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L'Europa delle divergenze: Una costruzione politica ed economica da ripensare

L'Europa delle divergenze: Una costruzione politica ed economica da ripensare

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L'Europa delle divergenze: Una costruzione politica ed economica da ripensare

Lunghezza:
173 pagine
1 ora
Pubblicato:
19 mag 2020
ISBN:
9788835830801
Formato:
Libro

Descrizione

L’Unione Europea è nata per garantire la pace tra gli stati membri in un quadro di  solidarietà politica, di tutela dell’ambiente e di convergenza dei parametri delle loro economie; assistiamo, invece, al crescere delle divergenze: di quelle intese come divergenze di vedute su questioni d’interesse generale, di quelle rappresentate dagli scostamenti dei risultati economici,  e i quelle che determinano differenti qualità della vita tra le popolazioni.
Una parte di esse  trae origine dai coefficienti di conversione che hanno regolato il passaggio dalle monete nazionali all’euro.  Altre cause si sono aggiunte e delineano uno schema contorto e ambiguo nel quale è difficile raccapezzarsi.
Si capisce di più mettendo in chiaro i concetti chiave oggetto del contendere, e confrontando ciò che è avvenuto  con quanto fu sottoscritto.
Si giunge a concludere che i patti erano altri e che, attraverso l’imposizione di parametri di bilancio totalmente ingiustificati e con l’utilizzo improprio della teoria quantitativa della moneta, i paesi del nord dell’Europa stanno soffocando l’economia di quelli del sud, traendone un enorme vantaggio competitivo.
Pubblicato:
19 mag 2020
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9788835830801
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Libro

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L'Europa delle divergenze - Alessio Lofaro

Alessio Lofaro

L'europa delle divergenze

Una costruzione politica ed economica da ripensare

UUID: 851f972f-01f9-4afd-88ca-4093c7c75a79

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Indice dei contenuti

Introduzione

Chiediamoci

Può durare?

1. Alle origini dell’euro

La visione

Gli accordi

2. L'area monetaria non ottimale

Progettare un’area monetaria

I contrasti

3. Due unioni monetarie rapaci

Vicende delle unioni monetarie

Un precedente: l’Unità d’Italia

Il caso di scuola: la riunificazione tedesca

Un esempio degli effetti del coefficiente di conversione

4. L’Europa dell’Anschluss

L’apparenza e la sostanza

La rapina subdola

È avvenuto qualcosa di unico

5. Le trasgressioni e i soprusi

Qualche esempio di sopruso

L’altro modo di violare le regole

6. Europa tiranna

Quattro fratture

L’Anschluss involontaria

Un intreccio di conflitti

La deriva dei derivati e l’effetto farfalla

7. Dare i numeri

Caso e casaccio

Illogica, ma non troppo

Un paese (non) è un'azienda?

Un paese non è un'azienda in liquidazione

8. Moneta, produzione, stabilità

Un’identità che trascura la produzione e il tempo

Quattro numeri che spiegano poco

Gli stessi numeri, che spiegano poco, svelano molto

Due minacce: l'inflazione e la trappola della liquidità

9. Teorie e pratica nell’azione di governo

Religioni monetarie da superare

La gestione del cambiamento

10. Il pesce non vede l'acqua

Il giro della ruota riprende?

Il cambiamento della prospettiva

Bibliografia

Note

Introduzione

Or dissodo un terreno secco e duro.

La vanga

urta in pietre, in sterpaglia. Scavar devo

profondo, come chi cerca un tesoro.

(U. Saba, Ultime cose, Mondadori)

Chiediamoci

Dico Europa e penso all’Italia dei balconi, quella che immersa nell’insidia della malattia e nel lutto, canta con le bandiere esposte, e vuole dire, non solo al virus, passerà. È, soprattutto, l’Italia dei giovani, che sorprende e che commuove, segregata per settimane nelle case, paziente, dignitosa, disciplinata, e democratica.

Passerà. Non sappiamo quando, e quale sia il prezzo ultimo da pagare. Intanto contiamo i morti, a migliaia: sono in prevalenza i nostri anziani: si perdono affetti tra i più discreti, pezzi di memoria, di cultura, e di storia; ricchezze che se ne vanno, lasciando detto: pensate al dopo.

Chi si guarda attorno, nelle città deserte e nel deserto delle diplomazie, scopre un mondo popolato da solidarietà, da opportunità, da pericoli, e anche da calcoli meschini, persino crudeli; le sorprese non mancano. La pandemia provocata dal contagio da coronavirus, nota come covid-19, ha generato una situazione limite; ed è proprio al limite, che si scoprono le verità.

Qui si intravede quale può essere il destino di lungo periodo: si capisce dove ci portano le nuove tecnologie, qual è il nostro rapporto con l’ambiente, com’è organizzato il sistema delle nostre relazioni con gli altri, e si riconoscono le alleanze, quelle spontanee e in attese , e quelle codificate, costruite attraverso compromessi, talvolta ingannevoli, e destinate a non durare.

Qui si chiarisce dove si coltiva il sentimento e risiede la ricchezza, uniti e spesso nascosti da apparenze umili e discrete (penso all’Albania e a Cuba); si scopre anche la razionalità fredda, il calcolo che si proietta nell’opulenza ostentata, sempre provvisoria, quella che nasconde una disarmante povertà (penso all’Olanda e a certa parte della Germania caleidoscopica ). Disarmante? Si, disarmante, perché non lascia spazio ad altro che alla pena e alla rassegnazione; si prende atto di come stanno le cose, senza illusioni, senza rabbia, senza rancore. Così è!

Tuttavia, può essere utile capire come si sono formate quelle cose, e perché.

Chiediamoci: a che serve inveire contro l’Olanda, colpevole di leggere il Trattato di Maastricht secondo un proprio punto di vista, non del tutto immotivato? E chiediamoci: che senso ha incolpare di ogni male i governanti tedeschi, fedeli alla loro Carta Fondamentale (così chiamano la Costituzione) che impedisce loro di condividere qualche nostro debito?

Chiediamoci, invece: perché un primo ministro dell’Olanda, confondendosi con quello che succede a casa sua, descrive gli italiani come dediti all’alcool e al sesso mercenario, e da questo trae motivo per farne un capro espiatorio delle disfunzioni dell’euro e della costruzione artefatta che lo sovrasta? E chiediamoci: perché all’Olanda è consentito di trasformarsi in un paradiso fiscale e in tal modo sottrarre agli altri paesi, ogni anno, miliardi di gettito?

Chiediamoci: perché la Germania si può permettere una politica mercantilistica che genera surplus eccedente rispetto al consentito? E chiediamoci: perché le scelte di politica economica dei tedeschi, codificate nel documento denominato Agenda 2010 , che hanno stravolto il mercato del lavoro e i rapporti tra le economie comunitarie, non sono state coordinate con gli stati membri della Comunità, come stabilisce il Trattato di Maastricht?

Chiediamoci: perché il cosiddetto Fondo salva Stati (ora MES), alla cui formazione l’Italia ha inizialmente contribuito con più di sessanta miliardi (il 4% del proprio PIL), invece che ad aiutare la ripresa dell’economia dei paesi che lo hanno utilizzato (in particolare: la Grecia), è servito loro quasi interamente per pagare buona parte dei propri debiti verso le banche francesi e tedesche; e quindi non per salvarsi, ma per salvarle?

Chiediamoci: a quale Europa pensavano l’Olanda e la Germania, e persino la Francia, quando hanno sottoscritto il Trattato di Maastricht? Pensavano a un’Europa certo assai diversa da quella alla quale noi pensavamo, e a quella che sognavano i primi padri fondatori, a partire da Spinelli, Rossi e Colorni, e dal loro Manifesto di Ventotene!

Chiediamoci: perché l’euro, che il Trattato di Maastricht stabilisce sia l’unica moneta comune avente corso legale nella comunità, è diventata, noi consenzienti, la moneta unica tout court, una moneta sovrana senza sovrano, a noi straniera, ovvero una costruzione finanziaria anomala che opera in regime di monopolio? E chiediamoci: perché la sola concorrenza davvero funzionante in Europa è quella fiscale tra gli stati membri, ovvero quella che non ci dovrebbe essere?

Può durare?

Nel metabolismo dell’Europa, e nel come noi lo stiamo vivendo, c’è qualcosa di apparentemente ovvio, ma ambiguo, nascosto da interpretazioni che si riesce a ricomporre in un quadro di razionalità solo collocandole nello schema secondo cui prevale la versione dei paesi meno indebitati. Noi sembriamo destinati a subire una sorta di patto leonino, in base al quale saranno altri a decidere il nostro futuro. Si ripropone, appesantito e ingiustificato, lo schema di Tucidide, ovvero: I forti fanno ciò che devono fare e i deboli accettano ciò che devono accettare. È lo schema, miope e sfortunato, che l’Atene vittoriosa impose ai vinti, salvo poi subirlo, a sua volta, quando fu Sparta a sopraffarla.

Lo schema ha avuto nel tempo innumerevoli repliche; ciò che avvenne alla fine della prima guerra mondiale fece dire a Keynes che una pace troppo onerosa per i vinti (i tedeschi al Trattato di Versailles) avrebbe provocato nuove guerre; e così fu. Un’altra replica si ebbe alla fine della seconda guerra mondiale, ma fu presto annullata con la cancellazione di gran parte dei debiti di guerra che gravavano sulla Germania Occidentale (Accordo di Londra).

L o stesso schema, se applicato al rapporto tra le classi sociali diffonde il seme del conflitto permanente e irrazionale, produce sfasci, e genera fasci, come spiegò Polanyi a commento di ciò che stava avvenendo nel periodo compreso tra le due guerre mondiali del secolo scorso.

L’Europa è nata per contrastare questo schema; ma, nei fatti, lo sta applicando, trascinata da una concezione religiosa del debito, peraltro calcolato in modo errato, che è visto come un peccato da espiare (forse non è un caso, sapendo che la lingua tedesca usa il vocabolo schuld per indicare sia il debito sia la colpa).

Siamo avvolti, soffocati, da un non senso, una contraddizione che non può durare.

L’indebitamento di un’economia è dato dalla somma del debito pubblico con quello privato. Il nostro debito pubblico è considerato eccessivo, ma nella parte consistente sottoscritta da italiani lo è meno di quanto appare, trattandosi di una partita di giro; il debito privato dei cittadini italiani (persone fisiche e persone giuridiche) è relativamente esiguo, specialmente se confrontato con quello che si registra altrove; la somma è minore di quella di altri paesi della Comunità. A ciò si aggiunga che al nostro debito pubblico corrisponde un patrimonio pubblico incomparabilmente maggiore di quello olandese, o tedesco, o di qualsiasi dei paesi che si atteggiano a virtuosi; ed è un patrimonio che preserviamo per l’umanità accollandoci i relativi costi, come nel caso del comparto dei beni artistici.

L’economia è fatta di debito, purché bene impiegato; il nostro problema non è la spesa corrente, ma è il sotto utilizzo delle risorse disponibili per mancanza di investimenti; altro che debito!

Il dualismo tra i paesi del nord (poco indebitati) e i paesi del sud (molto indebitati per fatti pregressi, ma non per questo oggi più poveri o spreconi, come dimostra la serie storica a essi favorevole dei deficit di bilancio) è alimentato sia da un’interpretazione scorretta del rapporto tra i dati finanziari e la consistenza patrimoniale, sia dal riemergere delle differenze culturali e di contrapposizioni secolari. Si dovevano costruire condizioni di solidarietà politica e di convergenza dei parametri delle economie dei paesi aderenti; assistiamo, invece, al crescere delle divergenze, che sono riconducibili a tre categorie: (i) le divergenze che denotano gli scostamenti tra le economie; (ii) le divergenze di vedute che portano a contrapposizioni su alcune scelte fondamentali d’interesse comune (dal finanziamento degli investimenti, alla politica che concerne i migranti, alla creazione di paradisi fiscali); e (iii) le divergenze tra gli indici che misurano la qualità della vita e i livelli di democrazia nei singoli paesi.

Qualche esempio sugli effetti delle divergenze viene dalle vicende legate al coronavirus: (1) l’economia in surplus ha consentito alla Germania di affrontare spese di prevenzione della malattia e di sostegno alla popolazione e alle aziende che altri non si sono potuti permettere: questo ha significato, in tutti i casi, morti (di persone e di aziende) evitate in una parte dell’Europa e in altre no; (2) alcuni paesi, con problemi di bilancio, hanno dovuto ricorrere a severe restrizioni alle libertà dei cittadini, segregandoli nelle loro case a tutela della salute e della tenuta del sistema sanitario: questo ha significato differenti livelli di democrazia;

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