Scopri milioni di ebook, audiolibri, riviste e altro ancora

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Martin Eden

Martin Eden

Leggi anteprima

Martin Eden

Lunghezza:
517 pagine
8 ore
Pubblicato:
23 giu 2020
ISBN:
9788831372121
Formato:
Libro

Descrizione

Pubblicato nel 1909, "Martin Eden", grande classico della letteratura americana, è considerato il miglior romanzo di Jack London (San Francisco, 1876 – Glen Ellen, 1916).
La trama, fortemente autobiografica, si sviluppa intorno alla figura del giovane Martin, un marinaio di Oackland che, per un caso fortuito, si trova a salvare da una rissa il fratello di Ruth Morse, una ragazza dell'alta borghesia di San Francisco che per Martin diventerà un'autentica ossessione amorosa. Ragazzone robusto e maldestro, Martin dovrà misurarsi con la sua improvvisa e irrefrenabile passione per la letteratura. L'amicizia con un poeta politicamente impegnato avvicinerà il giovane proletario Martin Eden alle teorie del socialismo. Dopo un'interminabile serie di rifiuti dei suoi manoscritti da parte di tutti gli editori, il suo straordinario spirito di sacrificio e la sua incrollabile tenacia (che ricorda il: "volli, sempre volli, fortissimamente volli" di Alfierana memoria) gli farà ottenere un inatteso quanto travolgente successo. Ma un senso di fallimento e di inadeguatezza continuerà a pervadere la sua esistenza.
Pubblicato:
23 giu 2020
ISBN:
9788831372121
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Jack London was born in San Francisco in 1876, and was a prolific and successful writer until his death in 1916. During his lifetime he wrote novels, short stories and essays, and is best known for ‘The Call of the Wild’ and ‘White Fang’.


Correlato a Martin Eden

Libri correlati

Articoli correlati

Categorie correlate

Anteprima del libro

Martin Eden - Jack London

esistenza.

CAPITOLO 1

Uno dei due aprì il portone con una chiave ed entrò, seguito da un giovanotto che si tolse il cappello goffamente. I suoi vestiti rozzi odoravano di salsedine, ed era chiaramente fuori posto all’interno di quella sala spaziosa. Non sapeva cosa fare con il suo cappello e stava provando ad infilarlo nella tasca del cappotto quando l’altro glielo tolse dalle mani. Quel gesto avvenne con una tale naturalezza che il goffo giovanotto gliene fu grato. Lui mi capisce pensò, Mi aiuterà lui. Andrà tutto bene..

Camminava stando alle calcagna dell’altro, con le spalle che oscillavano e, senza rendersene conto, teneva le gambe divaricate, come se il pavimento andasse su e giù con le fluttuazioni del mare. Le ampie stanze sembravano addirittura troppo strette per il suo passo ondeggiante, e si preoccupava che le sue larghe spalle non urtassero contro le porte, o non facessero cadere le innumerevoli cianfrusaglie poste sulle mensole. Continuava a schivare i vari oggetti, moltiplicando le sue ansie che in realtà non esistevano se non all’interno della sua mente. Tra il pianoforte a coda e il tavolo al centro della sala, su cui erano accatastate svariate pile di libri, sarebbero potute transitare tranquillamente mezza dozzina di persone tutte insieme, e tuttavia attraversò quello spazio con trepidazione. Le sue braccia pesanti penzolavano inerti lungo i fianchi. Non sapeva dove tenere le mani e le braccia, e quando, nella sua visione paranoica, un braccio si avvicinò fino quasi a sfiorare i libri sul tavolo, lo ritrasse di scatto e indietreggiò come un cavallo impaurito, schivando per un pelo lo sgabello del pianoforte. Notò il passo disinvolto dell’uomo che camminava davanti a lui, e per la prima volta si rese conto che la sua andatura era diversa da quella delle altre persone. Per un momento provò un forte senso di vergogna pensando al proprio passo sgraziato. Il sudore gli imperlava la fronte con numerose goccioline, e si fermò per asciugarsi il volto abbronzato con un fazzoletto.

Arthur, fermati un attimo ragazzo mio, disse, tentando di nascondere le sue preoccupazioni dietro un tono scherzoso. Tutto questo, in una volta sola, è un po’ troppo per me. Dammi un secondo per calmarmi. Lo sai che io non volevo neanche venire qui, e immagino che la tua famiglia non sia proprio impaziente di vedermi.

Non preoccuparti, fu la risposta rassicurante. Con noi non devi sentirti a disagio. Siamo brava gente…e, guarda, c’è una lettera per me.

Indietreggiò verso il tavolo, aprì la busta e cominciò a leggere, dando così all’estraneo un momento per riprendersi. L’estraneo se ne rese conto, e gliene fu grato. Aveva la capacità di immedesimarsi negli altri, di capirli; e nonostante il suo aspetto allarmato, la sua empatia iniziava a mettersi in moto. Si asciugò la fronte guardandosi intorno furtivamente, benché negli occhi avesse un’espressione simile a quella degli animali selvatici quando temono di trovarsi in trappola. Si trovava circondato dall’ignoto, preoccupato da ciò che sarebbe potuto accadere, all’oscuro di ciò che doveva fare, conscio della goffaggine della propria andatura, ansioso che i suoi modi sgraziati potessero in qualche modo oscurare tutte le sue buone qualità. Si sentiva vulnerabile, consapevole dei suoi difetti, e lo sguardo divertito che l’altro gli rivolse al di sopra della lettera lo trafisse come una lama. Benché non gli fosse sfuggita l’occhiata, non reagì ad essa, in quanto una delle cose che aveva imparato era la disciplina. Oltretutto, quella pugnalata l’aveva ferito dritto all’orgoglio. Si maledisse per aver accettato l’invito, e allo stesso tempo giunse alla conclusione che, visto che già si trovava lì, sarebbe andato fino in fondo. I lineamenti si indurirono, e nei suoi occhi apparve un lampo battagliero. Si guardò intorno con noncuranza, ma facendo attenzione e annotando mentalmente ogni minimo dettaglio presente in quella bella casa. Nulla poteva sfuggire al suo sguardo, e a mano a mano che i suoi occhi spalancati si nutrivano di tutta quella bellezza, il lampo battagliero lasciò il posto a un caldo bagliore. Era sensibile alla bellezza, e quel posto era perfetto per risvegliare la sua sensibilità.

La sua attenzione fu attratta da un dipinto ad olio, nel quale un’onda poderosa andava infrangendosi su uno scoglio sporgente; il cielo era coperto di nuvole basse, scure, tempestose; oltre i frangenti, una goletta procedeva in andatura di bolina, così inclinata che rivelava ogni minimo dettaglio del ponte, impennandosi contro il cielo impetuoso al tramonto. La bellezza aveva per lui un fascino irresistibile. Dimenticando la goffaggine della sua andatura, si avvicinò al dipinto. La bellezza scomparve dal dipinto, e il suo viso assunse un’espressione perplessa. Continuò a fissare quella che ora sembrava un’incurante imbrattatura, e fece un passo indietro. Immediatamente, tutta la bellezza riapparve come per magia nel dipinto. Un dipinto ingannevole, pensò, non dandogli più tanta importanza, benché nell’insieme di sensazioni che provava in quel momento percepisse un po’ di indignazione al fatto che si potesse sacrificare tanta bellezza per un simile trucco. Non era un esperto di dipinti. Era abituato più alle cromolitografie che erano sempre precise e nettamente definite, sia da vicino che da lontano. Aveva visto dipinti ad olio ogni tanto, ma solo esposti in vetrine di negozi e il vetro aveva sempre impedito al suo sguardo impaziente di avvicinarsi troppo.

Si girò a guardare il suo amico intento a leggere la lettera, e notò i libri sul tavolo. Nei suoi occhi balenò improvvisamente un lampo di irrequieto desiderio, come quello che può balenare nello sguardo di un uomo affamato alla vista del cibo. Con un passo compulsivo, le spalle barcollanti prima a destra e poi a sinistra, si trovò al tavolo, dove iniziò ad analizzare i libri con tenerezza. Diede un’occhiata ai titoli e ai nomi degli autori, lesse frammenti dei testi accarezzando i volumi con gli occhi e le mani, e, quasi per caso, riconobbe un libro che aveva letto. Tutti gli altri erano libri e autori a lui sconosciuti. Si imbatté in un volume di Swinburne ed iniziò a leggerlo con attenzione, con le guance arrossate, dimenticandosi di dove si trovasse. Per due volte chiuse il libro, tenendo il segno con l’indice, per ricontrollare il nome dell’autore. Swinburne! Se lo sarebbe sicuramente ricordato. Lui sì che aveva usato i suoi occhi per osservare i colori, e le luci scintillanti. Ma chi era Swinburne? Era morto suppergiù da un centinaio d’anni, come la maggior parte dei poeti? Oppure era ancora vivo, e ancora scriveva? Andò alla prima pagina e… sì, aveva scritto altri libri; bene, sarebbe andato alla biblioteca pubblica come prima cosa la mattina seguente, per cercare altri libri di questo Swinburne. Ritornò alla lettura, perdendosi nel testo. Nel frattempo, non si era accorto che nella stanza era entrata una giovane donna. Se ne rese conto solo quando udì la voce di Arthur dire: Ruth, ti presento il signor Eden.

Chiuse il libro con l’indice in mezzo, per tenere il segno, e, ancora prima di voltarsi, fremette in preda ad una sensazione sconosciuta, che non era dovuta alla presenza della giovane, ma alle parole di suo fratello.

Sotto quel corpo coperto di muscoli, si nascondeva una palpitante sensibilità. Al minimo impatto del mondo esterno con la sua coscienza, i pensieri, gli affetti e le emozioni balzavano come anomale fiamme giocose. Era straordinariamente sensibile e recettivo, mentre la sua immaginazione, quando stimolata al limite, lavorava senza sosta attribuendo relazioni di somiglianze e differenze. Signor Eden era la frase che aveva attivato tutto questo fremere – poiché per tutta la vita era stato chiamato Eden, o Martin Eden, o semplicemente Martin. Signore! sicuramente era un bel passo avanti, disse tra sé. In un attimo, la sua mente parve mutare in una enorme camera oscura, in cui scorse un vortice di immagini della sua vita, dalle sale caldaie alle prue delle navi, accampamenti e spiagge, prigioni e osterie, ospedali e strade popolari, e il filo conduttore era costituito dal modo in cui le persone si erano rivolte a lui in quelle situazioni.

Poi si girò, e vide la giovane. Alla sua vista, tutte le fantasmagorie del suo cervello svanirono. Era una creatura pallida ed eterea, con grandi occhi azzurri spirituali e una massa di capelli dorati. Non riusciva a inquadrare come fosse vestita, ma sapeva che l’abito che indossava era bello quanto lei. Gli sembrò come un pallido fiore dorato, in cima ad un esile stelo. No, doveva essere uno spirito, una divinità, una dea; una beltà così sublime non poteva appartenere a questo mondo. O forse avevano ragione i libri, e nelle classi sociali più alte c’erano molte persone belle come lei. Avrebbe potuto essere l’ispirazione delle poesie di quel tizio, Swinburne. Forse, pensava a qualcuna come lei quando descriveva quella ragazza, Isotta, in quel libro sul tavolo. Tutta questa abbondanza di visioni, pensieri e sentimenti lo assalì in un momento. Ma nel mondo reale, dove si muoveva il suo corpo, non ci fu alcuna pausa. Vide la mano di lei tendersi nella sua direzione, e lei che lo guardava dritto negli occhi mentre si stringevano la mano con fermezza, come tra veri uomini. Nessuna delle donne che aveva conosciuto finora dava la mano in quel modo. Anzi, a pensarci bene, la maggior parte di loro non davano la mano affatto. Un fiume di associazioni mentali, visioni di ogni donna che aveva conosciuto, gli riempì la mente minacciando di sommergerla. Riuscì a scacciarle, e guardò la ragazza.

Non aveva mai visto una fanciulla simile. Ah, le donne che aveva conosciuto! Subito, di fianco a lei, da ogni lato, pose tutte le donne che aveva conosciuto. Per un eterno secondo si trovò in mezzo ad una galleria di ritratti, in cui lei occupava il posto centrale, e tutto intorno erano raffigurate molte donne, tutte misurate e giudicate con uno sguardo veloce in confronto a lei, l’autentico metro di misura e giudizio. Scorse le facce consunte e malaticce delle ragazze delle fabbriche, le ragazze smorfiose ed esuberanti a sud di Market Street. C’erano le donne delle mandrie, le donne scure del vecchio Messico che fumavano sigarette. Queste, a loro volta, vennero superate dalle donne giapponesi, che avanzavano con fare lezioso come bambole nei loro zoccoli di legno; le eurasiatiche, con i loro tratti delicati, segnati dalla degenerazione; le donne prosperose provenienti dalle isole dei mari del Sud, con corone di fiori e la pelle scura. Tutto ciò venne scacciato dalla grottesca e spaventosa frotta uscita da un incubo – le creature sciatte che si trascinavano sui marciapiedi di Whitechapel, megere piene di gin uscite dai bordelli, e il loro stuolo di luride e oscene arpie, che sotto quelle mostruose sembianze depredano i marinai, i reietti dei porti, feccia e melma della razza umana.

Non vuol sedersi, signor Eden? stava dicendo la ragazza. Ero impaziente di conoscerla, da quando Arthur ci ha raccontato. È stato molto coraggioso!

Martin fece un cenno noncurante con la mano, borbottando che non aveva fatto nulla di speciale e che chiunque al suo posto lo avrebbe fatto. Lei notò che la mano che aveva appena alzato era ricoperta di ferite recenti in via di guarigione, e con una rapida occhiata all’altra mano, che giaceva inerte al suo fianco, si rese conto che anche quella doveva essere nelle stesse condizioni.

Con uno sguardo rapido ma attento, notò una cicatrice sulla guancia, una che sbucava dai capelli sulla fronte, e una terza che scendeva verso il basso, e scompariva sotto il colletto inamidato. Trattenne un sorriso alla vista di quella linea rossa che segnava lo strofinio del colletto con contro la pelle bronzea del collo. Chiaramente non era abituato ad indossare colletti rigidi. Allo stesso modo, il suo occhio femminile esaminò gli abiti che indossava, il loro taglio poco costoso e sgraziato, le pieghe del cappotto sulle spalle e le arricciature sulle maniche che sbandieravano i suoi bicipiti muscolosi.

Mentre muoveva la mano e borbottava che non aveva fatto niente di speciale, stava obbedendo all’invito di accomodarsi su di una sedia. Trovò persino il tempo di ammirare l’eleganza con cui ella si sedette, prima di gettarsi barcollando verso la sedia di fronte a quella di lei, abbattuto dalla consapevolezza della propria goffaggine. Era un’esperienza completamente nuova per lui. Per tutta la vita, fino a quel momento, non si era mai chiesto se il suo aspetto fosse aggraziato o goffo. Questi pensieri non gli erano mai passati nemmeno lontanamente per il cervello. Si sedette con cautela sul bordo della sedia, preoccupato di dove tenere le mani, che gli impicciavano ovunque le mettesse. Arthur stava uscendo dalla stanza, e Martin Eden ne seguì l’uscita con uno sguardo nostalgico. Si sentiva perso, solo nella stanza con quella donna pallida e spirituale. Non c’era nessun cameriere a cui chiedere da bere, nessun ragazzetto da mandare dietro l’angolo a prendere qualche lattina di birra, e grazie a quella bevanda sociale, far nascere un rapporto di amicizia.

Ha una cicatrice sul collo, signor Eden diceva la ragazza. Com’è successo? Sicuramente è stata qualche avventura.

Un messicano con un coltello, signorina rispose, bagnandosi le labbra secche e schiarendosi la gola. Era solo una rissa, niente di che. Quando l’ho disarmato, ha tentato di strapparmi il naso a morsi.

Benché avesse liquidato la storia con poche parole, nei suoi occhi erano impressi ancora i particolari di quella notte calda e piena di stelle a Salina Cruz, il bianco lembo della spiaggia, le luci delle navi che trasportavano zucchero nel porto, le voci distanti dei marinai ubriachi, gli stivatori che si accalcavano, la rabbia fiammeggiante sulla faccia del messicano, il bagliore animalesco nei suoi occhi alla luce delle stelle, l’ingresso della lama d’acciaio nel collo e il sangue che fiottava, la gente e le urla, i due corpi, il suo e quello del messicano, avvinghiati tra di loro, che rotolavano più volte lasciando solchi nella sabbia, e in lontananza i suoni dolci di una chitarra. Ecco com’era la scena, che ancora lo faceva rabbrividire al ricordo, e si chiedeva se l’autore del quadro della goletta potesse essere all’altezza di dipingerla. La spiaggia bianca, le stelle e le luci delle navi da zucchero sarebbero state uno sfondo perfetto, pensò, al gruppo di figure oscure che circondavano i lottatori. Il coltello avrebbe dovuto avere un posto ben preciso nel quadro, decise, e sarebbe stato ben visibile, con una sorta di bagliore, alla luce delle stelle. Ma niente di tutto questo era risultato nel suo discorso. Ha tentato di strapparmi il naso a morsi concluse.

Oh, disse la ragazza, con voce esile e lontana, e lui notò un’espressione turbata in quella sua faccia delicata.

Provò anche lui una sorta di turbamento, ed un rossore d’imbarazzo si poteva intravedere sulle sue guance scottate dal sole, benché il calore che sentiva fosse fortissimo, come se le sue guance fossero state esposte ad una fornace con la porta aperta nella sala caldaie. Questi argomenti sordidi come risse e accoltellamenti chiaramente erano poco adatti ad una conversazione con una signora. Le persone nei libri, o quelle del suo ceto sociale, non parlavano di queste cose – probabilmente non sapevano neppure che esistessero.

Stavano ancora cercando di iniziare una conversazione che già aveva subito una pausa. Poi lei lo interrogò riguardo la cicatrice sulla guancia. Mentre parlava, egli si rese conto che lei si stava sforzando di parlare nello stesso suo linguaggio, ma decise di non darle corda e di mettersi al livello di lei.

È stato solo un incidente disse, toccandosi la guancia con la mano. In una notte di bonaccia, ma con il mare grosso, l’amantiglio del boma si spezzò, e con lui anche il paranco. L’amantiglio era fatto di filo metallico e si dimenava come una serpe. Tutti sulla nave provavano a prenderlo, me compreso, ma mi ha beccato.

Oh, disse lei, questa volta con un accenno di comprensione, nonostante per lei tutto quel discorso fosse come greco e si stesse domandando cosa fosse un amantiglio, e cosa volesse dire beccato.

Questo tale, Swinburne iniziò lui, tentando di mettere in atto il suo piano e pronunciando la i come ai.

Chi?

Swineburne ripeté lui, continuando con lo stesso errore di pronuncia. Il poeta.

Swinburne, lo corresse lei.

Sì, proprio lui balbettò, con le guance nuovamente infuocate.

Da quanto è morto?

Non mi sembra che sia morto disse lei, guardandolo incuriosita. Dove lo avete conosciuto?.

Mai visto di persona – rispose - ma ho letto qualche poesia da quel libro lì sul tavolo prima che lei arrivasse. Vi piacciono le sue poesie?

E lì la giovane cominciò a parlare spigliatamente, con fluidità, riguardo all’argomento che le era stato suggerito. Lui si sentì meglio, si sedette più indietro sulla poltrona, ma stringendosi stretto ai braccioli con le mani, come se si potesse togliere da sotto improvvisamente facendolo cadere per terra. Era riuscito a farla parlare nel suo linguaggio, e mentre lei chiacchierava senza sosta lui si sforzava di seguirla, sorprendendosi di quanta conoscenza fosse stipata in quella testolina graziosa e godendosi la pallida bellezza del suo viso. Riusciva anche a seguirla, sebbene fosse turbato dalle parole sconosciute che lei usava, dalle critiche e dal processo del pensiero, tutte cose che per lui erano nuove, ma che però stimolavano la sua mente e la facevano fremere. Questa era quindi la vita intellettuale, pensò, bella, calda e splendida come non si sarebbe mai immaginato. Si dimenticò di sé stesso, fissandola con occhi affamati. Ecco una ragione di vita, qualcosa da conquistare, qualcosa per cui combattere e sì, qualcosa per cui morire. I libri dicevano la verità. Al mondo esistevano donne così, e lei era una di loro. Ella donava ali alla sua immaginazione, e davanti ai suoi occhi si stesero tele grandi e luminose, con vaghe, gigantesche figure di amore e di avventure romantiche, di imprese eroiche compiute per l’amore di una donna - per una donna pallida, per un fiore d’oro. E attraverso questa visione poco nitida e palpitante, come attraverso un miraggio, stava fissando la donna vera, che era seduta lì davanti a lui e parlava di arte e letteratura. Stava ascoltando, ma più che altro guardava, inconsapevole dell’intensità del suo sguardo fisso o che nei suoi occhi brillasse l’essenza della sua mascolinità. Ma lei, quasi totalmente estranea al mondo degli uomini, essendo una donna, era pienamente consapevole di quegli occhi ardenti. Non si era mai trovata alla presenza di un uomo che la guardasse così, e ne era imbarazzata. Incespicò, faticando a continuare e perdendo il filo del discorso. Era spaventata, ma allo stesso tempo le faceva piacere di essere guardata così. L’educazione che le era stata impartita le aveva insegnato a stare in guardia dal pericolo, e dagli adescamenti sbagliati, subdoli e misteriosi; ma i suoi istinti risuonavano squillanti nella sua mente, incitandola a dimenticarsi della casta e dei ranghi per raggiungere questo viaggiatore proveniente da un altro mondo, un giovanotto rozzo dalle mani rovinate e un segno rosso sul collo causato dai vestiti a lui insoliti, probabilmente contaminato e segnato da un’esistenza incivile. Lei era candida, e la sua purezza si ribellava; ma era anche donna, e stava appena iniziando a imparare i paradossi della donna.

Come stavo dicendo…cosa stavo dicendo? si interruppe di colpo, ridendo forte della situazione.

Stava parlando di questo tipo Swinburne, che non è riuscito a diventare un grande poeta perché… e lì si è fermata, signorina. le ricordò lui, mentre gli sembrò all’improvviso di avere fame, mentre sentiva dei piccoli brividi di piacere attraversargli la spina dorsale al suono delle sue risa. Argentate, pensò tra sé, come il tintinnio di campanelline argentate e, per un momento, fu trasportato in una terra distante, dove fumava una sigaretta seduto sotto gli alberi di ciliegi in fiore, ascoltando i rintocchi di una campana da una pagoda con il tetto appuntito che invitava alla preghiera i devoti dai sandali di paglia.

Sì, grazie, disse lei, alla fine, Swinburne fallisce perché è beh, come dire, indelicato. Molte sue poesie non dovrebbero mai essere lette. Ogni verso dei grandi poeti è pieno di belle verità, e richiama a tutto ciò che è nobile e sublime nell’essere umano. Nessuno dei versi dei grandi poeti può andare perduto senza causare un impoverimento del mondo.

Lui disse esitando: Io pensavo che fosse grande. Da quel poco che ho letto. Non avevo la minima idea che fosse un… mascalzone così. Forse questo può venire fuori dai altri suoi altri testi.

Ci sono molti versi che dovrebbero essere cancellati, tratti dal libro che stava leggendo disse lei con tono fermo e dogmatico.

Devo averli saltati disse lui. Quello che ho letto era buono. Era illuminato, scintillante, e mi ha acceso dentro, come il sole o un faro. Ecco come mi era sembrato, ma immagino di non essere un grande esperto di poesia, signorina.

Si interruppe, insicuro. Era confuso, e dolorosamente conscio della sua incapacità nell’esprimersi. Aveva sentito la grandezza e il calore della vita, in ciò che aveva letto, ma le sue parole non erano all’altezza. Non riusciva ad esprimere quello che sentiva, e nella sua testa si paragonò ad un marinaio su una strana nave nel mezzo della notte, che a tentoni brancolava tra ormeggi non familiari. Beh, decise, era compito suo fare la conoscenza di questo nuovo mondo. Non si era ancora imbattuto in qualcosa che proprio non riuscisse a capire, se proprio lo avesse voluto, ed era arrivato il momento di imparare ad esprimere ciò che era dentro di lui, così che lei lo avesse potuto capire. LEI, stava crescendo d’importanza nel suo orizzonte.

Adesso, Longfellow… iniziò la ragazza.

Sì, l’ho letto! la interruppe impulsivamente, tentando di mettersi in mostra sfoggiando quel poco di cultura letteraria, per dimostrarle che non era solo un semplice ignorante. Il salmo della vita, Excelsior e… ecco, non credo di averne letti altri.

Lei annuì sorridendo, ed egli si sentì confuso da quell’espressione come di pietà. Era stato stupido, a tentare di bluffare così. Probabilmente, quel tale Longfellow aveva scritto una miriade di libri di poesia.

Mi scusi, signorina, per averla interrotta in quel modo; il fatto è che non ne so molto di queste cose. Non è il mio genere, ma farò di tutto per farlo diventare.

Queste parole risuonarono come una minaccia. La sua voce era decisa, gli occhi lampeggianti, e il viso aveva un’espressione aspra. A lei sembrò che l’angolo della mascella fosse cambiato; il tono aveva assunto una nota spiacevolmente aggressiva. Allo stesso tempo, si sentì quasi investita da quell’ondata di virilità che scaturiva da lui.

Credo che potreste proprio riuscire a farle diventare il…il vostro genere, concluse, ridacchiando. Siete un uomo molto forte.

Il suo sguardo si fermò per un istante su quel collo muscoloso, robusto, quasi taurino, scurito dal sole, che emanava forza e salute. E nonostante fosse seduto lì davanti a lei, con aria umile e le guance arrossate, di nuovo si sentì attratta da lui. Fu sorpresa da un pensiero sconsiderato che le balenò in mente. Pensò che se avesse posato le mani su quel collo, tutta la forza e il vigore sarebbero potuti entrare in lei. Rimase sconvolta da quel pensiero, poiché per lei rivelava un’impensata natura depravata. E poi, per lei la forza era una cosa rozza e grossolana. Il suo ideale di bellezza maschile era sempre stata una figura esile ed aggraziata. Ma di nuovo, quel pensiero non se ne andava. Era confusa da quella voglia di posare le mani su quel collo bruciato dal sole. In verità, Ruth era tutt’altro che robusta e al suo corpo e alla sua mente sarebbero serviti un po’ di forza. Ma non lo sapeva ancora. Sapeva solo che nessun uomo l’aveva mai colpita come questo, che in ogni frase inseriva errori di grammatica sconvolgenti.

Sì, non sono malato disse lui, digerisco anche i rottami. Ma in questo momento sento un po’ di indigestione. Quasi tutto quello che ha detto non riesco a digerirlo. Vede, non sono stato educato in quel modo. Mi piacciono i libri e la poesia, e quando ho tempo leggo, ma non c’ho mai pensato come fa lei. Ecco perché non sono bravo a parlarne. Sono come un marinaio, perso in un mare sconosciuto senza mappe e bussole. Ma voglio ritrovare l’orientamento, e credo che lei può aiutarmi. Come ha fatto ad imparare tutte quelle cose di cui parlava?

Andando a scuola, credo, e studiando rispose lei.

Anche io sono andato a scuola, da piccolo! iniziò a protestare lui.

Sì ma intendo il liceo, le lezioni del college, l’università.

Lei è andata all’università? chiese, sinceramente sorpreso.

La sentì così lontana da lui, come se si fosse allontanata di un milione di miglia.

La sto ancora frequentando. Seguo dei corsi specializzati in inglese.

Martin non sapeva cosa intendesse, ma si fece una nota mentale di quella mancanza e pose un’altra domanda.

Quanto dovrei studiare, prima di poter frequentare l’università?

La giovane fece un sorriso di incoraggiamento a questo desiderio di cultura, e disse: Dipende da che studi ha compiuto fino a adesso. Non è andato al liceo vero? Ha finito la scuola media?

Mi erano rimasti due anni quando ho mollato rispose, Ma mi hanno sempre promosso con buoni voti.

Appena finita la frase, si pentì di essersi vantato così, e strinse forte i braccioli della sedia finché non gli fecero male i polpastrelli. In quel momento si rese conto che una donna stava facendo il suo ingresso nella stanza. Vide la ragazza alzarsi, e raggiungere la nuova arrivata. Si baciarono, e cingendosi la vita, proseguirono verso di lui. Doveva essere sua madre, pensò lui. Era alta, bionda, magra, elegante e di grande bellezza. I vestiti che indossava erano esattamente come si aspettava che dovessero essere i vestiti in quella casa. Era deliziato dalle linee aggraziate dell’abito. La donna e il vestito gli fecero venire in mente le attrici viste in scena. Si ricordò di aver visto dame eleganti, con vestiti sontuosi, all’ingresso dei teatri a Londra, mentre i poliziotti lo spingevano fuori dalle tettoie, sotto la pioggerellina sottile. Poi la sua mente andò al Grand Hotel di Yokohama dove, anche lì dal marciapiede, aveva ammirato altre magnifiche dame. Tutta la città e la baia di Yokohama gli balenarono davanti agli occhi, in una sequenza di un migliaio di immagini. Ma scacciò subito dalla mente quel caleidoscopio di ricordi, oppresso dalle urgenti necessità del presente. Sapeva di doversi alzare per essere presentato, e si alzò con grande difficoltà, rimanendo in piedi con i pantaloni un po’ larghi sulle ginocchia, le braccia ridicolosamente a penzoloni e la faccia tesa per la prova che doveva sostenere.

CAPITOLO 2

L’ingresso nella sala da pranzo fu come un incubo. Tra le soste, gli ostacoli, gli strattoni e gli sbandamenti, gli era parso impossibile muoversi, ma, alla fine, c’era riuscito, e ora sedeva a tavola di fianco a lei. La schiera di posate lo spaventò. Scintillavano di pericoli ignoti, e lui le fissò affascinato, finché il loro luccichio non divenne uno sfondo sul quale si succedevano visioni delle prue delle navi, dove lui e i suoi compagni si sedevano a mangiare manzo salato con i coltelli o aiutandosi con le dita, o raccogliendo una densa zuppa di piselli da ciotole di latta con cucchiai di ferro ammaccati. Aveva ancora nelle narici l’odore della carne andata a male, mentre nelle orecchie riecheggiava il rumore delle mandibole che masticavano, insieme agli scricchiolii delle assi della nave, e giunse alla conclusione che mangiavano come dei maiali. Qui invece avrebbe fatto attenzione a non fare alcun rumore. Doveva ricordarselo, per tutto il tempo.

Fece il giro della tavola con lo sguardo. Di fronte a lui c’era Arthur con suo fratello, Norman. Si ricordò che erano i fratelli della ragazza, e provò dell’affetto nei loro confronti. Come si volevano bene, in quella famiglia! Gli venne in mente l’immagine della madre, del bacio di benvenuto e delle due donne che si dirigevano verso di lui abbracciate. Nel suo mondo non aveva mai assistito a simili manifestazioni affettuose tra genitori e figli. Era una rivelazione che nell’alta società potesse esserci una tale grandezza di sentimenti. Era la cosa più bella a cui avesse assistito nel suo breve tempo in questo nuovo mondo. Ne fu commosso, e il suo cuore si sciolse per la tenerezza. Era stato affamato d’amore per tutta la vita. La sua natura smaniava d’amore. Era un bisogno organico del suo essere. Eppure, aveva dovuto rinunciarvi, e questo l’aveva indurito. Non aveva mai saputo di aver bisogno d’amore, e neppure ora ne era consapevole, ma se lo sentiva, ne era emozionato e pensava che fosse una cosa bella, nobile e splendida.

Fu sollevato del fatto che il signor Morse non ci fosse, poiché era già abbastanza complicato fare la conoscenza di lei, di sua madre e di suo fratello Norman, mentre Arthur lo conosceva già da un po’. Ma era sicuro che il padre sarebbe stato troppo per lui. Gli pareva di non aver mai faticato così tanto in vita sua. In confronto, la fatica più dura era un gioco da ragazzi. Aveva la fronte madida di sudore, e la camicia bagnata per lo sforzo di compiere così tante azioni insolite tutte insieme. Doveva mangiare come non aveva mai fatto prima, maneggiando strani arnesi, doveva guardarsi intorno furtivamente per capire come compiere tutti quei gesti sconosciuti, doveva incanalare il flusso di impressioni che si stava riversando su di lui, farne nota mentale e classificarle; era del desiderio per Ruth, e questo lo turbava come una dolorosa irrequietezza; sentiva la spinta dell’ambizione a conquistare quel mondo dove lei camminava, tra fantasie e progetti sul come conquistare anche lei. Inoltre, quando il suo sguardo furtivo andava in direzione di Norman di fronte a lui, o di qualcun’altro, per capire quale forchetta o coltello sarebbe stata appropriata per l’occasione, cercava di imprimersi quei lineamenti nella sua mente, e automaticamente provava a valutarli per capire quale tipo di rapporto avessero con lei. Poi doveva conversare, ascoltare cosa gli era stato detto e cosa gli altri dicevano tra loro, e rispondere quando era necessario stando attendo a non esagerare con la sua loquacità. E per confonderlo ancora di più c’era anche un domestico, che senza alcun rumore gli appariva alle spalle come una continua minaccia, una Sfinge sinistra che gli presentava indovinelli e rompicapo dei quali domandava l’immediata soluzione. Per tutto il pasto fu tormentato dall’idea delle coppette per sciacquarsi le dita. Senza una ragione particolare, si trovò a domandarsi incessantemente che aspetto avessero, e quando sarebbero arrivate. Aveva sentito parlare di questi oggetti e, a momenti, li avrebbe visti, essendo seduto al tavolo con queste creature superiori che erano abituate ad usarli e sì, li avrebbe usati anche lui. Ma più che altro, dietro a tutti gli altri pensieri, c’era sempre questa domanda: si chiedeva come si sarebbe dovuto comportare di fronte a queste persone. Che atteggiamento avrebbe dovuto assumere? Una voce dentro di lui gli suggeriva che avrebbe dovuto fingere, recitare una parte, ma, a volte, c’era un’altra voce che gli diceva che non sarebbe mai riuscito a bluffare, e lo esortava a non farlo; questa opzione lo avrebbe condotto al disastro, poiché non sarebbe stato capace di tenere in piedi una simile messa in scena e avrebbe fatto la figura dello stupido.

Per tutta la durata della prima parte della cena, essendo totalmente occupato a decidere quale comportamento tenere, fu molto silenzioso. Non sapeva che questo suo comportamento andava a smentire ciò che Arthur aveva annunciato il giorno prima, cioè che avrebbe portato a cena da loro un selvaggio e che non dovevano allarmarsi troppo, perché l’avrebbero trovato un selvaggio interessante. Martin Eden, in quell’istante, non avrebbe mai creduto che il fratello di lei si sarebbe potuto macchiare di un tale tradimento, soprattutto considerando che era solo grazie a lui che il fratello in questione era uscito indenne da una rissa sgradevole. Rimase seduto a tavola, sentendosi a disagio per la propria inadeguatezza, e allo stesso tempo affascinato da quella situazione. Per la prima volta si rese conto che mangiare non era soltanto un’attività necessaria per sopravvivere. Non si domandava mai cosa stesse mangiando: per lui era soltanto cibo. A quella tavola, invece, dove mangiare era per lo più un atto estetico, stava nutrendo il suo amore per la bellezza. Ma non solo, mangiare lì era anche una funzione intellettuale. La sua mente era stimolata. Ascoltava parole che per lui non avevano alcun significato, e altre che aveva visto solo scritte nei libri e che nessuno di sua conoscenza aveva il calibro intellettuale necessario per pronunciarle. Ogni volta che le udiva uscire con noncuranza dalle bocche dei membri di questa meravigliosa famiglia, la famiglia di lei, veniva colto da un brivido di piacere. Il romanticismo, la bellezza e il vigore nobile dei libri si stavano avverando. Era in quella rara atmosfera di beatitudine che l’uomo può vedere i propri sogni emergere dalla nebbia dell’immaginazione e trasformarsi in realtà.

Non aveva mai raggiunto simili vette dell’esistenza e preferiva tenersi in disparte ad ascoltare, osservare e godere, rispondendo con monosillabi reticenti: Sì signorina, No signorina a lei, e Sissignora, Nossignora a sua madre. Controllò l’impulso dovuto alla sua vita di marinaio di rispondere Signorsì’ e Signornò ai fratelli di lei. Trovava che sarebbe stato inappropriato e un’ammissione di inferiorità da parte sua, decisamente da evitare se voleva conquistarla. Era anche frenato dal proprio orgoglio. Per Dio esclamò fra sé e sé, a un certo punto. Io valgo tanto quanto loro, e se loro sanno tutte queste cose che io non so, sicuramente le potrei certamente imparare anche io!. Ma bastava che, un attimo dopo, lei o la madre si rivolgessero a lui chiamandolo Signor Eden perché il suo orgoglio aggressivo sparisse, e si sentisse ricoperto da una calda felicità. Era un uomo civile, proprio così, ed era a pranzo insieme a persone delle quali aveva letto solo nei libri. E adesso anche lui era presente nei libri, nelle avventure narrate sulle pagine dei volumi rilegati.

Ma mentre smentendo la descrizione di Arthur, si stava mostrando più come un docile agnello, che come un selvaggio, si stava scervellando per decidere come comportarsi. Non era una creatura mite, e quell’atteggiamento da comprimario non si addiceva alla sua indole orgogliosa. Parlava solo quando interpellato, e i suoi discorsi erano come la sua camminata verso il tavolo, pieni di pause e scatti mentre andava alla ricerca dei termini giusti nel suo vocabolario poliglotta, indeciso su quali potessero essere i più adatti, ma che temeva di non essere in grado di pronunciare, e rinunciando ad altri che credeva non sarebbero stati adatti o che sarebbero potuti sembrare volgari e sgradevoli. Ma per tutto il tempo si sentiva oppresso dal pensiero che questo suo modo attento di parlare lo stesse rendendo ridicolo impedendogli di esprimere cosa aveva veramente dentro. Oltretutto, il suo amore per la libertà soffriva di tutte queste restrizioni, allo stesso modo in cui il suo collo stava soffrendo ristretto dal colletto inamidato. Sapeva benissimo che non avrebbe potuto resistere a lungo. La natura gli aveva donato grande sensibilità e intelligenza, e la sua creatività sentiva l’urgenza di esprimere ciò che aveva dentro. Si sentì improvvisamente sopraffatto da tutte queste idee e sensazioni che faticavano a trovare un modo per esprimersi, quando, a un tratto, cominciò a dimenticarsi di sé stesso e del luogo in cui si trovava, e le vecchie parole o gli strumenti del linguaggio che lui conosceva bene cominciarono a sfuggirgli dalla bocca.

Una volta rifiutò con un secco Sciò! qualcosa che gli aveva offerto il domestico, il quale l’aveva interrotto e continuava con insistenza a stare in piedi alle sue spalle.

In quel momento tutti gli ospiti gli rivolsero la loro attenzione, in attesa, e il domestico sembrava compiaciuto, mentre, invece, lui sprofondava nell’imbarazzo. Ma riuscì a riprendersi velocemente.

Nella lingua dei canachi vuol dire basta disse loro, e mi è uscita spontaneamente. Si scrive S -c -i -o, con tanto di accento sulla o.

Notò lo sguardo di lei fisso sulle sue mani, pieno di curiosità, e continuò con la sua spiegazione. Il fatto è che ho appena trascorso del tempo sulla costa del Pacifico, a bordo di un battello postale. Era in ritardo sulla tabella di marcia e nei porti intorno allo stretto del Puget abbiamo sgobbato come schiavi per caricare un carico misto. Ecco perché ho le mani sbucciate.

Oh no, non era per quello si affrettò a spiegare la ragazza, è solo che mi sembra che le vostre mani siano troppo piccole rispetto al vostro corpo!.

Martin aveva il viso in fiamme. Gli sembrava che quell’osservazione mettesse in mostra ancora più suoi difetti.

Sì, disse umilmente, sono troppo piccole per compiere sforzi. Le mie braccia e le mie spalle sono come quelle di un mulo, hanno troppa potenza, e quando prendo qualcuno a pugni in faccia mi si rovinano le mani.

Si pentì subito di ciò che aveva appena detto. Provava disgusto nei propri confronti. Aveva perso il controllo della sua lingua ed era riuscito a toccare argomenti sgradevoli.

È stato molto coraggioso ad aiutare Arthur, soprattutto considerando che non lo conosceva ancora. Disse lei con tatto, essendosi resa conto che si era sentito umiliato, pur non conoscendone il motivo. Lui capì cosa aveva appena fatto lei, e in uno slancio di gratitudine si dimenticò nuovamente di tenere a freno le proprie parole.

Non è stato niente di speciale, per carità – disse - l’avrebbe fatto chiunque al mio posto. Quei teppisti erano in cerca di guai, e Arthur non gli aveva fatto niente. Si sono lanciati su di lui, e io mi sono buttato addosso a loro prendendone un po’ a cazzotti. Ecco come mi sono sbucciato le mani, ma almeno quelli ci hanno perso un po’ di denti. Ne è proprio valsa la pena. Appena ho visto…

Si interruppe, con la bocca spalancata, sull’orlo del baratro della propria depravazione, sentendosi indegno di respirare la stessa aria di lei. E mentre Arthur riprendeva la storia della sua avventura con i teppisti ubriachi sul traghetto e di come Martin Eden si fosse precipitato a soccorrerlo lui, con la fronte aggrottata, meditava su quanto si fosse reso ridicolo pensando, per l’ennesima volta, all’atteggiamento che avrebbe, invece, dovuto tenere con queste persone. Certo, fino ad ora era stato un fallimento totale. Concluse che in quella loro tribù era un estraneo, non parlava la loro stessa lingua. Non poteva fingere di essere simile a loro. Si sarebbero accorti della sua mascherata e in fondo, le mascherate non facevano parte della sua natura. In lui non vi era spazio per finzioni e artifici. Qualsiasi cosa accadesse, doveva restare sé stesso. Non era ancora in grado di parlare la loro lingua e si sarebbe espresso come poteva per adesso, ma con il tempo avrebbe imparato, era sicuro di questo. Ma, nel frattempo, doveva ancora parlare, e tanto valeva parlare la propria lingua, un po’ meno sgraziatamente, tanto quanto era sufficiente per farsi comprendere e non scandalizzarli troppo. E poi non avrebbe mai più finto, neanche con un silenzioso assenso, di capire cose a lui completamente sconosciute. Così quando i due fratelli chiacchierando dell’università usarono più volte la parola trigo, Martin Eden per stare dietro a questo nuovo modo di comportarsi chiese loro:

Che vuol dire trigo?

Trigonometria rispose Norman, Una forma più elaborata di mate

E mate, che vuol dire? Fu la domanda successiva che, per qualche sconosciuta ragione, fece ridere Norman.

Matematica, aritmetica rispose nuovamente Norman.

Martin Eden annuì. Aveva intravisto per un attimo il mondo apparentemente illimitato della conoscenza. E, in quell’attimo, ciò che aveva intravisto divenne realtà. L’enorme capacità della sua immaginazione stava rendendo concrete forme astratte. Nelle alchimie del suo cervello trigonometria e matematica e l’intero campo della scienza di cui parlavano tanto i due fratelli si stavano trasformando in una serie di paesaggi. E queste distese che vedeva erano ricoperte di fogliame verde e radure nei boschi, tenuamente illuminate da sprazzi di luce. In lontananza, i dettagli erano sfocati da una nebbia violacea, ma dietro questa nebbia violacea, sapeva che ci sarebbe stato il fascino dello sconosciuto, il richiamo del romanzesco. Era inebriato, come se avesse bevuto. Ecco l’avventura, qualcosa che avrebbe potuto fare con la testa e le mani, un mondo da conquistare – e questo divenne subito un pensiero, direttamente dal fondo della propria coscienza – conquistare, vincere quello spirito pallido di un giglio che gli sedeva accanto.

Questa visione scintillante fu dissolta da uno sguardo di Arthur, che per tutta la sera aveva cercando di far venire fuori il lato selvaggio del suo amico. Martin Eden fu fedele alla propria decisione. Per la prima volta fu sé stesso, all’inizio deliberatamente, e dopo un po’ disperso nella gioia di creare, e di mostrare a questo pubblico la vita come lui la conosceva. Era un membro della goletta di contrabbandieri Halcyon quando questa fu requisita da un cutter doganale. Stava rivivendo il tutto ad occhi aperti e lo raccontava, facendo vedere loro il mare palpitante e gli uomini e le navi che si muovevano solcandolo. Si espresse adoperando il suo potere visionario, finché non riuscirono tutti a vedere le stesse cose che lui aveva visto. Selezionava dal marasma di dettagli con un tocco da artista, disegnando immagini di vita che si illuminavano e davano colore, dando loro addirittura il movimento, così che il suo pubblico poteva solcare con lui l’onda della sua grezza eloquenza, del suo entusiasmo e della sua immaginazione. A volte li scandalizzava con la vividezza dei suoi racconti

Hai raggiunto la fine di questa anteprima. per continuare a leggere!
Pagina 1 di 1

Recensioni

Cosa pensano gli utenti di Martin Eden

0
0 valutazioni / 0 Recensioni
Cosa ne pensi?
Valutazione: 0 su 5 stelle

Recensioni dei lettori