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Io che ho amato il Magnifico

Io che ho amato il Magnifico

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Io che ho amato il Magnifico

Lunghezza:
337 pagine
4 ore
Editore:
Pubblicato:
28 giu 2020
ISBN:
9788833665733
Formato:
Libro

Descrizione

Lucrezia Donati, durante un ricevimento a Palazzo Medici, incontra il giovanissimo Lorenzo. Tra i due nasce un amore complice,
passionale e travolgente. Lucrezia e Lorenzo condividono l'amore per le arti e la conoscenza, sognano un futuro condiviso che possa accrescere ancor più i fasti di Firenze. Alla morte di Piero il Gottoso Lorenzo deve assumere il comando della banca, della famiglia e della città. Al suo fianco la madre, scaltra ed ambiziosa, impone una Orsini, questa unione accrescerà ancor più la rispettabilità dei Medici. Lorenzo responsabile del ruolo caduto sulle sue spalle non oppone resistenza, ma riuscirà a dimenticare la donna che da sempre ama? E Lucrezia potrà mai dimenticare di aver amato il Magnifico?
Editore:
Pubblicato:
28 giu 2020
ISBN:
9788833665733
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Io che ho amato il Magnifico - Annalisa Iadevaia

Iadevaia

La giovane fiorentina

Capitolo 1

«Avete sentito la notizia? Come quale? Non hai sentito cosa ha detto Rosa al mercato? Si sposano.» in tal modo, urlando queste parole, la serva di casa Donati, Gemma, varcò la soglia della cucina dove Lucrezia era ad attenderla.

Lucrezia Donati era la più giovane figlia di Manno Donati e Caterina Bardi. Donna dai sani principi, amante degli studi e della cultura. Diversa da tutte le altre, forse troppo lontana dalla società in cui viveva per esser compresa.

«Chi si sposa?» chiese incuriosita la ragazza.

«Non lo sai? Bambina mia, se ne parla ovunque a Firenze.»

«Non ho avuto il piacere di ascoltare questa lieta notizia.» disse Lucrezia con tono quasi impaziente.

«I Medici e gli Orsini presto formeranno una potente e grande famiglia.»

Una serva dai capelli biondi e ricci raccolti in una cuffia bianca, era inginocchiata a terra e stava strofinando con forza un panno lercio. Ripuliva i residui lasciati cadere dal tavolo la sera prima. I suoi gomiti erano rossi, così come le sue mani le quali, con forza, stringevano quel panno che continuava a muovere senza sosta. Non si rese conto che la sua giovane padrona fosse ancora presente in cucina e ne approfittò per dire ciò che oramai era diventato un pensiero comune in città.

«Non capisco perché vogliano far sposare quel ragazzo con una romana, cosa può avere più di una delle nostre donne? Il Medici dovrebbe sposare una fiorentina.»

La decisione presa in casa Medici, per quel matrimonio, non fu ben accettata a Firenze poiché deluse le aspettative di molte famiglie nobili che speravano in una proposta di matrimonio per le loro figlie. Quella notizia sconvolse tutti ma nessuno capì il gioco politico che stavano per mettere in atto. Quella unione avrebbe portato soltanto benefici.

Lucrezia si finse indifferente alla notizia, ma in realtà quelle parole la stordirono.

«Quindi mi stai dicendo che …» non riuscì a pronunciare le ultime parole della domanda che Gemma la anticipò:

«Sì! Lorenzo de Medici e Clarice Orsini presto si sposeranno. Già immagino il vestito elegante che indosserai per far risaltare la tua bella figura piccola mia e…»

«Perdonami Gemma, non mi sento molto bene. Preferisco ritirarmi nella mia camera.»

Ebbe l’improvvisa esigenza di star sola. La sua giovane età le aveva offerto il dono del corteggiamento e della passione di uno dei personaggi più ambiti della signoria fiorentina. Si ritrovò tutto ad un tratto a maledire quell’amore che lei stessa aveva nutrito e incoraggiato. Corse per le scale velocemente per non incontrare nessun membro della sua famiglia. Appoggiò la mano sulla maniglia della porta della sua camera quando improvvisamente, da una piccola finestra del corridoio, vide alcune delle guardie di Lorenzo nel cortile del suo palazzo. Lucrezia, spaventata, si precipitò da Gemma, la quale era impegnata nell’ascoltare ciò che le guardie avevano da riferire ai Donati. Lei riuscì solo a sentire:

«Io non credo che in questo momento… va bene, riferirò immediatamente.»

Quando Gemma rientrò in casa, le andò incontro. Lucrezia, dagli occhi sgranati dalla curiosità, si precipitò da lei e le domandò:

«Cosa volevano quelle guardie?»

«Devi recarti a Palazzo Medici. Sei stata convocata da Lorenzo ma la segretezza e l’accortezza con la quale mi hanno riferito quel messaggio mi ha fatto intendere che i tuoi genitori non dovranno venirne a conoscenza.»

Per un istante Lucrezia non parlò. Velocemente iniziò a pensare sul da farsi. Andare o fuggire? Fuggire da una voce che insistentemente ti implora. Il suo cuore conosceva quella voce, preferì non ascoltarla e respingere l’invito.

Guardò negli occhi Gemma e con tono deciso le disse:

«Ritornerai dalle guardie, ma senza me. Gli dirai che mi sono addormentata dopo una forte emicrania. Chiaro?»

La serva annuì senza dir nulla e si precipitò in cortile. Dopo poco le guardie andarono via.

Lorenzo non si diede per vinto e ordinò continuamente ai suoi uomini di recarsi dai Donati. Venne sopraffatto dall’impazienza e il suo animo non riuscì a trovar pace, non comprendeva le ragioni di quel comportamento. Desiderava soltanto vederla, semplicemente tenerla vicino a sé fin quando i voti coniugali non li avessero allontanati per sempre. Dopo un paio di settimane, Lorenzo ordinò alle guardie di entrare nell’abitazione della ragazza, prenderla con la forza e portala immediatamente da lui. Intanto, Lucrezia dovette combattere contro l’apatia dei suoi sentimenti ed era pervasa da un senso di smarrimento. Non mangiava, non dormiva, non desiderava la compagnia altrui. Talvolta trovava consolazione soltanto nella preghiera quando lei e sua madre si ritiravano nella cappella privata di famiglia per pregare. Forse qualcuno avrebbe ascoltato le sue suppliche.

Un giorno mentre era distesa sul suo letto a guardare il soffitto, sentì delle urla:

«Non potete entrare in questo modo!» era la voce di Gemma. Lucrezia, di scatto si alzò dal letto, aprì la porta, corse verso le scale e vide due guardie, con lo stemma dei Medici sul petto, venirle incontro, afferrarle le braccia e con forza trascinarla via.

Capitolo 2

Lorenzo aveva bisogno di una moglie. Erano molte le pretendenti fiorentine che speravano di far parte della grande e potente famiglia Medici, ma ognuna di loro sapeva che non doveva piacere agli occhi di Lorenzo ma bensì a quelli di sua madre che pretendeva per il figlio una moglie adatta alla famiglia. Lucrezia Tornabuoni dovette allargare i suoi orizzonti, poiché si rese ben presto conto che Firenze non ospitava la moglie di Lorenzo. La Tornabuoni si occupò personalmente di scegliere la futura Signora di Firenze, così si recò a Roma, dove tempo prima aveva iniziato una fitta corrispondenza con la famiglia Orsini.

Il suo intento era la scalata sociale, desiderava legare il nome dei Medici a un’altra famiglia altrettanto importante e nobile. Scelse Clarice. Lei era la più adatta. Quando Jacopo Orsini e sua moglie ricevettero la proposta di matrimonio, in un primo momento furono restii nell’accettarla. Clarice venne messa al corrente delle nozze soltanto dopo aver stipulato la sua dote con la Tornabuoni. Oramai la fatidica decisione era stata presa. Molti membri della famiglia Orsini non furono di certo felici di unire il proprio nobile nome con dei banchieri fiorentini, ma Jacopo aveva dato la sua parola e firmato il contratto nuziale.

Clarice sarebbe diventata una Medici e la prima donna di Firenze. Lei era molto giovane e dovette accettare quel matrimonio combinato senza dire nulla. Talvolta si fermava a pensare e immaginare come fosse vivere a Firenze. Avrebbe lasciato la sua famiglia e la sua casa per sposare uno degli uomini più importanti della Toscana. In cuor suo sapeva di non poter obiettare. L’ultima sera che trascorse a Roma venne festeggiata dai suoi parenti e in quel momento capì che la città le sarebbe mancata terribilmente.

«Domani entrerai a Firenze scortata dal fratello di Lorenzo, Giuliano.» disse suo padre.

«Giuliano? Perché non Lorenzo? Padre, voi siete sicuro di ciò che sto per fare?» Clarice lo guardò spaventata.

«Certo. Non preoccuparti. So che quel mondo può sembrare diverso dal nostro ma non devi avere paura. Imparerai i loro modi e le loro tradizioni, crescerai i tuoi figli come degni eredi della famiglia Medici.»

«Se non fossi pronta? Perché devo sposare un uomo che non conosco? E se lui amasse un’altra?»

«Tu sarai sua moglie e ti rispetterà in quanto tale. Sei una Orsini e sei stata scelta per stare accanto a un Medici. Tutta la nostra famiglia conta su di te. Non deluderci.»

Quella notte Clarice provò ad immaginare il volto di Lorenzo. Conosceva soltanto il suo nome e ciò bastava per incuterle timore. Trasferirsi a Firenze significava dare inizio ad una nuova vita. Era pronta a tutto questo? Qualche ora prima di ritirarsi, Lucrezia, ospite degli Orsini, la mandò a chiamare nelle sue stanze. Doveva metterla in guardia su qualcosa di estrema importanza.

«Mi avete fatta chiamare?» chiese la giovane aprendo cautamente la porta.

Lucrezia la attese seduta alla scrivania mentre stava scrivendo l’ultima lettera a suo marito sugli accordi per il matrimonio.

«Entra pure Clarice. Volevo parlarti prima che fosse troppo tardi. Domani è un grande giorno per te.»

«Sì.» si limitò a rispondere.

«Quando Cosimo De Medici scelse me e la mia famiglia, per suo figlio Piero, io fui onorata. Diventare un membro della famiglia Medici non è da tutti. Imparai presto la mentalità di quella casa e ad amare mio marito. Inizialmente il mio matrimonio non fu facile, soprattutto perché Lorenzo tardava a nascere e Dio mi donava soltanto figlie femmine. Poi quando nacque lui, tutto cambiò. Mi sono dedicata anima e corpo alla sua crescita e educazione. Lorenzo è molto diverso da suo padre. Ha una mente molto aperta e un cuore troppo generoso.»

«Ho sentito straordinarie parole sul suo conto.»

«Lorenzo deve esser domato. Ha bisogno di una donna forte e tenace al suo fianco. Ho scelto te perché so che dietro questo tuo pio temperamento, si nasconde una donna severa che può tenergli testa. Firenze è formata da un branco di leoni e tu devi imparare a sfidarli tutti. Abbiamo molti nemici ed è per questa ragione che siamo uniti. Una volta lasciata questa casa la tua fedeltà sarà soltanto rivolta ai Medici.»

La giovane rimase a fissarla per il resto del tempo. Avrebbe preferito un futuro diverso ma quello che le stavano offrendo era adeguato al suo rango. Sentiva maturare in lei il ruolo di moglie e futura madre e quel peso non le dispiaceva affatto.

«Farò del mio meglio, Madonna Lucrezia. Spero soltanto che vostro figlio possa accettarmi.»

«Ti accetterà. Ti avviso però che in questo momento il suo cuore potrebbe esser impegnato altrove…»

A Firenze arrivarono molte lettere di Lucrezia, informava suo marito Piero de Medici che la decisione era stata presa. Si preoccupò anche di spedire delle lettere che descrivevano fisicamente la futura sposa di Lorenzo. Piero fu molto soddisfatto del lavoro di sua moglie, aveva riposto piena fiducia nelle sue capacità. Lorenzo ebbe la notizia dal padre. Non si dimostrò di certo felice, ma sapeva che quel giorno sarebbe arrivato. Sospettava che la partenza di sua madre fosse legata alla scelta di una moglie.

«Giuliano, nostra madre ha scelto.»

Giuliano era suo fratello minore. Era molto legato a Lorenzo seppur fossero completamente diversi. Non amava gli studi come suo fratello, l’arte o la musica. Preferiva tornei, gare ed era un gran corteggiatore. Molto spesso Lorenzo dovette aiutarlo e tenerlo a bada per questo suo animo vivace. Giuliano era l’unica persona che conoscesse per davvero suo fratello. Era di poco più giovane di lui, dall’animo guerriero e fiero.

Giuliano fu incaricato di scortare Clarice da Roma a Firenze.

«Ha deciso?» chiese sbalordito.

«Sì. Il suo nome è Clarice Orsini.» disse Lorenzo leggendo il nome sulla lettera spedita dalla madre.

«Orsini? Bene, nostra madre ha raggiunto il suo obiettivo. A Firenze non saranno felici.»

«Neanche io lo sono.»

Lorenzo iniziò a percorrere la camera di suo fratello nervosamente. Giuliano lo osservava in silenzio aspettando che si calmasse.

«Come potrò sposarmi? Come potrò dirglielo?» continuava a ripetere.

«Lorenzo, sapevi che questo giorno sarebbe arrivato. Nostra madre non avrebbe mai considerato Lucrezia come tua possibile moglie. So che la ami ma Clarice è tua moglie, adesso.»

«No. Non lo è ancora per quanto mi riguarda.» lasciò suo fratello senza dargli il tempo di rispondere. Giuliano conosceva il padrone del cuore di Lorenzo poiché aveva tentato, invano, di parlare a sua madre di Lucrezia ma lei non volle saperne. Lorenzo avrebbe legato la sua vita alla città di Roma.

Capitolo 3

Palazzo Medici sorgeva e incombeva sulla grande via Larga. Era maestoso e allo stesso tempo elegante, custodiva un grande potere. Cosimo de Medici commissionò la costruzione del suo palazzo all’architetto Michelozzo ma, in verità, in un primo momento aveva affidato il progetto a uno degli architetti più validi di Firenze.

Filippo Brunelleschi era un suo caro amico e Cosimo affidò a lui l’incarico di progettare il palazzo di famiglia, ma il Brunelleschi non adattò mai le sue idee e il suo ingegno alle strategie politiche del grande Cosimo. I Medici erano regnanti senza corona, seduti su un trono fantasma: governavano una città che li considerava soltanto illustri cittadini.

Firenze era pur sempre una repubblica e tale sarebbe rimasta, sebbene fosse chiaro il potere che i Medici esercitavano in città.

Palazzo Medici era ammirato e allo stesso tempo odiato da chi li considerava semplici usurai, banchieri avidi e privi di nobiltà. I l palazzo era attorniato da strade maleodoranti e sporche, da abitazioni misere di chi viveva ogni giorno con difficoltà. Tutto il lustro e la grandiosità di quelle grandi abitazioni venivano offuscati dalla sporcizia e indecenza della città: cani randagi, mendicanti che vivevano agli angoli delle strade in cerca di cibo avanzato, talvolta gettato via dalle cucine nobili. Lo sterco dei cavalli era così abbondante che risultava impossibile non inciamparci dentro e non sporcarsi. Non tutte le strade erano lastricate, molte erano in terra battuta o ricoperte di paglia e ciò rendeva l’aria irrespirabile d’estate e le vie impraticabili in periodi di pioggia, poiché la fanghiglia che si creava non permetteva un semplice passaggio.

Lucrezia fu invasa da mille pensieri. Innanzitutto, dalla vergogna di esser vista mantenuta saldamente da due guardie, per fortuna le strade non erano affollate o almeno le poche persone presenti preferirono voltarsi e non immischiarsi in faccende altrui.

Le guardie mantenevano con forza le sue braccia, avevano un ordine e lo stavano compiendo, secondo le volontà del loro padrone. Pensò a cosa avrebbe detto o provato una volta arrivata dinanzi a lui e si promise di non guardarlo durante il loro imminente incontro.

Arrivata a palazzo si ritrovò nel grande salone dei ricevimenti , noto ad ogni fiorentino per le sue cerimonie e banchetti. La sala era adornata da magnifici arazzi, un tavolo di legno che percorreva quasi tutta la sala, candelabri incrostati dalla cera delle candele ancora fumanti e tre grandi finestre che permettevano alla luce di entrare e immettere i suoi ancora deboli raggi sugli oggetti. Le sue mura avevano ascoltato tante voci, discorsi, pensieri, dibattiti dei membri della numerosa cerchia di Lorenzo formata da filosofi, poeti e letterati.

Artisti di ogni genere, che si riversavano sotto l’ala protettiva del loro celebre mecenate. Per Lucrezia quel luogo assumeva tutt’altro significato e valore, infatti proprio lì aveva conosciuto un giovane e brillante Lorenzo, durante una festa che il padre, Piero de Medici, aveva celebrato in suo onore. Fin dalla tenera età tutta Firenze elogiava le doti straordinarie del piccolo Lorenzo e talvolta il padre lo inviava, assieme ad altri funzionari di stato, nelle corti italiane come ambasciatore della sua città. Si ritrovò di nuovo in quel luogo, dopo tanti anni, in circostanze ben diverse.

Fu invitata a sedersi su una sedia posta vicino ad una delle tre grandi finestre, dalla quale poté ammirare la grande cupola del Brunelleschi. Doveva attenderlo lì in silenzio. Si guardò attorno e tutto le parve così diverso dall’ultima volta che aveva messo piede in quella sala. Era una stanza buia, poco illuminata dal fuoco acceso. Si alzò dalla sedia, stanca di esser divorata dall’attesa. Le sue mani erano fredde e iniziavano a tremare, così si avvicinò al grande camino per riscaldarsi e tentare di calmarsi.

Udì la porta alle sue spalle aprirsi, preceduta dal risuonare di passi. Era Lorenzo? Come poteva esserne sicura? Era decisa a non voltarsi e continuò a fissare le deboli fiamme che illuminavano il suo volto. D’improvviso percepì il tocco di una mano sulla spalla. Sussultò per un istante.

«Perché ti comporti in questo modo?» la voce rassicurante di Lorenzo accarezzò il suo orecchio.

Lucrezia non aveva intenzione di guardarlo e tantomeno di rispondergli. Nacque un breve silenzio fra loro, lui continuò:

«Lucrezia, ti prego. Rispondimi.»

Lui mostrò un tono di supplica. Lei, apparentemente indifferente, era combattuta tra la voglia di stringersi fra le sue braccia o andar via. Senza pensarci, di scatto, si voltò. I suoi occhi sprigionavano desiderio, rabbia, paura. Desiderava averlo per sé. Era adirata per ciò che immaginava sarebbe accaduto in futuro.

Aveva paura di perderlo.

«Non piangere, non ce n’è bisogno.» disse continuando ad asciugarle le guance. Per un momento Lucrezia parve la creatura più vulnerabile del mondo e quella sua fragilità lo intenerì.

«Non dovrei?» disse lei all’improvviso indurendosi.

«Te lo avrei detto il prima possibile.»

«Quando?»

«Appena avrei avuto modo di vederti.»

«Non mentirmi. Tu non avevi il coraggio di dirmelo.» i suoi occhi si riempirono ancora una volta di lacrime e Lorenzo non riuscì a rimanere indifferente davanti a tanto dolore. La avvicinò al suo petto e la strinse forte a sé come non aveva mai fatto prima. Voleva trasmetterle anche il suo dolore.

«Lasciami!» velocemente e con forza si staccò da lui.

«Hai scelto lei. Lasciami in pace.»

«Non potrò mai lasciarti in pace, Lucrezia. Non ho scelto io questa unione e purtroppo devo soltanto accettarla.»

Lei iniziò a guardarlo disgustata per le parole che sapeva avrebbe pronunciato.

«Devo sacrificare il nostro amore per un bene maggiore, non posso fare altrimenti. Gli Orsini sono una potente famiglia, immagini quanti vantaggi potrà dare a Firenze?»

Lucrezia continuava a fissarlo senza parlare, ma quello era il momento adatto per dire ciò che pensava.

«Queste non sono parole tue. Non ti riconosco…» si allontanò da lui.

«Cosa intendi dire?»

«Ti hanno influenzato con i benefici che un buon matrimonio potrebbe dare alla città, ma il tuo animo va oltre tutti questi meschini giochi. Pensavo che mi avresti sposata e resa felice. Io ci credevo perché anche tu facevi lo stesso. » si fermò « Ora capisco che non mi amavi abbastanza.»

«Sai che non è così e sai quanto amore ti ho dato e quanto avrei potuto darti.»

Lucrezia era stanca di sentire tutte quelle parole.

«Perché sono qui?» disse con tono alto.

«Volevo semplicemente vederti.»

«Bene. Mi hai vista, posso andarmene adesso?»

Lui non le rispose.

Lucrezia stava per uscire da quella stanza sospirando profondamente e lasciando che tutte le angosce e i rimpianti le confondessero i pensieri. Si fermò: una parte di lei voleva convincerla a restare lì con lui, un’altra andar via e lasciarlo solo. Lorenzo sapeva in cuor suo che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe guardata con occhi sinceri, senza vincoli, senza altre donne nella sua vita.

La sua mano, con un movimento deciso, le afferrò il polso, non voleva che andasse via. Lei lo guardò spaventata, ma allo stesso tempo compiaciuta. Tutta la forza che aveva avuto nel tenerla salda a sé venne sopraffatta da una grande paura: quel bacio sarebbe stato l’ultimo? Non gli importò.

Non ci pensò.

Le accarezzò per un istante il volto e poi piano la trasse a sé, appoggiando le sue labbra su quelle morbide di lei. Entrambi chiusero gli occhi per allontanarsi dal mondo che li circondava. Lucrezia intrecciò le dita delle sue piccole mani a quelle di Lorenzo. Assaporarono con calma quelle labbra tanto desiderate e allo stesso tempo tanto temute. Lorenzo, d’improvviso, si staccò da lei. Aveva udito qualcosa. La voce di una donna si avvicinò al gran salone. Lucrezia rimase pietrificata. Gli occhi di lui cercavano di tranquillizzarla ma il suo respiro era pesante e tradiva la sua falsa calma.

«Lorenzo, ti ho cercato ovunque.»

La luce irradiata dai suoi occhi, fino al momento del bacio, scomparve quando posò lo sguardo sulla donna che bruscamente aveva aperto la porta. Lucrezia tentò di allontanarsi il prima possibile da lui per non destare sospetti, ma in realtà le importava ben poco di ciò che potesse pensare la futura moglie dell’uomo che amava. Lorenzo sospirò, quasi infastidito e disse:

«Clarice, lascia che ti presenti Lucrezia Donati. Figlia di Manno Donati e Caterina Bardi.»

Era chiaro che pronunciava quelle parole con disagio e soprattutto soffriva per ciò che stava subendo la povera Lucrezia in quel momento, lo si poteva intendere dal suo volto. Era intimorita, sentì le guance e le punte delle orecchie infiammarsi. Lorenzo capì che per entrambi sarebbe stato difficile rivedersi e non avere qualche risentimento dopo quell’incontro.

«Molto piacere.» disse Clarice rispondendo all’inchino eseguito un instante prima dalla giovane. «Sono davvero lieta di fare la vostra conoscenza. Ho sentito tanto parlare della famiglia Donati.»

Lucrezia le sorrise, di quei sorrisi falsi che si possono mostrare soltanto ad un nemico.

Odiava quella donna.

«Siete molto gentile, anche qui in città si parla molto di voi.»

Clarice rise dolcemente, fu intenerita dalla timidezza di Lucrezia. Non era di molto più grande, ma notò in Clarice la presenza di un segno che a lei mancava. A differenza sua, la futura signora Medici era in grado di trasmettere a chiunque la incontrasse un’aura di sicurezza, eleganza e devozione esemplare. Non era di grande bellezza, era slanciata, dal volto ovale e capelli di un castano chiaro che tendevano ad illuminarsi di riflessi rossi al contatto con la luce del sole.

Lorenzo era molto vicino fisicamente a Lucrezia come se cercasse di proteggerla da quella donna che sembrava prendersi gioco di lei. Clarice era venuta a conoscenza di quella relazione da sua suocera. Non approvava assolutamente il comportamento del figlio, ma fece promettere a Clarice di non rivelare a nessuno ciò che sapeva, tantomeno a Lorenzo. La Orsini appariva come una donna pia, saggia e silenziosa, ma dietro quel suo aspetto si nascondeva una donna ambiziosa e determinata e quelle sue qualità furono scorte soltanto da sua suocera. Con un solo sguardo capì quanto quella donna fosse adatta al temperamento sicuro di suo figlio, perfetta al fianco del Signore di Firenze. Lucrezia si sentì in imbarazzo e decise di andarsene. Forse quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe visto Lorenzo ma le importava soltanto ritirarsi.

«Scusatemi ma ho premura di andare. Arrivederci Madonna Clarice.» dopo un altro inchino si girò verso Lorenzo, il quale non aveva ancora detto nulla. Non poteva farla rimanere, sarebbe stato pericoloso per entrambi. Lucrezia non ebbe il coraggio di guardarlo negli occhi, sarebbe scoppiata in lacrime per la tensione.

«Messer Medici.» si girò e andò via, correndo come una bambina.

«Che ragazza deliziosa,

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