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Magnificus Liborius
Magnificus Liborius
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E-book477 pagine6 ore

Magnificus Liborius

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Info su questo ebook

Magnificus Liborius racconta una storia vera, che vede protagonisti una comunità di contadini ai confini dell'Abruzzo, che nella metà del Settecento si ribella ai soprusi di un nobile usuraio.

Sembra una storia nota, i poveri (tanti) in rivolta, magari violenta e sconsiderata, contro i ricchi (pochi). Invece ci parla di una lunga causa legale, pacifica, combattuta con le armi della legge e delle astuzie, dai cittadini, dai nobili e dagli avvocati, rappresentanti le due parti, contraenti un prestito effettuato con condizioni vessatorie.

Il racconto ci fa immergere nella vita del Settecento, ed è una occasione per conoscere meglio le condizioni di vita delle persone comuni, sia degli abitanti di piccolissimi e sperduti paesi di montagna sia della metropoli, una delle principali capitali europee, quale era Napoli in quel periodo.

Ma ci fa conoscere anche il sistema giudiziario del Regno di Napoli, molto più sofisticato ed intessuto di condizioni tipiche dello stato di diritto moderno, di quanto si è portati a pensare.
LinguaItaliano
Data di uscita20 lug 2020
ISBN9788831685849
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    Anteprima del libro

    Magnificus Liborius - Roberto Tupone

    Palumbo

    Parte I

    1697-1751

    L’antefatto

    Le ragioni originarie

    Nell’ultima decade del 1600 l’Università di Sant’Anatolia ebbe gravi dissidi con quella di Torano. Dalle testimonianze degli uomini del tempo, risulta che la causa coinvolse tutta la cittadinanza e furono tanti i santanatoliesi che vennero reclusi nelle carceri dell’Aquila. Probabilmente la disputa ebbe origine da problemi di confine che spesso, già da secoli, portavano i cittadini di S. Anatolia in lite con quelli di Marano, Spedino e Torano¹. Anticamente la valle del fiume Salto, nel tratto sottostante l’antico castello di Marano, risultava accatastata in parte all’Università di Marano e in parte a quella di Torano ma, per un’antichissima consuetudine, in autunno ed in inverno, in particolare dopo il raccolto, il bestiame di S. Anatolia aveva il diritto di pascolare nella pianura e abbeverarsi al fiume.

    Questa promiscuità aveva dato origine in passato a vari scontri tra i cittadini di Marano e quelli di Sant’Anatolia e, ad aggravare l’incertezza sui confini, c’era il fatto che molti cittadini di Sant’Anatolia possedevano, in qualità di «forastieri», varie terre lungo il fiume, le cosiddette «canapine» o «cannavine», dove veniva principalmente coltivata la canapa, necessaria alla fabbricazione di corde e spaghi, strumenti indispensabili all’allevamento e all’agricoltura. La canapa veniva anche utilizzata per la tessitura di rozzi capi d’abbigliamento, soprattutto da lavoro, stracci, sacchi e robusti calzettoni adatti all’uso delle ciocie. Essa veniva coltivata nei pressi dei fiumi, anche perché aveva bisogno di essere macerata nelle acque e poi essiccata per liberare le fibre, l’elemento maggiormente utilizzato, dalla corteccia. I semi, ricchi di sostanze, venivano abbrustoliti e mangiati.

    Non sappiamo quale fu la reale motivazione della lite, sappiamo però che l’Università di Sant’Anatolia, per poter riportare in libertà i tanti suoi cittadini imprigionati, fu costretta a pagare un importo talmente cospicuo, che dovette chiedere un prestito ad un ricco e nobile signore di Lucoli², il dottor Cristoforo Mosca.

    Nel 1759 Antonio di Gasbarro e Achille Scafati testimonieranno: «una tal somma servita fusse per servizio dell'Università, stante alcune pretenzioni che avea, contro la medesima, la terra di Torano, per le quali molti cittadini furno carcerati dalla Regia Udienza dell'Aquila e, per liberarli dalla loro inquisizione, come cosa, che contenea l'interesse del publico intero, bisognò contrarre e costituire, per mezzo de nomati cittadini, il cenzo suddetto col Reverendo don Cristofaro Mosca»³.

    Il prestito all’Università di S. Anatolia

    Era il 22 ottobre del 1697⁴ quando alcuni cittadini di Sant’Anatolia giunsero nella casa di Bartolomeo Marchi a L’Aquila, «ante ecclesia Domina Conceptionis», dove li attendeva il giudice a contratto Pasquale Antonio del Bianco di Lucoli, il notaio Filippo Magnante⁵ dell’Aquila e don Cristoforo Mosca di Lucoli. Erano inoltre presenti in veste di testimoni Sebastiano Balzaroli, Bartolomeo e Stefano Marchi dell’Aquila, e Giovanni Battista Montecazzo medico. Motivo dell’incontro era la stipula dell’atto di acquisto di un censo⁶, ovvero di un prestito effettuato da don Cristoforo Mosca all’Università di Sant’Anatolia.

    La somma, molto considerevole, di ducati 646 e grana 49 e ½, «consistentes in tot bonis monetis de argenti de Regno», venne prestata al tasso di interesse del 6%, una percentuale che, per la legge di allora, non poteva essere applicata agli enti pubblici come le Università, ma solo ai singoli cittadini. Il notaio, su suggerimento di don Cristofaro, decise quindi di non fare cenno nell’atto dell’Università, ma di inserire solamente i nomi di singoli cittadini, quali garanti del prestito effettuato. Gli interessi da pagare annualmente ammontavano a ducati 38 e grana 80 e dovevano essere pagati ogni anno «de semestre in semestre in pecunia». Ma pagando solo gli interessi, non veniva intaccato il capitale iniziale e quindi, finché il capitale non veniva restituito, gli interessi continuavano a decorrere, anche per decenni, e tale credito/debito veniva ereditato dai figli e dai nipoti dei primi soggetti stipulanti. Firmarono l’atto, dando a garanzia alcune loro terre⁷, per l’Università di S. Anatolia, i «magnifici»:

    • Giuseppe e Domenico Antonio Spera

    • Giuseppe Luce

    • Pietr'Antonio Luce¹⁰

    • Michele Placidi¹¹

    • Giuseppe Scafati¹²

    • Giovan Battista Luce¹³

    La restituzione della prima tranche

    Il 21 febbraio dell’anno successivo, 1698¹⁴, proprio per diminuire la percentuale da restituire, comparvero di nuovo dallo stesso notaio i signori Michele Placidi e Pietrantonio Luce, «tam nomine proprio, quam nomine degli altri», i quali restituirono a don Cristoforo Mosca una prima tranche del prestito, consistente in ducati 375 e grana 70. L’atto precedente venne quindi cassato e sostituito dal presente.

    La rendita che i cittadini dovevano corrispondere ai Mosca, nonostante la diminuzione del debito, rimase pari a ducati 16 e grana 20 annuali ed essa continuò a pesare sulle casse delle famiglie per molti anni, circa mezzo secolo.

    Negli anni successivi don Cristoforo continuò a prelevare dall’Università di Sant’Anatolia la quota di interessi sul prestito effettuato. Poi, quando ormai era anziano, si prese la briga di riscuotere il censo, il nipote don Liborio Mosca. Ogni anno, nella stagione del raccolto, si presentava, o di persona o rappresentato da suoi uomini di fiducia, e raccoglieva gli interessi, le cosiddette terze, spesso in natura, consistenti in coppette di grano, d’orzo o denaro.

    Quando i cittadini di S. Anatolia facevano i conti, risultava spesso che i sedici ducati e venti grana annuali, corrispondevano ad una coppa di grano o d’orzo a fuoco. Ogni famiglia doveva quindi portare nel punto di raccolta una coppa di semenza, circa 25 kg., e consegnarla ai mulattieri che lo avrebbero trasportato a Lucoli. Supponendo la presenza di un numero medio di sessanta famiglie, si trattava di circa 15 quintali di sementi all’anno.

    Il ricalcolo del debito nel 1742 e 1744

    Nel 1734, grazie all’ultima spartizione dell’eredità di famiglia, don Liborio Mosca era divenuto proprietario del credito contro l’Università di S. Anatolia. Annualmente quindi vi si recava per riscuotere gli interessi, «le terze» che, come detto sopra, corrispondevano all’incirca ad una tonnellata e mezza di sementi che l’Università di S. Anatolia aveva gravi difficoltà a reperire, e così, nell’arco di quaranta anni, il debito per gli interessi con i Mosca era cresciuto, tanto da superare il capitale iniziale.

    Il 12 agosto del 1742 don Liborio venne a Sant’Anatolia per sistemare le pendenze. Erano presenti all’incontro Michele Placidi, accompagnato dal figlio sacerdote don Agapito Placidi in qualità di testimone, Marc’Antonio Luce, Giuseppe Spera, Angel’Antonio Scafati, Leonardo Luce e i fratelli Bartolomeo e Cesidio Luce. Era presente in qualità di testimone Antonio Federici¹⁵. Don Liborio fece il calcolo di tutte le terze maturate nell’arco di 44 anni, cioè dal 1698 al 1742 che, considerando il dovuto annuale di ducati 16 e grana 20, ammontavano, senza intaccare il capitale iniziale di ducati 270, a ducati 712 e grana 80.

    Poi andò a conteggiare quanto i cittadini avevano già versato e confermò che «detti particolari obligati hanno pagato in più, e diverse volte ducati quattrocento in tanti biglietti, orzo e grano, e denaro». Sottraendo quindi tale importo ai ducati 712 e grana 80 di cui sopra, il debito residuo venne calcolato in ducati 312,80. Don Liborio decise di essere generoso e di abbonare i ducati 12 e 80, «perché li dodici ducati, e grana ottanta, detto signor Abbate Mosca gli l'ha rilasciati gratis gratia, perché così» e i cittadini promisero di «pagare detta somma ad ogni richiesta di detto signor Abbate costituto, e per esso e suoi, in pace, e senza controversia».

    L’accordo venne sottoscritto davanti al notaio apostolico don Alessio Innocenzi¹⁶, che redasse l’atto. Nei mesi e anni successivi vennero effettuati altri pagamenti:

    • 1742: «Si sono ricevuti ducati diece per tanto donati da me per la fabrica della chiesa». «Ricevo altri ducati quattro come dalla mia riceuta». «Ricevo altri ducati dodici per un biglietto fatto d'Amico Federico¹⁷ per gl'obbligati».

    • 1743: «A 19 settembre 1743 come per mia riceuta ricevo altri ducati duecento contanti per mani del signor don Leonardo Placidi ¹⁸». «A 28 novembre sudetto anno come per mia riceuta si sono riceuti in due ordini per Napoli altri ducati quaranta».

    • 1744: «Si sono riceuti nel mese di Agosto per mano di Francesc'Antonio Amanzij¹⁹ ducati cinque».

    Il 12 agosto del 1744 don Liborio tornò a Sant’Anatolia e fece un nuovo ricalcolo. Calcolò l’ammontare dei pagamenti effettuati in quegli ultimi due anni di ducati 10, più 4, più 12, più 200, più 40, più 5, per un totale di 271 che sottrasse al debito residuo di 300, portandolo a 29 ducati. Don Liborio fece un ulteriore sconto di 4 ducati e venne sottoscritto che il residuo del debito al 12 agosto 1742 era di ducati 25.

    • 1744: «A 12 agosto 1744 in S. Anatoglia si è venuto a nuovi conti con detti particolari obligati, reso fu conto in forma di scrittura del signor don Alessio Innocenzij firmato anche da me, essendo restata anche in mano a detti obligati il duplicato di detta scrittura, e mi restano debitori di ducati venticinque, per tutto il periodo da oggi addietro, per le terze del cenzo, che dicono pagarmi detti ducati 25 nell'entrante mese di settembre 1745 e sempre l'annualità del cenzo deve ricominciare à correre per l'avvenire da detti 12 agosto 1742».

    A questo importo doveva essere sommato l’importo delle terze maturate dal 1742 al 1744 di ducati 32,40 per un totale di 57,40. Insomma l’Università di Sant’Anatolia, nonostante avesse già pagato alla famiglia Mosca interessi per l’importo totale di 671 ducati, non riusciva a sanare il debito e il capitale di 270 ducati rimaneva immutato. In tutto questo, la beffa era che i cittadini dovevano anche ringraziare don Liborio per la sua generosità, per aver loro scontato 12 ducati e 80 grana nel 1742, per aver ricevuto sempre nel 1742 un dono di 10 ducati per la ricostruzione della chiesa e per aver loro scontato altri 4 ducati nel 1744.

    Un pozzo senza fondo

    Dal 1744 al 1751 i cittadini, con molta fatica, oltre a saldare il pregresso, continuarono a pagare il censo sottoscritto. A volte saltavano delle rate e il debito cresceva. Le volte successive, proprio perché il debito era cresciuto e la richiesta da parte di don Liborio era troppo onerosa, i cittadini erano costretti a convocare