporto, ho detto, ma in realtà non era quello che volevo. Avevo un nuovo vestitino baby-doll e le scarpe con il tacco, mi ero truccata e fatta la messa in piega. Addirittura mi ero depilata le gambe, in vista di quella serata: non sarei rimasta a casa per niente al mondo. Ma almeno mi ero offerta di farlo.

    Esther ha detto di no, di uscire senza di lei e divertirmi.

    Esattamente quello che ho fatto. Sono uscita senza di lei e mi sono divertita. Però non sono andata in quel locale. No, volevo che io ed Esther ci andassimo insieme. Allora sono finita in un infimo bar karaoke, ho bevuto troppo e sono tornata a casa con uno sconosciuto.

    Al mio rientro Esther era a letto, con la porta chiusa. O almeno così ho pensato.

    Ora invece, seduta sul divano, mentre ripenso a stamattina non posso fare a meno di chiedermi: per quale motivo Esther dovrebbe dileguarsi dalla finestra sulla scala antincendio?

    Penso e ripenso, ma nella mia mente prende forma una sola immagine: quella di Romeo e Giulietta, la famosa scena del balcone da cui Giulietta confessa a Romeo il suo amore per lui (che in pratica è anche l'unica nozione che mi è rimasta dal liceo, oltre alla scoperta del fusto vuoto della biro come pezzo d'artiglieria formidabile per sparare palline di carta insalivata).

    È questo che ha spinto Esther a scavalcare la finestra nel mezzo della notte? Un uomo?

    Naturalmente, alla fine della storia Romeo si avvelena e Giulietta si uccide con un pugnale. Ho letto il libro. Anzi, meglio ancora, ho visto il film, l'adattamento uscito nel 1990, con Claire Danes e Leonardo DiCaprio. So come finisce, con Romeo che beve il veleno e Giulietta che si spara in testa con la pistola di lui. Speriamo che la storia di Esther abbia un finale migliore di quello di Romeo e Giulietta.

    Per adesso non c'è nient'altro da fare che aspettare, quindi rimango sul divanetto rosso, con lo sguardo fisso sul tavolo della cucina, deserto, in attesa che Esther torni a casa, indipendentemente dal fatto che abbia trascorso la notte nel suo letto o che si sia arrampicata fuori dalla finestra del nostro appartamento senza ascensore, al terzo piano. Non mi interessa. Rimango ad aspettare. In pigiama – una maglia con il collo serafino, pantaloni di flanella e un paio di calze antiscivolo di lana ad abbellirmi i piedi – aspetto che arrivino il mio caffè e il mio bagel. Ma a quanto pare oggi non si faranno vedere, e per colpa di Esther dovrò fare a meno di colazione e caffeina.

    A mezzogiorno, faccio quello che farebbe qualsiasi adulto con un minimo di amor proprio: un'ordinazione da Jimmy John's. Ci vogliono tre quarti d'ora buoni per la consegna del mio sandwich gourmet al tacchino, e nell'attesa mi convinco che ormai il mio stomaco ha iniziato ad autodigerirsi. È da almeno sedici ore che non metto niente sotto i denti, e se considero anche la maxidose di alcol che mi sono tracannata penso che mi si stia gonfiando la pancia come a quei bambini del Terzo Mondo che si vedono in tv.

    Non ho più energie. La morte è imminente. Sì, potrei morire.

    Poi sento suonare il campanello e balzo in piedi. Eccolo! Vado alla porta e saluto il ragazzo di Jimmy John's dandogli la mancia, qualche misero dollaro che sono riuscita a trovare in una busta con la scritta Affitto che Esther ha ficcato in un cassetto della cucina.

    Consumo il mio pranzo curva sul tavolino di ferro in stile industriale, poi faccio ciò che è doveroso fare quando la propria coinquilina è assente ingiustificata: vado a curiosare. Entro in camera di Esther senza nemmeno un briciolo di senso di colpa, senza il minimo scrupolo.

    Tra le due, Esther ha la camera più piccola, più o meno delle dimensioni di un grosso scatolone. Il suo armadio minuscolo, la scrivania e il letto matrimoniale occupano tutta la stanza, le sponde toccano entrambe le pareti, verniciate a buccia d'arancia, rendendo quasi impossibile muoversi. È questo che puoi permetterti a Chicago, pagando millecento dollari al mese: uno scatolone con i muri a buccia d'arancia.

    Scivolo accanto ai piedi del letto, inciampando nel mucchio di coperte ancora a terra, sul pavimento di legno tutto graffiato, e do un'occhiata fuori, alla scala antincendio fatta di grate d'acciaio. Quando mi sono trasferita qui, un anno fa, scherzavamo sul fatto che lei avrebbe avuto la camera più piccola, ma sarebbe stata l'unica a sopravvivere alle fiamme se per caso l'edificio fosse andato a fuoco. Per me andava bene così. Va ancora bene così, in realtà, perché non solo nella mia stanza ho un letto, una scrivania e un comò, ma anche una poltrona tonda papasan. E il palazzo non è mai andato a fuoco.

    Di nuovo mi chiedo cosa possa aver spinto Esther a uscire sulla scala antincendio nel cuore della notte. Non poteva passare per il portone? Non vorrei sembrare preoccupata, perché non lo sono, sul serio. Esther c'è già stata su quella scala antincendio. Una volta ce ne stavamo spesso sedute là fuori, a guardare la luna e le stelle, come se fosse un balcone, sorseggiando cocktail, con i piedi a penzoloni sopra un orrendo vicolo di Chicago. Era il nostro rito, allungarci sulle scomode grate di una squallida scala antincendio nera, e confidarci i nostri sogni e segreti, mentre il reticolo metallico delle grate ci si conficcava nella pelle, fino a farci perdere la sensibilità del sedere.

    Ma se anche Esther è andata lì, la notte scorsa, di sicuro ora non è su quella maledetta scala.

    Dove potrebbe essere?

    Sbircio nel suo armadio. I suoi stivaletti preferiti non ci sono: può averli indossati, avere aperto la finestra ed essere uscita di proposito.

    , mi dico, è così che è andata, e questa ipotesi mi rassicura. Esther sta bene.

    Resta comunque da capire dov'è finita.

    Osservo il pomeriggio silenzioso fuori dalla finestra. La frenetica caccia al caffè mattutina ha lasciato il posto alle strade deserte: non c'è un'anima in giro. Immagino metà Chicago appollaiata davanti alla tv, a guardare i Bears che infilano un'altra colossale sconfitta.

    Mi allontano dalla scala antincendio e comincio la mia indagine in camera di Esther. Quello che trovo è un pesciolino rosso lasciato senza cibo. Un mucchio di biancheria sporca che fuoriesce da un cesto nell'armadio. Jeans aderenti. Leggings. Jeggings. Reggiseni e biancheria intima adatta a una nonna. Canottiere bianche, piegate e riposte accuratamente di fianco al cesto della biancheria sporca. Una scatola di ibuprofene. Una bottiglia d'acqua. Libri di testo universitari ammucchiati in una pila alta fin quasi al soffitto, di fianco alla sua scrivania Ikea. Appoggio la mano sulla maniglia di un cassetto dell'armadio, ma non guardo all'interno. Sarebbe maleducazione, più ancora che curiosare tra le cose che Esther ha lasciato sulla scrivania: il suo computer portatile, l'iPod, le cuffie, eccetera.

    Attaccato al muro con le puntine c'è un selfie di noi due, scattato l'anno scorso. Era Natale ed eravamo tutte impettite davanti al nostro abete artificiale. Sorrido al ricordo di noi che arranchiamo tra cumuli di neve per andare a prenderlo. Nella foto io ed Esther siamo vicinissime, e si vedono i rami dell'abete che ci punzecchiano le teste e i fili d'argento che ci si attaccano ai vestiti. Io ho un sorrisetto compiaciuto, Esther la solita espressione affabile. L'albero è il suo, e al momento è in un box in fondo alla strada. Per sessanta dollari al mese, Esther ha affittato questo deposito di un metro e mezzo per tre in cui tiene vecchie chitarre, un liuto e qualsiasi altra cosa che non trova spazio nella sua minuscola camera da letto. La sua bicicletta. E l'albero, naturalmente.

    Siamo andate al deposito insieme lo scorso dicembre, per prendere l'albero. Abbiamo camminato a fatica tra i cumuli di neve fresca, e i piedi ci rimanevano intrappolati come se fossimo in mezzo alle sabbie mobili. Nevicava anche in quel momento, con fiocchi che cadevano dal cielo come soffici, voluminosi batuffoli di cotone. Le macchine parcheggiate in fila lungo il marciapiede erano sepolte sotto il manto nevoso: per liberarle sarebbe stato necessario scavare o aspettare il disgelo. A causa della bufera mezza città era rimasta bloccata e per le strade c'era un silenzio inusuale, rotto solo da me ed Esther, che cantavamo a squarciagola le canzoni di Natale. Soltanto gli spazzaneve si avventuravano fuori, e anche quelli avanzavano slittando, con movimenti a zigzag. Né io né Esther saremmo dovute andare al lavoro, quel giorno. Era tutto chiuso.

    Così abbiamo arrancato fino al deposito per cercare l'alberello di plastica da portare a casa in vista delle vacanze, e ci siamo fermate nell'androne di cemento per metterci a ballare come due sceme davanti alla telecamera di sicurezza. Ci immaginavamo l'addetto alla sicurezza – un tipo taciturno, un po' inquietante – seduto alla sua scrivania a guardare sullo schermo noi ragazze che ballavamo una giga irlandese. Abbiamo riso a crepapelle, poi, quando abbiamo smesso, Esther ha aperto il lucchetto del box numero 203 e abbiamo cominciato a cercare l'abete, mentre io continuavo a blaterare che anche i miei genitori abitavano al civico 203 di David Drive. Il destino ha detto Esther, ma io le ho risposto che era solo uno stupido caso.

    L'albero era smontato e sistemato in uno scatolone, ed è stato difficile trovarlo. In quel box gli scatoloni erano tanti. Troppi. E io devo aver inciampato in quello sbagliato. Ho alzato il coperchio, scoprendo una montagna di fotografie di una famiglia felice riunita accanto a una casa, allora ne ho presa una e mostrandola a Esther le ho chiesto: Chi sono?. Lei mi ha strappato la foto dalle mani e ha risposto secca: Nessuno. Non ho avuto il tempo di vederla bene, ma non mi è proprio sembrato che non fosse nessuno. Però non ho voluto insistere. Da quello che avevo intuito, a Esther non piaceva parlare della sua famiglia. Mentre io non facevo altro che brontolare e lagnarmi della mia, Esther non manifestava mai i suoi sentimenti al riguardo.

    Ha ributtato la foto nello scatolone e l'ha richiuso con il coperchio.

    Trovato l'abete, l'abbiamo trascinato verso casa, ma prima ci siamo fermate alla nostra tavola calda preferita. Eravamo quasi da sole nel locale vuoto, e abbiamo preso caffè e pancake anche se ormai eravamo a metà giornata. Siamo rimaste a guardare la neve che scendeva. Abbiamo riso nel vedere la gente che cercava faticosamente di farsi strada, o di tirare fuori l'automobile da sotto piramidi di neve. Quelli che erano abbastanza fortunati da farcela, cercavano di accaparrarsi un parcheggio più riparato. Lo occupavano con qualsiasi cosa avessero a portata di mano, come un secchio, una sedia, per impedire che ci si mettesse qualcun altro. I parcheggi sono preziosi come l'oro da queste parti, soprattutto in inverno. Così quel giorno, guardando fuori dalla vetrina della tavola calda, io ed Esther abbiamo notato anche i nostri vicini trascinare sedie fuori di casa per rivendicare la loro proprietà sui parcheggi appena ripuliti dalla neve, e che presto il manto bianco avrebbe di nuovo ricoperto. Ci siamo sentite fortunate a dover contare soltanto sui mezzi pubblici.

    Poi abbiamo portato l'albero a casa e abbiamo trascorso la serata ad addobbarlo con lucine e abbondanti decorazioni. Una volta finito, Esther si è messa seduta a gambe incrociate sul divano rosso e ha cominciato a strimpellare la chitarra mentre io la accompagnavo canticchiando sommessamente Astro del ciel e Jingle Bells. Questo è successo l'anno scorso, l'anno in cui Esther mi ha regalato un paio di calzini antiscivolo di lana per tenermi caldi i piedi, perché nel nostro appartamento faceva freddo ventiquattr'ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Non riuscivo mai a scaldarmi. Un gesto di premura e di sollecitudine da parte sua. Quel regalo dimostrava quanto mi ascoltasse quando mi lamentavo di continuo dei miei piedi gelati. Abbasso lo sguardo e me li vedo addosso.

    Ma Esther dov'è?

    Continuo la mia ricerca, non so nemmeno io di che cosa, ma trovo solo qualche penna sparsa qua e là e matite portamina. Un pupazzetto della sua infanzia, logoro e sgualcito, rimane un po' nascosto sulla mensola dell'armadio minuscolo, con le ante scorrevoli che non si chiudono più. Sul fondo sono allineate scatole di scarpe. Sbircio all'interno, e vedo che sono tutti modelli comodi e noiosi: ballerine, mocassini, sneakers.

    Assolutamente niente tacchi.

    Assolutamente niente che abbia un colore diverso dal nero, bianco o marrone.

    Poi la vedo, sulla scrivania: una lettera.

    Infilata nella pila di fogli tenuti fermi dal libro di terapia occupazionale, tra una bolletta del telefono e gli appunti delle lezioni.

    Una lettera, piegata in tre parti come se Esther fosse stata sul punto di infilarla in una busta e spedirla, ma poi avesse cambiato idea.

    Riavvito il tappo alla bottiglietta d'acqua, metto il cappuccio alle penne. Come ho fatto a non accorgermi mai che Esther è così disordinata? Che cos'altro non so della mia coinquilina?

    E poi leggo la lettera. Come posso non farlo? È una lettera, e questo fa di me una specie di stalker. È scritta al computer – il che è una cosa maniacale tipica di Esther – e termina così: Con tutto il mio affetto, poi una E e una V. Con tutto il mio affetto, EV. Esther Vaughan.

    È allora che ci penso: forse Santa Esther non è poi così santa, dopo tutto.

    2

    ALEX

    Vorrei che una cosa fosse chiara: io non credo ai fantasmi.

    C'è una spiegazione logica per tutto. Qualcosa di banale, come una lampadina che non è avvitata bene. Un interruttore difettoso. Un problema nell'impianto elettrico.

    Sono in cucina a finire la mia lattina di limonata Mountain Dew, con una scarpa sì e una no, e proprio nell'istante in cui mi infilo la seconda sneaker nera vedo sfarfallare una luce dall'altra parte della strada. Accesa. Spenta. Accesa. Spenta. Come la contrazione involontaria di un muscolo. Un crampo. Uno spasmo, un tic.

    Accesa. Spenta.

    Poi più nulla, e io resto a chiedermi se è successo davvero o se si è trattato di uno scherzo della mia immaginazione.

    Quando entro nella stanza, papà è sul divano, con le braccia e le gambe allargate. Sul tavolino c'è una bottiglia aperta di whisky canadese, Gibson's Finest. Il tappo sarà da qualche parte tra i cuscini del divano, o stretto nel palmo di una mano sudaticcia. Sta russando, e il petto gli sibila come un serpente a sonagli. Ha la bocca aperta, la testa reclinata su un bracciolo del divano, e quando si sveglierà – di sicuro con i postumi della sbornia – avrà senz'altro il torcicollo. Il tanfo dell'alito del mattino impregna la stanza, emana dalla sua bocca come i gas di scarico di un'automobile. Azoto, monossido di carbonio e anidride solforosa, che fluttuano nell'aria annerendola. Scherzo, ma è così che mi immagino quell'aria, nera, mentre mi porto una mano al naso per non doverne sentire l'olezzo.

    Papà ha ancora ai piedi i suoi scarponi marroni di pelle, e quello sinistro è slacciato. I lacci logori penzolano oltre il bracciolo del divano. Indossa la giacca, un impermeabile di nylon con la zip, verde abete. Una zaffata di colonia stantia mi racconta i dettagli della serata appena trascorsa, un'altra serata patetica che sicuramente avrebbe potuto finire meglio se si fosse ricordato di togliersi la fede. Ha più capelli di quanti ne abbia in genere un uomo della sua età, tagliati corti ma ancora folti, di un colore rossiccio che ben si accompagna alla sua carnagione rubiconda. Molti suoi coetanei sono già calvi, o quando va bene hanno i capelli ormai radi. Ingrassano, magari. Ma non lui. Papà è un uomo ancora piacente.

    Eppure, anche mentre dorme, in lui vedo un atteggiamento di sconfitta. È un disfattista, il che per un quarantacinquenne è un guaio ben peggiore delle maniglie dell'amore o della calvizie incipiente.

    E poi è un ubriacone.

    La tv è accesa da ieri sera, e ora sta trasmettendo i cartoni animati della fascia del mattino. La spengo ed esco dal portone, gli occhi fissi sulla casa abbandonata dall'altra parte della strada, dove ho visto accendersi e spegnersi la luce appena qualche minuto fa. Accesa, spenta. È una casa piuttosto classica e modesta, pitturata di quel giallo tipico degli scuolabus, e ha una lastra di cemento al posto della veranda, il tetto in alluminio sfasciato.

    Non ci vive nessuno. Nessuno vorrebbe mai starci, come non si vorrebbe mai farsi devitalizzare un dente o operare di appendicite. Diversi inverni fa, una tubatura dell'acqua si è congelata ed è scoppiata – almeno così abbiamo sentito dire – e ha provocato un allagamento. Alcune finestre sono state sbarrate con pannelli di compensato, subito coperte di tag e graffiti. Le erbacce infestano il giardino, soffocano il prato. Dalla grondaia penzola la canaletta di scolo, la parte finale è addirittura staccata. Presto tutto sarà sepolto dalla neve.

    Non è l'unica casa abbandonata in questa strada, ma è quella di cui tutti parlano. Per le altre abitazioni fatiscenti e derelitte possiamo incolpare la crisi economica e quella del mercato immobiliare. Il loro degrado ha finito per svalutare anche le nostre, e ha reso questo quartiere, da residenziale che era, un posto orrendo.

    Il discorso non vale per questa casa. Questa ha una storia tutta sua.

    Mi ficco le mani nelle tasche del giubbotto grigio e continuo a camminare.

    Il lago è arrabbiato stamattina. Le onde sferzano le rive, riversano acqua sulla sabbia. Acqua gelida. Non può essere sopra i due gradi, temperatura sufficiente per non farla congelare. Almeno per adesso. L'inverno scorso, il faro si è ricoperto di ghiaccio e il lago Michigan si è bloccato in un'onda gonfia e solida, aggrappata ai bordi del molo di legno. Ma questo è successo, appunto, l'inverno scorso. Adesso siamo in autunno. Manca ancora parecchio tempo perché il lago si congeli.

    Faccio qualche altro passo per allontanarmi dall'acqua e non inzupparmi le scarpe, ma mi bagno lo stesso. L'acqua arriva lateralmente, a grossi spruzzi, le onde saranno alte almeno un metro e mezzo. Se fossimo in estate, la stagione turistica, la spiaggia sarebbe chiusa, per via delle acque troppo mosse e dell'eccessiva corrente.

    Ma non siamo in estate, e i turisti non ci sono.

    La città è silenziosa, alcuni negozi rimarranno chiusi fino a primavera. Il cielo è scuro. Fa giorno tardi, e notte presto, in questo periodo. Alzo lo sguardo: non ci sono stelle, né luna. Sono nascoste dietro un cumulo di nubi grigie.

    I gabbiani garriscono forte. Volano in alto a fatica, in ampi cerchi, e solo il bagliore del faro li rende visibili. Il vento sferzante attraversa l'aria, flagella la superficie del lago, e impedisce loro di procedere in linea retta. I gabbiani rimangono sospesi, in posizione obliqua. Adesso sbattono le ali ostinatamente, ma rimangono fermi nello stesso punto. Non vanno proprio da nessuna parte, come me.

    Mi tiro su il cappuccio per non farmi andare la sabbia nei capelli e negli occhi.

    Attraverso il parco, allontanandomi dal lago, e supero la vecchia giostra in stile retrò. Guardo gli occhi inespressivi di un cavallo, una giraffa, una zebra. Un mostro marino, a bordo del quale cinque o sei anni fa ho dato il mio primo bacio. A Leigh Forney, che ora è matricola all'università del Michigan, dove mi sembra che studi biofisica, biotecnologie o bio-non-so-che-cosa. Leigh non è l'unica a essersene andata. Anche Nick Bauer e Adam Gott si sono trasferiti. Nick è all'università della California, Adam alla

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