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The Herem Saga #2 (Noi e loro)

The Herem Saga #2 (Noi e loro)

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The Herem Saga #2 (Noi e loro)

Lunghezza:
324 pagine
4 ore
Pubblicato:
23 mag 2020
ISBN:
9788835833468
Formato:
Libro

Descrizione

Via Lattea, dodicesimo millennio dell’epoca stellare.
Gli esseri umani hanno da tempo lasciato la superficie del Pianeta Madre, la Terra, al punto che ormai quasi non la ricordano, e si sono affermati come unica forma di vita senziente dell’universo conosciuto. Indisturbati si espandono, colonizzano, si moltiplicano e lottano fra loro in un continuo susseguirsi di scaramucce prive di senso e di sostanza.
Ma un giorno questo equilibrio viene spezzato dall’arrivo di una terribile razza aliena, apparentemente inarrestabile, che minaccia di sovvertire totalmente l’ordine costituito e di cancellare col suo passaggio ben dodici millenni di sviluppo e di espansione.
Gli umani li chiamano Herem, l’Anatema.

LIBRO SECONDO: NOI E LORO
Base di ricerca stellare di Aràia, Nebulosa di Orione: Emra è un brillante scienziato che ha viaggiato per la galassia e conosciuto svariati mondi. Solitario ed estremamente geloso del suo lavoro, studia gli Herem per conto dell’esercito e sente di essere vicino a una scoperta sensazionale. Ma alla base giunge inaspettatamente un gruppo di dottorandi dal famigerato istituto Otamendi, in cerca di spunti per i propri lavori e pronti a tutto pur di dimostrarsi migliori dei compagni; alcuni di essi iniziano a gravitare proprio attorno a Emra e ai suoi “cerebri”, i misteriosi organismi alieni che sembrano essere responsabili del pensiero razionale degli Herem.
Nel frattempo, però, l’ombra di una pericolosa epidemia comincia ad aleggiare sulla base di Aràia e la sua popolazione. Proprio ora che sente di essere vicino a una svolta, Emra potrebbe non avere più tempo…
 
Pubblicato:
23 mag 2020
ISBN:
9788835833468
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

The Herem Saga #2 (Noi e loro) - Davide Sassoli

L’autore

Sull’Universo e le sue distanze

Il modo più facile di immaginare l’Universo è quello di pensare alle scatole cinesi.

Prendiamo la Via Lattea. La si potrebbe semplificare immaginando una tavola piatta, una specie di mappa, su cui stelle e pianeti occupino varie posizioni come le città su una cartina della Terra, ma questo ci darebbe un’idea molto sbagliata delle distanze che separano tra loro i vari elementi del cosmo.

In verità la Via Lattea, come un po’ tutto l’Universo, è appunto una scatola, un contenitore che racchiude elementi tra loro estremamente vicini, almeno se consideriamo l’enorme distanza che separa, per esempio, una galassia da un’altra.

Le distanze cosmiche si misurano spesso in multipli di c (la velocità della luce). Quanto ci mette la luce (la cosa più veloce che conosciamo) a percorrere la distanza fra un punto e un altro? Dal Sole alla Terra impiega appena 8 minuti, dal qui a una stella vicina solo alcuni anni, mentre per arrivare al prossimo ammasso stellare ce ne vorrebbero più di quattrocento e altri quarantamila fino al centro della galassia. Andromeda poi, la galassia più prossima a noi, dista circa due milioni e mezzo di anni luce.

Questo perché l’Universo è un enorme sistema gravitante, composto da elementi che si attirano costantemente fra loro, e che quindi più sono vicini e più tendono ad avvicinarsi e a ruotare attorno a un centro di massa comune. Perciò i pianeti e gli asteroidi tenderanno a orbitare vicini alla loro stella, lasciandosi attorno enormi distese di spazio vuoto. Le stelle (con i loro sistemi) tenderanno a loro volta a raggrupparsi in ammassi stellari e gli ammassi stessi a unirsi per formare i bracci a spirale di una galassia. La galassia cercherà poi la compagnia delle sue vicine, formando un ammasso di galassie, e così via… fino all’Universo: il contenitore più grande che siamo finora riusciti a scoprire.

Non è strano quindi che la fantascienza debba ricorrere a concetti piuttosto improbabili per permetterci di viaggiare fra le stelle. Iperspazio, curvatura, tunnel spazio-temporali… E non è nemmeno strano, anche se forse non è così facile da immaginare, che ogni sistema solare sia di fatto un piccolo universo a sé, unito gravitazionalmente a sistemi a lui vicini ma così impossibilitato a raggiungerli che sarebbe lo stesso se si trovassero dall’altra parte del cosmo.

La Cronologia Galattica

Nell’anno 2.491, secondo il calendario gregoriano, la prima astronave capace di viaggio interstellare lasciò la Terra, per non farvi più ritorno.

La Cronologia Galattica registra quell’evento come l’Anno Zero dell’Epoca Stellare.

LA STORIA FINORA:

AS 12.489

Mabel Adasco si arruola nell’Esercito Federale Interstellare

AS 12.504

inizia l’invasione aliena nell’Ammasso della Vergine

Mabel Adasco salva il suo plotone su Vidàlo III

AS 12.508

Darco Akonu arriva nell’Ammasso della Vergine

Mabel Adasco guida la seconda missione su Vidàlo III

l’EFI vince la battaglia di Porlanto

Darco Akonu muore nella battaglia di Porlanto

AS 12.515

Mabel Adasco è su Alpha Centauri

AS 12.533

Mabel Adasco viene trasferito alla base stellare di Amèra

AS 12.539

invasione aliena sul pianeta Ber III

AS 12.540

Mabel Adasco lascia l’EFI

AS 12.551

Mabel Adasco guida le Forze di Invasione Siriane verso Alpha Centauri

primo accordo fra l’Aggregazione Siriana e Alpha Centauri

Il mondo di Herem

LUOGHI

Ammasso di Sol

Sistema Teodus (mondo natale di Mabel)

Sistema Alpha Centauri

Sistema Sirio

Nebulosa di Orione

Sistema Araia

Ammasso delle Pleiadi

Sistema Genasia

Ammasso del Cigno (settore Mira 9)

Sistema Amèra

Sistema Ber (sede di addestramento militare)

Ammasso della Vergine (settore Argo 14)

Sistemi Vidàlo e Porlanto

Ammasso del Centauro

Sistema Olimpus (mondo natale di Emra Arkadiev)

Ammasso del Capricorno

Sistema Calipso

PRINCIPALI ENTI GALATTICI E LORO COMPONENTI

Il Consiglio Intergalattico Illimitato:

Esercito Federale Interstellare (EFI)

Comitato Lune Indipendenti

Comunità Archeobiologica Interplanetaria

Rete Unificata dei Sistemi (RUS)

Cronologia Galattica

Grandi Aziende Multiplanetarie:

Nex Intergalactica – armamenti e sistemi difensivi

Interstellar Maratechno (IMT) - cyber-nanotechnologie

Le Aggregazioni Lunari:

Aggregazione Siriana (anche nota come Prima Aggregazione)

I RANGHI DELL’ESERCITO FEDERALE INTERSTELLARE

Sotto-ufficiali:

Caporale (reclute in addestramento)

Caporal Maggiore (reclute promosse ai programmi di addestramento per ufficiali)

Caporale (soldati addestrati)

Sergente

Sotto-Tenente (rango assegnati ai neo ufficiali in affiancamento)

Ufficiali (esercito):

Tenente

Tenente Maggiore (in alternativa, Feldcapitano)

Maggiore

Colonnello

Comandante (generalmente al comando di una base spaziale o di una guarnigione planetaria)

Generale

Maresciallo

Ufficiali (flotta):

Capitano

Ammiraglio

TERMINI E MODI DI DIRE

Gergo comune:

Vecchia Terra o Antica Terra: termine con cui nella galassia ci si riferisce al pianeta di origine della razza umana, nell’Ammasso di Sol

Lingua Universale: l’idioma adottato come lingua franca nella maggior parte dei settori galattici

terraformare: rendere un pianeta abitabile

lunari: esseri umani nati e/o cresciuti su mondi a bassa gravità

prima stirpe: un culto/credo presente su molti pianeti e che raccoglie i discendenti dei primissimi coloni

antichità o epoca pre-stellare: si tratta dell’epoca precedente la colonizzazione umana della galassia

forme di vita non terrestri: si tratta di organismi alieni, non derivati o mutati dalle specie dell’Antica Terra

Gergo lunare:

planetoidi: termine con cui i lunari si riferiscono a chi non è nato su una luna

Gergo militare:

rutta-ferro: arma di grosso calibro piuttosto ignorante in dotazione ai plotoni di fanteria

scalda-chiappe: le armi da addestramento delle reclute, emettono una scarica elettrica non letale

spaccacroste: termine con cui i soldati federali si riferiscono ai nemici alieni

bomborotte: le enormi astronavi organiche aliene

I mondi e la loro classificazione:

Pianeta Granaio: mondo la cui economia e industria sono prevalentemente dedicate alla produzione di cibo.

Pianeta Miniera: mondo ricco di minerali ma con scarsa possibilità di terraformazione, ideale per grosse imprese minerarie

Pianeta Aborto: mondo solo parzialmente terraformato, non colonizzato e lasciato a inselvatichire

Pianeta Fortezza: mondo altamente fortificato, non necessariamente adatto alla vita

PARTE 1 – Cerebri

Base di ricerca stellare di Aràia, nebulosa di Orione, anno stellare 12.594

Emra picchiettò il dito contro il vetro e la cosa che c’era dentro reagì allo stimolo con una torsione del corpo, ruotando parte della sua massa violacea ed estendendo una protuberanza nella sua direzione, come una persona che avesse appena girato la testa.

I piedi di Emra erano ben al di là delle linee rosse che delimitavano l’area di sicurezza. Erano state poste in opera dal personale militare di stanza alla base, secondo un complicato quanto stupido regolamento che teoricamente doveva impedire ai ricercatori civili di finire in pasto ai pericolosissimi Alieni, qualora questi avessero deciso di ribellarsi alla propria prigionia e mangiare l’intero team di ricerca, compresi gli studenti.

Emra guardò verso la cosa, precisamente verso la protuberanza che puntava verso di lui, come se potesse leggerne l’espressione. Provò a reclinare la testa e quella lo imitò.

«Dottore! Se non le spiace siamo pronti per cominciare.»

Si girò divertito verso Ines, scuotendo la testa mentre tornava da lei ben al di qua delle linee rosse e anche di quelle gialle (il loro significato tuttora gli sfuggiva, nonostante un Tenente glielo avesse pazientemente spiegato con dovizia di particolari e molti gesti rassicuranti). Ines era la migliore assistente che avesse mai avuto, una giovane straordinariamente intelligente e dotata, nonché di gradevolissimo aspetto, così gradevole che era disposto ad accettare di essere ripreso come un bambino che avesse appena rubato gli elettrostimolatori dei genitori.

Ines, in particolare, non tollerava che lui violasse i protocolli di sicurezza, nonostante le avesse spiegato un miliardo di volte che quelle cose erano del tutto innocue finché rimanevano confinate nelle vasche di contenimento, da cui non sarebbero potute uscire nemmeno se fossero state armate di bombe ed esplosivi. Quei vetri trasparenti erano in realtà dei polimeri dotati di altissima resistenza e resilienza, dieci volte più duri di qualunque cristallo a base di carbonio e praticamente impossibili da flettere o da corrodere. La metaforica botte di ferro…

«Abbiamo calibrato bene i sensori questa volta?» le chiese però, sperando che il cambio di argomento fosse sufficiente a placarla.

«Sì, dottore. Tutte le frequenze da lei suggerite saranno sondate col minimo possibile errore consentito dai principi di indeterminatezza.»

«Interferenze?»

«Filtrate al meglio delle nostre attuali conoscenze di fisica cosmica e quantistica.»

«Per nostre intendi…»

«Conosciute al genere umano, dottore.»

«Bene. Mi sembra un ottimo lavoro.» Emra non elargiva mai grandi complimenti; per far lavorare bene le persone dovevi sempre lasciare intendere che c’era qualcosa che si poteva fare meglio o più velocemente, o entrambe le cose. «E che mi dici del nostro pubblico?»

«Pubblico, dottore?»

«Non aspettavamo quella scolaresca, quella che doveva assistere all’esperimento?»

«Sta parlando dei dottorandi dell’istituto Otamendi?»

«Sì… forse erano quelli.»

«Attendo la sua autorizzazione per dare il via alla diretta.»

«Bene. Procediamo, allora.»

«Vuole revisionare i parametri un’ultima volta?»

«Ines…» le disse abbozzando un sorriso «se li revisioniamo di nuovo andremo oltre il principio di indeterminatezza di Akkadi, non trovi?»

«Non trovo come si applichi a questa situazione, dottore.»

Emra si girò ridacchiando.

«Ricordi di rispettare l’area di sicurezza durante l’esperimento, per favore.»

«Ma certo, ma certo…» In verità se n’era già dimenticato, ma a che serviva ammetterlo? «Quando vuoi tu, mia dolce assistente.»

Ines non rispondeva mai a quelle piccole provocazioni, né mostrava di gradire o non gradire i complimenti, velati e non, che lui le rivolgeva.

Forse è anche per questo che mi piace… pensò mentre si rassettava al meglio nei secondi prima della diretta: perché è una sfida.

«Collegamento aperto, dottore. Parli pure.»

Emra sapeva che a ragionevole distanza, abbastanza vicino da permettere ricezione ottica o elettronica, si trovava circa una ventina di giovani promesse della scienza, accuratamente selezionate e istruite dall’istituto Otamendi, il quale teneva al fatto che i suoi migliori soggetti provassero delle esperienze di prima mano nella più importante stazione di ricerca di tutto il settore. Gli stava bene, purché non lo intralciassero.

«Bentrovate, giovani e caparbie menti di domani!» disse ad alta voce e con un gesto teatrale rivolto alla paratia posteriore del laboratorio, dove sapeva svolazzare la maggior parte delle microcamere. «So che per voi questo è un momento di grande emozione e interesse, ma devo ricordarvi che prima di tutto viene la sicurezza! Abbiamo a che fare con una forma di vita altamente pericolosa e aggressiva, che ha già sterminato innumerevoli milioni di esseri umani in ogni settore della galassia.» Buttò l’occhio verso Ines sperando di vedere una qualche reazione, gli sarebbe bastata anche un ruotatina di testa o un piccolo sbuffo, ma niente. «Per cui fate attenzione e non portate alcuna microcamera o sonda al di là delle linee di sicurezza, gentilmente poste in opera dal personale dell’EFI sotto il comando del Maggiore Dison; vi ricordo inoltre che è consigliato abilitare i filtri sonori dei vostri apparecchi ricevitori e impostarli almeno sul livello 4. Ogni mancanza di parte vostra nel rispettare queste restrizioni verrà punita con l’esclusione dal programma e una nota di demerito che trasmetterò personalmente ai vostri tutori. Bene… se non ci sono domande, possiamo cominciare.»

Non c’erano mai domande, ovviamente. Emra fece un cenno a Ines e…

«Professore? Professor Arkàdiev, mi scusi.»

Emra si bloccò col braccio a mezz’aria. La voce proveniva da dietro di lui, da una delle microcamere ancora stupidamente dotate di altoparlanti nonostante lui avesse insistito perché quel modello venisse eliminato e gli autori del progetto dati in pasto alle sue cavie (ammesso che mangiassero). Ines, in quel momento, decise di concedersi il più piccolo dei sorrisi.

Emra maledisse il giorno in cui aveva acconsentito a quella pagliacciata e si girò stampandosi in faccia il suo sorriso più gradevole. «Mi dica, signorina…»

«Gwen… Gwen Oskovic, professore. E… grazie per la sua pazienza.»

Almeno era educata, e tutto sommato aveva una bella voce. Chissà dal vivo come si presentava? «Dica pure, Gwen. La ascolto» la esortò.

«Mi domandavo in che modo il bombardamento neutronico a cui sottoporremo il soggetto alimenterà le reazioni organiche in quella che lei chiama la sub-corteccia sensitiva. L’elettrostimolazione non sarebbe più efficace?»

«Naturalmente. In una forma di vita a base di carbonio, come noi» concesse Emra, lanciando un’occhiataccia in direzione di Ines che significava: "Ma non potevi almeno assicurarti che fossero minimamente preparati?" «Ma come lei naturalmente sa, signorina Oskovic, la struttura organica della specie aliena 9-4-89-K è composta principalmente da Silicio e Germanio, con minori ma rilevabili quantità di Stagno e lievissime tracce di Piombo, e l’attuale teoria sui loro processi cerebro-sensoriali (la mia teoria) colloca questi ultimi nello strato più profondo della loro corteccia sensitiva, che come lei ha giustamente ricordato è estesa a tutta la forma della creatura e non a un organo interno precisamente individuabile; si tratta di una struttura così complessa che a confronto il nostro primitivo cervello umano è…»

«Professore… professore, perdoni se la interrompo!» Emra si trattenne dallo stringere i pugni. «Mi chiamo Gillian Strauss, professore. Vengo da Calipso.»

E che diamine me ne dovrebbe…

«Ritiene che l’estensione della sub-corteccia riguardi tutte le varianti della specie 9-4-89? E sarà possibile assistere a degli esperimenti in tal senso?»

Emra continuava a sorridere. Era il suo sorriso migliore, quello che sfoderava davanti alle platee di personaggi ignoranti e pieni di soldi. Quel sorriso diceva: Grazie per quest’eccellente domanda! Vedo che lei è uno che se n’intende, mica come certe altre persone…

Con quel sorriso Emra disse: «Mio caro signor…»

«Strauss, professore! Gillian Strauss.»

«… mio caro signor Gillian Strauss, se con il termine varianti si riferisce alle sub-unità insettiformi catalogate come sub-specie 9-4-89-00X e disgraziatamente note negli ambienti non accademici come spaccacroste, mi permetto di reindirizzarla alla sezione beta, livello 8, sub-livello 46 di questa stessa struttura. Lì troverà abbondanti soggetti su cui poter condurre tutti gli esperimenti che riterrà degni della sua attenzione, inclusi il pungolamento, l’affettamento mediante lame affilate e il disturbo sonoro ottenuto cozzando le pareti trasparenti delle vasche di contenimento con i sedili del laboratorio, possibilmente tenuti per lo schienale e con entrambe le mani, ma la prego di non interrompermi mai più mentre sto parlando: il mio tempo è prezioso e con lei ne ho già perso fin troppo.»

Il silenzio di tomba che ottenne fu gratificante. Non guardò appositamente verso Ines, che sicuramente si era limitata a riservargli una delle sue occhiate severe: in quattro anni standard di collaborazione non era mai riuscito a impressionarla. Si prese i suoi attimi, lasciando che il fastidio che gli aveva procurato quel bamboccio di un dottorando defluisse da solo.

Varianti… quei cosi erano stati chiamati 9-4-89-00X per il semplice motivo che ogni volta che ritenevi di averli catalogati tutti te ne ritrovavi altrettanti di diversi, e nessuno che avesse un qualche tratto di interesse; erano un sottoprodotto, un rigurgito, generati in modo totalmente casuale e con un unico scopo: fare le cose a pezzi. Se li era sorbiti per quindici anni, finché lui stesso non aveva portato una svolta in quelle sterili ricerche, dopo il ritrovamento della variante 9-4-89-K che ora veniva chiamata cerebro: apparentemente un ammasso informe di carne viola privo di scopo, ma la cui realtà era ben diversa…

«Dunque, dov’eravamo rimasti?» riprese come se nulla fosse accaduto. «Oh, sì… come dicevo, il motivo per cui il bombardamento neutronico è così importante, mia cara Gwen, è che io ritengo assai probabile che i processi cognitivi di questi Alieni avvengano al livello di quelle pochissime ma fondamentali molecole a base di Piombo, estremamente pesanti e perciò estremamente lente, costrette quindi a ricorrere a metodi alternativi di trasmissione e immagazzinamento delle informazioni. Ovvero…»

Emra attese, sapendo che questa volta nessuno avrebbe preso la parola. Stava per raggiungere il climax del suo discorso quando…

«Ovvero i cambiamenti nel peso atomico dovuti al decadimento degli isotopi» disse la voce di Ines dietro le sue spalle, voce in cui si coglieva una distinta nota di soddisfazione.

Questi sono i momenti in cui non saprei se sbatterla a calci fuori dal mio laboratorio o portarmela a letto si disse Emra sforzandosi di controllarsi. «Precisamente, mia dolce Ines» concesse infine. «E ora, se non ti dispiace, vorresti operare i comandi dell’acceleratore di neutroni e dare inizio all’esperimento?»

«Professore, un momento!» era ancora la dolce Gwen. «Se la sua teoria è corretta, non ritiene che un bombardamento neutronico potrebbe causare un improvviso aumento della capacità cognitiva e razionale del soggetto? Non potremmo renderlo più… intelligente?»

C’era una nota di paura in quella domanda, paura genuina.

«Quando si guarda oltre l’orizzonte verso l’ignoto, mia cara Gwen» disse allora Emra, facendosi solenne «si rischia sempre qualcosa. Ma se abbiamo lasciato il Pianeta Madre e conquistato le stelle è perché alcuni di noi hanno avuto il coraggio di correre quel rischio.» Poi, a voce più alta: «Ricordo a tutti di tenere le microcamere distanti dalla vasca di contenimento e, per nessuno motivo, di potarle oltre le linee gialle e rosse. Ines, tesoro… siamo pronti?»

«Quando vuole lei, professore.»

«E allora… cominciamo!»

L’acceleratore entrò in funzione e una pioggia di neutroni invisibili inondò la vasca trasparente. Poi, di colpo, l’intero laboratorio si spense.

Gillian, esteriormente, era l’emblema della calma. Forse un osservatore attento avrebbe notato un lento e metodico raspare delle sue unghie sul vetro lucido di quella postazione antiquata, o il respiro, fin troppo regolare e ritmato, che gli usciva dalle labbra in brevi soffi e a labbra strette. Ma a parte questo, nessuno avrebbe mai detto che dentro di sé stesse ribollendo di rabbia peggio di una stella a neutroni.

Non mi sentivo così umiliato da quando… Ma brutto pezzo di sterco spaziale infilato in un rottame prestellare! Ma chi cazzo credi di essere?

Gillian guidò la sua microcamera molto vicino all’orecchio del professor Arkàdiev; tanto che se avesse massimizzato l’ingrandimento, avrebbe potuto distinguere i granuli di cerume che ostruivano il timpano. Le sue dita stavano già ruotando sul supporto lucido sotto di esse per aumentare al massimo il volume quando, naturalmente, i protocolli di sicurezza gli tolsero i comandi e pilotarono la microcamera a distanza.

Rassegnato si disse che glie l'avrebbe fatta pagare in qualche altro modo, prima o poi. Ma l’attenzione di Gillian a quel punto fluttuò, e così fece anche la sua microcamera, verso il lato del laboratorio dove stavano le apparecchiature di controllo, quello occupato da…

Gillian rimase imbambolato, con le dite immobili sui comandi, incapace di distogliere lo sguardo.

E tu da dove vieni…?

Era una giovane donna, giovane al punto che non presentava i tratti tipici del trattamento ringiovanente. Era alta di statura, occhi verdi e viso affilato, e aveva un colore di capelli che ricordava le tinte classiche ma risultava in qualche modo meno acceso, come se fosse… vero. Cazzo, sì! Quella ragazza portava il suo colore naturale. Chi lo faceva più?

Arkàdiev nel frattempo stava intrattenendo la dolce e graziosa Gwen Oskovic la cui interruzione, neanche a dirlo, non lo aveva urtato minimamente. Gillian aveva sentito parlare di Arkàdiev e della sua nota predilezione per le allieve di sesso femminile, ma mai avrebbe pensato che quel pallone gonfiato sarebbe arrivato a tanto.

Cercò di rilassarsi, di distendere i muscoli del collo che, lo sentiva, erano decisamente troppo tesi, e si concesse di indugiare ancora un attimo sul viso e sul corpo dell’assistente bionda.

L’esperimento stava per cominciare. Gillian imitò i compagni attivando i filtri molecolari e si concesse anche la grafica amplificata; con quella configurazione le lenti gli avrebbero mostrato delle immagini convincenti dei neutroni altrimenti invisibili che avrebbero colpito la creatura che stava oltre i vetri, nella vasca di contenimento, e tutte le possibili reazioni con il suo corpo alieno. I più puritani sconsigliavano la grafica amplificata, definendola un’inutile sceneggiatura, ma a Gillian non dispiaceva un po’ di scenografia, specialmente considerando che era costretto ad assistere all’esperimento con indosso un casco (un casco!). Quando lo aveva scoperto non ci aveva voluto credere: gli avevano assicurato che perfino qui ormai erano tutti dotati di snodo corticale!

«Professore, un momento!» chiedeva intanto la solita Gwen. «Se la sua teoria è corretta, non ritiene che un bombardamento neutronico potrebbe causare un improvviso aumento della capacità cognitiva e razionale del soggetto? Non potremmo renderlo più… intelligente?»

Era la domanda più stupida che Gillian avesse mani sentito, ma Emra Arkàdiev non se ne mostrò minimamente infastidito e ne approfittò per mettersi un altro po’ in mostra, parlando di orizzonti ignoti, coraggio e simili fesserie.

Gillian stava scuotendo la testa quando si accorse che Gwen lo stava fissando. Aveva il visore alzato e nei suoi graziosi occhi blu scuro c’era una preoccupazione vera, che lo stupì. Automaticamente si esibì in quello che sperava fosse un sorriso rassicurante, che però non poteva essergli riuscito bene visto che aveva ancora gli occhi coperti. Nelle sue orecchie la voce del professor Arkàdiev stava intanto invitando Ines, la bellissima assistente, ad attivare i comandi dell’acceleratore.

Gwen allora riattivò in tutta fretta il suo visore, proprio mentre Arkàdiev dava il segnale di inizio come se si trattasse di una corsa, ma un attimo dopo tutte le microcamere smisero di trasmettere.

Ci furono alcuni attimi di visibile perplessità fra i venti e più giovani dottorandi. Le postazioni erano disposte in cerchi concentrici rialzati come in un anfiteatro a base circolare e Gillian vide parecchi colleghi intenti a tastare i propri visori e caschi alla ricerca di qualche interruttore o comando che potesse ripristinare il segnale, alcuni cominciarono a borbottare e a guardarsi l’un l’altro aprendo le braccia.

Dopo qualche minuto ci furono i primi commenti poco amichevoli, nei confronti del professore (questi fecero molto piacere a Gillian), delle apparecchiature (ma come poteva una struttura come la Base di Aràia essere ancora dotata di questi sistemi prestellari…), della sfortuna e di tutto quanto.

Gillian stava per togliere i supporti del visore, che cominciavano a dargli fastidio, quando davanti ai suoi occhi apparve un messaggio. Era di Gwen: Le microcamere funzionano. Te ne sei accorto?

E perché lo stai scrivendo proprio a me? si chiese, prima di rendersi conto che aveva ragione.

Il segnale non si era interrotto e i comandi delle microcamere funzionavano ancora, semplicemente non c’era più nulla che potessero trasmettere, non la luce o gli infrarossi degli interni del laboratorio e nemmeno i neutroni che sarebbero dovuti piovere dall’acceleratore: dall’altro lato era buio pesto e non si sentiva nulla.

Dev’essere successo qualcosa dall’altra parte. Tu senti qualcosa? ancora Gwen.

Gillian stava per rispondere che non sentiva nulla nemmeno lui quando le luci della sala, contemporaneamente ai quadri comandi e a tutte le apparecchiature, lampeggiarono ripetutamente fino a spegnersi e dei rumori molto forti, provenienti da uno degli ingressi secondari, dissero loro che qualcuno, o qualcosa, stava cercando di entrare.

Ci fu rumore di piedi, di braccia e gambe e teste sbattute, imprecazioni e tonfi di cadute. I venti dottorandi cercarono di precipitarsi verso dove sapevano trovarsi l’uscita, qualcuno aveva con sé delle fonti di luce ma questo, probabilmente, non faceva altro che contribuire alla confusione generale. Gillian si trovava in seconda fila e cercò a tentoni la via di fuga, ma calcolò male e sbatté il ginocchio. Qualcuno gli mise una mano sulla testa nel tentativo di usarlo come appoggio, ma scivolò con un’imprecazione. D’un tratto una mano prese la sua, era la mano di una ragazza.

«Vieni!» disse la voce di Gwen Oskovic.

«Ok» blaterò Gillian, stringendole il polso e lasciandosi guidare.

Fu colpito, spinto e tirato per almeno un minuto, ma la mano

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