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Il maggiore e l'avventuriera

Il maggiore e l'avventuriera

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Il maggiore e l'avventuriera

Lunghezza:
217 pagine
3 ore
Pubblicato:
Sep 8, 2017
ISBN:
9788858972601
Formato:
Libro

Descrizione

Inghilterra, 1780 - Marcus Forrester, maggiore dell'esercito inglese in congedo, sta pensando ai propri problemi, legati alla proprietà della tenuta di Lorning, quando si imbatte in un giovane vagabondo che gli sfila di tasca il portafoglio. Turbato, non può certo immaginare che sotto quei logori abiti si celi il corpo da favola di una fanciulla senza scrupoli, e tantomeno riesce a credere che lei sappia come risolvere i suoi guai. Ci sarà da fidarsi di una giovane dalle credenziali così poco rassicuranti?
Pubblicato:
Sep 8, 2017
ISBN:
9788858972601
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Il maggiore e l'avventuriera - Lucy Ashford

1

Londra, febbraio 1780

La pioggia cadeva forte quella sera e le strade erano quasi deserte, così fu ancora più sorprendente, per i passanti nei pressi di Pall Mall, vedere una grande giumenta marrone arrivare trafelata davanti al portico dove era situata l’entrata di uno dei club più riservati di Londra.

Era madida di sudore, ansimava e roteava gli occhi. Il cavaliere smontò agilmente, lanciando le redini e qualche moneta nelle mani di un servitore sotto il portico, prima di voltarsi verso il valletto che lo guardava incerto dalla porta imponente del club. A quell’ora e in quel febbraio orribile i membri del club di solito arrivavano in carrozza, non a cavallo e come se fossero inseguiti dal diavolo.

Ma prima che il valletto potesse dire una sola parola in proposito, il cavaliere dai capelli scuri stava già salendo a grandi passi i gradini del portone, con un’espressione truce in volto. Zoppicava leggermente, ma questo non rallentava la sua andatura. Il lungo mantello gli ondeggiava intorno e luccicava per la pioggia, mentre spalancava deciso la porta con il frustino ancora in pugno. Una folata di vento entrò con lui nel club facendo tremolare le fiamme delle candele e molti si girarono seccati a guardarlo. Un maggiordomo corpulento si fece avanti per vedersela con l’intruso, ma venne scacciato come una mosca fastidiosa.

«Cerco Sebastian Corbridge» annunciò il nuovo arrivato. «Lord Sebastian Corbridge.»

La sua voce era calma, ma il suo sguardo lanciava scintille come una pietra focaia.

Sembrava che avesse cavalcato con foga per tutto il giorno, a giudicare dal fango sui suoi stivali e dal modo in cui i suoi capelli, non incipriati, ricadevano scomposti sul colletto.

Non doveva avere più di venticinque, ventisei anni, ma la fatica sul suo volto lo faceva sembrare più vecchio. Il maggiordomo si fece indietro perché aveva visto una spada sotto il suo mantello. E, a differenza dei damerini che affollavano il club, aveva tutta l’aria di chi sapesse usarla.

La sua intrusione era stata ormai notata anche negli anfratti più lontani dall’entrata del club. Nessuno parlava più, tutti i volti stupiti, incipriati e con i nei finti si erano voltati verso la porta. Perfino i severi ritratti appesi ai pannelli di quercia delle pareti sembravano biasimare quell’estraneo da cui continuava a gocciolare la pioggia sul parquet, formando pozzanghere intorno ai suoi stivali di cuoio.

«Lord Sebastian Corbridge. È lui che voglio» ripeteva facendo schioccare il frustino.

Qualcuno si alzò languidamente da una comoda poltrona in un angolo. Aveva all’incirca la stessa età dell’intruso, ma non avrebbe potuto sembrare più diverso da lui, perché la sua parrucca era elegante e incipriata e la giacca di raso azzurro, adornata dai polsini e dal colletto di pizzo increspato, era perfetta sul suo corpo snello. L’espressione sul volto era altera e sprezzante mentre si rivolgeva all’uomo che aveva pronunciato il suo nome.

«Così, Marcus...» gli disse lentamente prendendo un pizzico di tabacco dalla sua tabacchiera di filigrana, «sei tornato. Come sempre, amico mio, sembri essere nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Vedo che l’esercito non è servito molto per migliorare le tue maniere. Solo i membri del club sono ammessi qui, mi dispiace...»

Sebastian Corbridge si interruppe perché l’uomo, dopo avere gettato il frustino, era andato verso di lui e aveva afferrato con tutt’e due le mani i risvolti della sua giacca di raso azzurro.

«In nome di Dio, Corbridge, devi darmi delle spiegazioni! Sono appena tornato da Lorning e non mi è piaciuto quello che ho trovato. È meglio che cerchi in fretta qualche giustificazione.»

Corbridge fissò con disdegno le mani che stavano afferrando i risvolti della sua bellissima giacca.

«Così sei venuto a cavallo fin dal Gloucestershire» replicò cercando di nascondere la paura con lo scherno. «E io che pensavo fossi arrivato da qualche salotto alla moda. In fondo un abbigliamento come il tuo potrebbe essere accettato anche in luoghi simili, adesso che in città ci sono tanti ex ufficiali dell’esercito senza lavoro...»

Corbridge venne sollevato dai possenti muscoli dell’uomo, che era più alto di lui.

«Mettimi giù, Marcus! Puzzi di cavallo bagnato. In questo modo non fai altro che rivelare le tue origini, sai?»

Tutt’intorno gli astanti seguivano la scena in un silenzio affascinato.

Un giovane valletto, appena arrivato da un salone interno, era rimasto irrigidito con la bocca aperta e il vassoio d’argento in mano, sopra cui c’era una caraffa piena di brandy e un bicchiere.

Lentamente l’uomo chiamato Marcus posò a terra la sua vittima, ma i suoi occhi erano sempre fiammeggianti d’ira.

«Se non altro, cugino Sebastian, io non puzzo di imbroglio.»

«Basta così!» si intromise un altro dei membri del club, rosso in volto per lo sdegno. «Attento a quello che dite o vi dovremo sbattere fuori di peso.»

Corbridge scosse il capo, rimettendosi a posto i risvolti della giacca di raso.

«Non ce ne sarà bisogno, vero Marcus? Prima di tutto voglio delle spiegazioni, poi preferirei davvero che tu non mi chiamassi cugino.»

«Io preferirei non doverti chiamare in nessun modo» replicò Marcus, che adesso aveva ritrovato il controllo di sé. «Ma resta il fatto che, purtroppo, siamo parenti. Vuoi che mi spieghi, ma prima di tutto come giustifichi di essere riuscito a derubare di tutto il mio anziano padrino, della sua terra, del suo denaro e della casa che amava tanto?»

Lord Corbridge aggrottò le pallide sopracciglia.

«Guardiamo ai fatti, caro Marcus. Anche se i fatti non sono mai stati il tuo forte. Sempre emotivo, vero? Anche qui saltano fuori le tue origini...»

Il volto di Marcus si rabbuiò e i suoi pugni si serrarono minacciosi.

Corbridge si ritrasse in fretta prima di proseguire.

«Non ho derubato di nulla Sir Roderick Delancey, te l’assicuro. In realtà ho tentato di aiutarlo... Il gioco d’azzardo è un vizio così triste, soprattutto alla sua età. Ma, invece di darmi ascolto, quello sciocco di Sir Roderick non ha fatto altro che affondare nella palude dei debiti. L’ho salvato dalla prigione a costo di spese ingenti e lui, per gratitudine, mi ha offerto la grande casa di Lorning con le sue terre.»

«Se perde Lorning il mio padrino sarà in rovina e senza un soldo.»

«Ti sbagli di nuovo, Marcus.» Corbridge sorrise a denti stretti, prendendo coraggio da quelli intorno a lui. «Il tuo padrino avrà sempre un tetto sopra la testa, la casetta della vedova, per essere precisi, e qualche entrata dalla sua fattoria. È più di quanto si meriti quel povero, vecchio sciocco. Il gioco d’azzardo è una malattia fatale, temo.»

«Una malattia che non aveva, fino a quando tu non hai deciso di infettarlo.»

Corbridge scosse il capo.

«Sei stato lontano per due anni, Marcus. Non hai trovato la fama e la fortuna che cercavi combattendo in America? Invece sei diventato zoppo? Speravi di tornare a casa e di vivere alle spalle di Sir Roderick? Solo che adesso hai scoperto che non è più ricco? Che peccato!» Si rivolse con finta preoccupazione a quelli intorno a lui, che lo ascoltavano attenti. «Bisognerebbe fare qualcosa per i nostri eroi di guerra. Forse dare loro una pensione più alta. Abbiamo saputo della tua promozione, Marcus. Peccato che tu non fossi in un reggimento migliore. Forse la bellissima Miss Philippa Fawcett ritroverebbe dell’interesse per te, se avessi qualcosa di più da offrirle.»

«Sai bene perché non sono potuto entrare in un reggimento migliore» replicò adirato l’altro. «Non sono andato in giro a oliare con complimenti e denaro chi mi avrebbe potuto aiutare.»

«Molto nobile da parte tua. Del resto la tua particolare situazione famigliare non ti deve avere facilitato le cose con i tuoi superiori, non è vero?»

Qualcuno dei presenti rise con disprezzo.

«Fallo buttare fuori, Corbridge. Non è quel tipo la cui madre era impazzita? Matta da legare, era scappata con uno dei valletti del marito...»

Marcus si voltò, in un attimo aveva afferrato la spada e adesso la stava puntando alla gola dell’uomo che aveva parlato, proprio sul colletto di pizzo. La faccia dell’uomo era diventata bianca come un lenzuolo e i suoi occhi erano sbarrati per la paura.

Dopo un attimo Marcus abbassò la sua spada, rivolgendosi di nuovo verso suo cugino.

«Questa discussione sta diventando troppo pubblica, per i miei gusti. Non voglio parlare di affari di famiglia davanti a gente come questa. Ti sfido a duello.»

Sebastian cercò di nascondere la paura.

«Un duello? Con un invalido?» chiese indicando la sua gamba. «Mio caro cugino, ma quale idea ti sei fatto di me?»

«E tu vuoi davvero che dica quello che penso di te? Con poche parole, perché tutti possano capire?»

Lord Sebastian Corbridge non replicò, ma gettò un’occhiata furtiva alle spalle di Marcus. Lui si voltò e vide che alcuni valletti robusti stavano avanzando nella sua direzione serrando i pugni.

Poi un’altra figura uscì dall’ombra e spinse via con decisione la spada di Marcus, salutandolo allegramente, quasi ridendo.

E Marcus si ritrovò a essere spinto verso la porta, poi nella gelida strada. Quando fu sul marciapiede rimise la spada nel fodero con un sospiro riluttante.

«Hal, sei un buon amico, ma avresti dovuto lasciare che almeno gli dessi un pugno.»

Hal Beauchamp, il quale pur essendo elegantemente vestito era un uomo d’azione, restituì a Marcus il frustino che aveva gettato via.

«E avrei dovuto permettere che quei valletti alle tue spalle ti riempissero di lividi? Non mi sembra una bella idea, Marcus! Una ritirata strategica è certamente la cosa migliore, prima che quei damerini incipriati senza cervello ci corrano dietro.»

«Correrci dietro? Sei di gran lunga il migliore spadaccino del reggimento, Hal, non sarebbe conveniente per loro.»

«Sì, non credo che sarebbe conveniente. Sono felice di rivederti a Londra, Marcus. Da come sei vestito deduco che sei venuto a cavallo.»

«Un cavallo a nolo, l’ho affidato a un servitore.»

«Bene, amico mio. Allora insisto perché noi due beviamo insieme una bottiglia di chiaretto da qualche parte, così potrai raccontarmi ogni cosa.»

Dentro il club Lord Sebastian Corbridge, mentre si riassettava la giacca di raso azzurro come un uccello che si sistema le piume dopo una lite, ritornò al proprio tavolo fingendo un’indifferenza sprezzante. Ma le sue mani stavano ancora tremando, ed era ben consapevole di quanto gli altri si fossero divertiti allo spettacolo.

Lui non era un uomo molto amato a Londra.

«È veramente vostro cugino, Corbridge?» gli domandò il Visconte Lindsay, chiamato familiarmente Piggy. «Non avete mai parlato di quel ramo della vostra famiglia.»

Lord Corbridge impallidì sotto la cipria che aveva sul volto.

«Ho molti lontani cugini. Il mio bisnonno, come potete ricordare, era il Conte di Stansfield.»

«Oh, sì che ce lo ricordiamo!» ribatté l’altro, lanciando un’occhiata eloquente intorno a sé. «Ce lo ricordate voi tutte le sere, mio caro.»

«Il conte» continuò impettito Corbridge, «aveva molti figli. Il Maggiore Marcus Forrester, la cui madre era l’unica erede del rampollo più giovane e più disdicevole del conte, è uno dei discendenti meno importanti.»

«Non mi è sembrato affatto un tipo insignificante. Soprattutto quando vi ha preso per il bavero e vi ha sollevato come un pesce preso all’amo.»

Gli altri risero e Corbridge impallidì di nuovo.

«È buono solo per l’esercito...» brontolò adirato. «C’è del sangue guasto in quella parte di famiglia. Era poco più che un bambino quando sua madre fuggì sul continente con il suo amante, un domestico. Da allora Marcus Forrester ha dato segno di una pericolosa instabilità. Non credevo di vederlo tornare dalla guerra in America.»

«L’avevo capito» commentò malizioso il visconte. «Sembra che il giovane Marcus abbia scoperto quello che avete cercato di fare al suo vecchio padrino e alla sua splendida tenuta di Lorning mentre lui era lontano. Per voi è una sfortuna che sia tornato, vero? Vivo e pronto ad agire, a quanto sembra» aggiunse.

Lord Sebastian Corbridge rimase in silenzio.

Tuttavia la sua mano sottile e piena di anelli tremò per un istante sul gambo del bicchiere.

Fuori le nuvole scure e minacciose si riflettevano nelle pozzanghere, mentre Hal e Marcus andavano a piedi verso lo Strand. Almeno non pioveva più e i cittadini londinesi si stavano dirigendo verso le taverne e i teatri oltre Leicester Fields.

Hal Beauchamp, chiaro di capelli tanto quanto Marcus era scuro, più esile e sorridente, lodava i grandi meriti della cucina del locale dove stavano dirigendosi.

«Anche il vino è di prima qualità, te l’assicuro. E poi potremo andare da qualche parte per giocare un po’...»

«Niente gioco d’azzardo» si oppose subito Marcus. «Non lancerò più i dadi in vita mia.»

Hal lo guardò divertito.

Era vestito in maniera sobria ma molto costosa, come al solito, e si vedeva che i suoi stivali e il cappello erano curati da un sollecito valletto.

«Povero me, allora è la fine del mondo, se il Maggiore Marcus Forrester rinuncia ai dadi! Che cosa direbbero i tuoi soldati? Ti ricordi la partita a dadi che ci siamo fatti l’anno scorso all’accampamento, appena prima dell’assalto a Wilmington? I nemici ci stavano già circondando e tu m’imploravi per un ultimo tiro...»

Marcus rise, ma i suoi occhi non erano allegri.

«Ho sentito della ferita che hai avuto a Savannah. Hai qualcuno da cui stare, a Londra?»

Lui scosse il capo.

«Mi hanno offerto un posto noioso nell’ufficio reclutamento, con alloggio compreso; io, però, ho rifiutato e non ho ancora cercato dove fermarmi. Volevo solo trovare Corbridge» dichiarò.

«E ucciderlo? Così stanotte avresti dormito nella prigione di Newgate» proseguì Hal mentre si facevano strada fra la gente che affollava Haymarket. «Avrei un consiglio migliore. Vieni a stare con me e Caroline, a Portman Square. Sarà molto più confortevole che Newgate, te l’assicuro.»

Marcus sorrise, anche se di malavoglia.

Era molto difficile non sorridere con Hal, erano stati insieme a Oxford, poi nell’esercito. Adesso non avrebbero più combattuto.

Hal perché la sua unica sorella aveva bisogno di lui, e Marcus per la pallottola del moschetto di un ribelle, che lo aveva colpito alla coscia.

«Sei davvero gentile, ma tua sorella che dirà?»

«Sai bene che ha sempre avuto un debole per te. E la tua ferita alla gamba le darà modo di mostrarsi preoccupata.» Hal esitò. «Ho sentito quello che è successo al tuo padrino, con Corbridge. Dev’essere stato un duro colpo per te. Hai perso l’eredità e le prospettive per il futuro...»

«La cosa peggiore è stato vedere che cosa è successo a Sir Roderick. Questa faccenda gli ha quasi dato il colpo di grazia.»

«Rimani con noi, mentre vedi cosa puoi fare.»

«Non voglio sentirmi in debito con nessuno.»

«Non parlare di debiti, mio caro amico. Considera la nostra casa come la tua, per quanto tempo vuoi.»

Per non discutere oltre Hal allungò il passo davanti alle vetrine illuminate dalle candele, con i cappellini e le chincaglierie che brillavano, mentre passavano rumorosamente le carrozze e si facevano avanti le portantine, fra le imprecazioni dei servitori se la gente non si spostava in fretta.

Marcus cercava di stare dietro al passo atletico del suo amico, ben sapendo che non avrebbe dovuto sforzare la gamba cavalcando per tanto tempo negli ultimi due giorni. Ma che cosa altro avrebbe potuto fare, dopo avere visto in che stato era ridotto il suo padrino, buono e gentile?

Sir Roderick Delancey era stato un vicino e un amico della famiglia Forrester da quando Marcus se

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