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Prova Alchemica: Un medico inquieto nella Padova del '500
Prova Alchemica: Un medico inquieto nella Padova del '500
Prova Alchemica: Un medico inquieto nella Padova del '500
E-book331 pagine4 ore

Prova Alchemica: Un medico inquieto nella Padova del '500

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Info su questo ebook

Romanzo storico vincitore del Premio Letterario I Murazzi 2019. Scienza, magia, alchimia, astrologia sono discipline dai contorni sfumati in un’epoca come il Cinquecento, secolo di grandi aperture e grandi devastazioni, di tormento ed estasi che corrispondono alla cifra del Rinascimento. In questo tempo d’inquietudine Joël Lorrain, rampollo di una famiglia di stampatori vicentini, studia medicina a Padova, prestigiosa università dove convergono studenti e studiosi da tutta Europa. Una volta addottorato, nella città veneta si dedica ai malati di sifilide, detti “gli incurabili” perché affetti da un morbo devastante, ritenuto la nuova peste, che si è diffuso nel Vecchio Mondo da pochi decenni. Nel suo lavoro di medico Joël Lorrain si scontra con i limiti del sapere rinascimentale e con l’ostilità dei suoi contemporanei, avverte il richiamo delle forze cosmiche e dei segni arcani della scienza alchemica e si espone a rischi incommensurabili nella sua ricerca dell’assoluto. Alle soglie del terzo millennio spetterà ad un suo alter ego femminile il compito di ultimare il percorso lasciato interrotto e di trovare la risposta mancante. Realtà e fantasia si intrecciano in una ricostruzione d’epoca frutto di accurate ricerche d’archivio e creano un arazzo del quale sapienza scientifica ed esoterica costituiscono il tessuto. Un giallo di fiction storica i cui personaggi antichi e moderni altro non sono che pedine su una scacchiera, dove le mosse sono dettate da una serie di incontri solo apparentemente casuali e di segnali dalla valenza occulta.
LinguaItaliano
Data di uscita1 giu 2020
ISBN9788835839811
Prova Alchemica: Un medico inquieto nella Padova del '500
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    Anteprima del libro

    Prova Alchemica - Myriam Mantegazza

    Ringraziamenti

    Parte I

    Capitolo I

    Era una mattina buia e tempestosa. Il sole si era stancato di spuntare. «Sono le nove e tutto va male» commentò acido un passante. E quando mai poteva andare tutto bene? Di questa seconda possibilità si era ormai persa la memoria. Da settimane non faceva che piovere senza interruzione. La pioggia sferzava i viandanti, rovinava i raccolti, si infiltrava nei muri delle case come un fantasma. Pestilenze e soldati, incendi e inondazioni, morti e moribondi facevano il resto. Buio e tempesta parevano, dunque, aver invaso il mondo. In particolare la cittadina di Soave, in cui si raccoglieva un'umanità stupefatta. Stupefatta, più che altro, di essere ancora viva, visto la varietà di tormenti degli ultimi tempi e la quantità di stratagemmi messi in atto per tenerli a bada. Però alle disgrazie non ci si abitua mai e, ben lontani dall'indifferenza, gli abitanti del borgo accolsero con apprensione quell'alba di novembre senza sole.

    «Che cosa ci toccherà ancora?» si chiedevano i più, sapendo di non poter dare risposta a un simile quesito. I pochi che osavano transitare per le vie avevano preso l'abitudine di costituire sparuti capannelli, per commentare i fatti del giorno con gesti frettolosi e parole concitate. Poi ciascuno riprendeva la sua strada, in preda a un'ansia ormai divenuta compagna di viaggio quotidiana.

    Quella mattina c'era poco da dire, le parole si strozzavano in gola. Come se non bastasse era il giorno dei morti. Era il 2 di novembre. Brutto mese. Un autunno bastardo con un inverno spietato alle porte, dopo un'estate dannata e una vendemmia guastata dal maltempo. Non si poteva far altro che aspettare. Aspettare tempi migliori per asciugarsi le lacrime e un'estate migliore per asciugarsi le ossa.

    «Intanto non ci resta che crepare» rimuginava tra sé e sé uno dai rari passanti che sapesse dove andare. Era un uomo basso e tarchiato, bianco di capelli, con un'espressione corrucciata in viso, un cappello in testa e il diavolo in corpo. Andava a casa con una fretta assassina. Passate poche ore era già morto. Giusto il tempo di stendersi sul letto, di mormorare l'estrema preghiera e di esalare l'ultimo respiro.

    Proprio in quel momento risuonò un vagito. Era nato Joël, quasi in sordina, con gli occhi grandi spalancati al mondo. Joël lottava, era forte e sano, pur con quell'aria spettrale da malato. Era fragile, etereo, mingherlino. Le membra esili, l'aspetto esangue lo rendevano un essere lunare, una creatura figlia delle stelle piovuta sulla Terra per errore. Ma le stelle vegliavano e Joël, contro ogni aspettativa, non morì. Il suo respiro divenne regolare, il corpicino assunse più vigore, il viso diafano un tenue colorito. Era fatta, era vivo ed era qui. Era passato da poco il mezzogiorno. Dopo il suo primo grido di vittoria non emise più un suono né un lamento. Era nato e taceva, ma osservava. Stava in silenzio, muto, ma sapeva.

    Correva l'anno 1512, anno speciale per vivere e morire. La Morte Nera devastava il borgo, squassato pure da eserciti stranieri. Le armate della lega di Cambrai avevano invaso le terre di Venezia per spartirsi il munifico bottino. Francesi ed Imperiali davano il meglio di sé in quel lavoretto. Per chiunque capitasse loro a tiro la vita, già difficile, diventava impossibile. Capitarono a tiro anche i Soavesi. Vigneti incolti, qualche innocente trucidato, qualche donna stuprata, qualche casa incendiata e, per soprammercato, il regaluccio della peste offrivano due opportunità agli abitanti di Soave: ravvivare le conversazioni attorno al desco serale o spegnerle del tutto. Le spensero del tutto. Anche per mancanza di commensali. Scampati, ahimé, ve n'erano pochi.

    Perché toccasse a Joël il bene di essere uno di loro è un mistero. La sorte favorì anche sua madre, Artemisia, che aveva scodellato quel figlio prematuro senza l'aiuto di una levatrice, in una casa deserta, in un paese infetto, in un tempo di guerra, lontano dal marito e dai suoi cari. Si era impuntato sul giorno dei defunti, il suo bambino, come antidoto per vincere la morte. Sarebbe dovuto nascere a gennaio ed a Vicenza, città dove viveva la famiglia. Invece eccolo precocemente fuor dall'uovo e, come se non bastasse, fuori luogo.

    Joël, avido di conoscere il mondo e conquistarlo, pur distinguendo solo delle ombre, volgeva incuriosito per la stanza i suoi occhi cerulei da neonato e scalpitava. Artemisia, che il mondo già lo conosceva, si guardava intorno smarrita con i suoi occhi azzurri da madonna e rabbrividiva. Così, ciascuno inquieto a suo modo, madre e figlio si interrogavano sull'avvenire, incerto e nebuloso.

    Capitolo II

    Artemisia era debole e stanca. Ci pensò a lungo prima di scendere le scale. Lo vide lì, riverso sul letto, la bocca spalancata e gli occhi vuoti. Quel vecchio, tagliato con l'accetta dentro e fuori, aveva perso l'ultima battaglia. Ora era sola con il suo bambino. Tra l'altro non c'era niente da mangiare. Quattro passi in paese? Neanche a pensarci. Fino a quel giorno aveva fatto lui. Notizie, cibo, approvvigionamenti, arrivavano freschi ogni mattina. Erano sopravvissuti loro due: la donna forestiera col pancione e il patriarca senza dinastia. Degli altri, ormai, restava solo il nome. Figli, nipoti, nuore: più nessuno. Colpiti come fragili birilli, tutti erano crollati, ad uno ad uno, sotto la boccia nera della peste, chi in punta di piedi, sottovoce; chi con veemenza, urlando contro il cielo; chi con il fiato strozzato nella gola. Aveva seppellito tutti, quel vegliardo, senza una lacrima, senza una parola. Poi era morto di colpo e di dolore.

    Ora, Artemisia che doveva fare? Ritornare a Vicenza? Che miraggio! La città di appestati era isolata, le porte crudelmente sigillate. Rimanere a Soave? Che tormento! Senza un amico o un pugno di polenta, senza un ceppo di legno nel camino. Artemisia, al tavolo, pensava. Un tarlo rosicchiava il legno e si sfamava. Lo si poteva dire fortunato. Era incurante degli affanni altrui e della precaria sorte di colei ch'era seduta lì, tanto vicina. Le soluzioni possibili erano tre: morire di fame, di peste o d'inedia, non c'era che l'imbarazzo della scelta. Con quel lattante attaccato al seno tutto era complicato oltre misura. Se fosse nato a gennaio, almeno. Si era catapultato in questo mondo con tanta, troppa fretta inopportuna.

    «Aiuto!» si diceva la donna, disperata. «Aiuto!» ripeteva con terrore.

    Sarà stato il suo angelo custode, sarà stato il suo santo protettore, sarà stata la netta sensazione che qualcosa di grande l'aspettava, quando si levò in piedi era cambiata. Sapeva di non essere più sola. Mise in un fagottello poche cose, avvolse il suo bambino in panni caldi, si gettò uno scialletto sulle spalle e uscì. Vagò per le stradine di Soave. Il morbo non la contagiava, il freddo non la riguardava, la pioggia, per di più, non la sferzava, anzi, per l'occasione era cessata. Cadevano a dir tanto quattro gocce. La fame sì, la fame la sentiva, le gambe fiacche, il ventre indolenzito, ma qualcosa o qualcuno la guidava e Artemisia sapeva dove andare. Stringeva forte il suo bambino al seno e si guardava intorno, desolata.

    Ricordava Soave in piena estate al tempo delle nozze di Francesca. Era felice, la sua sorellina, di sposare il ricco vignaiolo. S'era d'agosto, allora, con il sole. Artemisia era soltanto al quarto mese. Era venuta insieme alla famiglia a scortare la sposa da Vicenza e Soave, ridente e soleggiata, spalancava le braccia agli invitati. Poi, finita la festa, tutti a casa, tranne Artemisia che si era fermata, come le aveva chiesto sua sorella, per trattenersi fino alla vendemmia. Per ambientarsi nella nuova casa Francesca la voleva un po' con sé. La pioggia, invece, l'aveva intrappolata. E poi la peste, atroce carceriera. La fragile Francesca fu chiamata, giovane e bella, con gli occhi strabuzzati, prima fra tutte le anime segnate. Ricordava, Artemisia, con orrore ogni momento del giorno disgraziato in cui quella sorella, tanto amata, aveva abbandonato questo mondo per scivolare in quello dei fantasmi.

    Ora la donna con il suo fantolino perseguiva decisa la sua meta. Arrivò ad una casa, bussò all'uscio, una voce rispose: era la strega. Forse era fattucchiera, forse no. Però stava lontano dai mortali. Male non ne faceva di sicuro. Stava appartata, chiusa nel suo guscio. Tra emarginate ci si riconosce. Artemisia di lei si rammentava. L'aveva vista sovente per la via, mostrata a dito da parenti e amici. Al passare la gente si scostava, volava qualche pietra e qualche insulto. Alla donna uno sguardo era bastato. Uno sguardo scambiato di sfuggita. Ora andava da lei, chiedeva aiuto.

    La casetta era buia, ma accogliente. Un giaciglio, un camino, qualche attrezzo. «Non dire niente - mormorò la strega - se vuoi rimani.» Artemisia rimase. Anche Joël.

    Capitolo III

    Furono tempi grami, dolorosi. Mangiare scarso, freddo nelle ossa, l'orribile ossessione del contagio. Joël non si sognava di mollare. Succhiava tutto quello che trovava: il latte dai capezzoli di mamma, l'atmosfera di un mondo disperato, quell'assenza di suoni e di colori che avrebbe accompagnato la sua vita. Troppo silenzio, solo toni grigi, non suonava nemmeno la campana. Le due donne parlavano ben poco. Il tempo trascorreva sempre uguale. In quella grande casa di famiglia, come un sepolcro per chi aveva ospitato, Artemisia non mise mai più piede. Passò novembre ed arrivò la neve. Il gelo strinse il borgo in una morsa, il morbo, per reazione, la allentò. I decessi iniziarono a scemare, le speranze, al contrario, ad aumentare. Gli scarsi sopravvissuti, diffidenti, si scambiavano occhiate per la via. Ce l'avevano fatta? Chi lo sa.

    Artemisia penava per Joël. Pallido, smunto, quasi trasparente, il bimbo non cessava di lottare. Ma l'inverno era lungo, era nemico, le forze cominciavano a mancare. Per quanto ancora avrebbe resistito? Si chiedeva Artemisia lacerata. Quanto li separava dalla fine dell'incubo in cui era caduta? Perché era toccato proprio a lei trovarsi prigioniera di Soave, a lei e a quel bizzarro pargoletto che aveva messo al mondo troppo in fretta? Più il tempo passava e più lo sentiva estraneo a sé. Così scuro, così diverso da lei, con quei suoi occhi neri e stralunati, mentre lei era bionda e chiara d'incarnato. Lo accudiva come poteva, lo nutriva, ma non lo amava. Si scopriva a sorprendersi, al mattino, di rivederlo vivo nella culla, a irritarsi per la voracità, la prepotenza con cui suggeva il seno. La derubava delle energie residue, poche, per lasciarla svuotata e dissanguata. Era arrivata a ritenerlo colpevole della sua prigionia, lui e la sua nascita anzitempo. No, non lo amava. Questo pensiero la faceva inorridire più della peste. Si vergognava a morte, gli rinnovava le cure con furore, quasi fossero la punizione di un peccato. Niente da fare: l'amor materno era un amaro fiele.

    Anche la convivenza con la sua scomoda coinquilina le pesava. Vie di scampo: nessuna. Dalla finestra guardava la strada lastricata di ghiaccio con un'ansia di fuga e si chiedeva che ne sarebbe stato di lei e del suo bambino. La disperazione era uno sforzo troppo grande, la fatica di piangere eccessiva, gli occhi erano solo orbite vuote. Fu un Natale silente e desolato, mancava anche la voglia di pregare. Per che cosa, poi, ringraziare Iddio? Per che cosa invocare il suo soccorso? Si era dimenticato di Soave.

    Il miracolo avvenne col disgelo. La neve liquefatta invase i vicoli di rigagnoli sporchi e le porte del paese si aprirono sul mondo. Si contarono i vivi: quattro gatti. Artemisia prese il suo fagotto umano ed i suoi stracci e, finalmente, ritornò a Vicenza. Era smagrita. Non sarebbe più stata come prima. Dopo il lungo contatto con la morte, la vita le sembrava una chimera. Come uno spettro montò sul carretto che l'avrebbe accompagnata a casa. Non si voltò a guardare la prigione. Non disse niente, non salutò nessuno. Non ebbe un balzo o una palpitazione. Partì dolente, stremata dall'orrore. L'incubo era finito, che sollievo! Però quei mesi l'avevano marchiata. Il morbo, sì, l'aveva risparmiata, ma l'anima malata l'aveva resa l'ombra di se stessa. Stringendo il suo neonato tra le braccia, fissava avanti a sé, ma non vedeva. Il fantolino, invece, palpitante, sapeva bene che il mondo l'aspettava. Sapeva e sfrigolava di piacere. Quella strada che stava percorrendo era la prima tappa del cammino.

    Capitolo IV

    A Vicenza qualcuno li attendeva. Un marito ed un padre, innanzitutto, poi parenti affettuosi e preoccupati. Cugini, zii, amici, conoscenti, un nonno grande, dai capelli bianchi.

    «Strano bambino» commentò il vegliardo.

    Era Joël il vecchio, il patriarca che aveva dato il nome al nipotino. Aveva occhi che vedono lontano.

    «Strano bambino» ripeté tra sé, leggendo nello sguardo del nipote. Tese la mano, il bimbo gliela strinse. Erano amici, amici per la vita.

    Forse era a causa del nome che li univa, forse perché stranieri in questo mondo e cittadini di un'altra dimensione, o forse che l'infanzia e la vecchiezza sono due età dell'uomo confinanti perché gli estremi si vengono a toccare, fatto sta che si piacquero all'istante. Un amore immediato, a prima vista, tra quel neonato strambo ed inquietante e il patriarca possente e volitivo. Un sorriso gli increspò le labbra, impercettibile agli altri familiari, un lievissimo accenno di sorriso, mentre la mano grinzosa e la manina si sfioravano le dita con dolcezza. Un bagliore illuminò lo sguardo, un guizzo di irrefrenabile gaiezza. Un contatto leggero era bastato. Si erano riconosciuti, questo è quanto. Più niente mai li avrebbe separati.

    «Ne faremo di cose, noi due insieme» gli sussurrava il nonno nell'orecchio.

    Non temeva la morte, il gran vegliardo, non la temeva neanche il piccolino. Anzi, molto di più, ne era incantato. Aveva attraversato la sua strada con una furia davvero inusitata e l'aveva temprato come acciaio. Nera Signora, per lui sempre presente: sarebbe stata un filo conduttore, un ritornello costante in sottofondo, un oggetto di studio, di ricerca, un'amica-nemica sempre accanto, una madre padrona prepotente, ma generosa con chi la sfidava. Per questo essa l'aveva risparmiato: per coltivarsi un suddito fedele, un contendente che la dilettasse, sapesse contrastare la sua azione, senza paura, senza cedimenti, con il furore che ha il predestinato apparso il giorno ad essa consacrato. Un virgulto cresciuto alla sua scuola avrebbe avuto i giusti requisiti. Confrontarsi con lui quale piacere!

    Solo nonno Joël colse la sfida che opponeva il nipotino all'Ombra. Dati i suoi anni era saggio e sapiente. Ed era anche molto divertito. Conosceva le stelle, la natura, sapeva interpretare ogni presagio. Quel fanciullo era un essere speciale, ne ebbe l'impressione sull'istante.

    «Io ti farò da guida, Scorpioncino. Tu sai vedere ciò che sfugge ai più, tu leggi la realtà dietro le cose con quei tuoi occhi che vedono lontano. Ci sarò io con te durante il viaggio. Avanzare da soli è periglioso. No, non temere, ti starò vicino.»

    Così diceva il nonno al frugoletto e lo abbracciava e se lo coccolava e lo guardava dentro alla sua culla. Sentiva che l'età della vecchiaia gli aveva dato una consolazione che aveva atteso per la vita intera. Non ci sperava più. Era Joël il giovane il suo erede e non i figli che aveva messo al mondo, dei figli buoni, sani, rispettosi, però nessuno figlio del suo cuore. Erano gente pratica, operosa. Erano dei mediocri e lo sapeva. C'era Germain, il padre del bambino, un uomo ottuso, gran lavoratore; e poi Gertrud, la figlia, brava donna; infine Gabriel, che sempliciotto! Joël era una gemma. Era di più: era un dono del cielo, una fortuna. Abbassando le palpebre, il vegliardo riuscì a spremere una lacrima di gioia.

    Capitolo V

    Joël senior era venuto da lontano. Si chiamava Lorrain, era francese. Dalla terra di Francia, la douce France , era andato a Strasburgo giovinetto. Era nato in campagna, contadino, ma una pulsione oscura lo spingeva a forgiare altrimenti il suo destino. Amava la natura, la studiava, parlava la sua lingua e la capiva, riconosceva piante, erbe e fiori e lavorava i campi con fatica, come i fratelli, come i genitori. Questo levarsi all'alba, questo affanno di rubare alla terra i suoi prodotti per coricarsi a sera consumato non gli bastava per saziargli il cuore. Si sentiva legato alla famiglia, alla semplicità della sua vita, ma una parte di lui cercava altrove. Era inquieto, curioso, insoddisfatto.

    Venne a sapere che in una città lontana, di un paese straniero, oltre i confini, una mente geniale e intraprendente era riuscita a scrivere parole, non ricopiando a mano, ad una ad una, lettere e frasi, ma tutto d'un botto, riempiendo i fogli con segni d'inchiostro. Pareva usasse una macchina speciale, una pressa, dicevano, da stampa. Cos'era? Come un torchio per il vino. Imprimeva i caratteri su carta come si pigiano i grappoli nel tino.

    Joël era sorpreso, stupefatto. Sapeva come spremere vinacce, come spremer parole non ancora. Lettere che colavano da un torchio a centinaia, per cadere ordinate su di un foglio insieme al flusso nero dell'inchiostro come colava il liquido dell'uva per scivolare a fiotti nella botte. Ne era affascinato e spaventato. Era un ragazzo appena quindicenne. Volle saperne ancora, non contento delle vaghe risposte ricevute.

    Passò nel suo paese un venditore, la mercanzia sul dorso del suo mulo. Attrezzi, stoffe, mille cianfrusaglie. Dalla bisaccia cadde un libriccino, era scritto in latino, di preghiere. Nella calca nessuno se ne accorse, tranne Joël che era lì vicino. Si guardò intorno, nessuno lo osservava. Raccolse la sua preda e filò via, un animale che corre alla sua tana. Qui sopraggiunto assaporò il bottino. Sfiorò quei fogli con la rozza mano, una carezza dolce, appassionata, con le sue rudi dita da paesano. Era completamente analfabeta. A quel contatto rimase folgorato. La parola stampata: il suo destino. L'amante tanto attesa e sospirata. Andò dal prete, gli porse il volume.

    «Da dove viene?» chiese incuriosito. Il prete lesse un nome sconosciuto. «Dov'è Strasburgo?» lo incalzò serrato. Di là, gli fece cenno con la mano.

    Partì un mattino, all'alba, squattrinato. Aveva sedici anni e il suo tesoro, che lo guidava donde era venuto.

    Capitolo VI

    Quando arrivò a Strasburgo era d'estate. Era solo, smarrito ed affamato. Le pezze sul sedere e gli occhi stanchi, cercò di farsi largo tra la folla, senza sapere bene dove andare. 1470, un anno d'oro per l'audace ragazzo di campagna, d'oro come quel giugno luminoso che lo accolse nella città sognata. Strasburgo lo stregava e lo inquietava. Gioiello entro i confini dell'Impero, era grande, magnifica, vitale, una dama adagiata lungo il Reno, ricca, cosmopolita, affascinante. Si parlava tedesco, non francese, ma si capiva tutto facilmente. Forestieri venuti da ogni dove, attirati da traffici ed affari, animavano le strade e le banchine di quel porto imponente lungo il fiume. Joël girovagava per le vie. Mai vista tanta gente tutta insieme! 30.000 abitanti, niente meno! Come Vienna e come Norimberga. Solo Colonia, con 40.000, era in terra tedesca più affollata.

    Strasburgo era una città speciale. La posizione di spicco nell'Impero per i commerci e per le finanze le dava lustro e fama in tutta Europa. Aveva, oltre al suo porto, un grande ponte: non ce n'erano altri fino al mare. Lungo il corso del Reno verso il nord, fino ad oltre le Alpi verso il sud, fino all'Italia splendida e assolata, aveva dei contatti capillari. Era un luogo d'incontro di culture, oltre che un centro di scambi commerciali. Vi si incrociava gente di ogni tipo.

    Joël era uno dei tanti e, inosservato, seguiva il suo destino e il suo cammino. Guardava le botteghe strabiliato: un ridondare di ogni mercanzia. E le fogge degli abiti per strada! E quanti idiomi ad ogni crocevia! Era confuso, timido, abbagliato. Stringeva il miserabile fagotto che conteneva tutti i suoi averi e procedeva incerto, sbalordito da suoni, volti, immagini, colori. Aveva un obiettivo, lo sapeva. La ressa d'altra parte lo stordiva. Rimpianse, allora, la vita contadina con la certezza dei suoi giorni uguali e la famiglia sollecita e affettuosa. Cercò rifugio al fresco di una chiesa. Aprì il fagotto, estrasse il libriccino.

    «Mi hai portato fin qui, guidami ancora!» disse tra sé, immerso nei pensieri. Lo strinse rinfrancato e tornò fuori.

    Si sentiva tranquillo, più sicuro, con lo sguardo ispirato e volitivo, come se ora sapesse cosa fare. Teneva il volumetto tra le dita e ne traeva forza e decisione. Girò in una stradina laterale, urtò un passante alquanto malamente, inciampò in un gradino traditore, il volumetto gli scivolò di mano mentre cadeva a terra come un ciocco. Il passante urtato si fermò. Quel ragazzo maldestro e sconcertato lo mosse a un'istintiva simpatia. Aveva gli occhi chiari, grandi e buoni. Era povero in canna, si vedeva, ma aveva dignità nella persona e lo animava una luce interiore. Ritornò sui suoi passi e lo aiutò. L'uomo tese la mano al ragazzino, gli ripulì le vesti con premura, poi raccattò il libretto dal selciato.

    «Ma è di mastro Herbst!» disse stupito.

    Era suo buon amico e consigliere. Joël, che non capiva, gli sorrise come sorride un figlio al genitore, grato, gentile, docile, adorante. Lo sconosciuto ricambiò il sorriso e, dopo, se lo prese sotto l'ala. Avendo assolto alla sua missione, il libriccino gongolò sornione.

    Capitolo VII

    Nella quiete di un chiostro, in gran segreto,

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