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Tra la Croce e la Spada

Tra la Croce e la Spada

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Tra la Croce e la Spada

Lunghezza:
563 pagine
8 ore
Editore:
Pubblicato:
25 mag 2020
ISBN:
9788833665214
Formato:
Libro

Descrizione

Siamo nell’undicesimo secolo, all'epoca delle ingerenze del Sacro Romano Impero sulla Chiesa, delle spedizioni e conquiste normanne nel sud Italia, dello Scisma d’Oriente, dei pellegrinaggi che daranno poi origine alle Crociate. 
Matilde di Canossa, la grancontessa che diverrà celebre per aver mediato l’incontro di Gregorio VII ed Enrico IV, è ancora una bambina, figlia di Bonifacio di Toscana, allora uno dei più potenti feudatari d’Europa.
  Bonifacio è un uomo ambizioso, temuto da molti, e le sue inimicizie porteranno a un attentato contro la sua vita che cambierà per sempre il destino dei suoi  figli e quello di sua moglie, Beatrice di Bar, nobildonna di forte carattere.
  In questo romanzo corale, nel quali molti personaggi svolgono ruoli rilevanti per la trama, vediamo un Medioevo di luci e ombre, tra battaglie e intrighi  politici, ma in cui spicca anche la vita interiore di persone come noi, seppur vissute in un altro tempo, con le loro emozioni, la loro sensibilità artistica e la loro  spiritualità.
Editore:
Pubblicato:
25 mag 2020
ISBN:
9788833665214
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Tra la Croce e la Spada - Marcello Salvaggio

Salvaggio

Tra la Croce

e

la Spada

Io me lo leggo

Collana editoriale, romanzi ad ambientazione storica

contatto: iomeloleggo@yahoo.com

Direttrice: Monika M

PARTE PRIMA – IL GIUSTIZIATO

Anni 1050 -1052

I

La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio.

1 Corinzi, 1:18

- Forse ci siamo smarriti, - disse uno degli uomini che avanzavano nel bosco di faggi e secolari castagneti.

- Se è per dire stoltezze, è sempre meglio tacere, - rispose il tarchiatello che camminava innanzi. - Dio apprezza il silenzio, non il pettegolare.

- Non sembra ci apprezzi così tanto, - parlò un terzo, con il cappuccio di pelle di daino levato, proteggendo la nuca contro il freddo tagliente. - Se fosse il caso, saremmo arrivati a Gerusalemme,- Tremò il labbro inferiore.

- Non riesco a capire perché, uomini di poca fede, vi siate salvati dai predoni e pirati saraceni e, addirittura, da due naufragi, mentre tanti altri tra i nostri compagni, dotati di gran fervore, sono stati abbattuti da frecce o si sono annegati nel caos delle acque, dove a volte mi sembra che il verbo del Signore non abbia ancora sistemato la Creazione, - Il capo solidificò lo sguardo. I suoi occhi erano del colore del cielo allo spuntare della luce dopo tre giorni di raffiche di gelo e nubi. - Ma chi siamo noi per giudicare imperfetto il mondo e confutare le decisioni di colui che muove il sole e le altre stelle e che ci ha fatto a sua immagine e somiglianza?

Nonostante gli stivali squarciati, procedeva con i suoi piccoli piedi tra le pietre, parzialmente coperte di neve. Erano pellegrini che, fallita la meta, non indossavano più la schiavina. Qua e là qualche scarsella, ma nessun bordone ornato di palma. Marciavano armati di lance, asce, mazze, archi, scudi e spade.

- Forse, in prossimità della fine dei tempi e con tanti peccatori e peccatrici sulla strada verso Gerusalemme, la Città Santa sarà oramai accessibile soltanto ai puri di cuore, - proseguì. - Gli unici che saranno in grado di combattere l’Anticristo, dopo che l’ultimo imperatore avrà depositato sul Santo Sepolcro la sua corona d’oro per accettare la corona di spine. Noi, quand’anche ci umiliassimo, inginocchiandoci dinanzi al più umile dei pescatori, non saremmo ancora all’altezza di entrare nella città di Davide e Salomone, città dolente per le sofferenze sperimentate da quelli che prendono la croce.

- Capisco ciò che vuoi dire, Scarpetta, - intervenne uno alto e asciutto, dai baffi biondastri coltivati con accuratezza. - Siamo troppo orgogliosi. Cosa abbiamo offerto a Dio per essere degni di pregare inginocchiati davanti al Santo Sepolcro? Ma forse tra alcuni anni, digerita la lezione, potremo ritornare ad Oltremare e rialzare insieme il tempio della tomba di nostro Signore.

- Lo ammetto, mio caro Ezio, che non ero ancora pronto per lasciare casa mia, e il mio figliolo e la tua sorella, che entrambi tanto amiamo, - guardando in su, notò che si scioglievano le cappe di neve sugli alberi e il ghiaccio nei loro rami. - Dopo la dissoluzione di un’impresa che è la più nobile che un cristiano possa intraprendere, dovremmo tutti riconoscere le nostre colpe e confessarle ad alta voce, tra noi stessi, prima di rivolgerci a un sacerdote. In questo modo ci sentiremo come veri fratelli, non come ipocriti che fingono di prendere la stessa strada mentre ognuno segue sulla sua propria. La croce non ammette quelli che dicono di seguire Gesù Cristo ma si accasciano quando vedono il Nemico davanti a sé. La croce è la spada del Signore nostro contro i demoni. L’unica spada ad essere impiegata a testa in giù. Ma ciò che è follia per i pagani significa fede per i cristiani.

- Ho già sentito dire che Satana possiede tre bocche, - commentò un altro dei pellegrini in ritorno. - Una per suggerire all’uomo che offenda il padre; un’altra che conduce il padre a offendere il figlio; e la terza che invita il fedele a bestemmiare e maledire la propria anima.

- Dovremmo sigillare le orecchie dello spirito. Chi ti ha parlato di queste tre bocche? - Domandò Scarpetta.

- Un pellegrino che incontrai anni fa, e che è stato una delle mie ispirazioni per partire verso Gerusalemme. Un uomo virtuoso. Forse addirittura un santo. Era il suo momento, ma il mio non è ancora giunto. Se per caso lo incontrassi un’altra volta, gli domanderei quali immondizie che non sono capace di vedere ricoprono ancora la mia anima.

- Dovresti avergli già domandato. Io non ho avuto mai la fortuna di imbattermi con un Santo.

- Ho avuto paura di domandargli.

- La codardia è a volte un peccato di superbia.

L’altro tacque dopo tale risposta e proseguirono per gravosi sentieri, finché non fecero una sosta.

Scarpetta, fastidiato dal cappuccio, se lo buttò sulle spalle, rivelando la zazzera bionda. Azzannò un pezzo di porco, che si rivelò congelato all’interno.

Cercò di riscaldarsi con qualche sorso di vino e non tardò a riscoprire il freddo e il vento, che gli irritò la vista con dei frammenti di ghiaccio e neve. Tornò a coprirsi la testa.

Concluso il riposo, percorsero tratti tortuosi, senza resti di strada, nei quali dovevano fare attenzione alle depressioni, pietre e radici sotto gli insidiosi strati bianchi.

Il cielo assunse una colorazione bigia. Come un mantello guasto lavato troppe volte, pensò Scarpetta. Al tramonto, con la luce del sole che attraversava i rami degli alberi, fu colorato da un tono roseo gradevole allo sguardo.

Avvicinandosi la notte, era facile inciampare e cadere. Si fermarono quando giunsero ai pressi di un lago ricoperto dal ghiaccio.

- Sembra spesso. Ma non mi fiderei di attraversarlo, - osservò dalla riva uno degli uomini.

- Meglio adesso accendere i roghi, stendere le pellicce e riposarsi, - ribatté Scarpetta. - Domani presto riprenderemo il viaggio.

- Forse possiamo rompere un po’ di questo ghiaccio e cercare di pescare alcune trote, - suggerì Ezio.

- Se vuoi tentarci, fallo pure, - Scarpetta era un tanto scettico, ma non scoraggiò il suo cognato.

Scaricarono dai muli le pellicce, delle vettovaglie e il poco legno che avevano raccolto in altri giorni. Gli animali ancora più stremati degli uomini dopo tutti i recenti percorsi scoscesi. Pure loro erano valorosi superstiti e si meritarono il foraggio e le carezze di Scarpetta.

Le stelle spuntavano in alto. In terra, la neve tornava a essere bianca e furono accesi i falò. Bruciavano in modo lento e fumoso. I più freddolosi portarono subito le mani vicino alle fiamme per riscaldarsele. Ezio non ottenne nessun pesce, ma sciolsero neve e ghiaccio e l’acqua servì per preparare una minestra con rape, cipolle e pezzettini di carne.

Ancora, all’inizio della notte, avvertirono l’ululare dei lupi. Scarpetta, che era con la scodella di legno nelle sue labbra, scese le mani che la reggevano.

- Se oggi qualcuno si addormenta nel suo turno, domani la carne nel brodo sarà la nostra, - il tono di scherzo delle parole di Ezio servì per alleviare la tensione.

Comprensibile che temessero il peggio. Il contingente partito con la finalità di raggiungere la Terrasanta era formato da più di trecento uomini, tra contadini, sacerdoti, monaci, mercanti e ovviamente cavalieri, come Scarpetta De’ Canevari, con i loro rispettivi servi, paggi e scudieri. Tanti di loro accompagnati da sorelle, cugine, zie, mogli e madri. C’era addirittura una nonna dalle membra scarne come ramoscelli.

Numerose le sventure in oriente, erano naufragati per la prima volta in Cipro. Nel mezzo della tempesta, un monaco aveva sostenuto di aver visto un maledetto spirito di nome Macone, che distendeva la coda dalle nuvole fino alle profondità del mare, scuotendola per provocare la burrasca.

Giunti sull’isola, erano stati assaliti da pirati saraceni. Frustrati in Siria dalla fame, da acciacchi e da combriccole di razziatori. Insomma, avevano considerato più prudente ritornare dopo aver ascoltato che poco rimaneva del Santo Sepolcro, devastato da Alachino, una specie di imperatore degli ismaeliti di Babilonia. Nella città, dove prima le fonti sgorgavano latte e miele, ora fiumi di sangue raggiungevano le ginocchia. Sangue cristiano. Le teste mozzate degli innocenti appese nell’alto delle mura di Gerusalemme.

Erano sopravvissuti al viaggio di rimpatrio tredici uomini, dei quali quattro cavalieri senza cavalli. Nessun chierico, il monaco della visione affogandosi dopo il naufragio della nave genovese che li stava riportando in terre italiche.

Perlomeno la maggior parte dei superstiti era riuscita a raggiungere la costa a nuoto. Scarpetta si era caricato Ezio, che por poco non si era annegato. Aveva dovuto premergli il petto per fargli sputare l’acqua.

- Mi hai salvato la vita, cognato. Non ho come ringraziarti, - gli aveva detto Ezio nell’abbracciarlo.

- Ringrazia Dio, che non permette che la nostra anima sia un soffio o una fiamma. Altrimenti potrebbe essere lanciata fuori con l’acqua inghiottita oppure spenta da essa.

****

Scarpetta non era un prete, ma condusse la preghiera che fecero intorno a uno dei roghi. Dopo il Pater Noster, ringraziò Dio: erano ancora vivi.

Non lo pronunciò, ma ringraziò il Signore anche per non averlo stimolato a portare con sé, in pellegrinaggio, suo figlio e sua moglie.

L’ultima donna della spedizione, febbricitante, era stata caricata come un sacco di grano su uno dei muli, per poi finire seppellita due giorni dopo sotto un castagno. Il vedovo, un cavaliere di Piacenza di nome Lantelmo, si era servito dei rami di un albero caduto per fare la sua croce, legandoli con un pezzo di corda.

Ora anche l’uomo non si trovava in buona salute. Mentre pregavano, Scarpetta sentiva la puzza di diarrea che proveniva dai calzoni del compagno di viaggio; tremava per il freddo ed era uno dei più disperati nell’avvicinare le mani alle fiamme. Quando non ci riusciva, se le sfregava smodatamente. Man mano che il tempo passava, aumentava l’intensità della strusciata. Dilatò gli occhi, allorché il vento riprese ad agitare le fronde degli alberi. Minacciava i falò.

Appena finirono di pregare, un’angoscia accompagnata da brividi lungo la schiena colpì il petto di Scarpetta. Notò che i battiti del suo cuore acceleravano. Prima di trovare una spiegazione, arrestò il respiro perché una freccia gli passò rasente ai capelli.

Uno dei suoi compagni non ebbe la stessa fortuna, trafitto nel collo da un’altra saetta. Si misero a correre per prendere gli scudi, ma alcuni non ebbero tempo per ergerli. Prima di farlo, spalle, braccia e cosce furono colpite da frecce sparate, sembrava, da ogni direzione.

Scarpetta estrasse la spada e strinse le dite della mano sinistra attorno all’impugnatura. Si fece avanti incalzato da quattro scudieri e dal vedovo Lantelmo. Era palese che questi, nonostante stesse malissimo, desiderava a tutti i costi sopravvivere. Aveva già detto a De’ Canevari che aveva un figlio che lo aspettava. Il suo erede.

Scarpetta aveva anche lui un erede, che gli sarebbe piaciuto veder crescere. Intento a restare in vita, cercò di scorgere l’origine delle saette. Tornarono dentro il bosco e trovarono non arcieri, ma briganti che indossavano pellicce grezze, le loro mani rivestite da guanti di pelle di scoiattolo. Erano armati di mazze, asce e spade rozze, pesanti, di ferro scuro, alcune di esse storte, che non balenavano come le lame dei pellegrini sfiorate dai raggi lunari.

Grandinarono colpi che scuotevano gli scudi gli uni degli altri. I legni di due dei compagni di Scarpetta, più fragili dovuto al guasto di combattimenti precedenti, si spezzarono sotto le batoste degli assalitori. Ciò nonostante, sotto le loro pellicce, i nemici erano poco protetti, come poterono constatare quando infilzarono i primi avversari. Quelli che avevano le migliori protezioni contavano su giacche imbottite con lana e piume d’anatra, non molto spesse. Mentre Scarpetta e i suoi vestivano gambesoni costituiti da strati di lino e cotone, sopra i quali i cavalieri e alcuni scudieri indossavano cotte di maglia che coprivano il busto e le braccia e scendevano fino a metà delle cosce. Queste armature, sebbene fossero in parte sgualcite, rotti alcuni degli anelli di ferro, oppure lerce a causa di spruzzi di sangue che avevano ricevuto addosso, ancora erano validi rivestimenti. Un altro rapinatore, emerso da dietro di un albero, ci provò ma non ce la fece a trafiggere Scarpetta con una spada corta mentre questi apriva la guardia dell’avversario che gli era dinanzi, dopo avergli colpito lo scudo.

Ezio tagliò il collo dell’aggressore, che traballò, strozzandosi nel suo stesso sangue che sgorgava, fumando nell’aria agghiacciata; sulla neve un effimero fuoco liquido.

Scarpetta affondò la spada nella pancia del suo opponente, facendola sembrare un serpente assetato; liberò un grugnito nello spingere la lama in su, aprendo un taglio verticale che espose le viscere.

Ezio si scansò dalla mazzata del brigante che gli venne incontro e gli assestò un fendente sul fianco destro, facendo erompere il sangue dalla ferita.

Altri pellegrini furono colpiti da frecce, ma trovarono quattro arcieri nemici. Forse quelli assalitori non si aspettavano una resistenza talmente accanita, e alcuni scapparono con le poche cose che riuscirono a rubare, tra le quali la più pregiata era un crocifisso costellato di pietre preziose, seguita dalla spada di un cavaliere calato a terra. Ezio fu uno di quelli che incalzò i fuggiaschi e nella sua persecuzione si separò da Scarpetta.

Si vedevano già degli sguardi che non appartenevano a feroci criminali, ma ad animali smarriti, come quello di un adolescente dalla gamba squarciata, la cui mano armata tremava quando De’ Canevari gli si avvicinò. Questi aveva riconosciuto, nell’urlo acuto del ragazzo, un tentativo di soppiantare la paura. In passato aveva fatto cose del genere, e più di una volta.

Il giovane pronunciava parole disconnesse in un dialetto che Scarpetta non comprendeva. Il suo attacco costituito da fendenti disordinati, che il cavaliere facilmente eludeva o deviava con lo scudo e la spada, l’urto tra le lame generando un sibilo secco e stridulo, come fosse un uccello morente, senza le sue ali. Fintò a destra e gli trapassò il petto.

Con gli occhi fissi, trovò la sua fine quel ragazzo i cui primi fili di barba gli spuntavano in faccia. Scarpetta era il volto della morte: il cavaliere si sentì turbato quando per intuizione lo constatò. Il suo respiro si faceva più pesante, ma non ebbe molti secondi per rifletterci su, poiché la lotta per la sopravvivenza proseguiva, le grida di dolore e disperazione e i frastuoni metallici accompagnati dallo scricchiolio della neve e del ghiaccio sotto gli stivali.

****

Pochi tra i pellegrini avevano ancora elmi di qualità e in buono stato, come si percepì da quelli che furono spezzati o schiacciati da pesanti percosse di asce o mazze.

Tra gli assalitori non si vedevano protezioni di metallo per il capo. Solo di cuoio, oppure cappucci imbottiti con lana e stoffa. Alcuni erano densi, e potevano resistere a un colpo di spada, ma altri no, come quello che soccombette all’arma di Ezio.

Spezzò il cranio dell’assalitore e, quando ritirò la lama, era intrisa di sangue e frammenti di carne ed ossa. Uno dei banditi, forse un leale amico di quello che era caduto, rinunciò alla fuga e ritornò per affrontare il cavaliere.

Quello era il più grosso e alto di tutti, rosso il viso, rossa la barba, financo gli occhi come due falò. Nel lanciare un grido di collera, l’ascia calò nella direzione di Ezio, che si abbassò sopra una delle ginocchia, alzando lo scudo nell’angolo giusto per deviare la lama. Poté vedere i piedi del gigante e udì il suo ruggito, congiunto ad un alito caldo, quando avanzò per infilzarlo, con l’intenzione di passare la lama della sua spada sotto il bordo dello scudo, in un movimento ascendente. Questo fece urlare l’avversario, prima che menasse lo scudo di Ezio e lo mandasse a terra.

Nonostante il crollo, non si sentì insicuro. Il colpo partito da sotto per penetrare nelle viscere del brigante era stato preciso.

Fu il gigante rosso a rovinare sul cavaliere, che impiegò tutta la sua forza per respingerlo con lo scudo. Con l’altra mano tirò la spada e la estrasse dalla carne nella quale era ancora conficcata. L’ascia del nemico, che stramazzò contorcendosi per il dolore, era già precipitata sul suolo. Il sangue grondava dalla ferita, ma fece uno sforzo per snidare la spada legata alla vita.

Difficile però rimettersi in piedi con tutto quel peso da alzare. Il che permise ad Ezio di agire prima, imponendogli il piede sul petto. Fissò l’omaccione, il cui viso era adesso giallastro. I suoi occhi stavano divenendo smorti e la sua bocca si scosse, ma non pronunciò nulla, probabilmente per mancanza di forze.

- Oggi sei venuto qui per trovare la morte, - gli disse Ezio, a questo punto il brigante serrando i denti e lasciando che la rabbia tracimasse dalle torbide profondità della sua anima, giungendogli alla bocca: pronunciò insulti e bestemmie, prima di strozzarsi con le parole. Il cavaliere gli mozzò la gola.

Un sospiro, ed Ezio si rese conto del silenzio. Si era allontanato troppo dagli altri? Non vedeva più nessuno vivo nei dintorni. Soltanto cadaveri.

Questo lo spaventò.

****

Dopo aver portato le dita insanguinate vicino alle labbra, Scarpetta udì la voce del suo cognato, che lo chiamava, e andò a trovarlo. La lotta era finita.

Soltanto uno dei roghi ancora ardeva. Uno dei muli era fuggito, mentre l’altro era morto, trafitto da frecce. Almeno la sua carne sarebbe servita.

Riapparve Lantelmo, con del sangue intriso nella sua barba aggrovigliata; erano sette i superstiti, che si riunirono intorno all’ultimo falò.

- Credo che oggi non riusciremo a dormire, - disse Ezio.

- Anche perché avremo abbastanza lavoro, - gli uomini si voltarono nella direzione di Scarpetta, che soggiunse: -Non possiamo dimenticarci di dare un funerale cristiano a quelli che sono caduti.

- Sono stanco di funerali, - replicò uno degli scudieri sopravvissuti.

- Sarai ancora più stanco domani. Seppelliremo pure i briganti.

- Ma che dici? - Domandò Lantelmo, non l’unico a mostrarsi perplesso. -Non sappiamo se erano cristiani!

- Non stavamo andando al sepolcro di Cristo? Per caso ti sarebbe piaciuto che qualcuno avesse lasciato il corpo della tua moglie esposto per servire da cibo ai corvi e ai lupi? Sarà vero che non abbiamo ancora imparato la lezione del nostro unico vero signore? Facciamoci degni della sua più grande eredità, che è la salvezza delle anime umane, - inumidì con la lingua le labbra fessurate e proseguì: - Dopo essere stati cacciati dal Paradiso, in un giorno possiamo essere Abele, in un altro Caino o persino Giuda. Ma meglio che ci resti la speranza di essere toccati dallo Spirito Santo che stare a maledire che ci devastano la Peste, la Fame e la Guerra. Infine arrivando la Morte, la più terribile quest’ultima, che va oltre al corpo, che conduce l’anima a un lago di fuoco che l’annienta, - ignorò lo sguardo sfiancato di Ezio, che tradiva astio. Decise di scrutare non gli uomini, ma le vampe, che lo portavano ad esplorare oltre.

Alle loro spalle, immerse nel buio pesto della foresta, frusciavano le foglie irrigidite dal gelo.

I lupi ripresero a ululare.

****

Per quelli che riuscirono ad addormentarsi per qualche minuto, fu una notte di incubi. Come per Lantelmo, che prima di assopirsi stava coltivando bei ricordi della sua rimpianta moglie Federica, figlia di un buon parroco, che, meglio di suo padre, gli aveva insegnato a identificare un buon cavallo:

- I più belli, lo diceva Isidoro di Siviglia, sono quelli dal capo esiguo, dagli occhi grandi e dalle orecchie aguzze, - ma gli occhi del bell’animale di Lantelmo in oriente non avevano visto a tempo la lancia del nemico. E proprio in quella notte, senza aprire gli occhi del suo corpo, il cavaliere vide a suo fianco Federica, squallida e con un sembiante svuotato. Non riuscì a muoversi. Lei si appressò al suo corpo e montò sul suo petto. Com’era fredda!

Si svegliò inorridito, con la sensazione della morte, ma era ancora vivo.

Aveva lanciato un grido, però forse lo aveva fatto soltanto in sogno, giacché i suoi compagni dormivano. Non dimostravano di aver udito nulla.

Federica aveva bisogno di preghiere.

II

Tu mi sgomenti con sogni e con fantasmi mi atterrisci. - Giobbe 7:14.

La bambina si svegliò avvertendo un caldo alle gote. Da una carnagione rosata erano passate al rossore.

I suoi occhi, che parevano contenere frammenti di cielo, minacciavano di straripare come fiumi in piena, mentre ansimava in modo trattenuto. Il caldo le colava lungo il volto in continue gocce di sudore.

Nelle notti precedenti, aveva affrontato incubi più violenti di quello appena avuto. La reazione non era stata più dirompente perché la piccola Matilde aveva l’abitudine di contenersi. Non c’era alcun bisogno che i suoi genitori si deviassero da questioni rilevanti per rispondere ai richiami e alle lagnanze di una ragazzina piagnucolona. Era meglio che non attirasse troppi sguardi su di sé. Non per caso era diventata taciturna. Sopprimeva gemiti e lacrime, dovute a incubi nei quali demoni la perseguitavano e uomini deformi cercavano di scorticarla con i loro artigli, o di strozzarla. Il suo silenzio soffocato serviva anche per non svegliare suo fratello Federico e sua sorella Beatrice né le ancelle, le nutrici e i servi che dormivano sui pagliericci sparsi sul pavimento del salone, mentre i figli dei signori si riposavano su letti smontabili, che durante il giorno cedevano posto al tavolo.

Poteva immaginarsi che cosa sarebbe successo qualora esponesse le sue paure: Federico avrebbe interrotto il pasto e colpito il legno con la brocca traboccante, spruzzando vino ovunque, prima di puntarle il dito per deriderla. Gli avrebbe detto che era una fifona. Avrebbero fatto coro le risate dell’altra bambina, i cui sguardi, in seguito a questo avvenimento, avrebbero assunto un crescente disdegno. I suoi genitori sarebbero diventati ombre di severità, forse eccessiva per i suoi sei anni. Eppure aveva appena avuto, quella notte, un’esperienza onirica di gran complessità, di un genere insolito non solo per un bambino; aveva avuto inizio con la visione di una muta di molossi, che faceva guardia a un giardino: malgrado fossero molto diversi da Azzo, il suo bracco preferito, Matilde non aveva provato paura quando li aveva scrutati, ammirandone il dinamismo dei muscoli ben rilevati e tesi. La paura aveva preso il sopravvento, e la notte era precipitata e si era imposta, con l’arrivo di un branco di lupi. Bestie dal vello folto e nero, che avevano ringhiato verso la ragazzina, alla quale rimaneva la fuga per evitare di essere sbranata.

Tuttavia, prima che si fosse decisa a scappare, le belve avevano scelto di ignorarla, dirigendo le attenzioni verso il giardino poco distante da lei, poiché lì erano apparsi agnelli che pascolavano senza preoccupazioni; poco dopo aveva visto anche pecorelle, che giacevano assise all’ombra.

I predatori si lanciarono famelici sugli ovini, Matilde si era ricoverata in un arbusto, rannicchiandosi dentro, e aveva avuto luogo una strage.

Non però avendo come vittime gli agnelli e le pecore, giacché i cani avevano subito preso le redini della situazione. Pochi erano stati sconfitti e sbranati, da bravi custodi soggiogando gli invasori e squarciando le loro gole. I lupi sopravvissuti si diedero a gambe.

Matilde aveva allora provato l’impulso, mossa da una forza inesplicabile che l’attirava verso l’alto, di elevare gli occhi al cielo: anche lassù le tenebre venivano sconfitte; il sole si distaccava dalla notte in un’alba volitiva, offuscandole la visione.

Quando l’aveva ricuperata, era tutto cambiato. Una nuova scena si presentava di fronte ai suoi occhi: erano il papa e l’imperatore, sullo stesso piano, simili a come li aveva visti su manoscritti miniati, i loro volti però non discernibili.

Aveva da sempre voluto conoscere di persona entrambi. Il Pontefice per baciargli e lavargli i piedi, sebbene immaginasse che questo lo avrebbe fatto lui, sfregandole le dita, facendola ridacchiare, ed avrebbero pregato insieme, inginocchiati. Il sovrano perché Attia le aveva raccontato com’era stata la sua visita più recente, con gran lusso e festini. Era rimasta affascinata dalle descrizioni, pensando ai doni che avrebbe potuto ricevere e ai figli di lui, i suoi cugini, con i quali avrebbe potuto spassarsela. Eppure dopo il sogno non era più così sicura di ciò che desiderava.

Riluceva la croce sul petto del papa. L’imperatore, a testa bassa, era infiacchito. Si appoggiava, con la mano destra, su una vecchia spada insanguinata, dalla punta voltata in giù. La sua vita scorreva e si mescolava alla ruggine. Ma il più strano fu qualcos’altro: nella sua mano sinistra, cadde la croce che si trovava sulla cima dell’orbe dorato, il globo trasformandosi in teschio. Dopo averlo scrutato, con l’oscurità che straripava dalle orbite vuote, Matilde aveva alzato lo sguardo e si era resa conto che l’imperatore aveva posato gli occhi su di lei. Il suo volto allora sembrava esso stesso un cranio senza orme di pelle, ma dotato di occhi. La ragazzina si era svegliata.

Eccelsa in quanto a discrezione, Matilde non aveva l’abitudine di parlare dei sui sogni. Erano tutti ignari delle sue terrificanti esperienze notturne. Ma al mattino, dopo che ebbero sentito la prima messa del giorno, decise di procacciarsi coraggio ed aprirsi con Attia. La sua tenera nutrice, una donna di mezz’età, più presente di sua madre nella sua ancor breve vita.

Non intendeva esporre gli incubi più cupi, che sapeva che l’avrebbero terrorizzata, e di conseguenza i suoi genitori sarebbero stati informati su tutto e si sarebbero infuriati. Ed altro: tutti sarebbero venuti a conoscenza perfino di dettagli che prima non c’erano. Suo padre si sarebbe adirato e tremava al pensiero che questo avvenisse.

Non che Attia non fosse degna della sua fiducia. Ma la paura dei demoni avrebbe potuto portarla alla disperazione e adunque avrebbe condotto in disgrazia la bambina, che temeva soprattutto di essere vista come una giovine maledetta, cattiva, prigioniera del diavolo, marchiata dal suo segno, e chissà quante Sante messe sarebbero state imperative per allontanare il Maligno dalla dimora della sua famiglia.

Com’erano le cose in quei giorni, riteneva ridotta la sua importanza per i genitori. Dopotutto era la terzogenita di Bonifacio di Canossa, gran potente dalla nobile famiglia degli Attoni, portata da egli stesso al suo massimo grado di prestigio, signore del Margraviato¹ di Toscana, l’antica Marca, prima ducato di Tuscia, di origini longobarde.

Se fosse d’intralcio a suo padre, avrebbero potuto benissimo spedirla in convento. Ma anche se apprezzava andare a messa e parlare con Dio, senza esigere risposte, non sentiva alcun appello a diventare monaca. Avrebbe voluto invece arrampicarsi sugli alberi alti quando fosse diventata più grande, sebbene provasse paura, e le piaceva correre vicino alla riva del Mincio, orlato di molli canne. Attia, con i suoi soliti dolori alle ginocchia, la inseguiva e finiva trafelata.

Quando era ancora più piccina, guardava indietro e si fermava con il pollice in bocca. Il docile Azzo andava a zonzo e abbaiava. Matilde lo abbracciava e gli accarezzava il pelo macchiato di marrone, più a suo agio a divertirsi con lui che con i fratelli. Era piacevolissimo far scorrere le dita sul dorso del bracco!

Con Attia decise di iniziare dalla coda. Di limitarsi ad esporre il suo sogno con i cani, i lupi e, ciò che era più particolare, il papa e l’imperatore. Siccome stavolta non aveva visto diavoli, il sogno non sarebbe sembrato tanto spaventoso e nefasto. Dedusse che la balia l’avrebbe ascoltata e mantenuto il segreto.

Parlò nella prima occasione in cui rimasero sole. Attia non seppe fornirle un’interpretazione soddisfacente:

- Mi accorgo che vi trovate angosciata, mia graziosa signora. Ma non posso fare nulla per aiutarvi. Ciò va oltre le mie possibilità. Perché non consultate un buon sacerdote, oppure un monaco? Magari messer l’abate Abbarico sia il più adatto per ascoltarvi in questo momento, - le disse accarezzandole i capelli fulvi, dopo aver finito di sistemarli come faceva ogni mattina, divisi da una riga al centro e presentando due trecce che le scendevano sul petto, infine ricoprendoli con una piccola cuffia a rete arricchita da una bordatura floreale.

- Sai che non voglio attirare attenzioni su di me, - con un’espressione malinconica, abbassò la testa quando le rispose.

- Fidatevi, signorina, degli uomini di Dio! Non diranno niente a vostro padre che possa recarvi danno. Anche perché non mi sembra proprio che abbiate fatto o visto qualcosa di riprovevole. I cani vinsero i lupi, il bene sconfisse il male! E se il vostro sogno dovesse rivelarsi la conferma di una profezia riguardante il futuro del Santo Padre e dell’imperatore? Questo è qualcosa da pensarci su.

- Non lo so, Attia. Non conosco niente di quel che dicono i profeti. Come potrei fare o ricevere una profezia?

- Dio molte volte rivela le sue verità agli ingenui, ai puri, agli incontaminati dal male. Non c’è bisogno che questi conoscano a fondo le Scritture. Portano Dio nei loro cuori.

- Non sono una persona importante. Non sono degna di ricevere rivelazioni dal Signore nostro Gesù. Sono soltanto una piccola peccatrice. E se papà concluderà che qualcosa non gli piace, anche se dovuto a qualche commento involontario, andrà su tutte le furie. Ti ricordi di quando ha cacciato via quell’eremita perché gli ha detto che non sarebbe mai stato re o imperatore, e pochi giorni dopo lo hanno trovato che mendicava senza gli occhi? O di quella donna che affermava di incontrarsi con lui in un mulino? Dicono che l’ha macinata con le olive, e che si vedeva sangue al posto dell’olio. C’è stata anche quella cugina che voleva farsi suora; l’ha obbligata a sposarsi con uno storpio dopo aver detto che alle donne non spetta decidere su quello che vogliono. Potrà quindi credere che con queste visioni cerco di eccellere al di sopra dei miei fratelli, farneticando per richiamare l’attenzione, e allora sarò perduta. Non gli piace già quando porto Azzo a spasso con me. Mi ha detto che è un cane da caccia e che lo sto ammollendo!

- Calmatevi, vi prego, signorina, - le lacrime erano spuntate negli occhi della piccola; la serva le diede un abbraccio. - Forse vedete vostro padre, e tutti quelli che vi stanno intorno, con eccessiva severità, - erano dolci le carezze sulle sue spalle, dissolvendo a poco a poco la tensione e la paura. - Non tutto quello che si dice in giro è vero. Forse prestate troppa attenzione a quelle serve che parlano senza alcun indugio. Mi domando se avete paura persino di me!

In risposta, Matilde scosse il capo in senso di diniego e portò le manine alle trecce castane della nutrice, che sfuggivano dalla sua cuffia bianca, cadendole sulle spalle. Attia manifestò un sorriso intriso di tenerezza e le asciugò il pianto. Rimasero in silenzio, attente l’una all’altra, distratte nei confronti di quello che c’era intorno. Non a caso si spaventarono in seguito alle seguenti parole, pronunciate in tono duro:

- Cosa significa tutto questo? Per caso hai fatto piangere mia figlia, Attia? - Era la voce gravosa della madre della bambina, spuntata all’improvviso nel salone.

Azzo, che era nel suo angolino preferito, e sonnecchiava su un mucchietto di paglia, sollevò il capo.

La serva si volse di scatto. La ragazzina, dopo il tuffo al cuore appena avuto, non ebbe il coraggio di muoversi.

- Ma no, madonna Beatrice! Ovviamente no! Stavo solo aiutando la giovane signora! - Attia si rimise in piedi, trasecolata, con la voce tremante.

- Aiutandola in che cosa? Non dovresti mai mentirmi, - Beatrice di Bar mostrava un’espressione assai acuta ed ostinata, il velo lasciando intravedere alcuni fili dei suoi capelli rossastri e coprendole anche una parte del volto, dominato dalle efelidi.

- Non è nulla, mamma. Non innervositevi, - intervenne Matilde prima che la serva completasse la parola iniziale della frase seguente. - Il problema è che non ho ancora accettato la morte di Albertino. Ancora lo sento cantare, - si riferiva a un canarino giallo morto due mesi prima. Un regalo di compleanno di suo padre, che lo aveva acquistato da un commerciante aragonese. Uno dei rari gesti d’affetto di Bonifacio nei confronti della sua figlia minore.

Forse per quello, perché era una preziosa reliquia dorata d’amore paterno, la bambina aveva tardato ad accettare la perdita di Albertino. E la premura del tiranno di Canossa non aveva resistito a lungo al lutto della ragazzina: l’aveva fatta tacere dicendole che avrebbe preferito vederla malmenata, bastonata senza pietà, piena di ematomi, piuttosto che essere disturbato da un interminabile piagnisteo dovuto a un passerotto.

- Devo per forza dirtelo, sai che tuo padre non gradirà, vero? - Beatrice verbalizzò i timori della figlia.

- Non c’è bisogno che lo sappia. Vi prego, mamma, - la sua voce uscì in un soffio appena udibile.

- Spero che sia stata l’ultima volta, - gli occhi bluastri della madre si rabbonirono. Roteò su sé stessa in un ventaglio di tessuti pregiati e uscì.

Un sollievo sia per la bambina che per la balia, che ripresero a sussurrarsi qualcosa dopo che il suono dei passi di Beatrice di Bar si perse in distanza.

****

Nei tempi di gloria dei Canossa, l’estensione della città di Mantova, che il margravio Bonifacio aveva scelto come sua sede principale, corrispondeva ancora a quella romana, a sud il perimetro cittadino chiuso dal Fossato dei Buoi.

Accumulando titoli e possedimenti, dal padre aveva ereditato, oltre alla contea locale, anche quelle di Brescia, Ferrara, Reggio Emilia e Modena. Dalla madre, ampi domini in Toscana, come Pistoia, Lucca, Firenze e Pisa.

Trasferendosi da Canossa, celebre roccaforte sui palanchi emiliani, la preferenza per Mantova era giustificata dall’importanza strategica, facilitata la comunicazione con il centro d’Europa e i possedimenti a sud. Oltre alle strade romane, nelle quali passavano i carri, gli uomini e gli animali carichi di merci, cibo, vesti e masserizie, c’era la presenza della via di comunicazione d’acqua, per far pervenire sale e cereali dal Po.

Inoltre, la costruzione del gran palazzo era stata intrapresa proprio dal margravio, resa possibile dalla sua prosperità, quando ivi si era trasferito con la sua famiglia. All’ingresso si vedevano le sculture di due leoni, e non solo: spesso manteneva lì incatenato, alimentato e controllato dalle sue guardie, un leone vero, acquisito da mercanti saraceni del Mezzogiorno. La belva aizzava in Bonifacio il fascino di vedersi in essa riflesso; ed oltre a ciò era lì con il fine di rafforzare un’immagine che suscitasse il timore nei cuori dei suoi sudditi e vassalli, senza far perdere di vista che la nobiltà aveva bisogno di spassarsela. Simile al leone, quando abbatte il bufalo e il branco lo segue per banchettare, erano frequenti le celebrazioni e i ricevimenti nella sua reggia.

In quella notte di fine inverno, ospitava mercanti e cavalieri venuti da Firenze e da altre parti della Toscana, che immaginava si fossero accorciati appena visto il leone, ora sparsi per la sala grande illuminata dalle candele inserite nei candelabri e nel lampadario di ferro appeso al soffitto, oltre che da lampade di bronzo in modelli romani, dotate di manichi in forma di teste di cani e cavalli, e da lunghe torce sorrette da servi.

Con gran soddisfazione, ai primi lucori del mattino, aveva cavalcato con il suo primogenito Federico, un ragazzino dai capelli chiari e ricci che il padre voleva veder crescere come un toro.

Per ora, era scarno ed esile. Ma Bonifacio ne aveva visti tanti di ragazzi gracili che quando crescevano divenivano cavalieri robusti. Lui stesso aveva trascorso i suoi primi anni tra febbri violente ed abbondante sudore. Giungendo alla convinzione che avevano finito per rafforzargli il corpo. Dopo l’adolescenza, di rado si era ammalato.

Federico, che fin dalla nascita centralizzava le attenzioni del padre, si meritava i migliori medici al minor segno di malessere. Malgrado Bonifacio dichiarasse di aver fede nella forza di suo figlio, il giovanotto era spesso attorniato dagli esperti nella materia della salute umana.

Al momento però, coloro che lo circondavano, per volere di Bonifacio, erano i più illustri partecipi della festa.

- Guardate il mio ragazzo come sa già maneggiare la spada! - Commentò il signore di Canossa.

Federico, con un sorriso accorto, brandiva l’arma che gli era stata data in regalo da un cavaliere dei dintorni di Lucca.

- Veramente tutti avranno da temere Federico di Toscana! - Esclamò proprio quel milite.

- Con questa lama ridurrò in poltiglia persino i saraceni, se verranno ad affrontarci, - soggiunse Federico in un baleno di vigore.

- Anch’io ho portato alcuni doni, - intervenne un mercante dagli occhi mobilissimi, sempre solerti, attenti a non permettere che gli sfuggisse qualunque opportunità. - Ma soltanto per le bambine, - chiarì senza mostrare impaccio.

- Ti ringrazio, Ubaldo, ma ti conosco. Se ti aspetti l’esenzione del ripatico sul Mincio e sul Tartaro, ti suggerirei di desistere, - replicò Bonifacio.

- Ma per chi mi prendete, messere? - Risero insieme. Il mercante ordinò ai suoi servi di esibire al margravio i vestiti che aveva portato.

- Beatrice! Matilde! Venite un po’ qua! - Bonifacio chiamò le figlie.

Nelle feste ed eventi di corte, Matilde si mostrava disinvolta. Rideva, giocava con altre bambine, rispondeva in modo cortese agli elogi che le erano fatti. Bonifacio trovò strano che in quella serata avesse gli occhi rattristiti e assonnati. Ma che le aveva preso? Ancora piangeva per il canarino?

La sorella, omonima della madre, si diresse subito verso il padre. Matilde, che era sola a guardare il vuoto, lo fissò come se stesse in un altro mondo, come se non lo vedesse.

- Dai, cucciola, vieni! - Bonifacio sapeva che la sua Matilde non era cieca né sorda; e la sua insistenza parve risvegliarla.

Il padre di solito si comportava con la giovane Beatrice come con l’altra, alla quale però aveva dato il soprannome di cucciola. Soltanto Matilde a volte lo stizziva, perché i suoi occhi gli mendicavano l’attenzione con acquosità. Preferiva la quasi indifferenza di Beatrice, poiché non aveva tempo da perdere con le femmine, che gli sarebbero state utili quando avrebbe trovato loro dei buoni matrimoni. Per ora, bastava che non lo seccassero e che gli permettessero di restare per la maggior parte del tempo assieme a Federico.

- Preferisco il verde e l’azzurro, - disse Matilde, alzando la testa verso il padre, che sorrideva a denti stretti, dopo aver additato i vestiti di quei colori. - Uno mi ricorda i prati e i boschi, e l’altro il cielo! - Si era subito rallegrata.

- I gusti della mia figliola sono abbastanza simili ai vostri, giovine signora! - Il mercante Ubaldo rispose in modo bonario al sorriso morbido che si aprì sotto quei bei occhi il cui bagliore risuscitava.

- In serio? Che bello!

- Io invece preferisco un colore più elevato, - ribatté Beatrice, innalzando il volto, inumidendo le labbra e raddrizzando il corpo; anche se maggiore di due anni, era della stessa statura di Matilde. - Come il rosso, - i suoi capelli di color fuoco non implicavano in un gran calore spirituale.

- Un’eccellente osservazione da parte di quella che si porta avanti il nome dell’illustrissima consorte del nostro signore Bonifacio, - intervenne il vescovo di Mantova, che, ospitato in quei giorni nel seno della famiglia del margravio, si trovava lì vicino. - Il rosso è il colore del sangue di Gesù Cristo, che regna su tutte le anime. L’azzurro è per i contadini². Ed il verde è come un bel prato, ma che nel giorno seguente si rinsecchisce, non essendo all’altezza della gloria dello spirito umano.³

- Anche se come figli di Adamo camminiamo tutti sulla terra, con il cielo al di sopra di noi, ho portato con me pure dei bei vestiti rossi e di prevalenza rossa, come voi tutti potete vedere, - il commerciante, abbigliato in verde chiaro, aveva storto il naso, ma senza abbassare la testa.

Malgrado non avesse mai impugnato la spada e si comportasse con lui sempre in modo premuroso, Bonifacio era conscio che lì risiedeva un’anima orgogliosa. Uno spirito più elevato di quello del vescovo, il quale spesso gli suonava come un volgare incensatore, che mai si lamentava delle spoliazioni del margravio ai danni della Chiesa mantovana. Sebbene fossero di suo piacimento le lusinghe verso suo figlio e non che desiderasse un vescovo combattivo e ribelle...

- Prendete per me questi tre vestiti, - segnalando quelli che desiderava, la giovane Beatrice ordinò alle serve, che mai chiamava per nome. A malapena volgeva loro lo sguardo.

In ciò era diversa sia da Federico, che Bonifacio tante volte aveva visto sorridere verso le serve, che da Matilde, con la sua tenerezza verso tutti.

A Federico lui stesso ne avrebbe parlato. Benché rilevasse quali appetiti erano la causa dei sorrisi, era preferibile moderarli.

Vide incombere la moglie, accarezzando le spalle della secondogenita. Una Beatrice diede la mano all’altra. Senza che la consorte guardasse il marito, ma Bonifacio sapeva che percepiva i suoi occhi su di lei. Madre e figlia apprezzavano gli stessi colori.

Quando mosse lo sguardo verso Matilde, il sorriso della cucciola si era estinto. La bambina sorda alle voci delle dame e donzelle toscane che erano mogli, sorelle, figlie e nipoti degli invitati. Passò dritta quando una di esse la invitò a conoscere la sua sorellina. Non l’aveva sentita o non aveva voluto sentirla.

Più tardi il margravio avrebbe detto alla moglie che bisognava istruire la cucciola a fare attenzione a non divenire lei stessa una serva.

****

La moglie di Bonifacio di Canossa, quando c’era una festa, sovente si ricordava della sua celebrazione matrimoniale. In paragone ad essa, qualsiasi altra impallidiva come fosse una baldoria di contadini.

Quelli erano giorni nei quali non incuteva alcuna soggezione o turbamento. Nei giorni antecedenti ai suoi sponsali, era una ragazza timida, pia, molto riservata, senza la minima padronanza della lingua di suo futuro marito. Non che questo importasse a Bonifacio, che poco capiva del tedesco e le cui nozioni della lingua d’oc erano ridottissime: gli bastava che la sua donna fosse di gentilissimo ceppo e che assecondasse i suoi ordini e gli fornisse eredi.

D’elevata schiatta senz’altro Beatrice lo era, figlia di Federico II, conte di Bar e duca dell’Alta Lorena. In aggiunta nipote di Gisella di Svevia, la madre dell’imperatore in carica, Enrico III, e quindi cugina di quest’ultimo. Il sovrano precedente Corrado II, aveva accolto come fossero sue figlie lei e sua sorella Sofia, rimaste orfane prima di giungere all’età nubile.

Quando dopo era arrivata la proposta del margravio, si era messa a fantasticare come sarebbe stato il suo promesso sposo, alternando pensieri di timore ad altri di speranza.

- Ho sentito dire che Bonifacio di Toscana è vecchio e brutto come un orco.

- Ma tu ancora credi agli orchi? - L’allora diciannovenne aveva con tale risposta cercato di nascondere le sue insicurezze alla sorella, più grande di un anno.

- Non ci credo affatto, ma

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