Trova il tuo prossimo libro preferito

Abbonati oggi e leggi gratis per 30 giorni
Dal buio... l'amore, ritrovato: eLit

Dal buio... l'amore, ritrovato: eLit

Leggi anteprima

Dal buio... l'amore, ritrovato: eLit

Lunghezza:
201 pagine
2 ore
Pubblicato:
Nov 30, 2015
ISBN:
9788858945995
Formato:
Libro

Descrizione

36 ORE - VOL. 11. La piccola Vicky Sloane, sopravvissuta dopo una lunga notte solitaria imprigionata in una buia caverna, è diventata una celebrità in città, purtroppo l'incidente ha profondamente segnato la sua famiglia. Ma le incomprensioni fra i suoi genitori, Cassidy e Karen, sono davvero così inconciliabili? Il taciturno Cassidy, in quelle ore di angoscia, ha capito che ci deve essere un modo per riconquistare la sua splendida moglie medico. Riuscirà la sua piccola saggia Vicky a mostrargli il modo per riaverne il cuore?

Un uomo forte e rozzo, ma solo in apparenza...

Una donna troppo orgogliosa per tornare sui propri passi...

Un matrimonio in crisi messo alla prova...

36 Ore: un serial in 12 puntate

1. Mary Lynn Baxter - Fulmini abbaglianti

2. Kasey Michaels - Compagni per caso

3. Diana Whitney - Ricomincio da quattro

4. Sharon Sala - Gli occhi delle tenebre

5. Elizabeth August - Soluzione a sorpresa

6. Christine Flynn - Ritrovarsi... in tre

7. Susan Mallery - Tra segreti e sentimenti

8. Sandra Steffen - Uno sguardo rubato

9. Alicia Scott - Chi è l'assassino?

10. Beverly Barton - Incontro appassionato

11. Paula Detmer Riggs - Dal buio... l'amore, ritrovato

12. Marilyn Pappano - Assolutamente da ricordare

Pubblicato:
Nov 30, 2015
ISBN:
9788858945995
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Correlato a Dal buio... l'amore, ritrovato

Libri correlati
Articoli correlati

Anteprima del libro

Dal buio... l'amore, ritrovato - Paula Riggs Detmer

Titolo originale dell’edizione in lingua inglese:

The Parent Plan

Harlequin Books

© 1998 Harlequin Books S.A.

Traduzione di Elisabetta Elefante

Questa edizione è pubblicata per accordo con

Harlequin Books S.A.

Questa è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o

persone della vita reale è puramente casuale.

© 1998 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano

eBook ISBN 978-88-5894-599-5

www.harlequinmondadori.it

Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non può essere copiato, riprodotto, trasferito, distribuito, noleggiato, licenziato o trasmesso in pubblico, o utilizzato in alcun altro modo ad eccezione di quanto è stato specificamente autorizzato dall’editore, ai termini e alle condizioni alle quali è stato acquistato o da quanto esplicitamente previsto dalla legge applicabile. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata di questo testo così come l’alterazione delle informazioni elettroniche sul regime dei diritti costituisce una violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla Legge 633/1941 e successive modifiche.

Questo ebook non potrà in alcun modo essere oggetto di scambio, commercio, prestito, rivendita, acquisto rateale o altrimenti diffuso senza il preventivo consenso scritto dell’editore. In caso di consenso, tale ebook non potrà avere alcuna forma diversa da quella in cui l’opera è stata pubblicata e le condizioni incluse alla presente dovranno essere imposte anche al fruitore successivo.

1

19 marzo

Un lento sorriso spuntò sulle labbra di Karen Sloane mentre svoltava in Gold Rush Street al volante del suo Blazer. Percorse l’ampio vialone fiancheggiato di querce secolari e di torreggianti pioppi sentendosi lentamente pervadere da un nostalgico senso di spensieratezza. Era lì, in uno dei più vecchi e sbiaditi quartieri di Grand Springs, dove aveva trascorso buona parte della sua fanciullezza.

Dopo essersi fermata nel viale di sua madre, posò le mani sul volante e guardò in direzione della casa, attraverso il parabrezza. Costruita negli anni Venti per il presidente di una banca, era un guazzabuglio di stili diversi: mattoni rossi sulla facciata, tetto spiovente, e pergolati sui lati. L’aveva sempre fatta pensare a un’eccentrica nobildonna che se ne sta pigramente sdraiata al sole.

Con un sospiro stanco, Karen chiuse gli occhi e si chiese perché fosse venuta lì. Aveva detto a Sylvia che sarebbe passata a portarle delle bistecche di un manzo abbattuto da Cassidy qualche giorno prima. In realtà era una scusa. La verità era che aveva bisogno di tornare a casa, a leccarsi le ferite.

Un ritorno all’ovile, per così dire. Sebbene la sua prima casa fosse stata il modesto appartamentino che Fred Moore aveva potuto offrire alla moglie e alla figlia col suo stipendio da interno.

Karen guardò l’orologio. Mancavano pochi minuti alle due. Conoscendo sua madre, a quell’ora la stava già aspettando con una caffettiera fumante e un vassoietto di dolcetti acquistati all’ultimo momento alla pasticceria accanto alla banca.

Dotata di intelligenza e di un’ambizione fuori dal comune, Sylvia aveva cominciato come semplice impiegata, ma aveva fatto carriera, fino a occupare oggi la poltrona di vicepresidente della banca. L’unico lusso che si concedeva, nella sua posizione, era quello di prendersi un paio d’ore libere un pomeriggio ogni tanto, per trascorrerle in compagnia della figlia.

Uscita dall’auto, Karen si diresse a passo svelto fino all’ingresso, premette due volte il campanello per annunciare il suo arrivo ed entrò. Il silenzio che regnava nella grande casa l’avvolse come una confortevole cappa mentre si sfilava la giacca e l’appendeva all’attaccapanni.

«Mamma?»

Sylvia sospinse la doppia porta che divideva la sala da pranzo dal soggiorno, adiacente all’ingresso. Le mani affusolate e curatissime sorreggevano un vassoio d’argento, e il vapore che si levava dalla caffettiera le disegnava un ricciolo di fumo davanti al viso finemente scolpito.

«Oh, eccoti qui, cara.» Si chinò a posare il vassoio sul tavolino. «Oggi ero proprio in vena di farmi una bella chiacchierata.»

Karen attraversò la sala per andare ad abbracciarla, ma con la mente e col cuore era lontana mille miglia dall’allegro chiacchierio di sua madre.

Gli argomenti furono quelli di sempre. Le ultime novità sugli amici. Come andavano le cose in banca. I nuovi arrivati nel quartiere...

Tra una notizia e l’altra, Karen accettò una tazza di caffè e la racchiuse tra i palmi gelati, girellando nel soggiorno. Sylvia, sprofondata nella sua poltrona preferita, accanto al caminetto, la osservava.

Non era cambiato quasi niente in quella stanza negli ultimi vent’anni, constatò Karen, arrestandosi a fissare le foto allineate sulla mensola del caminetto. Le pareva quasi di sentire le risatine delle compagne di scuola di un tempo.

Una gran nostalgia la assalì al ricordo di quei giorni sereni. Con la vita frenetica che conduceva da diversi anni a quella parte, aveva perso i contatti con tutti gli amici di allora. Persino con Eve Stuart, che era stata la sua amica del cuore prima che lasciasse Grand Springs, sei anni prima. Sebbene adesso Eve fosse tornata e si fosse stabilita definitivamente in città con Rio Redtree, suo marito, e la piccola Molly, Karen non riusciva mai a trovare un momento libero per andare a trovarla.

Avrebbe voluto attribuire la colpa di tutto questo a Cassidy; ma la coscienza non glielo permetteva. Era stata lei a rifiutare gli inviti a pranzo, o a bridge, o ai raduni dei vecchi compagni di scuola.

«Qualcosa non va, cara? Sembri un po’ giù di corda.»

Il tono preoccupato di Sylvia indusse Karen a scuotere il capo, in cenno di diniego. «È la stanchezza, mamma. Un mio collega è malato, e devo coprire anche i suoi turni in ospedale.»

Portandosi con grazia alla bocca la tazzina di porcellana, Sylvia inarcò un sopracciglio perfettamente depilato, assumendo un’espressione dubbiosa. Oltre a essere una madre affettuosa, Sylvia Moore era sempre stata anche un’amica comprensiva. «Tra qualche giorno finisce l’inverno. Sarà l’arrivo della bella stagione» suggerì amabilmen te, con un sorriso appena accennato.

Karen sorrise a sua volta e annuì, sebbene sapesse che non l’avrebbe convinta. Non sua madre. «In effetti, è stato un inverno lungo. E recarsi in ospedale ogni mattina, col freddo, e spesso con la neve...» Fece un sospirone, e tornò a studiare le foto in cornice.

Da quando era stata in grado di arrampicarsi su una sedia, davanti a quel caminetto, Karen era sempre stata attirata dalle persone ritratte in quelle fotografie: specie da suo padre. Rimaneva a lungo incantata, a fissare i tratti di quel viso ridente, così simile al suo.

Non aveva ancora compiuto tre anni quando lui l’aveva salutata con un bacio quel tragico mattino, prima di recarsi al lavoro. Dieci minuti dopo, Fred aveva perso la vita in un incidente d’auto. Frattura di due vertebre cervicali. Era morto prima che arrivasse l’ambulanza. E da un giorno all’altro, sua madre si era ritrovata vedova, con una figlia da allevare.

Io e Kari siamo cresciute insieme, soleva dire Sylvia a chiunque notasse il legame particolarmente forte che le univa.

Lo sguardo di Karen scivolò sulle altre fotografie. Ce n’erano alcune di Sylvia, e poi tutta una sequenza di immagini sue, a mano a mano che cresceva: prima una neonata con la testa pelata come un uovo, poi una bimbetta in divisa da scout, e ancora una raggiante giovinetta in toga, il giorno della consegna dei diplomi.

Ce n’erano tante altre. Alcune spiritose. Tutte ugualmente care. Il suo primo giorno di università all’ingresso della Facoltà di Medicina, con le braccia cariche di libri; e quella in posa, col camice immacolato da tirocinante al Vanderbilt Memorial, dove aveva fatto i doppi turni per guadagnarsi la somma necessaria a ultimare la specializzazione. E ancora la foto scattata in giardino, mentre prendeva il sole col suo fidanzato di un tempo, Squirrely Miller Greavy, ora giudice di Corte di Appello... Frammenti di tutta una vita, immortalati sulla pellicola e racchiusi nelle cornici di sua madre.

Karen trattenne il fiato, arrestandosi infine a osservare la foto più grande di tutte, a cui era riservata una cornice d’argento cesellata.

La foto del suo matrimonio.

Si sentì un formicolio agli occhi mentre la sollevava dalla mensola, per guardarla più da vicino.

Era stata un’estate caldissima, ricordò, e il sole quel giorno aveva inondato tutta la chiesa di un bagliore dorato. La vista di Cassidy, così autorevole e impeccabile nello smoking preso a nolo, le aveva mozzato il respiro.

Curvando le labbra in un lieve sorriso, tracciò con un dito la linea decisa delle ampie spalle del marito. Spalle alla Clark Gable, era solita scherzare un tempo e lui aggrottava la fronte.

Cassidy aveva avuto lo stesso cupo cipiglio anche il giorno in cui si erano conosciuti. Le prime parole che gli aveva sentito pronunciare erano state le imprecazioni con cui aveva messo in dubbio la paternità dei due mandriani che lo avevano trascinato di forza al Pronto Soccorso, in un cocente pomeriggio di luglio.

«È tutto suo, signora» aveva dichiarato profeticamente uno dei due giovanotti, prima di svignarsela in sala d’attesa.

«Non le conviene cercare di togliergli i pantaloni» l’aveva avvisata il secondo, che era sgattaiolato fuori con altrettanta urgenza.

Cassidy aveva cercato di domare uno stallone che viveva allo stato brado, e l’animale aveva espresso il suo disappunto imbizzarrendosi. Aveva preso a scalciare come un pazzo, e Cassidy era stato scaraventato a diversi metri di distanza da un colpo, fortunatamente preso di striscio. Morale della favola: gli era andata bene. Se l’era cavata con un gran taglio sulla fronte, un leggero trauma cranico e quattro costole rotte, una delle quali aveva rischiato di perforargli un polmone.

Mentre Karen gli controllava attentamente le funzioni vitali, lui le aveva detto senza mezzi termini cosa doveva fare delle sue medicine, e l’aveva minacciata di indicibili orrori se si fosse azzardata a sbottonargli i pantaloni; ma prima di essere ridotto al silenzio da una massiccia ex infermiera dell’esercito che rispondeva al nome di Helga Tutt, Cassidy era passato alla storia del Vanderbilt come il paziente che deteneva il re cord della sequela più lunga di parolacce senza nemmeno una ripetizione.

Era stato amore a prima vista, almeno da parte di Karen. I motivi di Cassidy erano stati molto meno nobili: voleva portarsela a letto. Mentre lei intesseva sogni romantici, lui abbatteva abilmente le sue difese, una per una.

Tuttavia, quando gli aveva confessato di essere incinta, Cassidy l’aveva baciata con una tenerezza infinita prima di informarla, coi suoi modi bruschi di sempre, che si sarebbero sposati al più presto.

«Eri bellissima quel giorno, Kari» le disse sua madre. «Una sposa radiosa.»

«Avevo una paura folle» ammise lei, posando la foto.

«E Cassidy, allora? Mai vista quella tonalità di bianco sulla faccia di un uomo.»

Karen sentì un nodo che le serrava la gola mentre ricordava il tono possessivo con cui Cassidy aveva pronunciato i voti nuziali.

La sua voce, invece, era stata poco più che un sussurro.

C’era stato un momento in cui era incespicata sulle parole, e lui le aveva stretto la mano, in un gesto rassicurante.

Per moltissimo tempo, dopo quel giorno, era stata la donna più felice del mondo.

Cassidy aveva sempre cercato di accontentarla in ogni suo desiderio, ricordò, mentre tornava a sedersi e beveva il caffè ormai freddo. Ma questo finché Vicky non aveva compiuto tre anni, e lei aveva deciso di riprendere gli studi.

Da allora, era cambiato. Si era come rinchiuso sempre di più in una specie di guscio, tanto che a volte Karen aveva l’impressione di vivere con un compagno di stanza taciturno, educato ma terribilmente distante, invece che con l’uomo che amava con tutto il cuore.

Si costrinse a sorridere, e a pensare ad altro. «Allora, hai deciso che cosa metterai sabato, al ricevimento?»

«Che domande: il mio abitino nero e la collana di perle, no?»

«Certo» ridacchiò Karen. Quante ore avevano passato, lei e sua madre, a discutere di moda, e di vestiti...

«Quanto avrei voluto che ci fosse anche Olivia, domani» mormorò Sylvia, dopo un breve silenzio. «Ci prendevamo sempre in giro, e scommettevamo su chi delle due aveva più occasioni di indossare la collana di perle.» Trasse un lungo sospiro triste. «Davvero, non riesco ancora a credere che se ne sia andata per sempre.»

Karen si trastullò con la sua tazzina. Olivia Stuart e Sylvia erano state grandi amiche da quando le rispettive figlie si erano ritrovate insieme sui banchi di scuola. Per lei, Olivia era stata quasi una zia.

Ora le immagini della madre di Eve tornarono ad affiorarle nella mente. Con la sua grazia e il suo fascino innato, Olivia era stata un sindaco stimato, uno strenuo difensore dei deboli: soprattutto un modello da imitare, per tutte le donne di Grand Springs.

«Io proprio non mi spiego chi potesse volere la morte di una persona così meravigliosa» dichiarò. «E perché, poi?»

Sylvia scosse il capo. «Proprio l’altro giorno ho parlato con Rio Redtree, quando è passato in banca. Ha detto che la polizia ha battuto tutte le piste possibili, senza approdare a niente.»

Karen si strinse nelle spalle. «Sono sicura che ci sarà anche Eve, domani sera. Forse saprà dirci le ultime novità.»

«Ammesso che ce ne siano. Certi casi si trascinano per anni, e poi magari finisce che vengono archiviati senza arrivare a una soluzione. E questo mi brucia almeno quanto la consapevolezza di avere perso Olivia. Un tributo patetico, a una vita così nobile, non trovi? Un dossier con scritto Caso Archiviato. E tutto si chiude così. La giu stizia che viene beffata. Una vita troncata senza un motivo apparente... Dove andremo a finire, mi chiedo.»

Già, dove andremo a finire. Era una domanda che Karen si era posta spesso, negli ultimi tempi. E non si era data una risposta.

Quasi avvertendo lo sconforto di sua figlia, Sylvia alleggerì il tono. «Ora basta con questi discorsi deprimenti. Dimmi piuttosto del tuo vestito nuovo. Non mi hai più fatto sapere cos’hai comprato.»

«Perché non ho niente da dire. Alla fine non l’ho più comprato.»

«Ma... non è per questo che tu e Vicky

Hai raggiunto la fine di questa anteprima. Registrati per continuare a leggere!
Pagina 1 di 1

Recensioni

Cosa pensano gli utenti di Dal buio... l'amore, ritrovato

0
0 valutazioni / 0 Recensioni
Cosa ne pensi?
Valutazione: 0 su 5 stelle

Recensioni dei lettori