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Lucio Ponzio: L'Aquila della Repubblica

Lucio Ponzio: L'Aquila della Repubblica

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Lucio Ponzio: L'Aquila della Repubblica

Lunghezza:
240 pagine
3 ore
Pubblicato:
10 lug 2020
ISBN:
9781071535219
Formato:
Libro

Descrizione

Dopo una brillante carriera militare agli ordini di Cesare, Lucio Ponzio Aquila è eletto tribuno della plebe, in rappresentanza della gente comune e si oppone al potere dittatoriale di Cesare.

Il libro narra le imprese di Aquila, un tribune romano eletto dalla gente comune (i plebei) e la sua lotta contro la dittatura di Cesare. Sebbene Ponzio Pilato sia noto per il suo ruolo nella Bibbia, meno conosciuti sono I personaggi storici che hanno avuto lo stesso nome di famiglia “Ponzio” e che sono rappresentati in una serie di romanzi storici della serie Lover of the Sea (L’Amante del Mare). Il primo romanzo della serie, “Lucio Ponzio: L’Aquila della Repubblica”, si svolge durante la lotta di Giulio Cesare per la conquista del potere, alcune generazioni prima della nascita di Ponzio Pilato. Da giovane, Lucio Ponzio Aquila si innamora della figlia di Cicerone. Dopo una brillante carriera militare, viene eletto come tribuno della plebe. Aquila, fervente sostenitore della Repubblica Romana, si unisce ai cospiratori che progettano di assassinare Cesare…

Pubblicato:
10 lug 2020
ISBN:
9781071535219
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Lucio Ponzio - Michael A. Ponzio

La Storia

Lo storico romano Svetonio scrisse, a proposito di Giulio Cesare:

Capitolo LXXVIII. In una delle sue sfilate trionfali, mentre passava su un carro davanti ai seggi dei tribuni, Cesare si indignò perché un membro del collegio, di nome Ponzio Aquila, non si era alzato. Pertanto gli gridò: Avanti, tribuno Aquila, riprenditi da me la Repubblica. Per molti giorni a seguire, quando faceva qualche promessa a qualcuno, Cesare non mancava di aggiungere, Sempre se Ponzio Aquila lo permette.

- Svetonio, Vite dei Cesari, Il Divino Giulio

Nota dell’Autore

In questo romanzo le date sono indicate con il sistema utilizzato dai romani durante l’era repubblicana. La repubblica era governata da due consoli eletti che rimanevano in carica per un anno. Ogni anno era indicato con il nome dei due consoli, seguito dalle lettere COS, abbreviazione di consulibus, ossia mentre erano consoli. Se un console rimaneva in carica per un secondo anno, il suo nome era seguito dal numero II.

Alcuni storici romani usavano anche un altro sistema per numerare gli anni in caso di anniversari speciali. Questo metodo di datazione era indicato come A.U.C., dal latino Ab Urbe Condita e indicava il numero di anni trascorsi dalla fondazione di Roma, avvenuta nel 753 Avanti Cristo.

Le vicende di Lucio Ponzio: L’Aquila della Repubblica iniziano nel 64 A.C, l’anno che presso gli antichi romani era noto come C. Giulio Cesare e C. Marzio Figolo COS. L’anno poteva anche essere indicato come il 689 A.U.C.

RINGRAZIAMENTI

Anne Ponzio

John Burns

Sally Catlin

Didi Goodman

Frank Ponzio

Carolyn Siebert

Lisa Cooley

Nancy Oberst Soesbee

Grazie.

Credit: Foto di Copertina

di Giovanni Dall'Orto – Opera propria https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16881463

INDICE

––––––––

1 TAUROMENIUM[1]

Lucio e Damiano si sfidavano per il prestigio personale. Ognuno di loro aveva in mano un frammento di vetro dal quale spuntava una punta lunga poco più di mezzo centimetro. Si spostavano fianco a fianco, ruotavano, si contorcevano, evitando di pochissimo le lame, piccole ma molto pericolose. Mentre i combattenti roteavano, le lame affilate come rasoi scintillavano nel sole del mattino.

Il campo su cui si stavano sfidando era una spiaggia della Sicilia, coperta di ciottoli e sassi, incastonata in una piccola baia e circondata da scogliere di roccia vulcanica nera. Riuscire a fare presa sulla superficie sassosa era difficile tanto quanto provare a farlo sulla sabbia, che era profonda e soffice.

Ognuno dei due giovani teneva la propria mano libera e quella armata a una distanza uguale dal rivale e seguiva una tattica comune a entrambi: afferrare e tagliare il braccio dell’avversario e poi ritrarsi velocemente. Nessuno voleva mutilare o uccidere il suo sfidante, ma un errore poteva sempre accadere. Sebbene le lame di ossidiana tagliassero in modo così netto da lasciare difficilmente un segno una volta che la ferita si fosse cicatrizzata, Damiano aveva sulla guancia destra una cicatrice, conseguenza di un precedente scontro.

Il vortice di quella sfida corpo a corpo continuava. Se afferrati per i polsi, i due riuscivano sempre a divincolarsi, mentre evitavano i tentativi di presa con schiaffi o gomitate, contorcendosi, bloccando l’avversario o semplicemente sfuggendogli. Nessuno dei due lottatori riusciva ad afferrare solidamente l’altro. Le lame nere lampeggiavano, mentre braccia e mani facevano finte e mosse fulminee. La velocità era tale che un osservatore poco attento non sarebbe nemmeno riuscito a vedere le loro armi.

Ecco! A un tratto Lucio vide che il taglio che era riuscito a fare sul dorso del polso sinistro di Damiano stava sanguinando. Ma no! Le sue speranze di vittoria svanirono subito. Nello scambio di colpi, anche lui era stato ferito. I cocci che usavano come armi erano così affilati che, nella foga del combattimento, graffi e tagli erano talora impercettibili.

I giovani combattevano per svago ma anche per l’euforia che la lotta faceva loro provare. Questa era la filosofia degli amici adolescenti di Lucio. Per loro era un gioco, anche se in esso si arrivava a versare sangue. La sbruffoneria non era tollerata.

Gli sfidanti erano quasi nudi e indossavano solamente i loro perizomi, in modo che il sangue, colando dalle ferite, potesse essere notato facilmente. Non erano ammessi i tagli al collo e alla testa, né all’inguine. Veniva dichiarato vincitore colui che avesse ferito e fatto sanguinare il proprio avversario tre volte.

Ognuno cercava un punto debole nella difesa dell’avversario. Tanto Lucio quanto Damiano impugnavano i loro cocci con la sinistra, in modo da lasciare la mano dominante libera per afferrare l’altro o parare i suoi attacchi. Le lame, incredibilmente affilate, erano composte da ossidiana, che nel locale dialetto greco era chiamata opsidianou ed erano ricavate da una roccia che si formava con il raffreddamento della lava del vicino vulcano, il Monte Etna.

In quel momento, all’improvviso, Damiano fece saltare con il piede un po’ di pietre negli occhi di Lucio. Approfittando della distrazione del rivale, Damiano spinse Lucio con il calcagno, mandandolo all’indietro. Quando Lucio cadde, Damiano lo seguì, ma interruppe di colpo il suo attacco. La sua tattica si era rivelata controproducente. Durante la sua caduta, infatti, Lucio aveva rapidamente graffiato la gamba di Damiano, tagliato il suo avambraccio destro e ferito la sua mano, il tutto mentre l’avversario ruzzolava al suolo.

Sfortunatamente, il taglio sul braccio di Damiano si rivelò più profondo di quanto voluto. Gli spettatori che erano più vicini balzarono velocemente in avanti e avvolsero la ferita di Damiano con delle strisce di stoffa, premendo forte per fermare la fuoriuscita di sangue.

Molti dei giovani si gettarono nelle fresche acque della baia e iniziarono a nuotare verso uno dei grossi massi neri vulcanici, che avevano la giusta inclinazione che permettesse loro di tuffarsi dalla sommità nel blu intenso del Mare Ionio.

Mentre Damiano verificava il proprio bendaggio, Lucio gli diede una pacca sulla spalla.

Bravo, Damiano. Mi avresti messo schiena a terra se io non fossi stato così fortunato.

Lucio ripose il suo coccio di ossidiana nella sua bulla, che appese attorno al collo con una cordicella. Quando era stato bambino, quel piccolo sacchetto di cuoio aveva contenuto il suo amuleto personale.

Lucio, è questo il motivo per cui sei così bravo? Perché l’opsidianou è stato il tuo amuleto sin da quando eri bambino?

No, il mio amuleto era una pietra che sembrava un dente. All’epoca dicevo che era il mio dente di leone, perché la mia città natale, Castellum Leonis[2], era stata chiamata così dai nostri antenati greci.

Dopo che ebbe fatto scendere la bulla sotto la tunica, Lucio si ricordò di dover frequentare una lezione. Dall’altezza a cui si trovava il sole calcolò che dovesse essere circa la terza ora.

Damiano, non posso mancare alla mia lezione a Tauromenium. Ho appena il tempo di fare una nuotata veloce. Vieni con me?

I due giovani si allacciarono i sandali e corsero verso la riva, mentre i sassi e i ciottoli scivolavano e si spostavano ad ogni passo. I loro piedi dovevano essere protetti altrimenti scalare la roccia vulcanica avrebbe certamente causato delle ferite alle piante. I tagli e i graffi che Lucio si era procurato durante la sua sfida gli bruciarono sulla pelle quando si tuffò nell’acqua salata, ma il bagno servì a rinvigorirlo.

#

Già altre volte Lucio era rimasto con i suoi amici e aveva saltato le lezioni del suo tutore greco. Invece, quel giorno, fu diligente e si avviò verso la lezione, che si sarebbe tenuta all’aperto, nel Foro. Il suo insegnante gli aveva detto che si sarebbero incontrati nei pressi di quel basamento di marmo su cui non c’era nessuna statua.

Lucio attendeva l’insegnante con altri quattro giovani. Tre di loro erano discendenti di coloni romani che erano migrati a Tauromenium, duecento anni prima, dopo che Roma aveva sconfitto Cartagine. L’altro studente era un turista romano in visita a Tauromenium, che era diventata un luogo di villeggiatura per i ricchi e dove consoli e patrizi avevano costruito molte ville di lusso. Lucio, ad ogni modo, era un discendente di coloni greci, che avevano fondato la vicina città di Naxos alcune generazioni prima.

Mentre aspettava l’arrivo dell’insegnante, Lucio lesse ad alta voce, tra sé e sé, l’iscrizione sul basamento.

Gaio Licinio Verre.

Non si era accorto che il suo tutore era arrivato alle sue spalle e trasalì, quando l’insegnante iniziò a parlare.

Tu conosci il motivo per cui la statua è stata rimossa ma il piedistallo è stato lasciato?

Forse è stata rubata?

No, il basamento vuoto è un ricordo di Verre, il precedente governatore romano della Sicilia. Dieci anni fa, sfruttò la sua posizione per rubare agli abitanti e alle città della nostra isola preziosi oggetti d’arte e altre ricchezze.

Uno degli studenti chiese, Ma non è il Senato che nomina i governatori? I senatori non potevano fare qualcosa?

Certo, hai ragione. I siciliani che furono vittime di Verre chiesero al Senato romano di investigare sul suo comportamento illecito, ma senza ottenere alcun risultato. Anzi, Verre divenne ancora più sfacciato. Un uomo ricco, di nome Stenio, nella speranza di guadagnarsi i favori del governatore, invitò Verre a trascorrere una vacanza nella sua villa in Sicilia, mentre lui era via. Quando Stenio tornò dal suo viaggio, Verre era già partito, portando via con sé gran parte della collezione d’arte di Stenio. Qualcuno di voi sa cosa fece Stenio?

Lucio aveva sentito parlare di un famoso avvocato chiamato Cicerone e provò ad indovinare: Stenio incaricò Cicerone.

"Allora, Lucio, c’è ancora qualche speranza per te! Sì, Marco Tullio Cicerone aveva prestato servizio come questore della Sicilia, curando la supervisione delle questioni finanziarie. Nei suoi rapporti con gli abitanti aveva mostrato onestà e integrità: pertanto poteva essere un’ottima scelta come avvocato.

Era il primo importante processo pubblico di Cicerone e la causa fu strutturata molto bene. Per prepararsi per il processo, viaggiò per tutta la Sicilia, raccogliendo prove e testimonianze. Sfortunatamente, Verre aveva ancora colleghi a lui fedeli in tutta l’isola, e così, durante le sue indagini, Cicerone rischiò addirittura la propria vita.

Il suo discorso davanti al Senato fu inattaccabile, al punto che l’avvocato di Verre si rifiutò di replicare e consigliò al suo cliente di lasciare il paese. Verre fuggì da Roma e si rifugiò in Gallia, per non fare mai più ritorno. I siciliani, liberati finalmente dal tiranno, abbatterono le numerose statue di Verre presenti in tutta l’isola.

Lucio fu assai meno attento durante la successiva parte della lezione, in cui studiarono le opere del poeta siciliano Teocrito. Le poesie sembravano essere descrizioni irreali di scene di pastorizia ed erano troppo idilliache per i gusti di Lucio.

La sua attenzione fu nuovamente scossa solo quando l’insegnante annunciò: Per oggi abbiamo finito. Adesso sapete perché ci siamo incontrati nei pressi del basamento. Inoltre, come accade spesso, Cicerone è in visita a Tauromenium, in vacanza. Credo che stia usando la visita anche per raccogliere voti per le prossime elezioni dei consoli e sono sicuro che oggi sarà al teatro. Per prepararvi per la prossima lezione, andate alla rappresentazione teatrale di questo pomeriggio. Se sarete fortunati, al teatro potreste vedere proprio Cicerone.

#

Lo scenario naturale del teatro greco era maestoso e talvolta finiva per distrarre coloro che vi assistevano a una commedia per la prima volta. La gente che vi si era raccolta, in quel caldo pomeriggio estivo, era però concentrata sul palcoscenico in primo piano e completamente assorbita dallo spettacolo. Mentre il sole calava dietro le colline e la calura si addolciva, Lucio non riusciva a staccare gli occhi da una bellissima ragazza romana che era seduta assieme alla sua famiglia, che sembrava essere di livello agiato. Aveva notato che la giovane non stava osservando la rappresentazione ma che, invece, il suo sguardo si perdeva in lontananza.

Anche lui apprezzava il bel paesaggio e pensava che gli architetti, palesando una grande abilità, avevano posizionato il teatro in modo che incorniciasse il maestoso Monte Etna. Il suo sguardo si spinse oltre il panorama, immaginando che la giovane donna fosse probabilmente ammaliata della magnificenza incredibile e mozzafiato dei suoi colori, delle sue forme e della sua profondità. La scena era contornata da una moltitudine di diverse tonalità di blu.

Ogni cosa – il mare, la foresta e il cielo – esisteva per rendere ancora più bello il Monte Etna. Quel giorno, la sua mente esaminò e considerò la scena in termini di forme e colori, anziché come immagini di oggetti reali quali alberi e montagne. Il verde scuro della vegetazione e degli alberi in primo piano sfumava nel verde-blu delle foreste che, in lontananza, si inerpicavano sul monte.

Una costa rocciosa incorniciava il lato orientale di quello scenario e, come le onde dello stesso mare, curvava e girava in direzioni diverse a mano a mano che si allontanava dallo sguardo. Le tonalità acquamarina variavano su tutta la superficie del Mare Ionio fino ad assumere il colore viola scuro delle profondità.

La striscia blu scuro della folta foresta di pini cingeva come un collare la piramide bianca splendente della vetta dell’Etna, coperta di neve. Sopra di essa, il cielo era ceruleo. Il blu era ovunque: nelle ondulazioni e nelle valli della foresta e nelle ombre della vetta innevata. Il colore dava, all’osservatore, una sensazione di grandezza e di mistero.

Lucio sognava ad occhi aperti e già immaginava di essere assieme a quella giovane donna così intrigante. Desiderava che fosse con lui sull’Etna, a camminare attraverso la foresta di pini, scura e misteriosa. Lui sarebbe stato la sua affascinante guida. Lei si sarebbe persa e avrebbe avuto bisogno del suo aiuto. Avrebbero bevuto del vino Falerno, raffreddato nella neve e si sarebbero tenuti caldo a vicenda.

Si rammentò della lezione in cui il suo tutore, quello stesso giorno, aveva parlato delle opere di Teocrito, poeta greco che era vissuto alcune centinaia di anni prima a Syracusae[3], sulla costa a sud del Monte Etna:

Etna, madre mia! In una bella grotta

Abito anch’io, tra rocce cave e ho tutto ciò

Che gli uomini dipingono in sogno:

Qui ho raccolte moltitudini di capre e pecore

E avvolto da capo a piedi nelle loro lane

Io riposo, incurante di tempesta e solleone.

Lucio suppose che la giovane donna che lo aveva affascinato fosse una patrizia romana in visita a Tauromenium per un periodo di vacanza. Tauromenium, così come parecchie altre città siciliane, aveva uno statuto speciale e non era trattata come uno dei tanti territori conquistati, ma come un’alleata di Roma. I coloni romani, così come gli abitanti locali che fossero discendenti degli antichi greci avevano il privilegio della cittadinanza romana.

Il senso di responsabilità di Lucio si fece strada tra le fantasie per la giovane ragazza. Cosa potrò davvero fare con questi studi? Mia madre e mio padre mi hanno mandato qui affinché ricevessi un’educazione. Hanno rinunciato al fatto che io diventassi un agricoltore, come mio padre e so che dovrei essere disciplinato, ma io non posso semplicemente trastullarmi e studiare tutto il tempo quando ci sono in giro ragazze dolci come lei. Mi sembra che sia romana — non è scura di pelle né ha l’aspetto greco di molte ragazze siciliane. I suoi capelli sono del colore del miele. Tutto questo mi intriga.

Ma insomma, cosa sto pensando? Non sono mai stato capace di interessare nessuna ragazza patrizia, sebbene ci abbia provato. Inoltre, non hanno esperienza e sono sprezzanti, a differenza delle ragazze plebee. Tutte le ragazze plebee attraenti della città mi conoscono; non che non siano divertenti, ma sto cercando ‘piaceri della classe superiore.’

Una scossa di calore e ansia attraversò il corpo di Lucio. Si era accorto che la donna così attraente faceva parte del seguito che accompagnava proprio Marco Tullio Cicerone. Quando la ragazza si accorse di essere osservata e lo guardò a sua volta, Lucio distolse lo sguardo. Evitò che i loro occhi venissero a contatto, ma percepì che la ragazza lo stava osservando. Lunghi riccioli scuri coprivano le orecchie e il collo di Lucio, che aveva occhi scuri e una carnagione olivastra. Come imponeva la moda romana del tempo portava il viso completamente rasato. Di statura media e di fisico compatto, il diciannovenne aveva ereditato una corporatura muscolosa, accentuata dalla fatica nella fattoria di famiglia nella valle dell’Anius, sotto Castellum Leonis.

Gli altri spettatori erano tutti assorti nella commedia. Lucio guardò la ragazza ancora parecchie volte e notò che lei non indugiava nel contatto visivo per più di un battito di ciglia. Quando l’ultimo atto della commedia terminò in un crescendo di emozioni, Lucio si sentì scoraggiato, lasciò il suo posto a sedere e si avviò verso la parte posteriore del teatro.

Uscì all’aperto, seguendo tutto il pubblico che defluiva e si mescolava agli schiavi e ai venditori che affollavano le vie. Lucio pensava che molte delle ragazze schiave fossero carine ed era anche molto noto tra loro. Mentre passava tra la folla sorrise ad alcune giovani che conosceva e che erano ferme in mezzo a quella massa di gente, come se attendessero qualcuno. Fu allora che vide, assieme alla famiglia, la bella ragazza che aveva acceso le sue fantasie. Lei si scostò dai familiari per andare a parlare con un gruppo di schiavi. Lucio esitò un attimo, ma poi cambiò idea e scavalcò un muretto, per evitare la folla. Si diresse così verso il mare, lungo uno stretto sentiero, dando

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