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Faccia a faccia con l'assassino: Alla scoperta dei segreti dei serial killer con l'originale Mindhunter dell’FBI
Faccia a faccia con l'assassino: Alla scoperta dei segreti dei serial killer con l'originale Mindhunter dell’FBI
Faccia a faccia con l'assassino: Alla scoperta dei segreti dei serial killer con l'originale Mindhunter dell’FBI
E-book395 pagine19 ore

Faccia a faccia con l'assassino: Alla scoperta dei segreti dei serial killer con l'originale Mindhunter dell’FBI

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Info su questo ebook

John Douglas, leggendario profiler dell'FBI, ha contribuito a risolvere alcuni dei più difficili casi di omicidio della storia degli Stati Uniti. Pioniere del profiling investigativo e agente speciale che ha ispirato la fortunata serie Netflix Mindhunter, Douglas ha dedicato la maggior parte della sua vita a comprendere il funzionamento delle peggiori menti criminali. Ha studiato, intervistato e analizzato alcuni dei serial killer più feroci di tutti i tempi e ha insegnato ad agenti dell'FBI e investigatori di tutto il mondo come si costruisce un profilo psicologico e quali sono le tecniche di interrogatorio più efficaci con questi letali predatori. Ora, insieme a Mark Olshaker, Douglas analizza quattro dei più inquietanti killer che ha incontrato, e si sofferma anche su altre famose indagini a cui ha collaborato.Avvincente e al tempo stesso spaventoso, Faccia a faccia con l’assassino squarcia il velo di mistero che avvolge la figura di questi criminali e rivela i meccanismi psicologici e mentali che li hanno fatti sprofondare nelle tenebre.
LinguaItaliano
Data di uscita21 mag 2020
ISBN9788830511903
Faccia a faccia con l'assassino: Alla scoperta dei segreti dei serial killer con l'originale Mindhunter dell’FBI
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Autore

John Douglas

JOHN DOUGLAS Leggendario profiler dell’FBI e autore bestseller del New York Times, da oltre venticinque anni studia le storie dei più inquietanti criminali d’America, ed è uno dei maggiori esperti mondiali su mente e comportamento criminale. MARK OLSHAKER Vincitore di un Emmy Award per la regia di documentari e autore di saggi e romanzi, ha firmato diversi libri, tra cui Mindhunter e Law and Disorder, che hanno venduto milioni di copie nel mondo. "

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    Anteprima del libro

    Faccia a faccia con l'assassino - John Douglas

    amore.

    UNA PICCOLA STANZA

    NELLA GRANDE CASA

    Il problema non è tanto stabilire chi l’ha fatto, ma perché.

    Se poi, una volta capito perché, ci si chiede come, si arriva a scoprire chi. Per un semplice motivo: perché + come = chi.

    Non voglio che siamo amici. E neppure nemici. Voglio solo giungere alla verità.

    È una partita a scacchi che si gioca nella mente e con le parole, non con i pezzi disposti sulla scacchiera; una sessione di allenamento fra pugili, senza contatto fisico; una prova di resistenza in cui si cerca di sfruttare i punti deboli e le insicurezze dell’avversario.

    Siamo seduti uno di fronte all’altro intorno a un tavolo in una stanza poco illuminata e con le pareti di cemento grigie. La sola finestra è quella inserita nella porta d’acciaio, piccola e irrobustita da una rete metallica. Di tanto in tanto un agente in uniforme guarda dentro per controllare che sia tutto a posto. In un carcere di massima sicurezza si tratta di una priorità assoluta.

    Siamo qui da due ore e, grazie a Dio, sento che il momento si avvicina. «Voglio che mi racconti con parole tue cos’è successo venticinque anni fa» dico. «Come sei finito qui? Quella ragazza, Joan: la conoscevi?»

    «L’avevo vista in giro, nel quartiere» risponde. Si mostra tranquillo, ha un tono di voce pacato.

    «Torniamo a quando si è presentata alla tua porta. Dimmi cos’è successo, passo per passo, da quel momento in poi.»

    È quasi come un’ipnosi. Nella stanza non si sente volare una mosca e lo guardo mentre si trasforma sotto i miei occhi. Anche il suo aspetto fisico sembra cambiare: fissa nel vuoto il muro alle mie spalle. Torna in un altro luogo, in un altro tempo. Ricorda un pezzo della sua vita che non ha mai smesso di ossessionarlo.

    Fa freddo in quella stanza e, benché indossi la giacca, devo fare uno sforzo per non tremare. Ma lui comincia a sudare mentre racconta la storia che gli ho chiesto. Respira in modo sempre più affannoso e, poco dopo, ha la maglietta fradicia. Si vede che gli fremono i muscoli del petto.

    Racconta l’intera vicenda così, senza mai guardarmi, come se stesse parlando da solo. Ha mollato il freno, è tornato in quel luogo e in quel tempo. Pensa ciò che pensava allora.

    Per un attimo si volta a guardarmi. Mi fissa negli occhi e dice: «John, quando ha suonato e l’ho vista sulla porta, ho capito che l’avrei uccisa».

    Introduzione

    IMPARARE DAGLI ESPERTI

    Questo libro parla del modo di pensare dei predatori violenti, vero oggetto delle mie indagini in venticinque anni da profiler, analista criminale e agente speciale dell’FBI, ma anche delle attività che ho svolto da quando sono andato in pensione.

    Più precisamente, il libro tratta di alcune conversazioni che hanno segnato la mia vita professionale. Per me tutto è iniziato proprio in quelle conversazioni, nel corso delle quali ho imparato a usare il modo di pensare di un criminale per aiutare le forze dell’ordine a catturarlo e consegnarlo alla giustizia. Lì ha avuto inizio la mia carriera di profiler.

    Ho cominciato interrogando criminali violenti, spinto da quella che consideravo una necessità istituzionale, oltre che personale. Volevo capire le motivazioni alla base dei loro comportamenti. Come succede a molti agenti dell’FBI, in principio mi furono assegnati compiti operativi, e venni destinato a Detroit. Già allora ero interessato a capire perché un individuo aveva commesso un crimine – non un crimine in generale, ma perché quel crimine in particolare.

    Detroit era una città violenta. In quel periodo si contavano anche cinque rapine in banca al giorno. Rapinare una banca protetta dalla Federal Deposit Insurance Corporation è un reato federale, quindi ricade sotto la giurisdizione del bureau, e a molti nuovi agenti era stato affidato l’incarico di indagare su quei reati. Appena fermavamo un possibile sospetto e gli leggevamo il Miranda Warning (i suoi diritti), spesso in una macchina del bureau o della polizia locale, io lo tempestavo di domande. Perché rapinare una banca fornita di un efficace sistema di sicurezza, dove tutto viene registrato, e non un negozio con la cassa piena di contanti? Perché proprio quella banca? Perché proprio in quel giorno e a quell’ora? Era stata una rapina pianificata o improvvisata? La banca era stata precedentemente sorvegliata? Aveva fatto delle prove? Fu allora che iniziai a catalogare mentalmente le risposte e a elaborare dei sommari profili (anche se allora questa parola non era ancora entrata nell’uso). Cominciai così a capire la differenza fra crimini organizzati e disorganizzati, pianificati e imprevisti.

    In questo modo ci fu possibile stabilire quali banche avevano più probabilità di essere rapinate e quando. Scoprimmo che in zone piene di cantieri, per esempio, la tarda mattinata del venerdì era un momento considerato più favorevole dai rapinatori, perché la banca avrebbe avuto in cassa molto contante per gestire gli assegni paga degli operai. Usavamo questa specie di intelligence per aumentare la sicurezza di certi obiettivi, o per appostarci intorno ad altri se avevamo la ragionevole certezza di cogliere i rapinatori sul fatto.

    La mia seconda destinazione fu Milwaukee e in quel periodo venni inviato all’Accademia dell’FBI a Quantico, in Virginia, per seguire un corso di addestramento in negoziazione operativa, quella che si fa in presenza di ostaggi. Gli insegnanti erano due agenti speciali, Howard Teten e Patrick Mullany, entrambi grandi esperti di scienze del comportamento. Il loro corso si chiamava Criminologia Applicata. Era il tentativo di introdurre una disciplina accademica come la psicologia della devianza nell’analisi criminale e nell’addestramento dei nuovi agenti. Mullany vedeva nella negoziazione la prima attuazione pratica del programma di psicologia applicata. Era una ventata di novità nella lotta al nuovo crimine, che aveva iniziato a dirottare aerei e a prendere ostaggi, come nel colpo alla banca di Brooklyn del 1972 che ispirò il film con Al Pacino, Quel pomeriggio di un giorno da cani. Era chiaro a tutti che riuscire a entrare nella mente di chi aveva preso degli ostaggi sarebbe stato di grande aiuto a un negoziatore, e avrebbe permesso di salvare numerose vite umane. Ero uno dei circa cinquanta agenti che partecipavano al corso, il primo nel suo genere: un esperimento coraggioso nel programma di addestramento dell’FBI. Il mitico direttore J. Edgar Hoover era morto appena tre anni prima, e la sua ombra si proiettava ancora sul bureau.

    Anche negli anni del declino aveva tenuto una stretta di ferro sull’agenzia che aveva creato. Il suo approccio duro e inflessibile all’attività di investigazione riecheggiava la vecchia battuta della serie TV Dragnet: «Solo i fatti, signora». Tutto doveva essere misurabile e quantificabile: quanti arresti, quante sentenze di condanna, quanti casi risolti. Non avrebbe mai sposato qualcosa di così soggettivo, induttivo e sdolcinato come le scienze del comportamento. Anzi, le avrebbe considerate una contraddizione in termini.

    Mentre frequentavo il corso di negoziazione operativa all’Accademia dell’FBI il mio nome cominciò a circolare all’interno dell’Unità di scienze del comportamento e prima che tornassi a Milwaukee mi venne offerto di lavorare sia in quell’unità che nella Formazione. Anche se la nostra unità era chiamata Scienze del comportamento, il compito principale dei nove agenti era insegnare. C’erano corsi di Psicologia criminale, Negoziazione operativa, Gestione dello stress, Problematiche pratiche relative all’attività di polizia, e Crimini sessuali, che venne successivamente modificato in Violenza interpersonale dal mio grande collega Roy Hazelwood.

    Benché il modello a tre gambe dell’Accademia – insegnamento, ricerca e consulenza – cominciasse a prendere forma, le discussioni su certi casi, condotte da agenti famosi come Teten, erano del tutto informali e non facevano parte di un programma prefissato. Il focus di quelle quaranta ore d’aula era la questione di maggior interesse e preoccupazione per gli investigatori: il movente. Perché i criminali facevano quello che facevano? In che modo lo facevano? E in che modo dare una risposta a queste domande poteva aiutare a catturarli? Il nostro problema stava nel fatto che la gran parte dei contenuti proveniva ancora dall’ambito accademico, cosa che risultava evidente ogni volta che un agente di lungo corso coinvolto nel programma dell’Accademia mostrava di avere una maggiore esperienza degli istruttori.

    In quest’ambito nessuno era maggiormente vulnerabile del più giovane istruttore del gruppo: io. Stavo in piedi nell’aula di fronte a una schiera di investigatori e agenti esperti – molti più vecchi di me – ai quali dovevo insegnare cosa passa nella mente di un criminale, dando loro qualcosa che avrebbero potuto usare per risolvere certi casi. Avevo fatto esperienza lavorando con poliziotti e detective eccellenti a Detroit e a Milwaukee, e mi sembrava presuntuoso suggerire a professionisti del loro calibro cosa avrebbero dovuto fare.

    Gran parte di loro pensava che idee e principi validi per la comunità psichiatrica fossero di scarsa rilevanza per le forze dell’ordine.

    Eppure, cominciai a ricevere lo stesso genere di richieste che erano state rivolte a Teten. In classe o durante gli intervalli, ma anche fuori dall’orario scolastico, agenti e detective venivano a chiedermi suggerimenti e consigli sui casi a cui stavano lavorando. Se nel corso della lezione avevo citato un caso simile al loro, pensavano che avrei potuto aiutarli a risolverlo. Mi percepivano come la voce autorevole del Federal Bureau of Investigation. Ma lo ero? Doveva esserci un modo più semplice per accumulare dati utili e mettere insieme una casistica, dandomi la certezza di sapere ciò di cui stavo parlando.

    Essendo il più vicino a me per età, Robert Ressler era stato scelto per aiutarmi a entrare nell’ambiente dell’Accademia e farmi sentire a mio agio come insegnante. Bob aveva otto anni più di me e, in quanto nuovo istruttore, cercava di seguire le orme di Teten e Mullany, puntando a rendere l’analisi comportamentale più utile ed efficace nell’ambito delle indagini criminali. Il modo migliore per far fare rapidamente esperienza a un istruttore era quella che noi chiamavamo «scuola itinerante». Gli istruttori di Quantico venivano inviati per una settimana presso un dipartimento di polizia locale, dove svolgevano una specie di corso accelerato in una delle varie materie apprese all’Accademia. Poi si spostavano da un’altra parte, per una seconda settimana di lezioni, e alla fine tornavano a casa con in testa il ricordo di stanze d’albergo tutte uguali e la valigia piena di biancheria sporca. Così io e Bob partimmo insieme.

    Una mattina, all’inizio del 1978, stavamo uscendo da Sacramento, dove avevamo appena finito uno di quei corsi. Mentre parlavamo osservai che la maggior parte dei criminali oggetto delle nostre lezioni era ancora in vita. Avremmo potuto facilmente scoprire dove si trovavano, tanto più che stavano sempre nello stesso posto. Perché allora non provare a parlare con alcuni di loro e cercare di guardare un crimine con i loro occhi? Perché non spingerli a ricordare e a dirci perché avevano commesso quel crimine e cosa gli era passato nella mente quando l’avevano commesso? Valeva sicuramente la pena di tentare. Magari qualcuno, dopo anni di prigione, era stufo di quella routine e non vedeva l’ora di parlare un po’ di sé.

    Il materiale a disposizione relativo a colloqui con persone imprigionate per crimini violenti non era molto, e il poco consultabile verteva in modo specifico su sentenze, libertà condizionata e riabilitazione. Le testimonianze scritte, tuttavia, indicavano che detenuti violenti e affetti da disturbo narcisistico della personalità erano, nel complesso, irrecuperabili: si sottraevano a ogni forma di controllo e non erano in grado di riabilitarsi. Parlando con loro, speravamo di capire se le cose stavano davvero così.

    All’inizio Bob si mostrò scettico, ma si disse comunque disposto a mettere in pratica quest’idea vagamente folle. Aveva prestato servizio nell’esercito e, tra questo e il bureau, aveva accumulato un’esperienza notevole in tema di burocrazia, tanto che il suo mantra era: «Meglio chiedere perdono che permesso». Ci saremmo presentati senza preavviso. Essere membri dell’FBI ci avrebbe consentito di entrare in qualunque carcere senza dover chiedere autorizzazioni preventive. Se ci fossimo preannunciati, c’era il rischio che la notizia si propagasse fra i detenuti. E se avessero saputo che uno di loro era disposto a parlare con un paio di federali, l’avrebbero immediatamente considerato una spia.

    Quando iniziammo a lavorare al progetto avevamo dei preconcetti su cosa avremmo dovuto affrontare nel corso di quegli incontri. Per esempio:

    •Tutti si sarebbero dichiarati innocenti.

    •Avrebbero dato la colpa della loro condanna a dei legali mediocri.

    •Non avrebbero parlato volentieri con rappresentanti delle forze dell’ordine.

    •Gli autori di reati sessuali si sarebbero dimostrati dei maniaci sessuali.

    •Se nello stato in cui avevano commesso un omicidio fosse stata in vigore la pena capitale, non avrebbero ucciso le loro vittime.

    •Avrebbero scaricato la colpa sulle vittime.

    •Venivano tutti da famiglie disfunzionali.

    •Sapevano distinguere fra bene e male, ed erano consapevoli delle conseguenze delle loro azioni.

    •Non soffrivano di disturbi psichici.

    •Con ogni probabilità gli assassini seriali e gli stupratori si sarebbero rivelati delle persone molto intelligenti.

    •Tutti i pedofili molestano bambini.

    •Tutti i molestatori di bambini sono pedofili.

    •Serial killer si diventa, non si nasce.

    Come vedremo nelle pagine seguenti, alcune di queste affermazioni si sono rivelate corrette, mentre altre erano del tutto prive di fondamento.

    Con nostra grande sorpresa, la maggior parte dei detenuti da noi scelti accettò di incontrarci. Ognuno aveva le sue ragioni. Alcuni pensavano che il fatto di aver collaborato con l’FBI avrebbe costituito una nota di merito agli occhi delle autorità, e noi non cercammo certo di dissuaderli. Altri si erano forse sentiti minacciati. Molti detenuti, soprattutto i più violenti, non ricevono un gran numero di visite, quindi era un modo per attenuare la noia, per parlare con qualcuno e passare un paio d’ore fuori dalla cella. C’era anche chi si sentiva così sicuro di sé e della propria capacità di manipolare chiunque avesse davanti da considerare quell’incontro una specie di gioco.

    Alla fine un’idea quasi banale detta in macchina mentre uscivamo da Sacramento – incontrare degli assassini e parlare con loro – si trasformò in un progetto che avrebbe cambiato la vita e la carriera a me, a Bob e agli agenti che in seguito si unirono al gruppo. Un progetto che avrebbe aggiunto una nuova dimensione alla lotta dell’FBI contro il crimine. Nella prima fase di incontri avevamo esaminato e parlato, fra gli altri, con Jerome Brudos, feticista e strangolatore dell’Oregon, che amava far indossare alle sue vittime dei tacchi a spillo provenienti dal suo ampio guardaroba femminile; Monte Rissell, che da adolescente aveva stuprato e ucciso cinque donne in Virginia; e David Berkowitz, noto come il Figlio di Sam, l’omicida seriale che seminò il panico a New York tra il 1976 e il 1977.

    Nel corso degli anni, io e i miei profiler di Quantico avremmo interrogato molti altri criminali violenti e seriali, come Ted Bundy, un prolifico killer di giovani donne, e Gary Heidnik, che aveva imprigionato, torturato e ucciso diverse donne nel seminterrato di casa sua a Filadelfia. Entrambi furono fonte di ispirazione per lo scrittore Thomas Harris e il suo celebre romanzo, Il silenzio degli innocenti. Come lo fu Ed Gein, il misantropo che uccideva le donne per usare la loro pelle. Gein inspirò anche il personaggio di Norman Bates, protagonista del romanzo di Robert Bloch, Psycho, reso poi noto dal grande film di Alfred Hitchcock. Lo incontrai nel Mendota Mental Health Institute di Madison, nel Wisconsin. Purtroppo, a causa dell’età e della malattia mentale, Gein si espresse in modo confuso e sconclusionato, e fu un’intervista inutilizzabile. Comunque, gli piaceva ancora fabbricare oggetti di pelle come portafogli e cinture.

    Grazie a queste interviste riuscimmo a elaborare una tecnica rigorosa per correlare il crimine con ciò che pensavano realmente i criminali nel momento in cui erano entrati in azione. Per la prima volta avevamo la possibilità di capire ciò che passava nella mente di un assassino, potevamo collegarlo con le prove lasciate sulla scena del crimine e con ciò che aveva detto e fatto alla vittima, prima e dopo averla uccisa. Come abbiamo spesso affermato, questa tecnica ci ha permesso di dare una prima risposta alla vecchia domanda: «Che genere di persona può avere fatto una cosa simile?».

    Alla fine della prima serie di interviste, sapevamo che genere di persona fosse, e tre parole sembravano caratterizzare il comportamento di quei criminali: manipolazione, dominio, controllo.

    Quelle conversazioni furono il punto di partenza per tutto ciò che è venuto dopo. Le conoscenze che abbiamo acquisito, le conclusioni che abbiamo tratto, i libri frutto delle nostre ricerche (Sexual Homicide e Crime Classification Manual. Un sistema standardizzato per indagare e classificare i crimini violenti), gli assassini che abbiamo contribuito a catturare e a far processare: tutto ebbe inizio sedendosi davanti a dei criminali e chiedendo loro di parlarci della loro vita, nell’intento di capire cosa li aveva spinti a uccidere, in qualche caso anche più volte. E tutto era stato possibile grazie all’attenzione rivolta a un gruppo di istruttori fino a quel momento inutilizzato: i criminali stessi.

    In questo libro analizzeremo i casi di quattro assassini che ho incontrato dopo aver lasciato l’FBI, usando le tecniche sviluppate nel corso della nostra ricerca. Sono assassini diversi fra loro, ognuno dotato di un proprio modus operandi, di un proprio profilo psicologico e di proprie motivazioni. C’è chi ha fatto una sola vittima, e chi quasi cento, ma posso dire di avere appreso qualcosa da ciascuno di loro. Ciò che li differenzia è molto interessante, come lo è ciò che li accomuna. Sono tutti predatori, e sono tutti cresciuti nell’incapacità di costruire legami di fiducia con altri esseri umani. Sono anche l’oggetto di un acceso dibattito fra gli esperti di scienze del comportamento: killer si nasce o si diventa? È un problema di natura o di cultura?

    Nella mia unità all’FBI seguivamo fedelmente l’equazione: perché + come = chi. Quando si interrogano dei pregiudicati si può invertire/modificare la formula. Chi e cosa ci sono noti. Combinandoli scopriamo i fondamentali come e perché.

    PRIMA PARTE

    IL SANGUE DELL’AGNELLO

    1

    UNA RAGAZZINA SCOMPARSA

    Il giorno dopo la festa del 4 luglio 1998 presi un treno per andare a convincere un potenziale istruttore. Si chiamava Joseph McGowan, aveva conseguito un master in chimica ed era stato insegnante in un liceo. Ma, più che per i suoi titoli accademici, era noto come il Detenuto n. 55722 nel suo attuale luogo di residenza, New Jersey State Prison, a Trenton.

    Era in prigione per aver stuprato, strangolato e brutalmente ucciso una ragazzina di sette anni che, venticinque anni prima, era andata a casa sua per consegnargli due scatole di biscotti delle Girl Scout.

    Mentre il treno procedeva veloce mi preparavo all’incontro. Quando devi parlare con un assassino è sempre importante farlo, ma in quell’occasione lo era anche di più: quella conversazione avrebbe avuto conseguenze rilevanti non solo dal punto di vista accademico. Ero stato chiamato dalla Commissione per la libertà condizionata del New Jersey, che doveva decidere se McGowan, al quale era già stata negata due volte, potesse essere riconsegnato alla società.

    A quel tempo la commissione era presieduta da un avvocato di nome Andrew Consovoy. Era entrato a farne parte nel 1989 e ne era stato nominato presidente proprio mentre il caso McGowan tornava alla ribalta per la terza volta. Consovoy aveva letto il nostro libro, Mindhunter, dopo avermi sentito una sera alla radio, e l’aveva consigliato al direttore esecutivo, Robert Egles.

    «Leggendo Mindhunter e gli altri vostri libri» disse Consovoy anni dopo, «ho capito che dovevate raccogliere e condividere tutte le informazioni. Dovevate scoprire chi fossero quelle persone. Non erano nate il giorno in cui sono state incarcerate.»

    In quest’ottica, aveva creato una speciale unità investigativa alle dipendenze della commissione. Era composta da due ex agenti di polizia e da un ricercatore, e aveva il compito di istruire le richieste di libertà condizionata più controverse, fornendo ai membri della commissione il maggior numero di informazioni. Per questo avevano voluto consultarmi sul caso McGowan.

    Consovoy e Egles vennero a prendermi alla stazione e mi accompagnarono in un albergo di Lambertville, una graziosa cittadina sul fiume Delaware. Prima di lasciarmi Egles mi consegnò una copia dell’intero fascicolo.

    Quella sera andammo a cena insieme e parlammo del mio lavoro, senza accennare al caso in questione. Mi dissero soltanto che quell’individuo aveva ucciso una bambina di sette anni e che volevano capire se fosse ancora pericoloso.

    Dopo cena mi riaccompagnarono in albergo, dove passai alcune ore a esaminare i documenti contenuti nel fascicolo. Dovevo, se possibile, fare un quadro delle condizioni psicologiche di McGowan, ora e ai tempi. Aveva coscienza della natura e delle conseguenze del suo reato? Era in grado di distinguere fra bene e male? Era pentito di ciò che aveva fatto? Provava rimorso?

    Mi chiedevo che atteggiamento avrebbe tenuto durante il colloquio. Avrebbe ricordato qualche particolare significativo? Se rimesso in libertà, dove avrebbe voluto abitare e cosa avrebbe voluto fare? Come si sarebbe guadagnato da vivere?

    C’è una regola fondamentale a proposito delle interviste in carcere: mai arrivarci impreparati. Allora mi ero anche abituato a non portarmi degli appunti, perché si sarebbe creata una distanza o una barriera tra me e il detenuto quando avrei cercato di andare un po’ più a fondo, scrutando negli strati più profondi della sua psiche.

    Non avevo idea di cosa avrei ricavato da quel colloquio, ma intuivo che sarebbe stato illuminante. Perché, come ho detto all’inizio, ogni volta che parlavo con degli esperti imparavo qualcosa di prezioso. E una delle cose che dovevo capire era, appunto, che genere di esperto si sarebbe dimostrato Joseph McGowan.

    Esaminai attentamente i documenti che mi erano stati dati, leggendo più volte le deposizioni e cercando di organizzare le idee in vista dell’incontro.

    Sotto i miei occhi si snodava una macabra vicenda.

    Verso le 14.45 del 19 aprile 1973 – Giovedì Santo, come avrebbe per sempre ricordato sua madre Rosemarie – Joan Angela D’Alessandro notò una macchina che accostava nel primo passo carraio sulla destra in St. Nicholas Avenue, la via che intersecava Florence Street, dove abitava. Joan e sua sorella maggiore, Marie, erano state incaricate di vendere biscotti delle Girl Scout ai residenti di quattro isolati intorno a casa loro, in un tranquillo quartiere di Hillsdale, New Jersey. A quel tempo era normale che ragazzine della loro età andassero in giro da sole per vendere biscotti. Poiché frequentavano una scuola cattolica, le due giovani D’Alessandro erano in vacanza e avrebbero trascorso parte della giornata facendo le consegne. Gli abitanti della casa all’angolo erano gli ultimi clienti nella lista, e con loro Marie e Joan avrebbero finito il lavoro. Com’era prevedibile, Joan intendeva concludere la distribuzione nel pomeriggio.

    Aveva sette anni, era alta un metro e trenta, sprizzava energia da tutti i pori e non mancava di un certo fascino: una Giovane Esploratrice graziosa, fiera e appassionata. Era entusiasta di tutto: della scuola, della danza, del disegno, dei cani, delle bambole, degli amici, dei fiori. La sua maestra l’aveva soprannominata una «farfalla socievole», che attirava con naturalezza le persone. La sua musica preferita era l’Inno alla gioia, dalla Nona Sinfonia di Beethoven. Era la terza di tre figli, nati a poca distanza l’uno dall’altro. Frank, detto Frankie, aveva nove anni, Marie ne aveva otto. Rosemarie ripeteva sempre che quei due erano più seri, mentre Joan era più spensierata.

    «Joan è sempre stata una bambina particolarmente sensibile. Si preoccupava dei sentimenti e delle sofferenze degli altri. Ed era pure coraggiosa.»

    È difficile trovare una foto in cui non sorride: Joan in uniforme da Giovane Esploratrice, con la cravatta arancione e il berretto, le mani giunte davanti e i lunghi capelli biondo rame che le scendono sulle spalle; Joan in tutina nera e calzamaglia bianca, con la coda di cavallo e le braccia tese da un lato in un passo di danza; Joan con il maglione blu a scacchi, la camicetta bianca e il farfallino rosso, come se si fosse appena girata verso l’obiettivo, con la frangetta sulla fronte e i capelli che le incorniciano il bel volto; Joan accosciata con indosso un vestito da festa azzurro e i capelli raccolti dietro la testa, mentre sistema con cura il mazzo di fiori in mano alla Barbie Miss America. Sono tutte manifestazioni delle varie personalità di Joan. Hanno in comune solo due cose: il sorriso angelico e lo sguardo innocente dei suoi occhi azzurri.

    Un amico di Frankie disse una volta: «Aveva i piedi per terra. L’avrei sposata!».

    Suo nonno, d’origine italiana, l’adorava, e ripeteva spesso: «È così libera!». Aveva una risata calorosa e Rosemarie immaginava che da grande avrebbe fatto l’attrice. Compiuti otto anni avrebbe iniziato a studiare pianoforte.

    Quel pomeriggio era fuori a giocare da sola. Frankie era andato a casa di un amico lì vicino e Marie era a una partita di softball.

    All’improvviso era rientrata e aveva detto a Rosemarie: «Ho visto la macchina nuova. Vado a consegnare i biscotti». Aveva preso la sacca delle Girl Scout che stava nell’ingresso, con dentro due scatole di biscotti.

    «Ciao, mamma. Torno subito» aveva gridato sulla porta, prima di chiuderla. Rosemarie ricorda ancora la sua coda di cavallo che sobbalza su e giù, tenuta insieme da un elastico con due palline di plastica azzurra, mentre scende d’un balzo i gradini e corre in strada. Successe tutto in un attimo.

    Circa dieci minuti dopo, come disse poi a Rosemarie, la vicina udì il suo cane, Boozer, abbaiare insistentemente. A Joan piaceva giocare con lui, e Boozer l’adorava.

    Joan non tornò immediatamente a casa, ma Rosemarie non se ne diede molto pensiero. Probabilmente era andata a trovare la sua amica Tamara, che abitava all’angolo fra St. Nicholas Avenue e Vincent Street. Era un quartiere di quel genere, si poteva andare a casa di chiunque in qualsiasi momento. La farfalla socievole trovava sempre qualcosa da fare o qualcuno con cui stare. Verso le 16.45, quando arrivò il maestro di piano di Marie, Rosemarie cominciò a preoccuparsi. Non voleva farlo trapelare ai ragazzi, così cercò di trattenersi. In fondo era un quartiere tranquillo, e poco lontano abitavano un agente dell’FBI e un pastore protestante.

    Cominciò a fare qualche telefonata. Joan non era a casa di nessuno dei suoi amici, e nessuno l’aveva vista.

    Suo marito, Frank D’Alessandro, tornò a casa verso le sei meno dieci e Rosemarie gli disse che Joan era sparita. Frank era un analista informatico, un uomo metodico e taciturno. Rosemarie notò che Frank rimase come paralizzato dall’ansia, anche se cercava di non darlo a vedere. «Dobbiamo chiamare la polizia» disse lei. Frank acconsentì e fece lui stesso la telefonata. Poi uscì con Frankie e Marie per fare un giro in macchina nel quartiere in cerca di Joan. Batterono l’intera zona palmo a palmo.

    Quando rientrarono senza averla trovata, e senza aver trovato qualcuno che l’avesse vista, Rosemarie decise di fare a sua volta un giro. Frank non l’accompagnò. Lei ricordava che, uscendo, Joan le aveva detto di voler consegnare l’ultima scatola di biscotti perché aveva visto «la macchina nuova» in St. Nicholas Avenue. La macchina apparteneva ai McGowan. Joseph insegnava chimica al liceo Tappan Zee di Orangebourg, appena oltre il confine con lo stato di New York. La casa era di proprietà della madre, Genevieve McGowan, che ci viveva con sua madre (la nonna di Joseph) e il figlio. Le scuole pubbliche quel giorno non avevano chiuso, ma a quell’ora Joseph doveva essere di sicuro rientrato.

    Di malavoglia, solo per non andare da sola, Rosemarie portò Frankie con sé, e insieme procedettero lungo Florence Street fino a svoltare in St. Nicholas Avenue. Erano le sette meno dieci. La casa dei McGowan, un edificio di mattoni rossi a un piano con un seminterrato e un garage a due posti, era la prima sulla destra e occupava tutto l’angolo della via.

    Rosemarie e Frankie salirono i cinque gradini e lei suonò il campanello, dicendo a Frankie di non entrare.

    Venne ad aprire Mr McGowan. Sembrava appena uscito dalla doccia. Teneva fra le dita un sigaro sottile, che in un primo momento lei non notò. Era uno scapolo di ventisette anni. Rosemarie non lo conosceva, ma «i miei figli dicevano che era molto gentile e simpatico».

    Rosemarie entrò: voleva stare esattamente dove sapeva che sua figlia si era trovata poco prima. Provò subito una strana sensazione, e si presentò. «Ha visto mia figlia Joan?» domandò. «È venuta qui a consegnare dei biscotti.»

    «No, non l’ho proprio vista» rispose Mr McGowan.

    Lo disse in modo assai disinvolto, come se si trattasse di un dato di fatto. E fu in quel momento che Rosemarie D’Alessandro si sentì gelare il sangue nelle vene.

    «Dopo essere rimasta un paio di minuti nell’ingresso notai un lungo camion dei pompieri parcheggiato davanti a casa dei McGowan» disse. «Avevamo chiamato la polizia, e quando vidi che intervenivano in quel modo mi fu tutto chiaro. Capii che la mia vita non sarebbe più stata la stessa.»

    Rimase immediatamente colpita dalla reazione di McGowan; o meglio, dall’assenza di reazione. «Ero lì in piedi nell’ingresso con lui e mi spuntavano le lacrime dagli occhi. Lui mi guardava come se non provasse la minima emozione. E cosa fece quando mi vide piangere? Salì i gradini che portavano al piano di sopra e rimase lì a fissarmi, con il suo sigarino in mano, aspettando che me ne andassi.

    «Mentre tornavo a casa ero sicura che lui sapeva cos’era successo a Joan.»

    Quando la polizia finì di parlare con Rosemarie e Frank i residenti del quartiere organizzarono le ricerche. I Boy Scout si offrirono volontari. E come loro Joseph McGowan. Si presentarono centinaia di persone che si suddivisero in piccoli gruppi per controllare ogni casa, ogni giardino, bidoni della spazzatura, i parchi di Hillsdale e delle città vicine, i boschi. La polizia fece intervenire un’unità cinofila. Alcune persone salirono sul camion dei pompieri – fra loro c’era anche Rich, il fidanzatino di Joan, un ragazzino di sette anni – e andarono al lago artificiale vicino a Woodcliff Lake.

    Alle 21.20, un sacerdote della chiesa di St. John the Baptist si presentò a casa dei D’Alessandro con un poliziotto e un pastore tedesco. Rosemarie guidò il cane al cesto della biancheria sporca per fargli annusare le mutandine di Joan, poi uscirono tutti insieme. Rosemarie aveva la netta sensazione che il cane avesse capito cos’era successo e che

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