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Il ritorno del conte

Il ritorno del conte

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Il ritorno del conte

Lunghezza:
243 pagine
3 ore
Pubblicato:
Jun 10, 2018
ISBN:
9788858983973
Formato:
Libro

Descrizione

Inghilterra, 1814

Sono ormai passati sei lunghi anni, eppure Miss Charlotte Cartwright non ha mai dimenticato di essere stata respinta dal suo vicino. E non ha la minima intenzione di perdonarlo, anche se Roland, nuovo Conte di Amerleigh, non è più l'arrogante aristocratico che non la riteneva alla sua altezza.


Tornato in patria dopo le guerre napoleoniche, più vecchio, più saggio e se possibile più attraente, Roland ha scoperto che molte cose sono cambiate, compresa la sua impetuosa e irascibile vicina. E che dopo tanto tempo è arrivato il momento di riparare i torti del passato e di chiederla finalmente in moglie. Ma riuscirà a convincerla?

Pubblicato:
Jun 10, 2018
ISBN:
9788858983973
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Nata a Singapore, si è trasferita in Inghilterra giovanissima e prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura ha lavorato in ospedale, nella scuola e nell'industria. La ragazza di cristallo è collegato a La contessina ribelle.

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Anteprima del libro

Il ritorno del conte - Mary Nichols

1814

Le sette di un bel mattino primaverile erano il momento migliore per una cavalcata, pensò Charlotte mentre in sella a Bonny Boy attraversava il parco che circondava Mandeville e i boschi sovrastanti, dove il terreno soffice attutiva il rumore degli zoccoli. Era felice di essere di nuovo a casa dopo la sgradevole calura della Giamaica e un viaggio oltremodo faticoso. Grazie al cielo non aveva sofferto il mal di mare. Si era persa la parte peggiore del lungo e rigido inverno, ma l’Atlantico gliene aveva offerto uno scampolo durante la turbolenta traversata a bordo della Fair Charlie.

Da un lato pendii ricoperti da conifere verde scuro e alberi decidui, che cominciavano a rivelare le loro sfumature più chiare di verde, nascondevano Mandeville alla vista; dall’altro colline ricoperte di erica la separavano da Amerleigh. L’erica non era ancora in fiore, ma i boccioli color burro della ginestra spinosa davano una nota vivace al terreno. Dalla morte del padre, due anni prima, la tenuta di Mandeville era sua, così come il cotonificio di Scofield, a cinque miglia da lì, la piantagione in Giamaica, la Fair Charlie – una nave negriera diventata una normale goletta dopo l’abolizione di quell’abominevole commercio – e la miniera di piombo scavata nel terreno su cui stava cavalcando, anche se era talmente profonda e si allagava così spesso da essere ormai difficile trarne profitto. Possedere tutto questo rendeva accettabili i sacrifici?

Cos’aveva sacrificato? Forse la sua infanzia. La possibilità di sposarsi e avere dei figli, perché era consapevole che il suo stile di vita toglieva la voglia di corteggiarla persino ai più disperati e ai più avidi. E ovviamente non si faceva problemi a rifiutare disperati e avidi. In effetti non voleva sposarsi perché avrebbe significato cedere tutto ciò che possedeva a un uomo e divenire di sua proprietà, proprio come erano stati per lei gli schiavi della piantagione, costretti a fare ciò che voleva. Aveva cominciato a pensare che quella condizione fosse ingiusta molto prima della morte di suo padre, lui però aveva sempre dichiarato che non poteva permettersi di liberarli: solo grazie al loro lavoro produceva lo zucchero a cui doveva gran parte delle sue ricchezze. «E poi» diceva, «se non lavorano abbastanza, gli uomini liberi possono essere licenziati e rischiano di perdere la casa. Lo sanno anche loro che stanno meglio così.» All’epoca era una bambina e pensava che suo padre avesse sempre ragione, per cui aveva accettato il suo ragionamento. Un anno dopo il suo funerale aveva intrapreso il lungo viaggio verso le Indie Occidentali per controllare di persona come stessero le cose.

Ed era rimasta sconvolta dalle condizioni di vita degli schiavi e dal modo in cui venivano trattati. Aveva concesso la libertà a quegli uomini, ma visto che non avevano altro posto dove andare, aveva offerto loro un salario settimanale per continuare a lavorare al suo servizio. Il responsabile della piantagione, Daniel Mortlock, l’aveva avvertita che così rischiava di provocare una rivolta tra gli schiavi delle piantagioni vicine, ma non le importava: nessun essere umano aveva il diritto di possederne un altro. E con un marito lei avrebbe dovuto rinunciare alla sua indipendenza, cosa che non era disposta a fare. Il suo rammarico più grande era che non avrebbe avuto figli.

Se sua madre non fosse morta dandola alla luce, le cose sarebbero andate diversamente. Avrebbe avuto dei fratelli e delle sorelle e le sarebbero state insegnate le buone maniere, come a una vera signora. Si sarebbe sposata e degli affari si sarebbero occupati i suoi fratelli maschi. Ma suo padre l’aveva cresciuta come il figlio che non aveva avuto, senza concessioni alla femminilità. La chiamava Charlie, e lei l’aveva preso come un vezzo scherzoso, ma adesso sapeva che si trattava di qualcosa di più. Era il rifiuto di considerarla una ragazza perché ciò che lui voleva era un maschio a sua immagine.

Doveva averle voluto bene a modo suo, ma non glielo aveva mai detto, né dimostrato, neanche con un bacio. Quando era piccola, aveva provato a riversare il suo affetto sulle governanti, ma suo padre le sceglieva per il loro rigore e senso pratico, e non l’avevano mai ricambiata. Presto aveva imparato a nascondere i propri sentimenti, ma non poteva soffocare il lato gentile del suo carattere, la pietà che provava per i meno fortunati e in generale per tutte le creature più deboli.

Era diventata un’impavida cavallerizza e una buona pescatrice e cacciatrice. Molto brava a sparare, sia con la pistola sia con il fucile, se necessario poteva far partorire cavalli, pecore e cani. Incoraggiata dal padre, aveva sviluppato un buon senso degli affari ed era in grado di discutere di fatture e contabilità, cosa che a volte sconcertava Jacob Edwards, il suo consulente legale, e William Brock, il direttore del cotonificio, e doveva aver lasciato di stucco il responsabile della piantagione in Giamaica. Che meraviglia essere di nuovo a casa!

Era così immersa nei suoi pensieri che non udì il rumore di zoccoli, finché all’improvviso un cavaliere sbucò dagli alberi a lato del sentiero, facendo impennare Bonny Boy. Dovette fare ricorso a tutta la sua forza e abilità per restare in sella e tenerlo sotto controllo, mentre l’altro ebbe un bel daffare a frenare il suo cavallo.

«Dannato idiota!» esclamò l’uomo, ancora alle prese con le redini, senza guardarla. «Santo cielo, a cosa stavate pensando per correre come un matto? Potevate ammazzarmi.»

«E voi potevate ammazzare me.»

Al suono di una voce femminile si girò, e quel che vide lo lasciò senza parole. In sella al grosso destriero stava una donna, non c’era dubbio, ma non una donna qualunque! Portava una redingote da uomo, e la sua unica concessione alla femminilità era una gonna da cavallo aperta sul davanti, che rivelava calzoni di camoscio chiaro e stivali marrone. Nonostante la sua irritazione, non poté fare a meno di ammirarne le lunghe gambe. Evidentemente non condivideva l’ossessione femminile di proteggere il viso dal sole, visto che non portava il cappello e aveva la pelle abbronzata e luminosa. Una cascata di capelli castani, che l’alba striava di rosso, era sfuggita al fermaglio e le ricadeva sul viso in riccioli ribelli. I suoi occhi, tra il verde e il castano, lo osservavano furiosi.

«Di solito uno non si aspetta di imbattersi in una spiritosa cavallerizza nella propria tenuta» disse ostentando disappunto, anche se non poteva non ammirare con quale abilità controllava il cavallo. «Tanto meno in una impegnata in una gara...»

«Stavo solo andando al galoppo, non gareggiando» ribatté lei. «Se voi aveste guardato dove andavate invece di arrivarmi addosso come un brigante...» Si bloccò per osservarlo meglio. Robusto e in sella a un grande cavallo, svettava su di lei. Portava un’uniforme verde scuro, con la giacca decorata da finiture di pelle nera e chiusa da bottoni argentati, e calzoni infilati negli alti stivali neri. Un mantello impolverato gli pendeva da una spalla. In testa aveva uno sciaccò nero, al di sotto del quale i suoi bei lineamenti virili erano atteggiati a una fiera disapprovazione, anche se a lei parve di cogliere una specie di sorriso nei suoi occhi scuri. «Avete detto il vostro terreno

«Sì» disse lui. «Avete sconfinato nella proprietà del Conte di Amerleigh.»

«Oh.» Il cuore le balzò in petto quando il suo guardo spavaldo incontrò quello dell’uomo. Incapace di distoglierlo, lo fissò per un lungo istante. Era di fronte all’uomo che l’aveva umiliata così tanto che non avrebbe mai potuto dimenticarlo, e d’altra parte non le avevano consentito di farlo, visto che da quel giorno in poi suo padre aveva cercato di vendicarsi del conte. Ma sei settimane prima quest’ultimo era morto, ed ecco qui il suo odioso erede.

«Quindi voi siete il cucciolo del conte» disse usando l’espressione coniata da suo padre. «In tal caso, dovreste conoscere l’estensione della proprietà di Amerleigh e sapere che questo tratto di terreno non ne fa parte.»

Non gli piaceva essere definito cucciolo, ma era disposto a lasciar correre. «Certo che questo terreno ne fa parte. Da bambino gironzolavo sempre per di qua, ne conosco ogni singolo palmo.»

«Ma non siete più un bambino, giusto, milord?» Pronunciò quelle parole con una finta dolcezza che celava i ricordi dolorosi risvegliati in lei da quell’incontro. E, a versare sale sulle ferite, lui neppure si ricordava di lei. «Da quando ve ne siete andato le cose sono cambiate. In futuro vi consiglio di parlare col vostro avvocato prima di accusare qualcuno di violazione di proprietà.» Fece una brusca pausa. «Lo sapete che...»

«Che mio padre è morto. Sì, lo so.»

«Le mie condoglianze. Vostra madre sarà felice di riavervi a casa.»

«Ne sono certo.» Si chiese se conoscesse bene sua madre o se fossero solo parole di circostanza. Anche se lei non gli sembrava un tipo cerimonioso.

«Ora dovete scusarmi, signore, magari voi no, ma io ho del lavoro da fare.» Girò il cavallo per andarsene, ma lui si sporse in avanti e le afferrò le redini.

«Un attimo...» Non sapeva perché voleva trattenerla, né cosa voleva dirle, ma non ebbe la possibilità di scoprirlo perché lei gli diede un colpo di frustino sul dorso della mano inguantata, costringendolo a mollare le redini all’istante. La guardò sorpreso per un attimo, poi gettò indietro la testa e scoppiò in una risata che la mandò su tutte le furie.

«Se pensate che sia divertente offendere una signora, siete più rozzo di quanto pensassi» disse lei spronando il cavallo e allontanandosi al galoppo con aria piccata, lasciandolo lì a guardarla.

Cos’era successo in sua assenza? Era stato via sei anni, al servizio dell’esercito in Portogallo e in Spagna, sei lunghi anni di alterne vicende militari, nel corso dei quali aveva marciato su e giù per il Portogallo. Adesso il Visconte Wellington era passato all’offensiva e si preparava una volta per tutte a liberare il mondo da quel Napoleone, venuto fuori dal niente. Marciava verso Bayonne, su suolo francese. Non fosse stato per la malattia e la morte del padre, Roland sarebbe rimasto sino alla fine, per godere di quella sudata vittoria con il resto delle truppe di Sua Maestà.

Subito dopo la sua partenza per la guerra aveva mandato un paio di lettere al genitore, ma non avendo ricevuto risposta aveva smesso di scrivere. Se suo padre voleva dimenticarsi di lui, allora lui si sarebbe dimenticato di suo padre. Anche le lettere alla madre non avevano ottenuto risposta, ma sospettava che le fosse stato impedito di comunicare con lui. Tre mesi prima, però, gli aveva scritto per avvertirlo che il padre era molto malato. «Se puoi, torna a casa» diceva. «Ci siamo trasferiti nella dépendance; è più comodo.» Si era chiesto cosa ci fosse di comodo: rispetto alla vecchia e grande dimora in cui era cresciuto sembrava una casa delle bambole. Non riusciva a immaginarsi il suo dispotico padre che abitava lì.

La lettera era stata inviata al quartier generale, ma quando era arrivata lui si trovava dietro le linee nemiche a fare rilevamenti e realizzare cartine. Perciò gliel’avevano consegnata solo alcune settimane dopo, quando era già sopraggiunta una seconda missiva, che annunciava la morte del padre: ora era lui il Conte di Amerleigh.

Aveva ottenuto una licenza, e con il suo attendente personale, il Caporale Travers, era tornato a Lisbona per imbarcarsi su una nave passeggeri. Avevano attraccato a Portsmouth e viaggiato in diligenza fino a Shrewsbury, dove avevano comprato dei cavalli; successivamente per raggiungere Amerleigh avevano preferito passare per un sentiero sulle colline invece che seguire la strada principale.

In quel momento lo raggiunse Travers. «Ti sei appena perso una creatura straordinaria» gli disse.

«L’ho vista.» Ben sorrise. «Ho notato che stavate conversando amabilmente, quindi sono rimasto a distanza. Chi è?»

«Non ne ho idea.» Si fermò all’improvviso e scoppiò a ridere. «Oh, no, non è possibile! Oh Dio, non ci credo. Che bentornato!»

«Sapete chi è?»

«Credo di sì. Anzi, ne sono sicuro. Si chiama, o si chiamava, Charlotte Cartwright e ho la sensazione che ci incontreremo ancora.»

Il nuovo conte era diventato un bell’uomo, dovette ammettere Charlotte mentre si allontanava ripensando a che ragazzo smilzo fosse a ventun anni. Un bel ragazzo, certo, con i suoi riccioli bruni e i lineamenti regolari, eppure così superbo e sprezzante che l’aveva umiliata in modo inaccettabile. Ma allora anche lei era abbastanza orgogliosa da nascondere di essere stata ferita. E non gliel’avrebbe certo ricordato adesso: se se n’era dimenticato, tanto meglio. Però erano nemici giurati e le cose non sarebbero cambiate.

Rallentò il passo, ripensando a quel che era successo sei anni prima, e tutta la sua rabbia riaffiorò. Suo padre voleva essere ammesso nell’alta società, e per questo aveva deciso di assumere degli istitutori che insegnassero a Charlotte ciò che una signora doveva essere in grado di fare, per esempio ricamare, disegnare e ballare, tutte attività che lei non amava particolarmente. E poi era troppo tardi: il suo carattere avverso a ogni convenzione si era già formato e non poteva essere mutato. Comunque, almeno, in parte il padre aveva raggiunto il suo scopo, per il semplice fatto che era l’uomo più ricco della zona e poteva ottenere ciò che voleva da chiunque, compreso il Conte di Amerleigh. Ma non dal suo cucciolo.

Essere respinta da un rampollo altezzoso, che aveva espresso il suo rifiuto talmente forte da poter essere udito entro un raggio di diversi dieci piedi, era decisamente troppo. Era la prima volta che i soldi di suo padre non bastavano a comprare qualcuno o qualcosa. L’aveva definita maschiaccio, e in fondo non era molto lontano dal vero. E insignificante. Era insignificante? Suo padre le aveva assicurato di no, che non era meno bella e graziosa di sua madre, ma quello stupido damerino non aveva occhi per accorgersene. Tuttavia, guardandosi allo specchio al ritorno dal ballo che i due padri erano sicuri si sarebbe concluso con l’annuncio del fidanzamento dei loro rampolli, aveva dovuto ammettere che forse Roland Temple aveva qualche ragione. Ma giungere a quella conclusione non aveva minimamente attenuato il suo risentimento, anzi forse lo aveva persino accresciuto. Oh, quanto avrebbe voluto che suo padre non avesse mai stretto quel patto con il defunto conte. Eppure lei non rinnegava niente di ciò che lui aveva fatto. Niente, niente, niente.

Superò il cancello in ferro battuto di Mandeville e si sentì pervadere da un senso di orgoglio. La residenza di arenaria rossa che aveva di fronte era stata fatta costruire da suo padre per dichiarare al mondo che anche un signor nessuno, grazie al duro lavoro e a una gestione accorta, poteva guadagnare montagne di denaro. Spiccava sulla campagna circostante, perché i maestosi alberi piantati nel parco erano ancora piccoli, ma il giardino accanto era pieno di siepi e cespugli decorativi. Nel giro di pochi anni, Mandeville avrebbe potuto aspirare a essere la più bella residenza di campagna della zona, forse di tutta la contea. Aveva già eclissato Amerleigh Hall, che cadeva a pezzi.

Charlotte girò intorno alla residenza e si diresse alle scuderie, un vasto complesso di edifici che ospitava molti cavalli da sella, quattro cavalli da tiro e un paio di pony, dove smontò.

Nell’adiacente rimessa c’erano una carrozza da viaggio molleggiata, un elegante phaéton e un calesse. Affidò Bonny Boy alle cure di uno stalliere, ordinò di attaccare al calesse uno dei pony ed entrò in casa da una porta laterale che portava alle cucine.

Scambiò qualche parola con Mrs. Cater, la cuoca, chiese a May, la sguattera, se l’unguento che le aveva dato avesse giovato ai suoi geloni, accarezzò il gatto di cucina, che fece le fusa felice, e poi salì a cambiarsi per mettersi al lavoro. Non indugiò mai con lo sguardo sui dipinti appesi alle pareti, sui mobili e sui ninnoli costosi che suo padre aveva comprato per ostentare la sua ricchezza. Affondò gli stivali nei folti tappeti senza curarsi delle impronte che lasciava dietro di sé. Continuava a pensare all’incontro col conte e tentava di convincersi di non esserne turbata.

Una volta nella sua stanza si tolse la redingote e la gonna, si sfilò i calzoni e si sciacquò con l’acqua fredda della brocca appoggiata sulla toeletta. Dopodiché si infilò una semplice gonna grigia, una camicia bianca e una giacca nera di bambagina dal taglio maschile, allacciata da piccoli alamari decorati. Era questa la tenuta che aveva scelto per occuparsi degli affari: non esattamente maschile, visto che le disegnava perfettamente la figura, ma pensata per far sapere a tutti che le interessavano solo gli affari e non perdeva tempo in frivolezze. Raccolse sul capo i capelli ribelli e, visto che non le piacevano le cuffiette, mise un alto cappello con una lunga piuma. Sostituì gli stivali da equitazione con eleganti stivaletti di pelle nera che le arrivavano a metà polpaccio, e tornò di sotto, dove l’attendeva il calesse con cui sarebbe scesa a valle, fino al cotonificio, che sorgeva a fianco di un affluente del Severn, in cui l’acqua scorreva copiosa.

Era stata via un anno, durante il quale i provvedimenti che aveva preso per migliorare le condizioni della manodopera erano stati abbandonati. Aveva trovato le aule scolastiche inutilizzate, e i bambini avevano ricominciato a lavorare per molte ore in condizioni insalubri, come quando suo padre aveva rilevato l’attività dal suocero molti anni prima. «Mr. Brock, esiste una legge per l’istruzione dei bambini che lavorano per noi, e sapete benissimo che dobbiamo rispettarla» gli aveva ricordato.

«Ci sono stati moltissimi ordini» fu la risposta. «Abbiamo avuto bisogno di tutta la manodopera disponibile ai telai per non far partire le navi semivuote. Vostro padre non l’avrebbe mai permesso.»

Aveva bisogno di Brock per la gestione del cotonificio, quindi erano giunti a un compromesso sulle ore che i bambini dovevano destinare al lavoro e alla scuola, ma quel che voleva era riuscire a imporre a poco a poco il suo modo di vedere le cose. Nel frattempo procedeva cautamente, con diplomazia, ben consapevole che in quanto donna era guardata dall’alto in basso, ma in quanto proprietaria del cotonificio più grande della zona era trattata con una deferenza congiunta a una certa dose di disprezzo. Lei camminava impettita, a testa alta, fingendo di non accorgersene.

Quel giorno, ispezionò il cotonificio e rimase qualche minuto a osservare le spolette che si muovevano sui telai, discusse dei tempi di produzione con il responsabile, evase la corrispondenza e impartì alcuni ordini, le sue attività quotidiane. Ma anche

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