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Oltre i confini del mondo: Magellano e la circumnavigazione del globo.

Oltre i confini del mondo: Magellano e la circumnavigazione del globo.

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Oltre i confini del mondo: Magellano e la circumnavigazione del globo.

Lunghezza:
651 pagine
9 ore
Pubblicato:
Apr 18, 2019
ISBN:
9788858997031
Formato:
Libro

Descrizione

Nel 1519 l’esploratore Ferdinando Magellano si imbarca dalla Spagna con cinque navi e più di duecento uomini alla volta delle Isole delle Spezie, in cerca di una più rapida via. Per arrivarci compirà un viaggio lungo tre anni attraverso gli oceani, e realizzerà un’impresa che rivoluzionerà la concezione geografica del mondo conosciuto: circumnavigare la terra per la prima volta nella Storia. Laurence Bergreen, scrittore e giornalista pluripremiato, racconta di un’epopea rivoluzionaria e maestosa che ha cambiato la storia del mondo e il modo in cui gli esploratori avrebbero navigato sugli oceani da quel momento in poi. Oltre i confini del mondo è la cronaca di una spettacolare odissea, in cui passione, avventura e dramma si intrecciano magnificamente, dando luogo a un resoconto appassionante sul senso dell’esplorazione e della scoperta.
Torna in libreria un volume prestigioso, ora aggiornato con una nuova introduzione ad hoc per commemorare il 500° anniversario del viaggio di Magellano.
Pubblicato:
Apr 18, 2019
ISBN:
9788858997031
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Laurence Bergreen è scrittore, storico e giornalista. Autore bestseller di biografi e tradotte in più di venticinque lingue e insignite dei più prestigiosi premi della categoria, scrive su varie testate tra cui New York Times, Wall Street Journal, Los Angeles Times ed Esquire. Laureato a Harvard, vive a New York.

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Anteprima del libro

Oltre i confini del mondo - Laurence Bergreen

umano.

LIBRO PRIMO

LA CORSA ALL’IMPERO

1.

LA RICERCA

Egli si regge con la mano ossuta, e

«C’era una volta una nave», dice.

«Stammi alla larga! Giù di dosso, vecchio babbeo!»

Subito la mano egli lascia cadere.

Il 7 giugno 1494 papa Alessandro VI divise il mondo in due, concedendone la parte occidentale alla Spagna e quella orientale al Portogallo.

Le cose sarebbero andate sicuramente in modo diverso se il pontefice non fosse stato uno spagnolo – Rodrigo de Borja, nato poco lontano da Valencia. Fatto sta che lo era. Ex studente di giurisprudenza, Rodrigo aveva assunto il nome di Borgia quando uno zio materno, Alfonso Borgia, aveva brevemente occupato il soglio pontificio col nome di Callisto III. Da questi pochi dettagli biografici si può già dedurre che Alessandro VI fu un papa piuttosto secolare: uno degli uomini più ricchi e ambiziosi d’Europa, grande appassionato di donne, con molti figli illegittimi e sufficienti energie e abilità per indulgere alle sue molte passioni mondane.

Questo papa aveva quindi deciso di gettare il peso della sua autorità dalla parte di Ferdinando e Isabella, i «monarchi cattolicissimi» di Spagna, che nel 1492 avevano istituito la Santa Inquisizione per purgare il loro paese dalla presenza ebraica e moresca. A loro volta i due sovrani esercitavano una considerevole influenza sul papato, e avevano ragione di ritenere che Roma non potesse non prestare benevolmente orecchio alle loro richieste: ciò che Ferdinando e Isabella desideravano era che la benedizione papale andasse a sancire e proteggere le scoperte fatte da Cristoforo Colombo, il grande navigatore genovese che a nome della corona spagnola aveva preso possesso di un nuovo mondo. Ma anche il Portogallo, principale rivale della Spagna nel controllo del commercio mondiale, poteva avanzare pretese sulle terre appena scoperte: e così pure Francia e Inghilterra.

Ferdinando e Isabella supplicarono quindi il pontefice di avallare il loro titolo di proprietà sul Nuovo Mondo, e Alessandro VI rispose emanando alcune bolle pontificie – cioè editti solenni – che stabilivano una linea di demarcazione fra i territori spagnoli e quelli portoghesi tutt’attorno al mondo: questa linea si estendeva dal Polo Nord al Polo Sud, e passava un centinaio di leghe (poco più di trecento miglia) a ovest di un oscuro arcipelago denominato Isole di Capo Verde, ubicate nell’Oceano Atlantico al largo delle coste nordafricane. Antonio e Bartolomeo da Noli, navigatori genovesi che solcavano i mari per il Portogallo, le avevano scoperte nel 1460, e da allora le isole erano diventate l’avamposto commerciale della tratta degli schiavi.

Le bolle papali garantivano dunque l’esclusivo diritto della Spagna sulla parte di globo terraqueo che si estendeva a ovest della linea; ai portoghesi, ovviamente, sarebbe appartenuta la parte a est della linea. Ma se uno qualunque dei due contendenti avesse scoperto nella sua zona un paese retto da un governatore cristiano, in quel territorio il titolo di proprietà avrebbe dovuto considerarsi nullo. Lungi dal risolvere le controversie fra Spagna e Portogallo, questa disposizione scatenò una gara furibonda a chi scopriva più terre aggiudicandosi il controllo delle vie commerciali, mentre i due paesi rivali cercavano con ogni mezzo di spostare la linea di demarcazione a proprio favore. La disputa sull’ubicazione della linea andava avanti da un pezzo quando i diplomatici dei due paesi si riunirono nella piccola città di Tordesillas, nella Spagna nordoccidentale, per studiare una formula di compromesso.

A Tordesillas, spagnoli e portoghesi riconobbero la necessità di attenersi all’idea di spartizione del mondo sancita dall’editto papale, che sembrava tutelare gli interessi di entrambe le parti. Ma i portoghesi ebbero la meglio sugli spagnoli e ottennero di spostare la linea più a ovest di 270 leghe; la nuova linea di separazione passava quindi 370 leghe a ovest delle Isole di Capo Verde, approssimativamente a 46°30’ di longitudine Ovest secondo il sistema geografico moderno. Tale cambiamento situava il confine tra i due imperi nel bel mezzo dell’Atlantico, grosso modo a metà strada fra le Isole di Capo Verde e l’isola caraibica di Hispaniola. Il nuovo confine dava ai portoghesi ampio accesso via mare al continente africano, e soprattutto permetteva loro di aggiudicarsi il Brasile da poco scoperto. Ma il dibattito sulla linea di spartizione – e sulle conseguenti pretese – si trascinò ancora per anni. Nel 1503 Alessandro VI morì e il suo successore, Giulio II, nel 1506 benedisse i cambiamenti decisi a Tordesillas. Il trattato aveva assunto la sua forma definitiva.

Risultato di un numero infinito di compromessi, il trattato di Tordesillas creava però più problemi di quanti ne risolvesse. Dato che i cosmologi non erano ancora in grado di determinare con esattezza la longitudine – e non avrebbero potuto farlo ancora per duecento anni circa – risultò del tutto impossibile fissare l’esatta ubicazione della linea. Altre complicazioni derivavano dal fatto che il trattato non specificava se la linea di demarcazione dovesse considerarsi tracciata tutt’attorno al globo, o se più semplicemente tagliasse in due soltanto l’emisfero occidentale. All’epoca, infine, non si aveva un’idea molto precisa dell’ubicazione di oceani e continenti. Ammesso e non concesso che la terra fosse rotonda, cosa che gli uomini di scienza e di studio davano ormai per assodata, le mappe del 1494 ritraevano un pianeta alquanto diverso da quello che conosciamo oggi. Mischiando geografia e mitologia, la cartografia del tempo includeva continenti del tutto immaginari mentre ignorava l’esistenza di altri realmente esistenti: il risultato finale era l’immagine di un mondo che non è mai esistito. Prima di Copernico era convinzione generalmente condivisa che la Terra si trovasse esattamente al centro dell’universo, con una serie di pianeti perfettamente sferici – sole compreso – che le giravano attorno lungo orbite perfettamente circolari e fisse; dobbiamo immaginare la Terra annidata nel centro geometrico di tutte le circonferenze tracciate dai pianeti.

Anche le carte geografiche del mondo più accurate e sofisticate rivelano i limiti di cui all’epoca ancora soffriva la cosmologia, ossia la specializzazione accademica che si occupava di descrivere le fattezze del mondo, di studiare forma ed estensione di terre e oceani e di precisare la collocazione della Terra nell’universo. I cosmologi occupavano posti di prestigio in tutte le università, ed erano tenuti nella massima considerazione dai sovrani d’Europa: infatti, nonostante fossero in genere insigni matematici, essi non disdegnavano d’occuparsi anche di astrologia, disciplina che era ritenuta a tutti gli effetti un ramo dell’astronomia e che faceva di loro i beniamini dei barcollanti sovrani europei, sempre bisognosi di certezze in un mondo malfermo. Ed effettivamente il mondo stava cambiando in fretta, molto più in fretta di quanto i cosmologi stessi fossero in grado di comprendere. Per tutto il XVI secolo la cosmologia si era basata su calcoli e teorie elaborati da matematici e astronomi greci ed egiziani: ma le nuove scoperte minavano alle fondamenta quei venerabili assiomi. Eppure, invece di ammettere l’imminenza di una vera e propria rivoluzione scientifica, i cosmologi preferivano rispondere alla sfida cercando di modificare e adattare alle nuove realtà gli schemi classici, soprattutto le teorie sistematizzate da Claudio Tolomeo, astronomo e matematico greco-egiziano vissuto nel II secolo a.C.

Dopo secoli di abbandono, nel 1410, era stato riscoperto il massiccio compendio dei calcoli matematici e astronomici di Tolomeo: ed era proprio su questa base che la rinascita degli studi classici aveva potuto superare la concezione medievale del mondo, basata su un’interpretazione a un tempo magica e letterale della Bibbia. Ma nonostante il rigoroso approccio matematico di Tolomeo fosse infinitamente più sofisticato delle fantasticherie dei monaci medievali sulla struttura del cosmo, anche la sua descrizione della Terra conteneva errori e lacune. Influenzati da Tolomeo, ad esempio, i cosmologi europei escludevano completamente dalle loro carte geografiche l’Oceano Pacifico, che pure occupa un terzo della superficie terrestre, e avevano un’idea molto approssimativa del continente americano, che rappresentavano basandosi più su voci non confermate e racconti di viaggio che non sull’osservazione diretta. Eppure, paradossalmente, furono proprio le omissioni e gli errori di Tolomeo a rendere possibile l’esplorazione del globo, suggerendo l’idea di una Terra molto più piccola e navigabile di quanto non fosse in realtà: se nel sistema tolemaico le dimensioni del mondo fossero state calcolate in maniera più corretta, forse non avremmo avuto l’Età delle grandi scoperte.

In mezzo a tanta confusione cominciarono quindi a emergere due tipi di carta geografica: da una parte quelle semplici ma precise realizzate dai piloti sulla base dell’osservazione diretta; dall’altra quelle molto più complesse elaborate dai cosmografi. Le prime servivano semplicemente a navigare da un punto a un altro; i cosmografi invece cercavano di sistemare il cosmo intero nei loro schemi. Laddove i cosmografi utilizzavano soprattutto calcoli matematici, i piloti si servivano quasi solo dell’esperienza e dell’osservazione diretta. Le carte dei piloti mostravano porti e linee costiere; quelle dei cosmografi, piene di affascinanti speculazioni, all’atto pratico erano del tutto inutilizzabili. Quel che è certo è che né l’uno né l’altro approccio poteva applicare il trattato di Tordesillas al mondo reale.

Alla nostra mentalità sembrerebbe logico che i piloti dovessero collaborare strettamente con i cosmologi: ma nella realtà ciò avveniva di rado. In quanto lavoratori salariati, infatti, i piloti appartenevano a uno strato sociale inferiore; molti erano analfabeti e sapevano consultare soltanto carte nautiche estremamente semplificate, su cui erano tracciati porti e linee costiere familiari, mentre per tutto ciò che riguardava venti e correnti si affidavano all’istinto. I cosmologi li guardavano un po’ dall’alto in basso, come plebaglia cocciuta e ignorante, «uomini grossolani» dotati di «poco comprendonio». Dal canto loro i piloti, professionisti di grande esperienza che ogni giorno rischiavano la vita in mare, erano inclini a considerare i cosmologi una strana razza di sognatori del tutto priva di senso pratico. Quanto agli esploratori che si proponevano di realizzare viaggi transoceanici per raggiungere terre lontane, avevano bisogno di entrambi: la loro ispirazione nasceva dalle teorizzazioni dei cosmologi, ma per la parte pratica si affidavano ai piloti.

Pur destinato a crollare sotto il peso dei suoi presupposti sbagliati, il trattato di Tordesillas poneva una sfida di grande rilievo a tutta la cosmologia del mondo antico. Sulla base di una finzione che si reggeva su una profonda incomprensione del mondo, Spagna e Portogallo si scontravano per fondare due imperi mondiali contrapposti. A rigor di logica, quella del trattato di Tordesillas non era nemmeno una linea tracciata sulla sabbia: era una linea tracciata sull’acqua.

Imbaldanziti dalla firma del trattato, Ferdinando e Isabella cominciarono subito a studiare il modo per sfruttare al meglio la porzione di globo loro assegnata. Ma con poco successo: nemmeno i viaggi di Cristoforo Colombo nel Nuovo Mondo, infatti, avevano potuto offrire alla Spagna l’agognata rotta marittima per le Indie. Una generazione dopo Colombo, Carlo I si incaricò di rivitalizzare il sogno di un impero spagnolo esteso a tutta la Terra: come i suoi consiglieri il re sapeva bene che le Indie producevano merci di valore inestimabile, fra cui le più preziose in assoluto, le spezie.

Fin dai tempi più remoti le spezie hanno giocato un ruolo economico di fondamentale importanza nella storia della civiltà. Un po’ come oggi accade per il petrolio, per lungo tempo fu il fabbisogno europeo di spezie a governare l’economia e a influenzare la politica mondiale; ancora in analogia con il petrolio, le spezie si intrecciarono inestricabilmente con il tema dell’esplorazione, della conquista e dell’imperialismo. Ma in più le spezie avevano un fascino e un’aura particolarissimi; la semplice menzione del loro nome – pepe bianco e nero, mirra, incenso, noce moscata, cannella, cassia, macis e chiodi di garofano, per ricordarne solo alcune – era sufficiente a evocare le meraviglie d’Oriente, il misterioso Est del mondo.

Erano stati i mercanti arabi i primi a trasportare le spezie via terra fino in Europa attraverso tutta l’Asia, e per secoli ne avevano fatto lievitare artificialmente i prezzi nascondendone accuratamente l’origine. Per mantenere il monopolio pressoché assoluto sul commercio delle spezie, infatti, questi mercanti sostenevano che la loro preziosa mercanzia proveniva dall’Africa, mentre in realtà le spezie crescono in varie zone dell’India, della Cina e nel Sudest asiatico. E gli europei ci avevano creduto, che le spezie fossero originarie dell’Africa, mentre laggiù si limitavano a cambiare di mano. Per proteggere il loro lucroso monopolio, inoltre, i mercanti arabi si erano inventati mostri e leggende a non finire attorno al prosaico processo di coltivazione e raccolta delle spezie, che facevano sembrare il procacciarsele un’impresa difficilissima e rischiosa.

Col tempo, il commercio delle spezie aveva assunto un ruolo centrale nell’ethos arabo: anche Maometto, il profeta dell’islam, veniva da una ricca famiglia di mercanti di spezie, e per molti anni si era dedicato a vendere e comprare mirra e incenso alla Mecca. Gli arabi avevano sviluppato sofisticate metodologie per estrarre dalle spezie gli oli essenziali che utilizzavano per scopi medici e più in generale terapeutici, e creato ricette per confezionare elisir e sciroppi fra i quali il famoso julāb, da cui la parola giulebbe. Durante il Medioevo la loro conoscenza in materia di spezie si era diffusa in tutta l’Europa occidentale, dove i farmacisti avevano creato un fiorente commercio di composti a base di chiodi di garofano, pepe, noce moscata e macis. In un’Europa affamata d’oro (i cui giacimenti, ancora una volta, si trovavano principalmente in territori controllati dagli arabi), le spezie divennero più preziose che mai: la merce più ambita in assoluto, e una componente di primo piano nella dinamica economica europea.

Ma nonostante il peso schiacciante che le spezie avevano ormai assunto nella loro economia, gli europei per procurarsele dipendevano ancora disperatamente dai mercanti arabi, dato che il loro clima rendeva impossibile coltivarle in proprio: nel XVI secolo, infatti, la penisola iberica era di gran lunga troppo fredda – molto più fredda di adesso, ancora nella morsa della Piccola Glaciazione – e troppo poco piovosa per produrre cannella, chiodi di garofano e pepe. Si narra che un sovrano indonesiano, parlando con un commerciante che sognava di trasferire in Europa la coltivazione delle spezie, lo avesse dissuaso dal farlo con le seguenti parole: «Potete forse portare laggiù le nostre sementi, ma non certo le nostre piogge».

La tradizione voleva che spezie, damaschi, diamanti, oppiacei, perle e altri beni provenienti dall’Asia arrivassero in Europa percorrendo itinerari lenti, complicati e costosi per terra e per mare, attraverso la Cina, l’Oceano Indiano, il Medio Oriente e il Golfo Persico. I mercanti europei, solitamente, riuscivano a metterci sopra le mani solo in Italia o nel Sud della Francia, da dove le imbarcavano per la destinazione finale. Strada facendo, le spezie potevano cambiare di mano anche dodici volte, finché il loro prezzo non arrivava alle stelle: esse erano il non plus ultra dei prodotti agricoli destinati al mercato.

Nel 1453, con la caduta di Costantinopoli nelle mani dei turchi e la conseguente interruzione delle vecchie, solide vie commerciali fra Asia ed Europa, il traffico mondiale delle spezie subì un tracollo. Fu allora che si cominciò a ragionare sulla prospettiva di aprire una nuova via delle spezie, una via d’acqua, capace di sfruttare l’oceano come via di comunicazione: questa innovazione avrebbe spalancato nuove possibilità di sviluppo economico alla nazione europea che si fosse dimostrata in grado di dominare il mare. Per chi poteva permettersi di affrontarne i rischi, il guadagno promesso dal commercio marittimo delle spezie, combinandosi con la prospettiva di controllare l’economia mondiale, costituiva un’attrazione irresistibile.

L’esca delle spezie convinse anche i finanzieri più sobri e prudenti a finanziare l’allestimento di spedizioni ad alto rischio finalizzate all’esplorazione di zone del mondo ancora sconosciute, e indusse una legione di giovani uomini a giocarsi la vita nell’impresa. La migliore, forse l’unica ragione che poteva spingere un giovane spagnolo a prendere il mare era la prospettiva di arricchirsi nelle Isole delle Spezie, dovunque esse fossero. Un marinaio disposto a dedicare vari anni della sua vita al viaggio di andata e ritorno, e capace di mettersi in tasca in maniera più o meno lecita un sacchetto di chiodi di garofano o di noci moscate, con il ricavato della vendita poteva comprarsi una casetta e vivere senza lavorare per il resto dei suoi giorni. E se questo sogno era alla portata di qualsiasi marinaio semplice, l’Età delle grandi scoperte prometteva ben di più a un capitano di lungo corso: non solo fama e ricchezza, ma anche titoli ereditari e terre lontane su cui regnare.

Fu il Portogallo la prima nazione europea a cercare di sfruttare il mare per il commercio delle spezie e per la costruzione di un impero globale. L’avventura ebbe inizio nel 1419, quando l’Infante del Portogallo, il principe Enrico, terzogenito di João I e di sua moglie Filippa, inglese, stabilì la sua corte a Sagres, un desolato affioramento roccioso nel lembo più meridionale del paese. Passato alla storia col nome di Enrico il Navigatore, l’Infante non prese quasi mai il mare, ma seppe ispirare ad altri il desiderio di conquistarlo. Le navi portoghesi dovevano affrontare ostacoli così enormi, e così ingigantiti dall’ignoranza e dalla superstizione, che solo marinai straordinariamente esperti e sicuri di sé osavano avventurarsi nel Mare Oceano, come allora veniva chiamato l’Oceano Atlantico.

In gioventù, da soldato, l’Infante aveva combattuto gli arabi, ed era sua ferma intenzione spazzarli via non solo dalla penisola iberica, ma anche dall’Africa settentrionale. Al tempo stesso, però, egli aveva imparato molte cose dai suoi nemici: ne aveva studiato le vie commerciali, la scienza, l’arte di disegnare carte geografiche e soprattutto le tecniche di navigazione. Quando l’Infante Enrico si stabilì a Sagres, gli europei sapevano ben poco dell’oceano al di sotto del ventisettesimo parallelo, ossia di Capo Bojador, nell’Africa occidentale. Si riteneva che, al di là di quel punto, le acque pullulassero di mostri marini, che vi si scatenassero tempeste talmente devastanti da rendere impossibile la navigazione, e che nebbie fittissime ingoiassero per sempre le navi che osavano spingersi così lontano. A tanti orribili perigli l’Infante Enrico contrapponeva una massima semplice e spavalda: «È impossibile pensare un pericolo così grande, che la speranza di guadagno non ne sia più grande ancora».

Per raggiungere il suo obiettivo, Enrico convocò alla scuola navale di Sagres navigatori, mastri carpentieri, astronomi, piloti, cosmografi e cartografi sia cristiani che ebrei, cui chiese di collaborare fra loro all’impresa di esplorare il mondo sotto la sua direzione. A Sagres fu quindi progettata una nave di nuova concezione: la piccola, manovrabile caravella, la cui vela triangolare, detta latina, era copiata dai vascelli arabi. Fino a quel momento i velieri europei, ad esempio le galere, potevano muoversi utilizzando o vele fisse, o schiere di rematori: con il loro pescaggio poco profondo e le vele mobili, le caravelle di Enrico potevano sia seguire il vento che bordeggiare, cioè cambiare continuamente rotta in modo tale da prendere il vento prima in una direzione e poi in un’altra, zigzagando verso un punto intermedio. Con l’introduzione delle vele mobili e la loro impressionante tenuta del mare, le caravelle erano i velieri d’elezione per l’esplorazione del mondo.

Ma anche così solcare l’oceano rimaneva pur sempre un’avventura estremamente rischiosa. L’Infante Enrico inviò a Capo Bojador non meno di quattordici spedizioni in dodici anni, e tutte quante fallirono. Poi, nel 1434, convinse Gil Eannes, esploratore portoghese, a tentare ancora una volta, e ciò che fino a quel momento era sembrato impossibile divenne possibile: Eannes doppiò Capo Bojador e tornò indietro sano e salvo. L’anno successivo ci tornò insieme ad Alfonso Gonçalves Baldaya: a cinquanta leghe dal capo i due esplorarono un’immensa insenatura, dove si imbatterono in una carovana di uomini e cammelli. Eannes trovò poi un fiume che chiamò Roi de Ouro, fiume d’oro, mentre Baldaya, spintosi ancora più a sud, raccoglieva migliaia di pelli di foca: il primo carico commerciale riportato in Europa da quella parte dell’Africa. Viaggi successivi permisero alle navi portoghesi di caricare oro, pelli di animali, zanne d’elefante – e schiavi.

Ogni capitano sponsorizzato dall’Infante Enrico aveva l’ordine di mettere per iscritto quali maree, correnti e venti avesse incontrato, e di disegnare accuratamente la linea costiera. Viaggio dopo viaggio queste carte nautiche andarono ad accrescere la conoscenza portoghese degli oceani e del mondo al di là della penisola iberica.

Nonostante al Portogallo vada riconosciuto il merito di aver aperto all’Europa le porte dell’Età delle grandi scoperte geografiche, furono proprio i suoi sovrani a frustrare il più delle volte le speranze di quegli eroici marinai. Nel 1488, sotto il regno di João II, Bartolomeo Díaz raggiungeva il punto più meridionale dell’Africa e doppiava il Capo di Buona Speranza; un viaggio di grande importanza strategica, che apriva al Portogallo nuove possibilità di commercio e di conquista. Al suo ritorno Díaz chiese di essere ricompensato per la sua impresa, ma non ottenne quasi niente. Dieci anni dopo, quando sul trono sedeva re Manuel, Vasco da Gama ripercorse la rotta di Díaz attorno alla punta meridionale dell’Africa, raggiunse il Mozambico risalendo lungo la costa sudorientale del continente, si rifornì di viveri e d’acqua potabile e ripartì verso est, inaugurando la rotta oceanica per l’India. Da Gama fu nominato viceré dell’India, mentre re Manuel si autoconsacrava Signore della Guinea e della navigazione e del commercio con l’Etiopia, l’Arabia, la Persia e l’India – e tutto grazie a Vasco da Gama. Gli altri monarchi europei lo soprannominarono sprezzantemente re droghiere: ma col tempo anche Vasco da Gama si convinse di non essere stato ricompensato in maniera adeguata per i servigi resi alla corona, e andò a unirsi alla folta schiera di esploratori che avevano preso le distanze da quel sovrano incomprensibile e vanitoso.

Tanta indifferenza nei confronti di uomini che mettevano quotidianamente a repentaglio la vita per costruire l’impero portoghese si spiega col fatto che re Manuel era ossessionato dal problema delle rivalità interne. Fin dall’inizio del suo regno, nel 1495, Manuel aveva beneficiato dello straordinario successo commerciale del paese: grazie alle imprese di Da Gama e degli altri esploratori, infatti, le immense ricchezze delle Indie affluivano copiose nelle casse dello stato. Ma il re non se ne curava, come se quelle imprese rischiose fossero semplicemente un atto dovuto. Bisogna dire che il suo non era affatto un temperamento avventuroso, e forse, al di là degli aspetti meramente commerciali, egli non era in grado di apprezzare ciò che gli esploratori stavano facendo per l’impero. Lungi dall’idea di scendere personalmente in lizza, il re preferiva rimanere nel suo palazzo, fedele alla moglie e alla chiesa cattolica, e occuparsi degli affari interni.

Ciò su cui Manuel era davvero intransigente era la questione degli ebrei, che nel corso dei secoli si erano distinti in tutto il Portogallo come scienziati, artigiani, mercanti, eruditi, medici e cosmografi. Nel 1496, al momento di chiedere in moglie la figlia di Ferdinando e Isabella, re Manuel si era sentito rispondere che per averla doveva prima purificare il suo paese espellendone gli ebrei, come la Spagna aveva fatto quattro anni prima. Piuttosto che perdere un segmento così prezioso e produttivo della popolazione, però, Manuel aveva preferito incoraggiare le conversioni al cristianesimo – in molti casi forzate. E così gli ebrei portoghesi, protetti dalla qualifica di neocristiani (titolo che non ingannava nessuno), avevano potuto mantenere le loro posizioni economiche e di governo e continuare a ricevere dal re licenze di commercio con il Brasile. Nonostante questo accomodamento, però, in Portogallo l’antisemitismo continuò a crescere fino a sfociare, nel 1506, nel massacro di Lisbona. Manuel punì in modo esemplare i responsabili di quella barbarie, ma senza riuscire a cancellare l’amarezza che quei fatti avevano lasciato negli animi: e così molti ebrei portoghesi decisero comunque di emigrare nei Paesi Bassi.

In mezzo a tanto scompiglio il Portogallo non abbandonava l’ambizione di strappare agli arabi il controllo del commercio delle spezie, né dimenticava il sogno di impadronirsi in qualche modo delle Isole delle Spezie. È per questo che tanti marinai coraggiosi, per non dire avventati, si presentavano al re per chiedergli i finanziamenti di cui avevano bisogno per allestire una missione esplorativa verso quegli esotici e pericolosi nuovi mondi. A spingerli era qualcosa di più potente della mera sete d’avventure. Purtroppo però la corte portoghese era ridotta a un covo di intrighi, sospetti, invidie e doppi giochi, da cui i sogni di gloria degli esploratori non potevano ricavare altro che frustrazioni.

Fra i supplicanti più cocciuti che bussarono alle porte del palazzo reale c’era un nobiluomo di basso rango, ma che aveva servito a lungo la causa dell’impero portoghese in Africa: Fernão de Magalhães, ovvero Ferdinando Magellano. Le fonti più attendibili ci informano che era nato nel 1480 a Sabrosa, un remoto villaggio di montagna, dove la sua famiglia possedeva delle terre, e che aveva trascorso la fanciullezza nel Portogallo nordoccidentale, davanti ai rumorosi frangenti dell’Atlantico. Suo padre, Rodrigo de Magalhães, faceva risalire il suo lignaggio a un crociato francese dell’XI secolo, un certo De Magalhãis, distintosi in battaglia quanto basta per ottenere un feudo dal duca di Borgogna. Quanto a lui, Rodrigo aveva raggiunto uno dei gradi inferiori della nobiltà portoghese e prestava servizio come ufficiale al porto di Aveiro.

Sulla madre di Ferdinando, Alda de Mesquita, le nostre informazioni sono ancora più scarse, il che lascia spazio a intriganti speculazioni. Il cognome Mesquita, che significa moschea, era piuttosto diffuso fra i conversos portoghesi, che lo sceglievano nel tentativo di camuffare le loro origini ebraiche: è quindi possibile che Alda fosse ebrea, nel qual caso lo sarebbe anche Ferdinando, secondo la legge ebraica. Ciononostante la famiglia Magellano si considerava cristiana, e Ferdinando non ebbe mai il minimo dubbio sulla fede cattolica.

Anche queste poche informazioni sulla famiglia Magellano, comunque, sono vaghe e incerte. Nel 1567, quando i suoi discendenti cominciarono ad accapigliarsi sulla tenuta di famiglia, sorsero parecchie questioni sul posto occupato dal grande esploratore nell’albero genealogico dei Magalhães. La confusione era in parte dovuta alle stranezze insite nel sistema genealogico portoghese – fino a tutto il XVIII secolo, ad esempio, i figli maschi prendevano quasi sempre il cognome del padre, mentre le femmine erano libere di scegliere: potevano assumere quello del padre, quello della madre, o addirittura un nome di santo per cognome, mentre svariate ragioni potevano indurre i genitori a dare ai figli il cognome di un nonno, quello della madre o altri cognomi presenti in famiglia. Per esempio uno dei fratelli di Ferdinando, Diogo, di cognome faceva Sousa come la nonna paterna. Questo genere di irregolarità rende a tutt’oggi difficile determinare quale ramo dei Magalhães possa a buon diritto ritenersi discendente dal celebre esploratore.

All’età di dodici anni Ferdinando Magellano e suo fratello Diogo si trasferirono a Lisbona ed entrarono a corte come paggi; Ferdinando poté così beneficiare della formazione culturale più avanzata che la nazione potesse offrire, e studiare un ventaglio di materie che andavano dalla religione alla scrittura, alla matematica, alla musica, alla danza, all’equitazione e alle arti marziali, oltre ad algebra, geometria, astronomia e navigazione, introdotte dall’Infante Enrico il Navigatore. Grazie alla sua posizione a corte Ferdinando sentiva narrare l’epopea delle scoperte portoghesi e spagnole nelle Indie, veniva a conoscenza dei segreti dell’esplorazione del Mare Oceano, seguiva l’allestimento delle flotte in partenza per l’India e acquisiva dimestichezza coi problemi di approvvigionamento, attrezzatura e armamento di una nave.

Magellano sembrava quindi predestinato a diventare capitano. Ma nel 1495, improvvisamente, il suo protettore, re João, la cui legittimità era sempre stata piuttosto discutibile e incerta, morì. Il suo successore, Manuel I, di un casato diverso da quello di João, prese quindi a malvolere il giovane Magellano. Il promettente cortigiano si ritrovò così con la carriera tarpata, e pur mantenendo la sua modesta posizione a corte dovette per il momento accantonare il sogno di guidare personalmente una grande missione esplorativa.

Nel 1505, finalmente, dopo un decennio di anonimi servigi di corte, Ferdinando e Diogo Magellano furono autorizzati a partecipare a una gigantesca spedizione di ventidue navi che stava partendo per l’India sotto il comando di Francisco de Almeida. Ferdinando impiegò gli otto anni seguenti a consolidare la presenza commerciale portoghese in India, sempre di corsa tra una stazione commerciale e un’altra, tra una battaglia e quella successiva, beccandosi numerose ferite e imparando, se non altro, a sopravvivere in un ambiente decisamente ostile.

In questa prima fase della sua carriera Magellano dimostrò un notevole coraggio e una resistenza non comune; ma il bilancio delle sue avventure in terra straniera rimane ambiguo. Il navigatore infatti aveva investito buona parte delle sue sostanze personali nei traffici di un mercante che, purtroppo, morì prematuramente: e nella confusione seguita al decesso perse praticamente tutto ciò che aveva. Fatta domanda di risarcimento a re Manuel, Magellano se la vide respingere: dopo anni di fedele servizio in terra straniera, dopo tanti pericoli e tante ferite di guerra, i suoi rapporti con la corte non erano migliorati affatto rispetto a quando, anni prima, aveva lasciato il paese.

Tornato a Lisbona, e ancora fremente d’ambizione, Magellano diede inizio a una nuova fase della sua carriera e cercò di rendersi utile alla corona buttandosi a capofitto nello scontro per il dominio del Nordafrica. Nel 1513 gli si presentò l’occasione di dimostrare la sua lealtà e valorizzare al tempo stesso il suo contributo personale: la città di Azamor, in Marocco, si era improvvisamente rifiutata di pagare il tributo annuo impostole dal Portogallo, e così il governatore, Muley Zayam, l’aveva circondata e la stringeva d’assedio con un esercito potente e bene equipaggiato. Re Manuel volle rispondere a quella provocazione inviando contro Azamor la più consistente flotta navale che avesse mai solcato i mari sotto il suo regno: cinquecento navi e quindicimila soldati, l’intera potenza militare della piccola nazione europea.

Fra le schiere dei soldati che difendevano l’onore del Portogallo c’era anche Ferdinando Magellano, in groppa a un destriero non certo di primo pelo acquistato con ciò che restava del suo patrimonio drasticamente decurtato. Gettatosi coraggiosamente nella mischia, Magellano perse quasi subito il suo ronzino per mano degli arabi, e l’avventura cominciata con tanto entusiasmo per lui finì ben presto nel disastro più completo: poco mancò che nell’assedio di Azamor il futuro navigatore perdesse addirittura la vita. Nell’insieme le cose non andarono male per il Portogallo, che riuscì a riprendere il controllo della città, ma Magellano si ritrovò senza il becco d’un quattrino: l’unica cosa che possedeva, il suo cavallo, l’aveva persa al servizio del re e della nazione! Per ricompensarlo, l’esercito non gli diede che una parte del valore di quel misero ronzino.

Dimostrando quell’impulsività e quella mancanza di tatto che spesso, in futuro, avrebbero minacciato di rovinargli la carriera, Magellano scrisse allora le sue lamentele direttamente a re Manuel, scavalcando vari ministri che ne furono mortalmente offesi in ciò che avevano di più caro, il loro rango: nella lettera supplicava il re di volergli concedere almeno il risarcimento completo del valore del cavallo. Manuel non mutò atteggiamento rispetto a quando Magellano gli aveva chiesto un indennizzo per la perdita del suo investimento commerciale: anche la nuova petizione fu frettolosamente respinta, come una quisquilia che non meritava l’attenzione reale.

La reazione di Magellano a questo trattamento la dice lunga sul suo carattere: lungi dall’abbandonare il campo di battaglia in preda al più profondo disgusto, infatti, egli rimase al suo posto, si procurò chissà come un altro cavallo e partecipò a numerose scaramucce contro gli arabi, che spesso lasciavano il deserto per abbattersi sulla guarnigione accampata attorno ad Azamor. Dimostrandosi un ottimo combattente, Magellano non esitò a ingaggiare con il nemico quotidiani corpo a corpo, riportando una grave ferita di lancia a un ginocchio che lo fece zoppicare per il resto dei suoi giorni e che mise fine alla sua carriera nell’esercito. Irragionevole idealismo, sconcertante lealtà, molte e dolorose ferite, inestinguibile sete di battaglia, insaziabile desiderio di raddrizzare torti e di dimostrare il suo coraggio e la sua folle temerarietà: in questa fase la personalità di Magellano presenta tratti decisamente donchisciotteschi.

A questo punto, finalmente, egli ricevette un saggio del riconoscimento cui anelava: per i servizi resi in battaglia e le ferite riportate in guerra, infatti, ottenne la promozione a quartiermastro, che gli dava diritto a una parte del bottino di guerra. Questo fu la sua rovina. Poco dopo, infatti, gli arabi persero in battaglia un immenso gregge di bestiame, più di 200.000 fra capre, cammelli e cavalli. Essendo fra gli ufficiali incaricati di distribuire il bottino, Magellano decise di usare una parte degli animali catturati per pagare le tribù alleate dei portoghesi: e insieme a un altro ufficiale fu accusato di alto tradimento per avere venduto quattrocento capre al nemico trattenendone i proventi per uso personale.

Accuse infondate e pretestuose, secondo gli imputati: in quanto quartiermastro, Magellano aveva diritto a una parte del bottino, e non risulta ne avesse ricevuto altra. Non sapendo come difendersi dalle accuse, Magellano risolse quindi di lasciare il Marocco senza autorizzazione e di tornare a Lisbona per discolparsi direttamente con il re. Ottenuta udienza, non chiese affatto perdono per la sua condotta: anzi, pretese un aumento del suo appannaggio di membro della casa reale, la cosiddetta moradia. Aggravando ulteriormente la sua già infelice posizione, Magellano si permise anche di fare la morale al re ricordandogli che lui, Ferdinando Magellano, era nobile, e aveva sempre servito fedelmente la corona, e a riprova di ciò poteva esibire molte cicatrici: soltanto una moradia più generosa poteva costituire un adeguato riconoscimento della sua statura morale, del suo senso dell’onore e del suo idealismo. Ma rivali gelosi sussurrarono all’orecchio del re che quello zoppicare non era che una farsa, un modo per suscitare la sua compassione.

Senza esitare un momento, re Manuel emise il suo verdetto: quel pazzo insolente doveva tornare immediatamente in Marocco e rispondere delle accuse di tradimento, corruzione e abbandono del posto di combattimento senza autorizzazione. Magellano obbedì. Svolte le indagini del caso, il tribunale militare del Marocco lo assolse da tutti i capi d’imputazione, e lui poté tornare a Lisbona con una lettera di raccomandazione del comandante della guarnigione. E così, con incredibile cocciutaggine, Magellano si ripresentò al re per chiedergli con rinnovata convinzione l’aumento della sua moradia.

E ancora una volta il re gli disse di no.

Magellano aveva ormai raggiunto la mezza età, con una gamba malandata e la reputazione ingiustamente compromessa. Piccolo e nero, sempre sull’orlo della bancarotta, non aveva affatto l’aspetto dell’aristocratico che pensava di essere. Ma ancora non aveva perso la speranza di distinguersi al servizio del suo paese, e di innalzare un giorno il suo nome al livello delle più eminenti figure dell’epoca: gli esploratori che avevano aperto alla patria nuove rotte commerciali per le Indie conquistando immense ricchezze personali. Quella di ritornare da un re che si era rifiutato di aumentargli la moradia per chiedergli di finanziare una spedizione vera e propria può sembrare l’ennesima stravaganza di una testa calda: ma l’aspirante esploratore non la pensava così, perché il suo piano, per quanto vago e rischioso, era ambizioso, e poteva far affluire nelle casse del regno tutte le ricchezze delle Indie.

Ben sapendo di aver bisogno d’aiuto per convincere re Manuel, Magellano portò con sé un personaggio molto influente, Ruy Faleiro, matematico, astronomo e studioso di cose nautiche: un cosmologo, dunque, la quintessenza dell’uomo rinascimentale. Nei documenti dell’epoca troviamo sempre il nome di Faleiro accompagnato dal titolo di bachiller, che lo legava all’università forse addirittura come docente. Nato a Covilhã, sui monti orientali del Portogallo, Faleiro aveva un’intelligenza brillante ma una salute mentale un po’ instabile, e la sua personalità vagamente demoniaca suscitava sempre grande impressione fra i colleghi. Come molti universitari dell’epoca, probabilmente era un converso: e spesso lavorava in stretta collaborazione con suo fratello Francisco, anche lui influente accademico e autore di un citatissimo studio sulla navigazione. Entrambi i fratelli Faleiro avevano probabilmente in animo di giocare un ruolo importante nella futura spedizione.

Nonostante le ottime credenziali con cui poteva avallare l’impresa di Magellano, però, nemmeno Ruy Faleiro andava poi molto a genio a re Manuel, che qualche tempo prima aveva respinto la sua candidatura al titolo di astronomo giudiziario e aveva assegnato a un suo rivale la nuova cattedra di astronomia dell’Università di Coimbra. Quando i due si presentarono a corte con il loro progetto, dunque, il re era piuttosto maldisposto nei loro confronti: sia il cocciuto, insolente Magellano che il lunatico Faleiro, inoltre, si erano già sentiti dire di no più di una volta.

All’epoca in cui Magellano andò a corte per perorare la causa del suo viaggio, re Manuel, cinquantunenne, stava attraversando una crisi molto seria. Sentendo che il suo lungo regno volgeva ormai al termine, e avendo perso la moglie adorata, morta di parto, egli aveva deciso di abdicare in favore del figlio: ma poi il ragazzo si era dimostrato un ingrato, e così il re aveva cambiato idea, si era tenuto il trono e aveva chiesto in moglie proprio la fidanzata del figlio, la ventenne Leonor, sorella del re di Spagna. La quale però non aveva interrotto la sua relazione col principe João nemmeno dopo le nozze o almeno così si spettegolava a corte, provocando scandalo e coprendo di ridicolo la figura del monarca. Il sovrano cui Magellano voleva chiedere aiuto per realizzare un ambizioso progetto era quindi un uomo avvelenato dal sospetto, infelice, dilaniato da conflitti insanabili – e più che mai determinato a impedire che altri si conquistassero fama e potere.

Per tre volte Magellano impetrò il beneplacito del re per allestire una spedizione verso le Indie e scoprire una via di mare per le Isole delle Spezie, di cui tanto si favoleggiava e così poco si sapeva. E per tre volte Manuel, cui Magellano non aveva mai ispirato né fiducia né simpatia, rispose di no.

Nel settembre del 1517 Magellano fece un ultimo, maldestro tentativo di ingraziarsi la corona domandando se non avrebbe potuto offrire altrove i suoi servigi: e con sua grande meraviglia si sentì rispondere che facesse pure come meglio gli pareva. A questo punto, come previsto dall’etichetta, Magellano si inginocchiò per baciare le mani del sovrano: scontroso come non mai, re Manuel le nascose sotto il mantello e gli voltò le spalle.

Quest’ultimo, umiliante affronto fu la fortuna di Ferdinando Magellano.

Respinto per l’ennesima volta dal re, egli sembrò finalmente reagire e trovare la sua strada: e da quel momento in poi si mosse con rapidità e decisione, spinto dal vento della sua ambizione e dalla marea della storia. Il 20 ottobre 1517 si trasferì a Siviglia, capoluogo dell’Andalusia, nella Spagna sudoccidentale: Ruy Faleiro e suo fratello Francisco l’avrebbero raggiunto in dicembre per costituire un affiatato, inseparabile terzetto di esuli decisi a fare fortuna in quel paese chiassoso e pieno di fresche energie. Pochi giorni dopo il suo arrivo Magellano firmava i documenti necessari a diventare cittadino della Castiglia e fedele suddito del suo giovane re, Carlo I. Il suo nome non era più Fernão de Magalhães: in Spagna egli divenne Hernando de Magallanes.

Questa decisione di emigrare in Spagna non era senza precedenti. Anche l’eroe della sua infanzia, Cristoforo Colombo, aveva lasciato la natia Genova per il paese iberico, dove sperava di trovare appoggio per una spedizione che, come la sua, si riprometteva di scoprire una nuova via d’acqua per le Indie; anche lui, dopo lunghi anni di rinvii e di frustrazioni, aveva ottenuto ciò che voleva, e proprio dai nonni di Carlo I, Ferdinando e Isabella. Ora, Magellano era convinto di poter riuscire laddove il navigatore genovese, senza saperlo, aveva fallito: raggiungere le favolose Indie navigando sempre verso occidente, attraverso l’oceano.

Purtroppo la tensione tra Spagna e Portogallo era cresciuta al punto che una qualsiasi spedizione su quelle rotte rischiava di produrre un incidente internazionale. Com’è noto i portoghesi, seguendo l’esempio degli arabi, avvolgevano il loro impero nel più impenetrabile segreto: il 13 novembre 1504 il re aveva emanato un editto secondo il quale chiunque avesse diffuso notizie riguardanti le scoperte geografiche o i piani per l’esplorazione marittima del Portogallo sarebbe stato punito con la morte. Fra il 1500 e il 1550 all’interno dei confini nazionali non aveva visto la luce nemmeno un libro sulle scoperte portoghesi. Per la maggior parte del XVI secolo ai privati cittadini fu proibito possedere materiali riguardanti il commercio con le Indie e altri temi correlati. Carte e mappe, considerate documenti della massima riservatezza, venivano protette come segreti di stato. Se Magellano avesse ottenuto di partire per conto della madrepatria, probabilmente non avremmo saputo nulla del suo viaggio attorno al mondo.

Per fortuna la Spagna aveva un approccio completamente diverso alla costruzione dell’impero. Gli spagnoli erano appassionati compilatori di cronache e resoconti, maniacalmente precisi nel registrare e documentare ogni minimo avvenimento pubblico – leggi, genealogie, finanze: e con lo stesso scrupolo misero per iscritto e tramandarono ai posteri tutto ciò che riguardava il viaggio di Magellano. Diversamente dai portoghesi o dagli arabi, gli spagnoli amavano proclamare ad alta voce il successo delle loro imprese, anche per sostenere con adeguata documentazione le pretese avanzate dalla corona su varie parti del mondo. L’Età delle grandi scoperte, inoltre, coincise con l’invenzione della stampa a caratteri mobili, che permise di diffondere in tutta Europa libri e libelli sui più svariati argomenti, i quali andarono ad aggiungersi alle prestigiose edizioni manoscritte eseguite per le librerie della nobiltà. Questa singolare coincidenza di tempi contribuì a diffondere ovunque la notizia della scoperta del Nuovo Mondo, ridisegnando non solo le carte geografiche della Terra, ma anche le idee che il popolo si era fatto del mondo.

Uscendo dai patri confini, dunque, Magellano portava con sé molti fra i segreti più delicati e preziosi della nazione: informazioni su spedizioni segrete, notizie di prima mano sulle attività portoghesi nelle Indie, dimestichezza con ciò che i portoghesi sapevano della navigazione fuori dall’Europa. Magellano era di buona famiglia, era un esploratore esperto, allevato nella nobile tradizione inaugurata da Enrico il Navigatore: ma senza uno sponsor non sarebbe arrivato a niente.

All’età di diciotto anni Carlo I, re di Castiglia, Aragona e Leon, era appassionatamente conscio della grandezza dei suoi predecessori. Giunto in Spagna solo un anno prima di Magellano, era ancora uno straniero nel paese che governava. Peggio ancora: era un Asburgo, cresciuto nelle Fiandre, abituato a bere birra e parlare fiammingo. Per questo il re aveva fretta di imparare la lingua e le abitudini spagnole. Dotato del fisico che caratterizzava la maggior parte dei suoi famigliari – alto, bello, con il mento vistosamente pronunciato – Carlo torreggiava fra gli spagnoli, in genere piuttosto bassi. Per nascondere almeno in parte l’esagerata prominenza del mento si stava facendo crescere la barba. E si avviava a diventare un cavallerizzo provetto. Correva voce che, per dimostrare a tutti il suo valore, partecipasse di persona ai combattimenti di tori nell’arena.

La sua sete di gloria era apparsa evidente non appena il giovane sovrano aveva messo piede in Spagna, e la cosa era vivamente incoraggiata dai consiglieri di corte, in genere alti esponenti della Chiesa già potenti al tempo di Ferdinando e Isabella e che desideravano servirsi di lui per le loro ambizioni personali. Meno di un anno dopo il suo arrivo in Spagna, e grazie alle manovre della sua influente famiglia, Carlo divenne re dei Romani, cioè candidato numero uno al trono di imperatore del Sacro Romano Impero: ma per arrivare a quel traguardo bisognava pagare somme enormi ai grandi elettori feudatari della Germania, una sorta di tangenti ufficializzate e alla luce del sole. Il giovane re cominciò così a guardare alle Indie e al Nuovo Mondo come a una possibile fonte d’entrate per realizzare le sue ambizioni. Un esploratore del calibro di Magellano poteva dunque risultare utilissimo a un sovrano affamato di gloria e bisognoso di soldi.

Magellano arrivava dunque in Spagna con perfetto e beneaugurante tempismo: ma per il resto le sue prospettive erano piuttosto incerte. Nonostante la sua formazione specialistica d’avanguardia e la conoscenza che aveva del segretissimo impero portoghese, alla corte spagnola non godeva di alcun appoggio influente, e per i ministri del re era un perfetto signor nessuno. Il suo spagnolo era stentato, e per scrivere in quell’idioma doveva affidarsi a uno scrivano. Pur avendo solennemente rinunciato alla cittadinanza portoghese era pur sempre uno straniero, e in quanto tale veniva guardato con sospetto e considerato come in prova. Stando così le cose, ottenere il sostegno finanziario per un viaggio d’esplorazione avrebbe richiesto un’abilità e un dispendio di energie quasi sovrumani, oltre a una buona dose di fortuna. La Spagna era ancora una società feudale, retta da un clero potente, temuto e corrotto, che monopolizzava la vita pubblica del paese lottizzando il potere tra i numerosi figli illegittimi dei prelati, chiamati con trasparente eufemismo nipoti. L’ordine sociale in cui Magellano tentava di inserirsi era imbevuto di crudeltà, ipocrisia e prepotenza: ma la brama che gli spagnoli avevano di dominare il commercio mondiale gli offriva l’opportunità di prosperare e di infiltrarsi nella struttura di potere della sua nuova patria.

Poco dopo il suo arrivo a Siviglia, Magellano strinse amicizia con Diogo Barbosa, un altro ex portoghese che si era stabilito in città quattordici anni prima e fra le altre onorificenze ricevute era stato insignito del rango di comandante dell’Ordine di Santiago. Un nipote di Diogo, Duarte, solcava i mari per conto del Portogallo, ed è probabile che Magellano ne avesse ascoltato i racconti di viaggio e ne fosse stato influenzato. Presto Magellano cominciò a corteggiare Beatriz, la figlia di Diogo: la relazione procedette spedita, e prima della fine dell’anno i due erano sposati. Magellano aveva trovato non solo lo sponsor influente che poteva aprirgli le porte di Siviglia, ma anche una moglie che gli portava in dote una piccola fortuna, 600.000 maravedí. Probabilmente il giorno delle nozze la sposa era già incinta, e il piccolo Rodrigo arrivò puntualmente l’anno successivo.

Sotto la guida della famiglia Barbosa, Ferdinando Magellano si preparò quindi a cercare di convincere la potente Casa de Contratación, la Camera di Commercio di allora, ad autorizzare il suo audace progetto. Fondata a Siviglia il 20 gennaio 1503 dalla regina Isabella, la Casa gestiva per conto della corona tutte le spedizioni nel Nuovo Mondo, occupandosi di tutte le questioni amministrative con uno zelo burocratico tipicamente spagnolo. All’epoca della sua fondazione la Casa de Contratación aveva sede poco lontano dai cantieri navali di Siviglia, nelle Atarazanas, ovvero l’arsenale; in un secondo momento, per sottolinearne maggiormente l’autorità, la regina Isabella l’aveva alloggiata nello stesso palazzo reale, l’Alcázar. Il ruolo della Casa crebbe quindi rapidamente, passando dalla pura raccolta di tasse e balzelli all’amministrazione diretta di tutto ciò che riguardava le missioni esplorative, compresa la registrazione del carico e l’emanazione di regolamenti per l’allestimento e armamento dei vascelli. Nel giro di pochi anni la Casa arrivò al punto di dettare istruzioni ai capitani e di decidere autonomamente quali sanzioni applicare alla perenne piaga del contrabbando. Poi divenne un vero e proprio tribunale marittimo, che dirimeva dispute in materia contrattuale e forniva la copertura assicurativa per tutti i viaggi nel Nuovo Mondo. Essa esercitava poi il suo controllo anche sulla cosmografia, conservando e aggiornando continuamente il padrón real, la carta nautica che serviva da modello per tutte quelle distribuite alle navi in partenza dalla Spagna. A partire dal 1508 la Casa assunse infine un piloto mayor, ossia un capo pilota, per gestire una scuola di navigazione in cui venivano formati navigatori e marinai (il primo piloto mayor fu Amerigo Vespucci).

La Casa de Contratación era governata da un uomo solo, che per giunta non era né navigatore né esploratore: Juan Rodríguez de Fonseca, vescovo di Burgos, già cappellano privato della regina Isabella e patrono delle spedizioni di Cristoforo Colombo quando la Casa non era ancora nata. Burocrate freddo e manipolatore, geloso custode del proprio potere, Fonseca era riuscito a rendersi indispensabile per qualsiasi spedizione che volesse partire per il Nuovo Mondo: chi ambiva al sostegno economico e politico della Spagna doveva ottenere prima la sua benedizione – che era al contempo una maledizione, come legioni di esploratori avrebbero potuto confermare.

Colombo e Fonseca si erano disprezzati reciprocamente, e avevano litigato spesso e con asprezza. Fonseca aveva fatto del suo meglio per dissuadere Ferdinando e Isabella e i loro successori dal sostenere imprenditori indipendenti sul tipo di Colombo, e per convincerli della necessità di mantenere uno stretto controllo su tutte le spedizioni inviate nel Nuovo Mondo: il che, ovviamente, significava che a esercitare quel controllo e a incamerare quasi tutti i proventi dei nuovi commerci sarebbe stato proprio lui, Fonseca. Durante una disputa particolarmente arroventata, Colombo era arrivato al punto di aggredire fisicamente il contabile di Fonseca, tempestandolo di pugni e calci, virtualmente diretti al suo esimio superiore. Ciononostante, passo dopo passo, Fonseca era riuscito a imporre anche a Colombo la sua volontà: e così, al tempo dell’entrata in scena di Magellano, la bilancia del potere e del controllo sugli utili derivanti dal commercio col Nuovo Mondo pendeva decisamente più dalla parte della corona che non da quella degli esploratori. Come tanti altri prima di lui, Magellano avrebbe dovuto accontentarsi di ciò che i regnanti sarebbero stati disposti a concedergli – pur sempre una fortuna quasi inimmaginabile – rinunciando a fondare un proprio impero commerciale. A ogni modo, senza l’appoggio di Fonseca e della Casa de Contratación non poteva esserci alcuna spedizione alla ricerca delle Isole delle Spezie.

Quando Magellano, ricevuto alla Casa de Contratación, si disse convinto che le Isole delle Spezie si trovassero all’interno dell’emisfero spagnolo, era proprio ciò che quei signori volevano, anzi, avevano bisogno di sentirsi dire. Pietro Martire, cronista regio ben inserito nei livelli dirigenziali della Casa, quasi non trova parole per descrivere l’avidità che si poteva leggere negli occhi di quei signori: «Se l’affare avrà buona riuscita, toglieremo agli orientali e al re del Portogallo il commercio delle spezie e delle pietre preziose».

Purtroppo però le clausole del trattato di Tordesillas costituivano un serio ostacolo per la spedizione sognata da Magellano, e i rappresentanti della Casa non capivano come il navigatore avrebbe potuto non calpestare i diritti dei portoghesi viaggiando sempre verso ovest fino

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